Erano passati quasi cinquant’anni dallo scoppio della bomba atomica. Le case erano spuntate dapprima timidamente e poi avevano conquistato gli spazi vuoti, il terreno sbancato e bruciato.
Oggi lo sguardo della gente si è fatto distratto, meno sensibile. Per riscoprire l’orrore che aveva attraversato quei luoghi occorre saper cercare. Forse in un museo, in un monumento, o su quella gradinata a est della città.
Il palazzo, eretto solo dieci anni prima dello sciagurato scoppio, cresciuto alla radice di quella gradinata, svettava su tutti gli altri. La sua struttura, di gusti troppo occidentali, non piaceva agli abitanti. Secondo loro non si adattava allo stile del quartiere. Costruito da una società straniera, la gente del posto lo chiamava “Lo Scatolone senz’anima”. Ma lui si ergeva ugualmente tronfio, appena indispettito per tanta ostilità.
Ma in meno di un secondo, era stato spazzato via, come un capello investito da una brezza improvvisa. Migliaia di tonnellate di cemento erano state scaraventate nel nulla. Vaporizzato.
Era rimasta solo la gradinata: cinque scalini di semplice marmo, coperti dall’ombra di uno dei condomini.
Quell’uomo sconosciuto tornava a casa o forse stava passando a trovare qualcuno. Nel rimirare quella silhouette lo si poteva pensare immerso nei suoi pensieri, angustiato da questo o quel problema o a cullare un sogno nel cuore.
Doveva sicuramente aver sentito anche il boato lontano. E si era girato con una espressione di meraviglia per quel sole che correva verso di lui per abbracciarlo.
Quando avevano lentamente ricostruito palazzi e negozi, la gradinata era rimasta lì. E, in cima ai gradini, dove c’era solo il vuoto, era ripartita la costruzione di una nuova abitazione. Questa volta più piccola, proporzionata in dimensioni alle drasticamente ridotte esigenze demografiche della popolazione.
L’ombra però era rimasta. Nessuno aveva pensato anche solo di spostarla. Anzi, ogni volta che si dovevano fare quei gradini per entrare o uscire dal palazzo, tutti evitavano la sagoma grigia. Passavano più in qua o più là, consapevoli di quello che rappresentava. Era la loro storia, e la storia di un paese, qualunque essa sia, non si calpesta mai.
Questo fino a quando l’intero palazzo non fu acquistato da un uomo del nord. Un uomo appartenente alla pletora dei nuovi ricchi che avevano fatto fortuna con il terziario. Osservare le tradizioni per lui andava pure bene, purché lo lasciassero in pace. Non gli importava di quella macchia antiestetica.
Ma alla giovane moglie sì.
Appena entrata in quel palazzo, la donna ingaggiò una ditta di pulizia specializzata per far scomparire quell’oscenità macabra davanti alla sua porta.
La ditta di mise al lavoro. Provò diversi prodotti, adottò diverse soluzioni. Ma alla fine fu tutto inutile. Il marmo poroso ne era rimasto impregnato, era un negativo tenace e indelebile. Un’impronta viva, avevano poi detto abbandonando il lavoro. Lì qualcuno c’era ancora. Forse poteva fare qualcosa il vecchio Ishida. Se era ancora vivo. Ma forse neppure lui.
La moglie non si arrese facilmente e di quelle superstizioni non sapeva cosa farsene. Non le interessava cosa fosse accaduto lì mezzo secolo prima. Quella macchia era brutta, antiestetica e questo bastava. Le tragedie, pensava, stavano bene nei libri o nei telegiornali, non davanti alla sua porta di casa.
Fu così che fece cercare Ishida, l’esperto in macchie di quel genere. Non fu semplice. Ma alla fine lo trovò.
Lui inizialmente oppose uno fermo rifiuto, ma poi fu convinto dal marito della donna con una somma che avrebbe messo al sicuro dai problemi finanziari persino i nipoti.
Il vecchio fece appello alla sua vasta esperienza. Ci lavorò senza sosta nel suo laboratorio per un mese intero. Poi si mise sui gradini del palazzo e, con ovatta imbevuta nel suo preparato speciale, tamponò i margini e l’interno della figura. C’era profumo di gelsomino e di verbena che aleggiava da quella pozione. Ma anche tanti altri profumi leggeri e delicati sconosciuti. Sembrava essersi portato dietro un giardino intero. Nulla che facesse pensare a qualcosa di caustico e aggressivo.
Durante i lavori, molti degli abitanti del quartiere si rivolsero a lui, implorandolo di non continuare. Sapevano che se qualcuno poteva farcela a smacchiare i gradini, questo era proprio lui. E lo volevano fermare finché era possibile.
«Lascia stare, Ishida, pensa a quello che rappresenta per noi».
Il vecchio era amato e ben voluto da tutti per la sua saggezza e generosità. Erano sicuri che avrebbe capito. Era un bambino piccolo quando scoppiò la bomba. E portava lui stesso, ancora addosso, i segni di quella terribile tragedia.
