«Ho una cosa da dirti» disse l’uomo in modo concitato appena vide Giorgio passeggiare sulla via principale.
«Ah, giusto tu, Lo, ti stavo per chiamare… è importante che ti parli prima io però: è urgente…» lo interruppe bruscamente l’altro. «Sediamoci qui che ho bisogno di un caffè.»
I due si sedettero al tavolino del bar più chic di Lughi con vista sulla piazza. A quell’ora la gente stava già uscendo per lo shopping del pomeriggio, favorito in questo da una giornata fredda ma con un sole tiepido e obliquo che si era sbarazzato delle nuvole del mattino.
I due rimasero in silenzio. Lombard stava aspettando che l’amico iniziasse a parlare come aveva preannunciato, ma Giorgio sembrava prendere tempo. Forse cercava con lo sguardo di attirare l’attenzione del cameriere anche se, secondo Lombard, lo stava cercando nel posto sbagliato.
«Così non va bene» proruppe all’improvviso Giorgio. Si vedeva che era nervoso e quando questo gli succedeva parlava a mitraglia come se non avesse più tempo a disposizione.
«In che senso?» chiese l’altro con quel suo accento spiccato dell’Oklahoma che, nonostante fosse in Italia da trent’anni, non aveva ancora perso.
«Se organizzo un ‘Dirty & Bad Tour’ per ricconi sfondati americani in cerca di emozioni forti nel nostro Paese, tour che prevede tra l’altro, come sai, il giro nei bar nelle zone più malfamate della città compreso il circolo a luci rosse ‘Sexy Suzie’ e il contorno di sostanze più o meno pesanti, mi aspetto che poi tu non mi cada sul momento clou del programma e cioè il ‘True Crime’.»
«L’idea di far rapinare per finta, ma in modo che sembri vero, il tuo pollo di turno però è stata solo tua, Giorgio, per cui… io ho sempre sostenuto che fosse una trovata balorda e tutto sommato pericolosa oltre che dai risvolti imprevedibili.»
«Certo, ma ha sempre funzionato come dicono le laute mance che a fine tour mi lasciano e le sostanziose gratifiche che ti allungo. Solo che questa volta, e per giunta per un cliente che è un grosso finanziere di Dallas, un’autentica ‘balena’ che alza sul serio un sacco di grana, tu hai mandato uno che con la rapina farlocca ha francamente esagerato.»
«Davvero?»
«Davvero, Lo!» Giorgio aveva finalmente intercettato lo sguardo del cameriere e gli aveva fatto il segno di volere ordinare due caffè.
«Già, davvero!» riprese quindi il discorso: «al mio cliente l’hanno malmenato di brutto, l’hanno picchiato a sangue, rotti due denti, incrinata la mascella e slogato un polso. In altre parole, l’hanno mandato in ospedale. Ti rendi conto? In ospedale! Inoltre, gli hanno pure fregato 200 dollari, il cellulare e la chiave della Jaguar. Perché sembra sparita pure quella.»
«Caspita.»
«Ecco, appunto, ‘caspita’. Ora vedi di rimediare, per cortesia, e in modo piuttosto rapido. Fai che il mio cliente possa recuperare quantomeno la Jaguar. Dirò che la polizia da me allertata è intervenuta prontamente, che hanno arrestato il delinquente e recuperato parte della refurtiva. Così ci facciamo anche bella figura con le istituzioni. Il cliente serberà del suo viaggio un ricordo crudo ma tutto sommato a tinte emozionanti. Anche se forse un po’ troppo.»
«Ecco, a questo proposito, Giorgio…»
L’amico alzò lo sguardo come se vedesse Lombard attraverso le lenti appannate di un paio di occhiali. Nel frattempo, erano arrivati i due caffè. Giorgio bevette il suo con un colpo secco del polso.
«Era quello che volevo dirti…» seguitò Lombard abbassando la voce: «Sì… insomma… voglio dire… L’uomo che avevo incaricato per la finta rapina… beh…»
«Beh?» fece Giorgio alzando entrambi i sopraccigli.
