La trama del romanzo

cowboyGuardava dalla finestra alla ricerca di un suggerimento, come si trovasse lì, sotto l’albicocco insieme alle dalie, o fosse portato in giro dal becco di un merlo. Ogni tanto si alzava dalla scrivania per avvicinarsi nervoso all’ampia vetrata del giardino per poi risiedersi subito dopo sconsolato. No, non gli veniva in mente nulla per far progredire la trama del romanzo. Era bloccato. Gli era sembrata una buona idea inserire a quel punto della storia un colpo di scena per ribaltare il vantaggio che il protagonista aveva sul ‘cattivo’ di turno, ma ora Ethan si trovava in fondo al crepaccio di una vecchia miniera piena di vipere, mentre Dodge, nel frattempo, era riuscito a fuggire. Come fare ora per rimettere in gioco il ‘suo’ Ethan? Far passare per caso qualcuno da quelle parti, attirato dalle sue grida, e farlo liberare? Troppo scontato oltre che poco plausibile… Ethan non era il tipo da urlare per essere soccorso. Farlo uscire dalla buca con le sole sue forze? Non avrebbe avuto allora alcun senso metterlo in quella situazione per poi disimpegnarlo facilmente. Oltretutto, per rendere il tutto più verosimile, qualche riga prima, aveva pure scritto che nella caduta si ero rotto un braccio. No, doveva escogitare qualche altra soluzione. Chiuse gli occhi e si concentrò.
«Aiutami…» gli disse a un certo punto Ethan nella sua testa.
«Ci sto provando… ci sto provando» gli rispose l’Autore dopo un po’. «Devi avere un po’ di pazienza.»
«No, non ci stai provando abbastanza: mi fa un male bestia questo braccio… perché mi hai fatto cadere qui dentro?»
«In fondo la colpa è solo tua, Ethan, se fossi un po’ meno impacciato con le armi avresti saputo come ci si comporta nel vecchio West. Sparando a Dodge, che hai pure mancato, non saresti caduto all’indietro per il rinculo.»
«Guarda che mi hai fatto tu così, per me andava bene anche essere un pistolero…»
«Non avrebbe funzionato… il romanzo si poggia sul contrasto tra te che sei un giovane e goffo medico di campagna e il tuo avversario, un famoso tagliagole, che ha ucciso, in un tentativo di violenza, tua sorella; e ora tu lo vuoi morto per vendetta.»
«Se lo dici tu… comunque fai presto a parlare, tanto qua sotto ci sono io… dai, vieni a darmi una mano… quando sono arrivato e ho sorpreso Dodge che dormiva ho notato, attaccato alla sella del suo cavallo, un lazo: prendilo e buttamene giù un capo…»
«Aspetta Ethan… devo pensarci su… sai la trama del romanzo…»
«Al diavolo la trama, ho bisogno di andare in ospedale, subito; vieni a salvarmi che sulla trama ci ragioniamo dopo, con calma,… che qui ci sono pure le vipere, non scherziamo!»
La voce di Ethan si era fatta imperiosa, piena di rabbia. Stava tirando fuori una grinta anche maggiore di quella che avrebbe dovuto avere.
«Va bene» gli disse l’Autore «basta che non ti arrabbi» e si immaginò di prendere il lazo dalla sella di Dodge e di srotolarlo nel crepaccio. «Ora assicurati la corda attorno alla vita, così il cavallo ti può tirare su.»
«Non ce la faccio da solo ad arrampicarmi con questo braccio. Vieni qui tu.»
Sbuffando, l’Autore si calò lentamente nella buca. Era più profonda di quello che avesse pensato. Appena pochi metri dall’entrata e già non si vedeva più nulla. L’odore di umido e di terra bagnata saturava i polmoni.
«Allora si può sapere dove sei?» gli chiese toccando terra. In quel momento Ethan lo colpì forte alla testa con un sasso tramortendolo. Lo spogliò in fretta e si mise i suoi vestiti. Poi diede una voce al cavallo che lentamente lo tirò fuori dalla buca.

