Il sat-nav

Il rumore era assordante. Sembrava che la strada stesse ribollendo e il muro arretrasse barcollando sotto una forza inarrestabile. Poi dalla viuzza che si getta nella piazzetta di Lughi proveniente dalla provinciale, un enorme TIR rosso con le fiancate sfregiate di nero e una tigre in procinto di balzare, entrò sbuffando nel quadrato. I vetri dei negozi vibrarono e una nuvola di gas combusto rimase rasoterra per l’aria bassa e il tetto a nuvoloni grigi. Il TIR si accovacciò in centro e subito Alvaro, il vigile di Lughi, si precipitò ad ammonire: ‘Non può parcheggiare qui, è vietato’ ma la sua voce suonò fessa e innaturale e il vento se la portò via in un attimo. Un effetto dovette però averlo avuto, perché dalla cabina balzò giù atletico l’autista e Alvaro subito apparve uno stuzzicadenti in mano a un gorilla se solo i gorilla fossero stati come quello: biondi, massicci e con la mascella volitiva. L’autista replicò qualcosa in una lingua incomprensibile e subito si diresse al Bar del Cinghiale lasciando Alvaro con il fischietto tra le labbra molli. Ordinò una birra, ma si mise a ridere quando Oreste gli piazzò davanti il bicchiere più grande che aveva. L’autista mimò la grandezza che desiderava e Oreste impallidendo gli allungò più bicchieri, tutti colmi.
‘Viene da Malmo, in Svezia’ tradusse Pani che aveva lavorato all’estero per tanti anni.
‘Che ci fa qui, con quel bestione?’
‘Dice che è il suo nuovo sat-nav, il navigatore satellitare, ad avergli indicato questa come la strada più breve per il Sud’.
‘Ma non è il percorso più veloce, c’è l’autostrada…’ obbiettò qualcuno.
‘È la strada più breve!!!’ ribadì il biondo in svedese finendo la terza birra. E senza neppure cercare di smorzare un rutto spontaneo che fece ballare i tavolini, l’uomo uscì di fretta dando l’impressione di voler sradicare la porta che aveva davanti. In pochi balzi fu in cabina. Un frullo di passeri scappò all’accensione del motore. Pareva ci fossero due camion là dentro. ‘E ci sarà anche una matrimoniale altro che brandina!’ sentenziò uno magnificando da intenditore la montagna di metallo e plastica che si allontanava lentamente. La piccola folla, assiepata appena fuori il bar, avrebbe avuto di che parlare nei giorni a venire anche se ora non aveva più nulla da aggiungere a quell’immagine mitologica sempre più piccola.
Poi un fragore di metallo strusciato contro le alte finestre e un divellere di specchietti laterali delle macchine annunciò l’arrivo di un altro colossale autoarticolato. Si liberò agevolmente di un paio di segnali stradali e caracollò sicuro all’imbocco della piazza. Era come un tirannosauro appena stanato, pronto alla lotta.

Un brontosauro ferito

Quando apparve di sbieco sulla piazzetta di Lughi sembrava un enorme brontosauro ferito. E sbuffava, strideva, fremeva nella strettoia della edicola senza riuscire ad andare né avanti né indietro. Cosa ci facesse un TIR di quelle dimensioni in una piazza così minuscola nessuno sapeva spiegarselo. La camionale del resto si trovava più a sud, lontano da lì, ed era quasi impossibile non aver visto il cartello per quanto consunto potesse essere. L’autista però non si arrendeva. Con la trattrice cercava di guadagnare lo spazio utile per smuovere quel sacramento di autotreno, ma più manovre faceva più le ruote gemellari posteriori slittavano sui sampietrini bagnati e sdrucciolevoli insaccando ancor più il mezzo contro l’edicola di Tito. Cominciò così ad accorrer gente da ogni dove. Il Bar del Cinghiale si svuotò in un attimo, così come i negozi che si affacciavano sulla chiesa e quelli delle strade vicine: i lamenti di quel paradosso in agonia di pneumatici e lamiera erano un richiamo irresistibile per la vita quieta del paese.
In un lampo, dopo aver tirato non so quante leve e premuto pulsanti, un omino grasso, biondo dagli occhi chiari uscì dalla cabina con un balzo; nel controllare quanto il proprio mezzo fosse rimasto incastrato nella curva si mise a sbraitare e a colpire l’edicola con il suo cappellaccio. Era straniero, probabilmente slavo, e dal tono e dalle espressioni della faccia stava imprecando e bestemmiando con tutti i sentimenti. Arrivò anche Adelio il vigile, che gli intimò di spostare immediatamente il TIR come se fosse stato semplice o solo possibile farlo. Ma lo straniero gli spiegò a gesti che l’unico modo per far uscire di lì l’autotreno era di smontare l’edicola e pure in tempi rapidi perché lui trasportava merce deperibile. Era ormai tardi quando l’ostinazione del camionista si infranse sulle transenne poste di traverso alla strada a deviare la circolazione delle macchine dal centro: Tito sarebbe tornato infatti da quel suo lungo viaggio, da tempo programmato, solo l’indomani e senza le sue chiavi non era neppure ipotizzabile smontare alcunché dell’edicola. L’autista era così furibondo che il vigile non se la sentì di fargli la multa e così tutti i curiosi, avendo compreso che non c’era più nulla di spettacolare cui assistere, ad un certo punto se ne tornarono a casa come se l’autotreno avesse ormai cominciato a costituire parte integrante del paesaggio.
Erano le tre di notte quando l’anziana signora Beppa, come al suo solito, guardava alla finestra cercando di far passare la notte. Stava contando i riflessi dei lampioni nelle pozzanghere allorché vide un’ombra scivolare dietro all’autotreno ancora immobile nella sua morsa di cemento. Un uomo basso e tarchiato armeggiava nella parte posteriore del carico con delle chiavi e poi con un paletto. Quindi le due ante della porta si dischiusero lentamente senza far alcun rumore e uno dopo l’altro uscirono alla chetichella una ventina tra uomini, donne e bambini. E in pochi secondi sparirono nel buio dei vicoli.