«L’hanno arrestato in serata, prima che la potesse fare. La finta rapina intendo.»
«Cooosa?» domandò Giorgio alzando la voce e facendo rovesciare la tazzina.
«Non è lui, insomma, che ha rapinato il tuo cliente» fece Lombard abbozzando un mezzo sorriso di circostanza.
«E allora chi è stato?»
«Ah…» rispose quello alzando le mani come se si arrendesse. «Non ne ho la più pallida idea.»
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Gli amici non servono anche a questo?
«Hai una pessima cera.»
Matteo giocherellava con il bicchiere bevuto a metà. Realizzò solo dopo qualche istante che a parlare era il suo amico seduto al tavolino del bar con lui.
«Gentile davvero…» gli rispose.
«Dico sul serio, non ti ho mai visto così giù…»
«Lascia perdere…»
Roberto alzò lo sguardo in direzione del corso che a quell’ora si stava già affollando di gente per il quotidiano struscio del tardo pomeriggio. Notò che, poco distante, due giovani si erano appena incontrati davanti alla farmacia. Lei, in una attillata tutina rosa, aveva fatto il gesto di voler baciare il ragazzo, ma poi ci aveva ripensato.
«Lo sai che a me puoi dire tutto, che ti succede?» gli chiese Roberto distratto.
Matteo si chiuse in un mutismo difensivo.
«Allora?» incalzò l’amico. «Tanto sappiamo entrambi che finirai per dirmelo.»
«È meglio di no.»
«Non ti lascerò in pace fino a quando non me lo dirai. Lo sai quanto posso essere insistente.»
«Altroché se lo so. Va bene. Ma poi non lamentarti come tuo solito…»
«Figurati!»
«È che ho ucciso mia moglie» confessò d’un fiato.
A Roberto cadde la sigaretta dalle labbra finendo sulla sottostante fetta di torta al ribes.
«Che dici? Sei impazzito?»
«No… non l’ho ammazzata sul serio… ecco… cioè… sì… l’ho fatto, ma in sogno.»
«Come in sogno? In che senso?»
«Nel senso che, nel corso di un brutto litigio, in sogno, ho finito per sparare a mia moglie.»
«Ma se sei la persona più pacifica che io conosca e… e inoltre non hai neppure una pistola.»
«Certo che non ce l’ho. Poi amo mia moglie, né ho mai avuto motivo di questionare con lei.»
«E allora?»
«Allora è successo, anche se solo in un sogno: vallo a spiegare l’inconscio! Per farla poi breve mi hanno arrestato, processato e condannato per benino. Le prove erano schiaccianti anche perché, come puoi immaginare, ho subito ammesso il fatto.»
«Almeno nei sogni la giustizia funziona, allora…» osservò l’altro caustico.
La coppia di giovani davanti a loro adesso si stava abbracciando ma piangevano teneramente entrambi dandosi reciproco conforto.
«E quindi?» chiese ancora Roberto che non riusciva a staccar gli occhi da loro.
«E quindi, sarà per l’avvocato scarso sarà per il fatto gravissimo in sé, mi hanno dato l’ergastolo. Non contento di averle sparato, l’ho infatti pure gettata dalla finestra. Roba da matti. Insomma, mi hanno riconosciuto tutte le aggravanti possibili e nessuna attenuante.»
«Caspita…»
«Ora in questo incubo sono a regime di carcere duro.»
«Come un efferato criminale…»
«Non mi prendere in giro…»
«No… certo, scusa… però è un sogno, no? Ti svegli e tutto torna alla normalità.»
«La fai facile, tu, amico mio. Il problema è che appena mi addormento mi ritrovo in quella cella fetida, caldissima e sovraffollata con ceffi della peggiore specie. Le risse, gli accoltellamenti e le vessazioni sono all’ordine del giorno. È tutto dannatamente realistico, te lo assicuro, ed è l’incubo di tutte le sante notti. Mi sveglio di soprassalto, urlando. Cerco di calmarmi, e se mi riaddormento mi ritrovo puntualmente dietro le sbarre e questo fino a quando non mi alzo, insonne. Ormai ho il terrore di mettermi a letto. Sto uscendo pazzo.»
