Buone feste

nataleBuone feste a tutti e che l’anno in arrivo, graziato dai Maya, sia ricco di promesse mantenute e di desideri realizzati.

Mi raccomando solo di stare attenti quando mangiate panettoni e pandori mentre navigate su questo sito: che poi fanno briciole dappertutto e mi si ingrassano i bit. Se proprio dovete, le briciole lasciatele nel latte.

Se poi in questi giorni riuscite ad avere un attimo per voi, lascio giusto un racconto di Natale da leggere tra un gingle e l’altro.

Per esser voluto questa volta andare in contro tendenza, desidero avvertire però che si tratta di una storia di genere noir (horror che dir si voglia) sicché (come dicono qui a Poggiobrusco) gli animi sensibili sono avvertiti.

LEGGI IL RACCONTO DI NATALE 2012:

–> Un regalo a metà.

La profezia

statua equestreDopo alcuni mesi di progetti, litigi e preparativi, i lavori di restauro alla statua equestre di Edmondo Lagrange, in piazza del Popolo, ebbero finalmente inizio. Occorreva ripulire il gruppo scultoreo dalle ingiurie del tempo restituendolo a nuovo splendore. Finalmente i cittadini di Lughi si erano decisi.
Il primo problema che si dovette affrontare riguardava il come arrivare fin sotto alla statua senza rovinare il ricco basamento in alabastro. Il fatto che si trattasse di un supporto a piramide anziché a parallelepipedo impediva infatti all’unica macchina operatrice in dotazione al Comune di alzare in modo corretto la statua senza danneggiarla. Si ripiegò, dopo mugugni, dubbi e ripensamenti, a noleggiare la capace gru della ditta Vivaldi in cambio di un po’ di pubblicità.
Il secondo problema venne fuori invece quando si cercò di sollevare il cavaliere dal piedistallo. Sebbene accuratamente imbragata, la parte superiore si staccò di netto; da un parte il busto, dal cimiero alla cintola, dall’altro il cavallo rimasto sul basamento. Ciò non era accaduto però perché il gruppo si fosse rotto, quanto piuttosto per il fatto che si trattava di due pezzi forgiati separatamente e poi assemblati.
«Era una tecnica molto in uso ai tempi della fusione della statua» sentenziò il professore di storia dell’arte De Simis godendosi la scena.
«Perché non ce l’ha detto prima, scusi?» gli chiese il direttore dei lavori indispettito.
«Perbacco! Perché nessuno me l’ha chiesto!»
L’interno del cavallo era vuoto, sia per alleggerire il monumento sia per consentirne la fusione. Solo che, come emerse subito da un’ispezione superficiale, e fu questo il terzo e più grosso problema, nella pancia del cavallo fu trovata una lanterna antica. E, accanto, un scheletro. Gli astanti rimassero inorriditi; vennero allertati i Carabinieri, le autorità costituite, il parroco: i lavori furono ovviamente sospesi.
«Per consentire che i due pezzi combaciassero perfettamente tra loro e poi sigillati con calce mista a pece i genieri di quel tempo, in mancanza di strumenti di precisione, erano soliti collocare un operaio all’interno del manufatto; con la lanterna accesa, l’uomo curava che i due pezzi si incastrassero a regolare d’arte onde evitare infiltrazioni d’acqua. Poi lo stesso operaio curava di rifinire l’opera dal di dentro.»
Il prof. De Simis era prodigo di particolari e, ora che aveva anche ottenuto l’attenzione di un sufficiente pubblico, si dimostrava incontenibile: descriveva minuziosamente cosa fosse successo cinque secoli prima come se lo stesse vedendo con i suoi occhi. «Naturalmente» seguitava l’accademico «ciò comportava il sacrificio dell’operaio, che rimaneva prigioniero del manufatto senza poterne più uscire. Era condannato a morire per inedia.»
«Come naturalmente? Ma è orribile!» osservò una donna che si mise una mano davanti alla bocca per l’indignazione.
«Sì, ha ragione» seguitò il professore. «Bisogna tuttavia considerare che, sebbene fossimo allora in pieno Umanesimo, la vita umana, soprattutto quella della povera gente, valeva molto poco. Oltretutto per questi lavori utilizzavano persone condannate alla pena capitale.»
«Convengo con Lei, collega» fece il prof. Rodigini, stranamente d’accordo con il De Simis, da sempre in lite per una questione poco chiara di diritti d’autore. «I testi storici parlano chiaro. Potevano persino impiegare persone giudicate eretiche o tacciate di stregoneria. Era un modo come un altro per far fare loro una fine orribile.»
«Sì, potrebbe anche essere, forse…» disse De Simis con sufficienza.
Nello spostare le ossa trovarono che la parte interna del cavallo era tutta graffiata. Chi era morto lì dentro non sapeva che avrebbe fatto quella fine.
In un angolo, poi, sempre nella pancia del cavallo, venne anche scoperta una frase vergata con grafia malferma:

