La distrazione

Uno dei difetti maggiori di Fabio era la distrazione. Verso le 18 di quasi ogni giorno si concedeva una passeggiata, giusto per staccare dal lavoro che tanto lo opprimeva quando se lo portava tra le mura domestiche. Metteva il naso fuori casa e subito inseriva il ‘pilota automatico’. Un piede tirava l’altro, senza una meta o l’intenzione di un percorso; la camminata semplicemente si faceva lenta, sciolta, quasi ipnotica e, immerso nei suoi pensieri, fatti di nulla e intrecciati di sogno, si lasciava andare. Bastava ci fosse un colore che baluginasse laggiù nel vicolo e lui girava per di là; altre volte seguiva un profumo che fuoriusciva da una finestra o da un negozio o magari aleggiava solo nell’aria ad annunciare questa o quella stagione. Altre volte ancora seguiva per un po’ il viso di una bella donna per poi abbandonarla per lo scorcio di un’altra piazza o per un fiore su un davanzale. Ma spesso, senza sapere neppure perché, finiva per trovarsi davanti al suo ufficio anche se era domenica. ‘È la forza dell’abitudine’, scuoteva la testa mentre se lo diceva tra sé e sè, ben sapendo che non ci poteva fare nulla.
Così anche quel giorno Fabio girovagò per il paese, il lungofiume, la piazzetta del mercato… poi si fermò davanti a un portone. Si guardò attorno, come se si fosse svegliato in quell’istante. Era all’altro capo del paese, un luogo sepolto nel passato, trasformato nel tempo, quasi irriconoscibile. Pian piano ricompose i pezzi del mosaico: rivide la strada come era in quegli anni, il muretto diroccato che non c’era più, il negozio che vendeva paralumi d’epoca e che adesso era chiuso. Alzò lo sguardo verso il secondo balcone di destra. Allora era invaso dalle foglie di un glicine. E lei abitava lì, Rita, trent’anni prima. E gli aveva frantumato il cuore.