«Mi spiace davvero… dovresti andare a farti vedere da qualcuno bravo.»
«Ci sto andando, dallo psichiatra. Dice che è un trauma infantile riemerso per lo stress da lavoro e che ci vorrà del tempo…»
«Del tempo…» fece eco l’amico che non sapeva cosa dire.
«Adesso scusami ma devo proprio andare» disse Matteo alzandosi senza finire l’aperitivo. «Devo passare in farmacia per ritirare degli ansiolitici…»
Anche la ragazza in tutina rosa se ne era appena andata. Il giovane invece era fermo, impietrito, gli occhi a terra. La faccia pallida.
«Ah, vai via… ci vediamo però domani?»
«Domani? No no ci vediamo stanotte!»
«Come stanotte?»
«Eh sì… Per qualche strano motivo quando parlo con qualcuno del mio incubo me lo ritrovo poi la notte seguente nel mio sogno, rinchiuso con me nello stesso carcere… Te l’avevo detto che non volevo parlartene. Ma tu hai insistito… Va be’ dai, almeno ci facciamo compagnia! Gli amici non servono anche a questo?»
Sei d’accordo?
Quando la vide entrare nel bar gli si allagò il cuore di una sensazione inebriante. Le piaceva tutto di lei. Quel suo modo di inclinare la testa come per chiedere scusa di esistere, quello sguardo dolce e profondo, pieno di promesse e di desiderio di vivere, quel modo di vestire sobrio ma elegante senza mai essere ricercato e sempre a suo agio in ogni occasione.
Lei lo salutò con uno dei suoi soliti sorrisi disarmanti, quella spruzzata irriverente di lentiggini che le si arricciavano sul naso per renderlo ancor più attraente, e si sedette al tavolino davanti a lui, leggera, come una nuvola di prima estate.
Sì, le piaceva tanto anche la sua voce. Lei parlava, come adesso, con quel suo tono suadente, confidenziale, facendo sembrare interessanti anche le questioni più banali. E poi quel suo velato accento straniero che aveva preso quando aveva studiato all’estero; lo si sentiva solo quando si emozionava e quando mostrava la parte più vulnerabile di sé; la rendeva esotica, misteriosa, piena di fascino. Gesticolava appena – gli piacque osservarla – quanto bastava a sottolineare le parole nel loro significato più segreto. Parole che le uscivano una dopo l’altra come un rosario antico da quelle labbra carnose, sensuali senza essere volgari o appariscenti.
E poi aveva quel leggiadro tic di portarsi ogni tanto i capelli da un lato a mostrare, all’improvviso, quel piccolo, morbido orecchio da mordicchiare, impreziosito da un diamantino sul lobo appena accennato che sembrava raccogliere tutta la luce del sole.
E poi arrivò il cameriere e lei ordinò senza esitazione anche per lui, perché ormai lei lo conosceva più di se stesso, nel profondo, come si addice a una donna che dopo tanto cercare era riuscito a trovare quale degna compagna, come futura madre dei suoi figli, come amica e complice di vita; l’unica persona su questa terra che dopo anni di felice sodalizio riusciva a farlo sentire finalmente completo e appagato, assicurandogli una sensazione di pienezza, di pacata serenità ma nel contempo di gioiosa vitalità.
Quanto l’amava!
«Allora sei d’accordo?»
Lui che era rimasto rapito dalla sua immagine da quando era entrata nel bar, non seppe che rispondere, essendosi accorto solo in quel momento che non l’aveva ascoltata.
Lei sorrideva. Era chiaro che si aspettava una risposta affermativa. Pensò.
«Ma certo!» rispose lui con entusiasmo dopo qualche secondo.
Lei gonfiò il petto generoso in un ampio sospiro.
«Sono proprio contenta. Sai ero tanto preoccupata. Dirti che ero incinta di un altro non era facile. Ma come ti ho detto, dobbiamo assolutamente rimanere amici, non dobbiamo perderci. Che persona meravigliosa che sei!»