«Sono molto malato», diceva però a chiunque lo avvicinasse, «Non vivrò a lungo. Devo pensare a far studiare mio nipote. Devo anche aiutare mio genero con il negozio che non va tanto bene e… e mia madre… mia madre è in ospedale e ha bisogno di cure costose. Lasciatemi stare, non capite».
Dopo dieci giorni di duro lavoro, la sagoma sugli scalini era completamente scomparsa. Non c’era più nulla che ricordasse quanto era accaduto. La gente ora passava davanti a quei gradini più distratta del solito, senza nemmeno lanciare uno sguardo su quello che c’era. Nessuno si chiedeva più:
«Ehi… ma cos’è quella strana sagoma a forma di uomo?».
Rimase il silenzio.
E il silenzio a volte non ha rispetto, perché non ha memoria. Sorvola indifferente sofferenza e dolore, come un vento che spira senza direzione.
Il vecchio guardò la sua opera. Aveva fatto un ottimo lavoro, ma non ne era fiero. Si sentiva in colpa, come se avesse tradito la sua gente, i suoi genitori e chi era venuto prima di loro.
Provò ad alzarsi, ma avvertì un dolore intenso e prolungato al centro del petto. Un’oppressione gli devastava il torace e si irradiava alle braccia e al collo. Provò a sedersi per riprendere fiato, ma un dolore ancora più intenso lo fece sobbalzare, sfigurandogli il volto. Si accasciò sugli scalini.
Alcuni passanti cercarono di soccorrerlo e chiamarono un’ambulanza che arrivò in pochi minuti. La sirena urlava nella notte nel portarlo via, un corpo minuscolo in quella barella ipertecnologica.
Sui gradini erano rimasti i suoi tamponi, la boccetta profumata del suo preparato speciale e la sua fatica.
Passarono alcuni giorni, e poi lentamente l’ombra ricomparve sulla gradinata.
Archivi tag: blogtale
Galeotto fu l’albero
«Ci risiamo, Direttore», disse Gérard, l’inserviente anziano dell’Hôpital Psychiatrique de la Charité a Montseurat, in Normandia. La sua espressione era un po’ seccata, come quella del Direttore, del resto. Gérard si sentiva inoltre a disagio in quel camice che sua moglie, nonostante le sue rimostranze, si ostinava ad apprettare così tanto da farlo sembrare una corazza.
Accanto all’inserviente c’era Étienne, il novellino a lui assegnato per l’addestramento. Si era estraniato da quel contesto. Stava infatti pensando a come chiedere di uscire a Gisèle, l’infermiera brunetta e formosa del pavillon cinq conosciuta tempo prima.
«Cosa è successo adesso, Gérard?» chiese il Direttore, il dr. Armand Bétancour, un ometto tutto scatti e forfora.
«Si tratta di Prosper Lemoine!» rispose Gérard.
«Non è possibile! Ancora lui?» esclamò il Direttore, lanciando davanti a sé, sulla larga scrivania, una pratica che stava fingendo di consultare.
Armand era riuscito a ricoprire quel posto grazie al cugino Lucien Duhamel, generale di Corpo d’Armata, molto influente al Ministère de l’Intérieur. Era sgradito soprattutto al valido dr. Lionel Massenat che, dopo aver trent’anni di gestione interinale della struttura, aveva ritenuto a buon diritto che la Direzione spettasse a lui. E invece…
«Si può sapere cosa ha combinato oggi, Prosper?» chiese, cercando di mantenere un tono autorevole. «Si è rinchiuso di nuovo nel frigo? O è entrato nel pollaio a covare le uova con le altre galline, come la settimana scorsa?»
«Peggio, Direttore, peggio. È salito sul platano del cortile sud, a dieci metri d’altezza, e si rifiuta di scendere».
Il Direttore a quel punto si alzò dalla sedia, sentendo l’acido ribollire nello stomaco.
«Abbattete l’albero», ordinò il Direttore senza esitazione.
Se suo cugino lo avesse visto in quel momento, a prendere una decisione in modo così sicuro e rapido, sarebbe stato fiero di lui.
Gérard deglutì. Si armò di pazienza e replicò:
«A parte che, se abbattessimo l’albero, Lemoine, cadendo da quell’altezza, morirebbe…»
Nel frattempo, Étienne pensava che se si presentava alla ragazza con un bel mazzo di fiori variopinti, forse avrebbe fatto colpo su di lei. “Alle donne piace quella roba lì…”, si disse.
«Il vero problema», continuò Gérard, «è che non è da solo. In cima all’albero, voglio dire…»
Étienne si era appoggiato a un mobile per pensare meglio ai fatti suoi.
«Ah no? E chi sarebbe quell’altro strambo che sale su un albero con un autentico pazzo furioso?» chiese Armand, battendo il pugno sulla scrivania.
«Non è uno strambo, ma una stramba. È salito lassù con la sua fidanzata».
«Cosa?»
«Sì, si tratta di Gisèle Brisset. È una delle nostre infermiere, lavora al pavillon cinq».