«Caro ti porto un tè?… magari ti rilassi: sei così intrattabile ultimamente…» gli disse la moglie, sforzandosi di essere gentile, sulla soglia dello studio.
«No no, grazie» fece lui non muovendosi dalla scrivania e cercando di coprirsi il volto con la mano.
«Hai una voce strana, però» osservò lei tornando sui suoi passi «dovresti proprio spegnere o quantomeno abbassare quel condizionatore o ti prenderai un malanno…»
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dietro il racconto
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Transfert

ventorossoLo so, tanto non mi crederete.
Ma ve lo voglio raccontare lo stesso.
Tutto è accaduto all’ora di punta, quando alla stazione Rilke della linea rossa della metro sono sceso per prendere la linea blu. Le persone che erano sulla banchina, per timore di non riuscire a salire, hanno ostacolato come al solito quelle che cercavano di scendere. E così sono volate parole e spinte e qualcuno si è fatto male. Io. Appena arrivato sul marciapiede, mi sono accorto che avevo un lungo taglio sulla spalla sinistra. Perdevo sangue, ma nulla che un po’ di cotone e del comune disinfettante non potessero curare. Almeno così mi pareva. Solo che nei giorni successivi si è formato un edema di un brutto colore rosso cupo, molto dolente al tatto. Al pronto soccorso mi hanno fatto l’antitetanica e prescritto un ciclo di antibiotici, ma il medico, scoprendo appena alcuni denti con un mezzo sorriso obliquo, mi ha detto che secondo lui si trattava di una coltellata e che doveva fare la denuncia ai carabinieri: del resto, ha continuato, non ci si poteva aspettare niente di meglio se si andava in giro al sabato sera a ubriacarsi nei bar.
Sulla via di casa ebbi un violento giramento di testa; per non cadere mi appoggiai al muro di un edificio. Ed è stato quello il momento in cui che c’è stata la prima avvisaglia. Toccando la parete sentivo non solo la superficie ruvida, ma anche la sensazione di essere io stesso quel muro e, ancor più, di essere la casa che c’era attorno. Avvertivo cioè le vibrazioni dell’oggetto in sé, nella sua autonomia strutturale; sentivo il suo lamentarsi per una tubatura che perdeva e per un tegola rotta sulla falda a nord del tetto. Ho ritirato subito la mano, spaventato, perché la sensazione che era passata attraverso le mie dita era stata potente, quasi una scossa. In quei pochi attimi ero diventato ‘quella’ costruzione e la mia pelle era come se avesse coperto l’intero oggetto.
Davanti alla mia porta d’ingresso, la sensazione, terribile e stordente insieme, si è ripetuta usando la mia chiave. Ero ancora una volta divenuto quell’oggetto, quelle dentellature rovinate, quel pezzo di metallo lavorato distrattamente da una donna con i capelli rossi che non sapeva di portarsi in grembo una nuova vita di pochi giorni.
Con il trascorrere delle settimane la ferita guarì, ma i transfert, come avevo incominciato impropriamente a chiamarli, erano diventati più intensi. Non avvertivo sensazioni diverse, ma solo una maggior difficoltà a ‘tornare indietro’, a essere me stesso, dopo che smettevo di toccare le cose. Anche se avevo imparato a tenere i guanti e a controllare in qualche modo quello strano fenomeno, diventavo ogni giorno più dipendente dal desiderio, anzi, direi dalla smania di viaggiare negli oggetti, di entrare in sintonia, che so, con un albero, un libro e persino un gatto.