E, alzandosi dalla sedia, gli mandò un bacio soffiandolo dalla mano e uscì velocemente dal locale.
Mocktail
«Dice che si è appena seduto, che è molto stanco e che si alza subito» fece il ragazzo fissando un punto in alto alla sua sinistra, giusto per richiamare le esatte parole che aveva sentito. In realtà l’uomo, cui il cameriere stava facendo riferimento, era seduto al tavolino nel déhors del bar da almeno venti minuti e non aveva ordinato nulla. Quella era l’ora di punta e c’erano diversi turisti impazienti, in piedi, che aspettavano il proprio turno per sedersi.
«Va bene» disse Tullio al ragazzo «ci penso io…»
Uscì sulla piazza. Era una bella giornata di sole, come non ce ne erano state da diverse settimane. I turisti, soprattutto stranieri, erano arrivati a comitive a gremire le strade e le vie di Lughi. E la sua celebre piazza.
«Sono desolato, signore, ma le regole della casa impongono per chi vuole rimanere seduto, l’obbligo della consumazione…» gli fece Tullio cortesemente.
L’uomo davanti a lui poteva avere una cinquantina d’anni, mal portati. La camicia era sgargiante e il viso quasi del tutto occultato da pesanti occhiali da sole con lenti molto scure; i capelli erano corti, sul davanti, ma lunghi e appiccicaticci su un collo che avrebbe avuto bisogno di una urgente lavata, e pure da qualche giorno.
«Detto già suo ragazzino, ora vado subito, riprendo fiato… io stanco.»
«Mi perdoni, ma la sedia su cui è seduto per me è molto costosa, perché si trova su una piazza famosa, di una città rinomata. Non è la panchina di un giardino pubblico…» precisò Tullio mantenendo un tono garbato. «Se non consuma non può stare qui.»
«Quante storie fai tu… adesso allora penso sopra… e poi dico…»
L’accento era indefinibile. Poteva essere greco, del Montenegro forse, o cipriota; insomma più o meno di quelle parti: aveva un amico che parlava così. Dopo un po‘ Tullio capì che cosa lo stava irritando. Era il sorriso insolente e arrogante di chi è abituato a comandare e a pretendere vivendo alle spalle altrui.
Tullio tornò senza fiatare dentro al bar. Sbrigò alcune ordinazioni appena prese, lasciò trascorrere cinque minuti e poi riuscì:
«Allora, signore, ha potuto scegliere qualcosa dal menu che le piacerebbe bere o mangiare?» chiese di nuovo con cortesia al turista.
«Ancora tu?» chiese l’altro sbuffando con fare eccessivo, ma senza alzare lo sguardo dal display della costosa macchina fotografica che aveva tra le mani: stava visionando le foto scattate nella giornata.
«Non vollio niente, lascia me stare. Voi tanto fieri di vostra ospitalità… e poi pensare solo a sporco denaro e infastidire me povero uomo che cerca solo ombra e pace» gli disse squadrandolo con aria di sfida. Tullio rimase impietrito. Ricambiò l’occhiata fino a quando il tizio non si mise nuovamente a guardare le foto, come se lui se ne fosse andato.
Tullio rifletté, poi disse:
«Lo sa… ha ragione, l’ospitalità innanzi tutto. Sono davvero spiacente di averla importunata. Sono sicuro che lei è accaldato e che le farebbe piacere una bevanda dissetante, tipo mocktail, la specialità della casa; lo accetti, la prego, come segno delle mie sentite scuse e omaggio del nostro bel Paese che la ospita.»
E subito tornò al banco a preparare la bevanda, personalmente.
«Eccola» disse tornando dopo qualche minuto e posando il bicchiere umido di ghiaccio davanti al turista sbalordito. Il mocktail era imponente, colorato, invitante. L’uomo senza neppure ringraziare vi si avventò a berlo.
Tullio, soddisfatto, rientrò lentamente nel bar. Prese un foglio di carta e scrisse con un pennarello a caratteri di scatola le parole: “FUORI SERVIZIO” e lo attaccò alla porta del bagno chiudendola subito dopo a chiave.