Étienne sentì la sua bolla di pensieri sgonfiarsi sulla sua testa e si ritrovò catapultato nella realtà. «Fidanzata? Gisèle?» riuscì solo a balbettare al collega.
«Sì, certo, va avanti da almeno un mese…» confermò Gérard sottovoce.
«Ma… ma…» Le gambe di Étienne diventarono molli.
«E cosa vogliono? Si può sapere? Avranno una richiesta?» incalzò Armand. Della forfora scese sulla scrivania come neve a Natale.
«Sì, vogliono sposarsi. Però, essendo lui interdetto legale come paziente grave psichiatrico, non potrà mai farlo. Da qui la protesta. Vogliono che gli venga revocata l’interdizione».
E Gérard a quel punto si mise in attesa della domanda fatidica che, nei casi apparentemente irrisolvibili come quello, il Direttore puntualmente faceva.
E infatti, Armand iniziò a fare avanti e indietro per la stanza, lanciando ogni tanto un’occhiata angosciata fuori dalla finestra in direzione del fiume Agne. A quell’ora, di solito, compariva vicino al ponte un pescatore, ma stranamente non c’era.
Poi, Armand si fermò come avesse esaurito la carica. Puntò l’indice monitorio in direzione di Gérard e sparò la tanto attesa domanda.
«Il dr. Massenat cosa ne pensa?»
«Il dr. Massenat purtroppo è in permesso da ieri mattina» rintuzzò l’inserviente che si era già preparata la risposta. «È in Camargue, da sua madre anziana. È molto ammalata».
Ad Armand vennero i sudori freddi. Non sapeva cosa fare. Solo Massenat avrebbe saputo che fare. Avrebbe dovuto prendere lui una decisione. Ma quale?
«E tu cosa ne pensi, Gérard?» chiese dopo un po’, cercando disperatamente un aiuto.
L’inserviente anziano, divertito dalla difficoltà del Direttore, gli riferì:
«Ho fatto predisporre dei teloni robusti intorno all’albero come misura di sicurezza. Un gruppo numeroso di inservienti è già sul posto, in attesa dei suoi ordini».
Un sorriso di compiacimento apparve sulle labbra di Gérard.
Approfittando della confusione del Direttore, Étienne si avvicinò allora al collega e gli sussurrò:
«Fidanzata? Ma sei sicuro? Gisèle con Prosper? Possibile?». Il ciuffo ribelle proprio non ne voleva sapere di stare al suo posto.
Gérard, però, non gli rispose. La sua attenzione era concentrata sull’agitazione crescente del Direttore. Armand pensò che se avesse telefonato a Massenat sarebbe diventato lo zimbello di tutti. Poi, ebbe un’illuminazione.
«Facciamoli sposare», disse d’improvviso.
«Come dice, Direttore?», chiese Gérard, incredulo.
«Ma sì. Organizziamo un matrimonio finto. Un mio amico si travestirà da prete e prenderemo tra il personale due testimoni. E voilà! I due arrampicatori di alberi avranno quello che vogliono e alla fine scenderanno di loro spontanea volontà».
«Non si fideranno mai di noi, Direttore…», replicò l’inserviente, scuotendo la testa. «Non scenderanno».
«Infatti, non devono scendere. Almeno non è necessario che lo facciano subito. Piuttosto facciamo arrampicare sull’albero il prete e i due testimoni, e il gioco è fatto».
Gérard ed Étienne rimasero senza parole.
«Andate, eseguite!», ordinò il Direttore battendo le mani.
Sì, decisamente il cugino sarebbe stato fiero di lui.
Gli inservienti caricarono sull’albero i vestiti, gli anelli nuziali, il prete e i due testimoni. Fecero intervenire la banda musicale del paese, insieme ai parenti degli sposi che suonarono con grande impegno e poche stonature. Solo la madre di Prosper volle salire anche lei, per stare vicino al suo “bambino” di sessant’anni in un momento così importante.
Per non farsi mancare nulla, fecero issare anche la torta, i piatti, le flûte per lo champagne e persino un cameriere. L’albero fu ben presto stracarico e cigolava per lamentarsi. Nessuno però lo ascoltò perché l’entusiasmo era alle stelle.
Armand alla fine addirittura si commosse, mentre Étienne, in un angolo del cortile, piangeva e si disperava. La sposa era effettivamente bellissima e lo sguardo di Prosper sempre più spiritato e incredulo per tanta fortuna.
Poi, all’improvviso, il vecchio tronco malandato del platano, appesantito dalle persone e dalle cose che vi si trovava, si piegò paurosamente spezzandosi in due. Sposi, finto prete, testimoni e camerieri rovinarono sui teloni che Gérard si era rifiutato di far togliere. La torta, come se avesse avuto un’anima propria, colpì invece in pieno il Direttore, ancora intento ad applaudire. Un fotografo, presente per documentare il sì dei nubendi, impiegò un intero rullino per immortalare l’evento. Gli scatti finirono su tutti i giornali della nazione.