Dopo un’esperienza particolarmente dissociante con la prima pioggia di primavera sono rimasto diversi mesi tranquillo stando bene attento a cosa toccassi. Il senso di profondo abbandono e di annichilazione che da ultimo avevo provati mi avevano seriamente preoccupato. Ma poi non ho resistito. Ero sul crinale di una montagna e godevo di un paesaggio che mi estasiava per l’ubriacatura da infinito che mi allagava il cuore. Non ci ho pensato un attimo. Senza neppure l’intralcio di un pensiero mi sono tolto i guanti e ho imposto le mani aperte contro il soffiare della brezza. E così sono diventato Vento. Mi ha raccontato di quanto fosse blu lo specchio d’acqua incastonato tra le Due Cime del Lagazuoi, mi ha riferito dei sussurri delle foglie rugginose di vite giù a valle in attesa del sole, mi ha detto della nuova cucciolata di volpe nell’incavo di un carro abbandonato e di tante altre storie dolcissime e terribili che fuoriescono dai camini delle case insieme alle scintille del fuoco. Ma da allora non sono più riuscito a tornare indietro. Sono rimasto vento o, meglio, il mio corpo è ancora lassù da qualche parte sulla montagna, a vivere finché potrà senza cibo né acqua; ma il mio spirito è diventato brezza e un sussurrar di foglie e un scompigliar di spighe e io sono loro e loro sono me.
Ecco, come temevo, avete fatto proprio quella faccia lì.
Tanto lo sapevo che non mi avreste creduto.

Treno, amore mio

Mondotreno a RablàIl figlio aveva insistito tanto. In alta montagna, in un paesino della valle, alcuni appassionati avevano allestito, con il patrocinio degli enti locali, un padiglione con plastici di paesaggi montani e trenini perfettamente funzionanti. Rocco si sentiva in colpa per aver trascinato quel ragazzino lontano dagli amici del mare e, soprattutto, erano ventiquattr’ore che non smetteva di piovere. Sì, disse sorridendo al figlio: ‘dopo tutto non può essere una cattiva idea’.
La sala della esposizione, gremita di gente, era enorme con un unico immenso plastico di centinaia di metri quadrati che correva lungo tutto il perimetro. La ricostruzione era stata maniacale non solo per la riproduzione reale e in scala delle montagne, dei fiumi, delle centrali elettriche, delle case e delle stazioni ferroviarie, ma anche per i piccoli particolari curati, come i vestiti delle persone in attesa di prendere il treno, i cerchi degli pneumatici delle vetture in strada e persino per un cane colto nell’attimo di fare la pipì su un lampione. Ed erano riusciti inoltre a riprodurre addirittura le doghe delle panchine, le foglie degli alberi e finanche gli scoiattoli sui rami. E in questo mondo di perfezione viaggiavano e si intersecavano locomotive e vagoni di ogni tipo e foggia in un andirivieni continuo e complesso: le motrici si fermavano alla loro stazione, ripartivano, facevano manovra agganciando e sganciando vagoni; davano insomma l’idea, nell’insieme, di muoversi all’interno di un preciso ordine programmato, scandito da semafori rossi e verdi. Avevano fatto un lavoro magnifico, non c’era niente da dire, anche per il sofisticato software di gestione. Altro che spettacolo per bambini!
«C’è scritto dappertutto che non puoi toccare» ammonì il figlio che si stava sporgendo dalla ringhiera di protezione verso una littorina colorata che, in quel momento, sferragliava allungando il pantografo verso la sovrastante linea elettrica. Mariolino ritrasse subito la mano continuando però a seguire con lo sguardo ammirato l’intero convoglio. E subito, da dietro una collina, sbucò una locomotiva a vapore con cinque carrozze al seguito. L’interno, una riproduzione fedele dello stile dei vagoni dell’epoca, era illuminato tanto da potersi ben distinguere le persone sedute nei vari scompartimenti: una signora con la borsa della spesa in grembo, un uomo vestito con un tabarro scuro che fumava un sigaro, un bambino che guardava annoiato fuori dal finestrino.
«Guarda papà, quello è il paesino dove noi abbiamo l’albergo!» gridò Mariolino spostandosi improvvisamente qualche metro più in là e urtando diversi visitatori. Rocco non si mosse. Era come ipnotizzato da quel convoglio che sbuffava arrancando sulla salita. Gli ricordava tanto un trenino della Rivarossi che aveva invidiato al suo vicino di casa. Persino il vapore della motrice aveva la consistenza giusta. Per un attimo, come per farsi notare meglio, il convoglio si fermò proprio davanti a lui.
