Una mattina afosa

finestra sul giardinoOsservava il giardino dalla finestra, mezzo nudo, le palpebre a fessura per difendersi dalla luce. La notte era stata calda, afosa, irrespirabile. Lei dormiva ancora, in modo scomposto, segno di un sonno agitato. Era tardi e le cose da preparare prima di partire erano ancora molte. ‘Andiamo’ si disse mentalmente senza muoversi; e in un angolo della finestra, tra i vetri e la zanzariera, notò una vespa a zampe in su come fosse stata fulminata dal getto di un flit.
«Proprio grossa!» si lasciò sfuggire a voce alta.
«Cosa?» mormorò lei con la voce impastata girandosi sull’altro fianco.
«Una vespa…» rispose Luca senza riflettere. Lei scattò giù dal letto, perfettamente sveglia, gli occhi sbarrati.
«Dove, dove?» gridò guardandosi attorno, il collo incassato tra le spalle, pensando fosse nella stanza.
«Ma stai tranquilla, è fuori dalla finestra. Non c’è nessun pericolo.»
Lei non gli credette fino a quando, spostando il compagno di lato, non vide la vespa senza vita vicino allo stipite. Si tappò la bocca per non urlare. Luca dimenticava troppo spesso il terrore di lei per quegli insetti volanti: si pentì di averla svegliata in quel modo.
«È orribile, è enorme!» esclamò senza aver ripreso a respirare.
«Anna, non ti può fare più niente, è morta. Con questo caldo a volte succede che ci sia qualche vespa in più in campagna. Ma, come vedi, sapendo che qui ci abiti tu, piuttosto che affrontarti, ha preferito suicidarsi…» disse sperando che la battuta potesse stemperare la tensione del momento. Anna invece era nervosa: andava avanti e indietro per la stanza come un puma in un recinto. «E va bene, adesso la butto via subito» le disse arrendevole per accontentarla e si avvicinò al comodino per prendere un fazzoletto di carta. «Faccio in un attimo.» Ma Anna si era persa le ultime parole perché si era già rifugiata in bagno, la porta chiusa a chiave.
Chissà da dove è passata se la zanzariera è tirata…’ si chiese mentre afferrava la vespa delicatamente per poi gettarla giù nel giardino sottostante. Poi l’occhio gli cadde su un altro punto del davanzale che non aveva ispezionato. C’erano almeno altre cinque vespe morte e una sesta, che, seppure girata sul dorso, agitava le zampette per aria come se stesse facendo un brutto sogno. Non ne aveva mai viste così tante concentrate in un unico punto. Stava cercando di capire il perché di quanto accaduto quando la vespa che aveva notato essere viva si rigirò all’improvviso e, dopo aver provato per alcuni secondi che le ali funzionassero ancora, saettò verso il prato. Lui subito chiuse la finestra, perplesso.
«L’hai buttata?» gli domandò lei osservando la scena dal filo della porta.
«Sì sì. Certo.»
Anna, come se niente fosse successo, uscì allora dal bagno con la consueta disinvoltura. «Bene, vado a preparare la colazione, non vieni?»
«Mi sono accorto di aver lasciato la porta aperta del garage, vengo subito» l’avvertì.
Era una scusa. Nella sua testa si era fatta strada una possibile spiegazione. E, appena uscito, ne ebbe subito la conferma già dal portico… A distanza di pochi metri uno sciame denso e rumoroso di vespe anneriva lo spicchio di cielo mattutino sopra la casa. Stavano scegliendosi un nuovo nido. Era una scena imponente, che suscitava forza e ineluttabilità, tanto naturale quanto terrificante. Rientrò immediatamente in casa proprio mentre cominciò a sentir picchiettare contro le finestre. Andò a vedere: erano decine e decine di grosse vespe che cercavano di entrare dopo aver bucato le zanzariere. Sbattevano furiosamente una dopo l’altra contro i vetri per poi cadere sul davanzale tramortite. Non aveva mai visto una cosa simile e si augurò che Anna non se ne fosse accorta. E, invece, appena si girò, se la vide accanto, nel vano della porta: era muta, il corpo abbandonato come fosse steso su una gruccia ad asciugare, gli occhi assenti in balia di un viso inespressivo.
«Adesso vedrai che se ne vanno via subito» le disse con un tono che pareva una domanda. «Non possono entrare, i vetri sono molto spessi. Vieni, andiamo a far colazione, piuttosto…» e la prese per mano. Lei lo seguì docilmente senza dire nulla come un fantasma. Intanto si sentivano venire giù dal caminetto le vespe che andavano a sbattere con violenza contro la botola di ghisa che chiudeva l’apertura. Pareva grandine. La casa era sotto assedio sotto un fuoco incrociato.
«Non possono entrare, Anna, stai tranquilla, sediamoci a mangiare qualcosa… passerà presto» le ripeté più volte con voce calma e misurata sperando di vedere sul suo volto una qualche reazione.
Intanto, nella tazza di lei, un paio di vespe si stavano dibattendo per non annegare nel latte.
[space]