Insomma, una carriera, quella del Direttore Bétancour stroncata sul nascere.
Il mattino seguente, il dr. Lionel Massenat, a un tavolino in riva al mare, vide sul quotidiano locale la fotografia del Direttore . Era impiastricciata di crema al burro, glassa bianca e Pan di Spagna. L’articolo ridicolizzava in modo irrimediabile il Bétancour.
Lionel sorrise appena.
Poi si disse:
“Allora, dopotutto, una giustizia c’è”.
Nella Sala delle Radiose Decisioni
Kim attendeva con impazienza che il Fratello Leader posasse il Suo mirabile sguardo su di lui. Era quasi mezz’ora che si trovava davanti alla sua imponente scrivania e cominciava a temere che il Supremo non l’avesse notato. Tuttavia, questa possibilità sembrava improbabile, quasi risibile, dato che il Fratello Leader era noto per la sua capacità di osservare e percepire ogni cosa.
Kim Jin-lee, il Tuttofare del Fratello Leader, non aveva un ruolo specifico. Poteva muoversi senza sforzo tra il cospetto del Supremo e i recessi più nascosti del Paese, eseguendo compiti delicati con discrezione. Dalle efferate sopraffazioni di avversari scomodi agli equilibrismi di mediazione internazionale passando attraverso la soddisfazione dei capricci indicibili del Supremo.
La sua presenza in quella vasta Sala delle Radiose Decisioni era stata richiesta a seguito di un incidente spiacevole. Aveva avuto luogo il giorno precedente, durante la parata del XXV Luminoso Anniversario.
Mentre il Fratello Leader passava infatti in rassegna, scortato dal fidato e implacabile Generale della Guerra Park Myung-chul, l’arsenale di carri armati e di lanciamissili avveniristici, ispezionando le truppe aviotrasportate, la fanteria e i reparti speciali, aveva salutato anche la sua personale élite di sicurezza.
Fino a quel momento, tutto era proceduto senza intoppi.
Tuttavia, una improvvida guardia, anziché mantenere lo sguardo vuoto e regolato all’infinito, aveva osato fissare il Supremo negli occhi per un attimo, accennando persino a uno sciagurato sorriso.
In altre circostanze, lo avrebbe giustiziato personalmente secondo l’estro del momento. Tuttavia, aveva da tempo dismesso simili passatempi, optando per un approccio più amabile che tanto piaceva al suo popolino.
Il Fratello Leader, interrompendo la parata, aveva quindi lanciato un’occhiata eloquente al Generale, che messosi sull’attenti, aveva subito eseguito il messaggio che aveva ben compreso. Senza indugiare, ordinò l’arresto del malcapitato perché lo conducessero nella “pancia di ferro”, una grossa scatola di metallo interrata dietro il Cortile d’onore che si arroventava alle prime luci dell’alba.
Questa, insomma, era la ragione della presenza di Kim Jin-lee nella Sala. Il problema, infatti, era passato ora nelle sue mani e aveva comunicazioni importanti da fare al Leader.
Finalmente, il Supremo alzò lo sguardo su di lui e gli sorrise perfino.
«L’avete decapitato?» chiese amabilmente, come se stesse domandando se avessero dato da mangiare al pappagallino.
«Ci stiamo organizzando…» rispose prontamente il Tuttofare.
Il Fratello Leader fece una smorfia di disappunto, e Kim tremò. Conosceva bene la ferocia del Supremo, che impiccava, torturava e faceva gettare nel Burrone Urlante per una semplice inezia. Una volta aveva addirittura sterminato una delegazione di industriali invitati al Palazzo Supremo per un franca riunione di lavoro.
Come segno di benvenuto, il Fratello Leader aveva fatto trovare nella loro camera un cestello del suo Soju all’anice stellato prodotto appositamente dalle proprie cantine “Avvenire celeste”. Era una bevanda che, a detta di tutti, sapeva di piscio di mucca. La delegazione, tuttavia, l’aveva disdegnata e sostituita con della semplice birra di importazione. L’ira del Fratello Leader si abbatté inesorabile su di loro.
Riconoscendo questi segnali espressivi, Kim fece istintivamente un passo all’indietro.
Il Supremo, però, sorrise. Di nuovo. E disse:
«Quando tergiversi così, facendo quella faccia moscia, ci sono sempre dei problemi».
«In effetti, Fratello Leader. Se posso spiegare…»
«Spiega, spiega».
«Park Min-Ho, questo è il nome della guardia che le ha mancato di rispetto…»
«Sì…»
«Ebbene… è il fratello di Park Myung-chul, il suo Generale della Guerra».
«Davvero?»
«Davvero. E lui ne sta facendo una malattia. Si strugge dal dolore ma non vuole venire da lei per chiederLe la grazia».
Seguì una lunga pausa di silenzio che Kim non seppe come interpretare.
«Che problema c’è?» sbottò quindi il Supremo, riprendendo il suo lavoro. «Eliminate anche il fratello Generale, il padre, la madre e tutti i parenti fino alla terza generazione. Una famiglia del genere non merita di vivere».