Chissà di cosa sono fatti… se di legno o di ferro…’ si chiese incuriosito e piegandosi per vedere meglio. E la sua mano fu più veloce della domanda.
«Dov’è tuo padre?» chiese la donna rivolgendosi a Mariolino.
«Non lo so mamma, forse si è stufato ed è andato in macchina…»
«Sempre il solito» fece lei sbuffando.
Rocco vide, seduto di fronte a lui nello scompartimento, la donna con la spesa in grembo e, vicino, l’uomo con il tabarro scuro che fumava il sigaro. La signora incrociò per un attimo il suo sguardo restituendogli un sorriso impacciato.
«In carrozza!» urlò il capotreno salendo sul convoglio. Rocco fece appena in tempo a osservare suo figlio che parlava distrattamente con la madre che il treno, con lui a bordo, partì.
«Hai toccato anche tu la locomotiva, vero?» gli chiese il bambino annoiato mentre continuava a guardare fuori dal finestrone.

La vignetta

Luc-Olivier LafeuilleStavo dormendo e mi sono svegliato. Giuro che ero sveglio quando sono caduto, ne sono assolutamente sicuro, non stavo sognando.
La stanza in cui mi sono ritrovato era in penombra e anziché la mia affezionata maglietta da notte indossavo giacca, camicia e cravatta con tanto di panciotto. Io, un panciotto, figuriamoci!!! Ma non è questo il punto. Davanti a me, oltre la scrivania, a mala pena distinguevo seduti, sulla mia sinistra, una signora corpulenta, ancora giovane, ma immobile nella sua rigidità, con una acconciatura voluminosa che sovrastava un viso sfatto e volgare; sulla mia destra, invece, un omino mezzo pelato, gli occhiali d’oro luccicanti, e uno sguardo pulito e un po’ perso su un punto indistinguibile dello studio.
Poi, una luce chiara ha investito di lato la scena, facendomi intravedere sul muro di fronte un cartello con scritto ‘Consulente coniugale’; stavo chiedendomi cosa significasse tutto ciò e che cosa potessi farci io lì in mezzo quando la donna, alludendo all’uomo che gli era accanto, mi disse d’un fiato: «Se avessi saputo che aveva delle opinioni non lo avrei sposato.»
Era una bella battuta, non c’è che dire, viste le circostanze e il fatto che il consulente dovessi essere proprio io. Sicché risi. Risi perché aveva un senso, e comunque lo feci solo tra me e me, in quanto non riuscivo a muovere neppure un muscolo, né ad avere un’espressione diversa da quella perplessa che mi si era dipinta sul volto.
Tornò la penombra e poi ancora la luce e tutto accadde diverse altre volte in modo uguale e monotono come in un film che si fosse inceppato. Smisi del tutto di ridere non appena mi accorsi che la scena, ogni volta che tornava il chiarore, si ripeteva in continuazione; e ogni volta con le stesse espressioni, con la donna che mi sbatteva in faccia la medesima frase e l’uomo che sospirava lievemente guardando in su senza aggiunger nulla; mi assalì la disperazione.
In una pausa inaspettata tra le continue reiterazioni, l’uomo, vedendomi agitato e confuso, mi spiegò che quella era una vignetta; più precisamente si trattava della vignetta di un celebrato quotidiano on-line. La luce, sì proprio quella fastidiosa luce di lato, altro non era se non l’accesso alla pagina web da parte di un utente che innescava la ripetizione della scena. Gli chiesi quando sarebbe finito quell’incubo e quando sarei potuto ritornare nella mia camera da letto e lui, molto cortesemente (anche se rimproverato più volte dalla donna che lo accusava di raccontarmi troppe cose) mi rivelò che sarebbe potuto continuare per molto tempo, soprattutto perché era una barzelletta divertente e dalla prima pagina poteva finire nell’archivio dove però sarebbe rimasta visibile anche per anni. Tutte queste spiegazioni l’uomo me le diede tra una replica e l’altra della scena, replica cui cercavo peraltro di oppormi come potevo, anche se senza successo perché una forza irresistibile mi rimetteva nella stessa postura assorta dietro la scrivania e con la stessa espressione sul viso, qualunque cosa stessi facendo poco prima.