«Oddio, si è intasato di nuovo?» fece l’altra cameriera.
«Per noi no, ma per quello seduto là fuori, sì. Quando fra qualche minuto faranno effetto le venti gocce di lassativo che gli ho appena messo nella bevanda credo che in qualche modo lascerà il tavolo.»
Distorsioni
«Sei pronta? Dobbiamo andare. Il treno non aspetta!» disse lui prendendo dal piattino sul comò le chiavi e l’orologio.
«Sì, un attimo solo, caro: mi taglio le unghie dei piedi e sono pronta.»
«Le unghie dei piedi? Adesso?» chiese lui indispettito e controllando l’ora.
«Faccio in un attimo…»
«Non te le sei tagliate ieri, scusa? E poi non ci potevi pensare prima?»
«Sì sì caro, me le sono tagliate ieri… ma se nel frattempo fossero cresciute?»
«Stai scherzando? Andiamo che è tardi» fece lui risolutivo prendendola delicatamente per il braccio.
«Hai visto, caro?»
«Cosa?» chiese lui compulsando il telefonino.
«Il controllore… ha guardato prima il biglietto e poi le mie scarpe…»
«È una donna. Ha notato che sono belle, che c’è di male? Dovresti essere contenta…»
«Ma no! Non guardava le scarpe… o meglio sì, le guardava, ma si è accorta piuttosto delle mie unghie lunghe.»
«Maria, cosa dici, attraverso le scarpe? E poi le unghie abbiamo stabilito che sono corte, no? Che ti prende?»
«E se andassi alla toilette, per controllare meglio, solo per un attimo?»
«Non ti muovere di lì, Maria… piantala per favore: non possono essere cresciute nell’ultima ora…»
«Cosa mi costa dare un’occhiata? Caro…»
«E poi è pericoloso in treno, stiamo andando a 300 km/h: una vibrazione e ti infilzi con le forbici…»
«Dici?»
«Dico.»
«Mentre stavamo scendendo il controllore mi ha dato un’occhiata strana… prima a me e poi alle…»
«Sei proprio fissata, allora… smettila, ti ho detto!»
Lei sospirò, individuò dov’era l’uscita della stazione. Si sentì d’un tratto tutti gli anni che aveva.
«Ecco lo sapevo…» disse muovendosi.
«Cosa c’è ancora?» domandò lui controllando se la borsa che teneva per la maniglia era al suo posto.
«Cammino male…»
«Non sarà per via delle unghie lunghe dei piedi?»
«Ecco vedi, te ne sei accorto persino tu!»
«Ti sto solo prendendo in giro…»
«Sarà… ma se ora andassimo nella toilette di un bar… mi sono portata le forbicette da viaggio…»
«La giornata è lunga Maria, pensi di fare così fino a quando non torniamo domani sera?»
«Sì hai ragione… dopo tutto non possono essere così lunghe…»
«Non lo sono affatto, questa è la verità…»
«E se te le facessi vedere?»
«Non ho nessuna intenzione di vedere i tuoi piedi Maria in questo istante, proprio adesso poi che devo incontrare il Presidente… anzi devo proprio andare; ci vediamo al nostro solito bar, quando ho finito: ti chiamo sul cellulare fra un’ora o poco più…»
«Allora come stai?»
«Ci ho riflettuto bene su quello che mi hai detto oggi, caro…»
«E cioè?»
«Sul fatto che le unghie dei piedi non possono essermi cresciute così velocemente…»
«Meno male, cominciavo a impensierirmi…»
«Sì, ho esagerato; probabilmente sono solo un po’ insicura di me; lo sai… da quando…»
«Certo lo so, cara, non preoccuparti» fece lui osservandola con tenerezza. «Ora andiamo a prenderci un buon caffè; l’incontro è andato più che bene. Su, metti il cappello che prendi freddo in testa» le disse accarezzandola.
«Non posso…»
«…»
«Mi scivola via da un lato, ho già provato…»
«…»
«Non ti arrabbiare, caro, è da questa mattina… Mi si è rimpicciolita la testa…»