Il Tuttofare impallidì e rimase impietrito. Non sapeva cosa rispondere.
«Sarà fatta la Sua volontà», disse infine, inchinandosi profondamente e retrocedendo senza mai voltare le spalle.
Il giorno dopo, di buon mattino, la scena si ripeté.
L’odore che aleggiava in permanenza in quella Sala era forte. Gli bruciavano gli occhi. Ne erano impregnati tende, tappeti persiani e il pelo di quel cagnaccio di Pungsan che teneva sulla scrivania come un soprammobile. Il Fratello Leader tracannava continuamente dalla bottiglia, che nascondeva sotto la scrivania, il suo terribile Soju. Anche le piante appassivano.
«Cosa c’è ancora, Kim Jin-lee? Mi stai facendo perdere un sacco di tempo…»
«È ancora per Min-Ho Park». Kim sentiva le gambe tremare. Avrebbe preferito raccogliere un chicco di riso con due canne di bambù penzolando da una fune.
«Spero che la sua testa e il resto del corpo siano già stati seppelliti in due posti diversi», commentò secco il Supremo.
«Ecco, ci stiamo organizzando», rispose Kim.
Il Tuttofare notò che il volto del Supremo era diventato di ghiaccio. Solo le mascelle si erano impercettibilmente contratte, cosa che non gli era sfuggita. Cercò di non farsi intimidire.
«È che Park Min-Ho, la scellerata guardia che l’ha offesa…», proseguì impavido «ecco… nell’identificare la sua famiglia fino alla terza generazione, abbiamo scoperto che ha un cugino, Jung Joon-Hyuk, che, purtroppo, è quel personaggio che si è procurato quelle famose foto che La ritraggono, Signore, con quel ragazzino… in quelle circostanze… sì, insomma, ha capito».
Il Supremo si alzò improvvisamente dalla poltrona che strisciò sul parquet di mogano. Il cane lo guardò con un occhio solo aperto.
«Jung Joon-Hyuk, che mi aveva assicurato che non avrebbe pubblicato quelle foto», continuò Kim, «ora però minaccia ritorsioni se suo cugino verrà giustiziato».
Il Supremo si fece pensieroso. Si avvicinò alla finestra, come per abbracciare con lo sguardo l’intero Paese. Da tre generazioni, terre a perdita d’occhio, palazzi sontuosi, immense ricchezze del sottosuolo, mare, montagne e il popolino-bue erano stati sotto il dominio ferreo della sua famiglia.
Dopo qualche istante, il Leader sospirò tornando alla scrivania.
«Che problema c’è?» chiese. «Radete al suolo l’intero palazzo dove abita Jung Joon-Hyuk, anzi, l’intero quartiere. Accusiamo Jung, con una propaganda ben addestrata, delle peggiori nefandezze, i cui dettagli ti fornirò, in modo da screditarlo agli occhi di tutti. Ovviamente, poi bruciate tutto».
Il Tuttofare pensò che non si sarebbe mai abituato a comandi del genere. Deglutì più volte.
«Sarà fatta la Sua volontà», disse dopo un po’. Con un inchino, senza mai voltare le spalle al Supremo, si allontanò.
Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, Kim Jin-lee si ripresentò per la terza volta. Sapeva di star sfidando la sorte.
«Dimmi che Min-Ho Park non è ancora vivo, o qualunque cosa dirai in questa Sala sarà anche l’ultima cosa che sentirò», tuonò Lui minaccioso, sbattendo un pugno sulla scrivania.
«È che…»
Il Tuttofare si sentiva mancare, ma doveva proseguire.
«È che questo benedetto Park Min-Ho ha una sorellastra…»
«Pure la sorellastra, adesso…»
«Sì, Fratello Leader. Non sarebbe di per sé rilevante se non fosse la shampista dell’Eccellentissima sua suocera».
Kim vide che il Supremo aveva cambiato colore. Lo vide alzarsi lentamente dalla scrivania, come se portasse sulle spalle un peso insopportabile.
«La megera?»
«Sì, l’Eccellentissima, Sua suocera», confermò Kim.
«Me ne parla sempre come l’unica capace di massaggiarle la cute con le sue ditine rosee e delicate», rifletté il Supremo. “Fa miracoli, fa miracoli”, aggiunse in falsetto, imitando la voce della temuta e potente suocera.
Kim pensò che quella imitazione gli riuscisse sempre particolarmente bene.
«Allora…», iniziò il Fratello Leader, vagheggiando come un sottomarino nella tempesta, «e allora…»
“Che diavolo si sarebbe inventato stavolta?”, si chiese Kim.
«Allora lo nominiamo governatore. Lo mandiamo all’estremo nord del Paese, in un avamposto sperduto al confine con l’Azerbaigian. Gli diamo l’ordine di costruire un avamposto difensivo e gli promettiamo una guarnigione che non gli invieremo mai».