Dopo un tempo imprecisabile e un numero infinito di defatiganti ripetizioni, l’uomo che mi aveva preso in simpatia per essersi sentito più volte in dovere di confortarmi sentendomi piangere e lamentarmi, mi rivelò sottovoce, proprio mentre la donna era distratta a rifarsi il trucco, che un modo per scappare di lì c’era. Del resto così era successo, mi raccontava, per il tizio che, prima di me, si trovava al mio posto. E stava per dirmelo quando si riaccese la luce per la solita frase che ormai odiavo. E quando tra noi cadde nuovamente la penombra l’uomo sembrava essersi pentito di quanto si era lasciato sfuggire tanto da chiudersi in un mutismo ostile quanto incomprensibile. Io presi a supplicarlo e a promettergli persino del danaro. Ma lui mi disse serio che lì dentro non funzionava così. Che dei soldi non avrebbe saputo che farsene e che quello che accadeva in quel luogo era solo una minima parte di un mondo molto più complesso che neanche potevo immaginare. Dovette però aver pietà del mio stato perché dopo qualche tempo cedette.
«Quando la prossima volta si accenderà la luce guarda con la coda dell’occhio sul soffitto» mi disse con la voce che gli tremava in gola. «Appena sopra di te c’è una botola. Se sei abbastanza svelto potrai uscire di lì».
Un’ondata di speranza mi attraversò il corpo facendomi sentire subito meglio. Cercai di bucare con lo sguardo la semioscurità ma non vidi nulla.
«Ma tu non vieni con me?» gli chiesi riconoscente ed eccitato.
Lui alzò le spalle e, facendo un cenno verso la donna, rispose:«È mia moglie: è tutta la mia vita e lei non vuole andarsene da qui. Ne abbiamo già parlato diverse volte».
Quindi si accese la luce e strizzando gli occhi in direzione del soffitto vidi distintamente la botola sopra la scrivania e addirittura le due cerniere di apertura. E appena calò la semioscurità fui veloce a piazzare la poltrona sulla scrivania e a montarci sopra. Accesi anche l’accendino che trovai in tasca, giusto per vedere meglio il soffitto. Ma mi accorsi che la botola era disegnata, così come lo erano le due cerniere.
«Certo che le cerniere e la botola sono disegnate» fece la donna acida mentre scendeva il buio. «Questa è una vignetta. Non l’hai ancora capito?»
E subito si riaccese la luce e la donna, alludendo all’uomo che gli era accanto, mi disse d’un fiato: «Se avessi saputo che aveva delle opinioni non lo avrei sposato.»

* La vignetta è stata pubblicata a pag. 43 del n. 4295 de ‘La Settimana Enigmistica’ del 17 luglio 2014;