MALEDICTI, MHORIRETE TOTI LO 21 DECEMBRO 2012

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La storia minima ‘La profezia‘ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 16 dicembre 2012 su:

–> Il blog Caffè letterario

dove puoi leggere gli altri commenti.

Chantilly

gatto biancoLo aveva visto gironzolare qualche volta attorno alla casa. Era un grosso gatto bianco dalla faccia buffa e dal pelo folto. Dapprima, quando vedeva la ragazza, il gattone scappava immediatamente, poi, pian piano, si era abituato a lei e faceva solo il gesto di andarsene per poi rimanere pigramente tra l’erba. Così Lauretta aveva cominciato a preparargli sotto il portico una ciotola con i croccantini e una per l’acqua e, dopo qualche tempo, anche una cestina con dentro un vecchio maglione sdrucito per le notti fresche. Ma dopo Chantilly (Lauretta, l’aveva chiamato in quel modo) venne un secondo gatto, tigrato, di taglia robusta e tarchiata, e quindi una gattina tartarugata. Il padre scuoteva la testa nel vedere quanta passione la figlia ci mettesse nel curare quei randagi, sempre affamati e diffidenti e, anche se oramai temeva avrebbe attirato tutti i gatti del paese, aveva deciso di lasciarla fare.
«Del resto ha sedici anni» gli disse la moglie spiando la figlia dalla finestra della cucina. «Preferisco vada dietro ai gatti del quartiere che ai ragazzotti di qui.»
In primavera la situazione si complicò. L’intraprendente Chantilly mise incinta la gattina Frisbee che, dopo pochi mesi, approfittando dell’ospitalità sotto il portico e il cibo abbondante sempre a disposizione, mise alla luce una bella cucciolata.
«E adesso?» disse il padre.
«E adesso ne teniamo uno e gli altri li diamo via…» rispose Lauretta che aveva già deciso ogni cosa.
«Chi vuoi che se li prenda?»
La ragazza per tutta risposta recuperò uno scatolone dal garage, ci mise dentro tutti e sei i gattini e consegnò al padre il suo cellulare.
«Mettiamoci qui, alla luce» fece lei «e facciamo un po’ di foto. Poi le stampo e le distribuisco in giro: a scuola, al supermercato, al bar. Vedrai che quando vedranno questi musetti nessuno potrà resistere.» Prese i micini in braccio per farli vedere meglio: alcuni scappavano, altri miagolavano prestandosi al gioco. Piena di entusiasmo attaccò in giro per Lughi una cinquantina di foto. I gattini si mostravano in tutta la loro simpatia. Chi era ben intenzionato avrebbe potuto telefonare al numero di casa. Si poteva ritenere soddisfatta.
Il giorno dopo, tornando da scuola, Lauretta trovò il padre al telefono. Quando mise giù il ricevitore lei, che non stava più nella pelle, gli chiese:
«È per i micetti?»
«Sì, questa sarà la ventesima telefonata che ricevo» fece il padre serio.
«E quanti ne abbiamo piazzato?»
«Nessuno. Sono tutti ragazzi. Ti hanno visto in foto: vogliono tutti conoscere te…»