«Ma il nostro amato Paese, che Lei ci onora di governare, non confina con l’Azerbaigian», obiettò il Tuttofare stralunato.
«Appunto, Kim, appunto. Adesso vattene, sparisci. Mi hai annoiato a morte», e si rimise a capo fitto a leggere i documenti sparpagliati sulla scrivania.
Del resto, nessuno
Nonna Rosina, come la chiamavano in paese, fissava il suo giardino desolantemente vuoto dalla finestra. Avrebbe tanto desiderato avere dei figli e dei nipoti, ma il destino aveva deciso per lei in modo diverso. Il marito era scomparso prematuramente e nessuno degli uomini del paese l’aveva mai attratta. Poi, la diagnosi del medico della procreazione assistita era scesa come una mannaia: una malattia dal nome impronunciabile le avrebbe impedito di avere figli. Le parole del medico le erano rimaste impresse:
“Si compri un gatto.”
“Sì, un gatto!” aveva mormorato lei uscendo dallo studio con un sorriso amaro: era anche allergica.
Quella notizia l’aveva colpita duramente, lasciandola con un senso di ingiustizia e di profonda insoddisfazione. Non riusciva a comprendere come donne che non desideravano figli potessero averli, mentre lei, che li avrebbe desiderati più di ogni altra cosa, ne dovesse essere privata. Si sentiva condannata a una vita solitaria, fatta di giorni grigi, a volte forse un po’ meno grigi, ma altre volte anche troppo neri. Con il passare degli anni, l’età avanzava inesorabile e la depressione incalzava.
Un giorno, decise di reagire. Pensò che, attrezzando il giardino con altalene, scivoli e altri giochi per bambini, forse avrebbe fatto sì che sarebbero stati loro a venire da lei. Avrebbero riempito quel silenzio con le loro voci festose, con gli sguardi pieni di stupore, con la gioia di vivere. E così fece.
Con i risparmi che aveva da parte, comprò subito due altalene, una per i più piccoli e un’altra per quelli un po’ più grandi. Poi si fece montare uno scivolo, una corda per arrampicarsi, una ruota dentata colorata da far girare e una buca con la sabbia. E poi tanti giocattoli riposti in una grande scatola. Sembrava esserci tutto. Così aprì il cancello del giardino e iniziò a invitare mamme e nonni. All’inizio, si vedeva, erano titubanti, incerti per quella novità forse anche un po’ stramba. Ma tutti in paese conoscevano bene nonna Rosina, e le resistenze furono presto vinte. I bambini avevano un posto tutto loro dove poter giocare felici, e gli accompagnatori sembravano sereni e rilassati.
Si mise quindi a offrire ai bambini anche degli spuntini e dei succhi di frutta. Era insomma tutto perfetto e se il tempo era bello, il giardino di nonna Rosina diventava una tappa obbligata.
Ora, a quella stessa finestra, la donna guardava il giardino pieno di ragazzini vocianti e felici. Le brillavano gli occhi, anche se quel brillio era indecifrabile per quella malinconia indelebile che le velava sempre lo sguardo. Si rese conto che quando i bambini ridevano, lei sentiva il cuore batterle forte, non di tenerezza, ma come se ogni risata allargasse dentro di lei un vuoto sempre più grande. Sì, qualcosa in lei si era rotto.
No, non era giusto, si ripeteva spesso scuotendo la testa.
E si chiamava Christian il suo preferito. Un bimbetto di cinque anni, biondo, gli occhi scuri e vispi. Era il suo preferito forse perché le assomigliava. Se avesse avuto un figlio dal povero marito suo nipote sarebbe stato così. Con il sole nello sguardo. Avrebbe avuto anche le fossette, impertinenti, rubabaci, su un viso dolce ma da discolo.
Poi, mamme e papà sempre di fretta, o nonni un po’ pigri o troppo anziani, iniziarono a lasciare i bambini sempre più a lungo e da soli con nonna Rosina. Come baby-sitter era del resto fantastica. Guardava i pargoli senza mai perderli di vista, dava loro la merenda e da bere. Li faceva stare bene, al sicuro. Come a casa loro. Era una benedizione del cielo che tutto ciò potesse avvenire in quel piccolo paese dove ognuno pensava piuttosto ai fatti propri. E poi, cosa che non guastava, quella donna non voleva nulla in cambio. Rifiutava soldi e doni personali. Solo cose che avrebbe potuto utilizzare per far star meglio i piccoli. Tutt’al più riceveva solo qualche frettoloso grazie dai genitori e nonni quasi le facessero un favore a occuparsi dei loro bambini. Del resto, sembrava felice, appagata. Era quella che ci guadagnava di più. Pensavano.
E poi, una bellissima giornata di tarda primavera, quando l’erba era già verdissima e i fiori profumavano come in un’unica fragranza, rimirando il giardino più pieno del solito di ragazzini, si disse:
«Sì, può bastare.»