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Nel suo giardino

giardinoAppena ci passò sopra con il tosaerba credette fosse un sasso. Anche se gli parve strano non l’avesse mai notato prima nel suo giardino. La lama mandò un rumore sinistro come di una barca che si fosse incagliata su uno scoglio e alcune scintille si sprigionarono rapide da sotto la macchina. Si avvicinò. La consistenza della cosa era quella del metallo, una specie di cerchione spesso e arrugginito sotterrato in quel punto. Il che era anche più incredibile, visto che curava quel giardino da più di dieci anni. Provò a estrarre l’oggetto ma, nonostante vi avesse scavato tutto intorno con le dita, non vi era modo di tirarlo via: era tutt’uno con il terreno come una pianta dalle radici profonde.
Terminò di tagliare l’erba, dando ogni tanto un’occhiata sospettosa al centro del giardino là dove quel piatto di ferro era affiorato. Qualcosa non gli tornava.
La raccolta dello sfalcio, la rifinitura con il decespugliatore e la potatura di qualche albero gli presero un altro paio d’ore. Quando tornò al suo ‘cerchione’ con un piede di porco, intenzionato a levarlo di lì in un modo o nell’altro, si accorse che si era staccato rispetto alla linea del terreno. Ora il piatto si vedeva meglio: era molto più concavo di quanto gli era sembrato in un primo momento e più profondo. Dandogli dei colpetti con le nocche, il suono rimbombava pieno e cupo. Appena sotto, poi, vi era come un basamento, duro come la roccia, e dal colore più chiaro, solcato da linee trasversali. Si sarebbe detto un fungo, se non fosse stato di metallo e pietra. Ma la cosa più inquietante era che stava crescendo di ora in ora.
Ripose tutti gli strumenti nel garage, anche perché aveva iniziato a piovere. Avrebbe affrontato il problema la mattina seguente, riposato, e a mente fresca.
Il pensiero di quella cosa sconosciuta che cresceva nel suo giardino non lo fece però dormire. Alle quattro di notte, appena sentì spiovere, si armò di torcia e uscì. Nell’avvicinarsi al centro del prato vide un’ombra di una quarantina di centimetri sopra all’erba tagliata. Se ne ristette dietro al ciliegio, pensando a una volpe o a un tasso. Direzionò meglio la luce. No, era proprio quella cosa che si era alzata ancora. Con il cuore che gli batteva forte si inoltrò con prudenza. Ora si vedeva bene: la pioggia lo aveva lavato. Era una testa: la testa di una statua, con tanto di elmetto.
«È un samurai» gli rivelò l’amico, appassionato di storia antica, venuto a trovarlo in tarda mattinata. «E, più precisamente, la statua di un ronin, un samurai senza padrone, del XIV secolo.»
«E che ci fa nel mio giardino?» gli chiese lui sgomento.
«Ah, non ne ho idea, il giardino è tuo, dovresti dirmelo tu…»
«E… e poi perché sta crescendo?» insistette incredulo.
«Penso sia un fenomeno di bradisismo» gli rispose l’amico con tono professorale. «Anche se, a dire il vero, sarebbe piuttosto raro in questa zona; pur tuttavia, non impossibile. Il terreno, cioè, si starebbe abbassando e la statua, che era interrata lì chissà da quanto tempo, se ne sta uscendo fuori. È un fatto squisitamente fisico, anzi geofisico. Nulla di eccezionale, in altre parole.»
La statua del samurai era ormai emersa sino alla cintola. Si notavano bene i particolari marcati del viso, la sua armatura finemente lavorata, la cintura istoriata in modo attento e sapiente, i doppi pugnali dalla foggia letale. ‘Una gran bella statua’, pensò, non c’era nulla da dire, forse pure di valore, ma cosa centrava con la sua casa di campagna e soprattutto con il suo amato giardino? Inoltre prometteva di essere una cosa pesantissima: avrebbe dovuto noleggiare un muletto per farla portar via.
Trascorse così un altro giorno: il samurai era del tutto fuori dal piano campagna. Era imponente, massiccio, minaccioso, ma irreale in quell’oasi di pace di rose e camelie. Anche se aveva gli occhi chiusi riempiva lo spazio intorno e incombeva sulla casa.
Si stava giusto chiedendo come smaltirlo, quando, al telegiornale, dettero la notizia che anche altre statue di antichi samurai erano comparse simultaneamente in diversi altri giardini del Paese. Si allarmò. Uscì di corsa in giardino come per chiedere alla statua cosa stesse realmente facendo lì.
E il samurai aprì gli occhi. E fu l’inferno.