** L’immagine è relativa all’opera ‘Cauchemar’ di Luc-Olivier Lafeuille.

Rumori e colori

rosaScendeva le scale di corsa. Un paio di volte Saverio mancò il gradino. Le scale ripide del centro non aiutavano quando si andava di fretta. Ed era lì lì per aprire il portone quando si ricordò della rosa: era rimasta nel suo bell’involucro trasparente sul mobile del corridoio. No, non poteva farne a meno. Era il suo primo mese con lei e voleva sottolinearlo anche così, non appena l’avesse incontrata. Ancora non si capacitava di stare con una ragazza simile, dopo averla desiderata per così tanto tempo. Guardò l’orologio con un’espressione di supplica perché non gli dicesse che era davvero tardi. Le lancette furono implacabili. No, doveva tornare su, se ne era reso finalmente conto. Tre minuti dopo era di nuovo al portone, questa volta con le gambe rigide come pilastri di calcestruzzo, ma con la rosa in mano: una baccarat rosso cupo che pareva ritagliata nel velluto; lunghissima, profumata, stordente per la sua bellezza. Resistette al tentativo di mettersi a correre: la delicatezza del fiore non l’avrebbe sopportato. Per fortuna doveva solo attraversare la piazza: la casa di lei era a pochi passi. S’incamminò, ma quello fu anche il momento in cui fu investito da un boato assordante mentre il terreno si mise a sussultare quasi si fosse trovato su un tappeto tirato violentemente da un lato. Una bomba, pensò. E invece a cinquanta metri da lui, in mezzo alla piazza, là ove di solito prendeva posto il mercato del lunedì, si era aperta una voragine. Era proprio come nei film: una depressione al centro e poi uno sprofondo ad allargarsi a raggiera per una ventina di metri di diametro. Un fumo di polvere e detriti si era sparsa nel cielo gettando al suolo una penombra malata e un vento gelido si era levato tutto intorno. Si sentivano grida, suoni scomposti, clacson incantati sulla loro nota più sgradevole. Poi un gatto passò di lì, per curiosità. Si spinse sull’orlo della voragine per annusare l’aria. E un momento dopo non c’era più. È caduto, pensò Saverio avvicinandosi. Ma subito una city car, parcheggiata poco lontano, cominciò a muoversi verso la buca. La sentì gemere sulle lastre di pietra come un animale ferito che volesse sfuggire a una trappola mortale; il proprietario la stava in qualche modo trattenendo, ma il vortice era irresistibile, la forza soverchiante. Per non cadere anche lui, l’uomo si arrese lasciandola andare all’improvviso con un gesto disperato seguendola con gli occhi mentre la vedeva volar giù. Quindi presero ad essere risucchiati nell’enorme spaccatura alcuni ombrelloni di un bar, le sedie più vicine, i tavoli, i cartelloni dei menu. Iniziarono a essere trascinate anche le persone: una giovane donna uscita dalla farmacia, lo stesso proprietario della macchina, una turista giapponese con un buffo ombrellino che agitava sopra la testa. Si tenevano tutti per mano, per fare resistenza, aggrappandosi l’uno all’altra ai cartelli stradali che però si spezzavano in due come bastoncini del gelato. E più le cose e le persone cadevano là dentro, più sembrava che l’appetito di quelle fauci spalancate diventasse insaziabile. Saverio anziché fuggire, ormai dimentico della sua ragazza, si era spinto fin sull’orlo del precipizio, ipnotizzato da quanto stava accadendo. Assisteva impotente a quel cataclisma, osservando infilarsi giù nel baratro, in un unico gorgo buio, piccioni e cani, moto e biciclette, una carrozzella con tanto di cavallo e fiaccheraio e persino un autobus intero che lasciò nell’aria una striscia arancione come una cometa; quindi fu la volta dei rumori, dei colori, dei pensieri e finanche dei ricordi più remoti. Tutto ciò che era nelle vicinanze veniva ingurgitato senza pietà da quell’orrido crudele, muto e silenzioso. Un bimbo di pochi mesi, proveniente chissà da dove, volando come una foglia morta, fu afferrato al volo da Saverio poco prima che finisse nell’abisso. Per far ciò lasciò andare la rosa che cadde luminosa nella voragine torbida fino a quando non la vide più. E il turbinio violento allora cessò di colpo. Tornarono i suoni quotidiani, i colori vividi del mattino, la consapevolezza del presente. Una signora, stravolta nel volto e nell’animo, gli si avvicinò furibonda per strappargli dalle braccia, senza dir nulla, il bimbo che non stava neppure piangendo.
«Con i tempi che ci mette il Comune a riparare le buche delle strade, chissà quanto ci vorrà per ricoprire questa…» sbuffò un vecchietto indicando la voragine con il suo bastone.