E allora lentamente andò al cancello e lo chiuse bene con doppia mandata dal di dentro. Poi andò in cucina a prendere un grosso coltello per disossare il tacchino. Quando fu sulla soglia della porta, ancora un po’ incerta sul da farsi, constatò, per l’ennesima volta, che non c’era nessun adulto con loro. E allora si convinse che quella era la scelta migliore. Non c’era altro da fare né di aspettare. E per incoraggiarsi disse a voce alta:
«No, non è giusto.»
E si mescolò tra i bambini gioiosi e strepitanti, come faceva sempre.
Christian fu il primo. E poi gli altri.
Ma li guardò tutti bene negli occhi, a lungo, uno dopo l’altro, mentre vedeva la luce della vita spegnersi in un lampo. I piccoli del resto non fuggivano, non gridavano. Rimanevano immobili, increduli. Osservavano solo quel coltello entrare e uscire dai loro corpicini come fosse un nuovo gioco.
Del resto, nessuno aveva insegnato loro cosa fosse la morte.
Il Paradiso alla deriva
«Commodoro!»
Arthur Wilson era in piedi davanti alla finestra. Si passava da un lato all’altro della bocca il suo eterno sigaro. Tentava di evitare che il fumo gli andasse negli occhi. Ma non era in grado. Non era ancora riuscito ad abituarsi al fatto che non avesse più da tempo il naso. Gli era stato tagliato di netto nel primo giorno di scontro con gli indigeni di quella terra, cinquant’anni prima. Fumare, da allora, era sempre stato un problema.
Incollato ai vetri ammirava il mare, che brillava di un prepotente blu cobalto. Quel colore pareva volersi far largo nel portico per entrare nella stanza e sovrapporsi a tutti gli altri.
Era quello uno di quei momenti in cui capiva perché avrebbe voluto, un giorno, essere seppellito nel giardino di quella farm.
Senza dire una parola, si girò a fissare negli occhi il suo assistente. Il fidato Jedd Garber era appena entrato ansante.
«Commodoro, stanno arrivando altri turisti dal continente.»
Guardò anche lui il mare, chiedendosi se fosse mai riuscito un giorno a tornare a casa.
Wilson a quelle parole si rabbuiò.
L’Isola di South Sentinel era situata nel bel mezzo dell’oceano ma da tempo aveva iniziato ad attirare un numero sempre più crescente di persone. Sembrava si moltiplicassero a ogni sciabordio delle onde.
Ed era stata tutta colpa di Jimmy, il figlio adolescente dello stesso Garber. Il padre l’aveva portato con sé sull’Isola durante il precedente periodo estivo di assegnazione. Al suo ritorno sulla terraferma, il ragazzo aveva prodotto una serie di podcast di successo, scatenando l’interesse irrefrenabile per quella terra, decantata per le sue bellezze, le risorse minerarie e la bella vita. E si era scatenato il finimondo. Da allora arrivava di continuo gente in nave, in motoscafo, in gommone.
La fragile economia locale non avrebbe retto.
Non c’erano strutture adeguate ad accogliere tutta questa gente, senza contare che molti decidevano di fermarsi in pianta stabile.
Il problema peggiore era però l’ordine pubblico. L’aumento del consumo di arak, un potente distillato prodotto sull’Isola, aveva acceso risse feroci tra etnie e religioni in tensione tra loro da generazioni.
Il sole sulla terra del Paradiso sembrava aver cominciato a tramontare.
«C’è qualcos’altro che vuoi dirmi, Garber?» chiese notando che il suo assistente rimaneva fermo sulla soglia. I due avevano condiviso più tempeste che pasti caldi, e tra loro la fedeltà era ormai un’abitudine, più che una scelta. E si capivano anche con un solo cenno.
«Sì, Commodoro. Si è creata anche un’altra situazione, direi incresciosa.»
«Incresciosa? In che senso?» e Wilson si sedette alla scrivania. Si tratta di lavoro, dopotutto.
«Alcuni ingegneri sono venuti dal continente per studiare la morfologia dell’Isola» continuò Garber. Ed esitò.
«Continua, su» incalzò il Commodoro. «Non farti pregare».
«Ebbene, hanno scoperto che South Sentinel sta sprofondando.»
«Cosa stai dicendo? Non è possibile! Cos’è? Bradisismo? Non mi risulta che l’Isola sia soggetta a fenomeni simili.»
«Sì, infatti, non lo è. Hanno studiato a fondo la questione e hanno capito di cosa si tratta. Sta sprofondando per il peso eccessivo delle persone.»
«Troppo peso? Che razza di sciocchezza è questa?»
Il Commodoro si era alzato di nuovo in piedi e si stava asciugando le lacrime: il fumo del sigaro gli era appena entrato negli occhi.
«Purtroppo, no, Commodoro. Gli ingegneri hanno verificato che l’Isola, in realtà non è un’isola. È un’enorme zattera di legno.»
«Cosa? Una zattera? E ne sono sicuri?»