[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Il giardiniere

Cezanne-il giardiniereLe due donne si avvicinarono con circospezione al cancello. Quella più robusta aveva un pacco di volantini in mano, mentre l’altra, che sfoggiava sopra a un tailleur rosa una pettinatura fresca di parrucchiere, aveva le mani nervose e allacciate ai fianchi come se avesse dovuto principiare un comizio. Il cancello interrompeva la strada di accesso a una villa imponente, corteggiata da un giardino curato e pieno di colori, con tanto di piscina che mandava bagliori intermittenti come se nascondesse sul fondo pagliuzze d’oro.
Da un lato, un uomo di una certa età, con un cappellaccio di paglia bucato sulla tesa e la camicia strappata all’attaccatura della manica, stava raccogliendo con il rastrello gli aghi di pino; quel fruscio cadenzato nella quiete appisolata della campagna sembrava un suono naturale come il verso del cuculo tra le fronde dei cedri.
La donna in tailleur soppesò l’uomo e poi disse:
«Ehi capo…»
Quello continuò per qualche attimo ancora a rastrellare l’erba e poi, come se la voce avesse fatto fatica ad arrivare sin lì, alzò lo sguardo mettendo a fuoco le figure ferme all’entrata.
«Dice a me?»
«Sì, senta, un’informazione, per cortesia…»
«Volentieri, se posso…» fece avvicinandosi lentamente con il rastrello in bilico in una mano.
«Sa mica quando li possiamo trovare?» chiese con voce bassa facendo un cenno con il capo in direzione della villa.
Lui cavò dalla salopette un fazzoletto largo a quadrettoni con cui si deterse il sudore. Fece il gesto di tirarsi su con i gomiti i pantaloni che, per un attimo, mostrarono alla vita uno spago intrecciato:
«Mi dispiace, ma a me non dicono mai nulla. Non abitano qui a Poggiobrusco, ma ad Alvona. Sa come fanno questi ricconi… Stanno due o tre settimane senza venire e poi compaiono all’improvviso, magari alla testa di una comitiva cianciante di una decina di persone. Si stravaccano qua e là in giardino, bevono, mangiano, si mettono a fare il bagno in piscina e mi conciano il prato che è uno schifo… e poi devo pulire io, rimettendo ogni cosa al proprio posto. E dire che sono solo e nemmeno più tanto giovane…» fece scuotendo la testa.
Le due donne si guardarono l’un l’altra scambiandosi un segno d’intesa.
«Va bene, grazie» dissero all’unisono staccando le mani dal cancello.
«Mi spiace» fece ancora l’uomo alle loro spalle mentre le vedeva inerpicarsi per la salita verso la casa del fabbro.
«Sa per caso quando possiamo trovare i suoi vicini?» insistette una delle donne parlando al fabbro dopo essersi assicurate da lui una cospicua offerta per una delle tante associazioni locali. «Siamo venute già diverse volte, ma non troviamo mai nessuno. Solo oggi c’era il giardiniere…»
«Giardiniere?» fece il fabbro meravigliandosi.
«Sì, un signore con la barba, che stava pulendo il prato…»
«Ma quello è Torquato, il proprietario della villa. Non hanno un giardiniere! Fa tutto lui, per hobby.»