Melissa

MelissaCapitava spesso di ritrovarsi in biblioteca a studiare. Il lunedì, il mercoledì e il venerdì, il vicino di casa dava lezione di pianoforte e il volume era così alto che gli vibravano persino le penne nel portamatite. E così aveva scelto quell’oasi di silenzio del cuore di Lughi, un antico monastero medioevale, riadattato a biblioteca, che aveva saputo conservarsi un proprio spazio discreto tra le mura antiche di pietra gentile.
E lui l’aveva notata subito. Una bellezza dolce, pensosa, non appariscente, gli occhi scuri e profondi, uno sguardo sempre altrove come non volesse dar fastidio al mondo. Era lei, dolcissimamente lei. Ogni volta che la vedeva, il cuore gli pulsava fin nei polpastrelli e si sentiva una miriade di stuzzicadenti incastrati nella gola. Il suo nome era Melissa, almeno così un giorno aveva sentito chiamarla un’amica. Ma nonostante lui la fissasse, a volte in modo finanche imbarazzante, la ragazza non aveva mai dato l’impressione di essersi accorta della sua presenza, anche quando si spostava di corsa nella sala per uscire e rispondere al cellulare o quando succedeva che, per qualche motivo, gli passava nei pressi.
«È libero questo posto?» si sentì chiedere una mattina. Era Melissa. Non l’aveva vista entrare e ora si trovava davanti a lui, dall’altra parte del tavolo, che lo stava guardando con aria interrogativa e distratta. «È libero questo posto?» insistette lei con assente gentilezza toccando la sedia; il ragazzo finì per annuire. E con delicatezza, quasi fosse un rito, Melissa iniziò a posare sul tavolo un libro di anatomia, l’astuccio delle penne, un block notes, il cellulare e un pacchetto di fazzoletti. Poi si sedette e, senza alzare più lo sguardo verso di lui, che ogni tanto ne sbirciava il profilo, si mise a studiare il testo e a scrivere appunti con la massima concentrazione. Non ci poteva credere: le era così vicino da poterla sentire respirare e si trovava così a poca distanza da lei da poterle rubare il calore e sentirne il profumo. Già, così vicina e così inaccessibile. Pensò anche che quella sarebbe stata l’occasione giusta per parlarle. Magari poche parole soltanto, giusto per stabilire un contatto. Pensò a una battuta. Sul fatto che facesse caldo o piuttosto che facesse freddo oppure che ci fosse tanta gente o che non ce ne fosse affatto. Poteva inavvertitamente toccarle un piede o far scivolare la propria matita fin dove si trovava lei e poi chiederle scusa. No, sarebbe stato tutto troppo banale, troppo infantile: avrebbe fatto solo una gran brutta figura.
Ci pensò su, tormentandosi sulla cosa giusta da dire; fino a quando non sentì rintoccare le campane del vicino duomo: era mezzogiorno. Lo sapeva, lei se ne sarebbe presto andata. E infatti subito si alzò e con la stessa cura con la quale aveva riposto le sue cose sul tavolo, le rimise nel suo zaino. Il ragazzo cercò di incrociare di nuovo il suo sguardo. Chissà, magari avrebbero potuto da quel giorno cominciare a salutarsi e da cosa sarebbe nata cosa… Ma lei si limitò a guardare lo spazio strettamente intorno a sé e in un attimo era già sulla porta e un secondo dopo non c’era più.
Ora il tavolo davanti a lui era desolantemente vuoto. Si sentì uno stupido. Un maledetto ragazzo solo e timido. E stupido. Un’occasione così non gli sarebbe capitata una seconda volta. Era stata lì, davanti a lui, e non aveva saputo dirle nulla. Sembrava persino non ci fosse mai stata. A testimoniare il contrario c’era sul pianale un biglietto scaduto del bus che la ragazza aveva usato come segnalibro. Allungò la mano e lo prese. L’avrebbe tenuto per ricordo. Se lo girò tra le mani.
Su un lato, con pennarello, c’era scritto in bella grafia: Melissa: 358 9900473.