«Sicurissimi. È una costruzione millenaria. Anche a causa della copiosa caduta iniziale di ceneri vulcaniche del vicino Kaunaloa, si è formato successivamente uno strato molto spesso di terra coprendo l’intera zattera. Ed è rimasta nascosta persino la catena che la tiene ancorata al fondo. Nessuno se n’era mai accorto.»
«Non è possibile, non è possibile!» disse, proteggendosi il volto come fosse il fumo a infastidirlo.
«E non è tutto» continuò Garber. «Alcuni anziani raccontano che sotto la zattera vivrebbe uno dei cinque Giganti Orrifici del mare» disse Garber serio. «Il Gigante avrebbe costruito la zattera perché gli doveva servire da riparo dalle onde oceaniche, giusto per potersi finalmente addormentare dopo anni di lotte tempestose con i demoni dell’oceano. E grazie a questa zattera sarebbe riuscito in effetti, in tutti questi secoli, a riposarsi. E se il Gigante si sveglierà, perché la zattera gli sarà caduta addosso, scatenerà su di noi la sua incontenibile ira. E per noi sarà la fine. Così dicono.»
«Non è possibile, non è possibile!» ripeteva Wilson che, pur non credendoci, aveva sempre saputo di quelle leggende.
«Pareva una diceria. Fino a questa mattina» proseguì l’altro. «E invece…»
Wilson si incupì.
Il peso di migliaia e migliaia di persone, rispetto alle poche centinaia di un tempo, stava dunque facendo affondare il pontone.
Garber notò a quel punto che Wilson aveva eccezionalmente posato il sigaro nel portacenere. Non glielo aveva mai visto fare, tanto da aver avuto sempre il sospetto che fumasse anche quando dormiva. La situazione dunque doveva essere molto grave.
Guardò ancora una volta la distesa oceanica pensando a quanta acqua lo divideva da suo figlio. Non nutriva per il ragazzo alcun rancore per quanto aveva combinato con quei podcast. Come poteva? Anzi, poteva al contrario essere il segno del destino: se South Sentinel avesse dato segni vistosi di cedimento lui avrebbe avuto un’ottima scusa per andarsene finalmente di lì.
Trascorsero alcune settimane.
I residenti, dopo aver esaurito i tentativi pacifici di convincere i nuovi arrivati ad andarsene, decisero di armarsi segretamente facendo arrivare armi e munizioni dalla terraferma. Bisognava reagire, con fermezza e coraggio, per difendere ciò che avevano costruito nel tempo: le loro famiglie, le loro case, le loro terre. E bisognava farlo subito.
Quando tutto fu pronto, una calma pensosa calò per un giorno intero sull’Isola. Persino le onde del mare sembravano essersi fatte di velluto per non far rumore. Gli uccelli dal becco giallo blu, nativi di South Sentinel, avevano smesso di fischiare il loro verso melodioso non uscendo più dal nido.
Poi cominciarono a parlare i fucili.
Tutto accadde alle prime luci dell’alba. I residenti insorsero compatti, dando inizio a una battaglia breve ma sanguinosa che causò numerose vittime anche tra di loro.
A cose finite, una volta gettati i morti in mare, l’Isola riuscì a tornare alla sua normale linea di galleggiamento. La notizia della strage si diffuse a macchia d’olio in tutto il mondo, tanto che l’Isola del Paradiso fu ribattezzata Isola del Massacro. Nessuno volle più metterci piede.
Nella stanza in mogano scuro, il Commodoro sedeva ora sulla sedia a dondolo. Era assorto nei suoi pensieri. Il sigaro era immancabilmente acceso. Lo passava da un lato all’altro della bocca, come suo solito, ma con minor energia di un tempo. Gli eventi recenti lo avevano segnato profondamente, sia nello spirito che nel corpo. Difendere il Presidio della Marina gli erano costati la milza e un orecchio.
«Commodoro!» si sentì chiamare.
Garber entrò trafelato.
«Non portarmi per cortesia altre cattive notizie, Garber, almeno per i prossimi due secoli» mugugnò Wilson.
«Allora me ne vado», disse serio l’assistente accennando a voltarsi.
«No no, torna qui. Non fare lo scemo. Scherzavo. Davvero hai ancora cattive notizie per me? Non ti è bastato? Cosa è successo, ancora?»
«C’è stata una ritorsione da parte degli sconfitti prima di allontanarsi con le loro barche», spiegò Garber.
Wilson sollevò un sopracciglio.
«Hanno reciso gli ormeggi che tenevano ferma South Sentinel al fondale. È diventata una zattera a tutti gli effetti.»
Garber deglutì.
«Ora stiamo andando alla deriva, nel bel mezzo dell’oceano».
A quel punto, al Commodoro cadde il sigaro di bocca. Si alzò subito per raccoglierlo e pulirsi il pastrano.
Poi interrogò il suo assistente con lo sguardo come se potesse leggergli negli occhi la soluzione anche di quel problema. Non scorgendola, si mise allora a interrogare il mare, imitato in questo, subito dopo, da Garber.
Ma quella immensa distesa blu cobalto, come sempre, fece finta di nulla.
