Muto come un telefono

Quando realizzai che era davanti a me, in casa mia, lei si stava già sciogliendo i capelli. Per cui riuscii a blaterare solo un:
«Ma come hai fatto a trovarmi?»
«Ho provato a chiamarti per telefono, ma era muto.»
«Hai ragione, ho un pessimo rapporto con il telefono. Quando non voglio essere disturbato lo stacco.»
«E cosa fai di così importante da non voler essere disturbato?»
Il tono era malizioso. Il suo viso, invece, bellissimo. Due gote di pesca, uno sguardo dolce come di chi vuole piacere per sedurre.
«Mi ha colpito molto quello che dicevi l’altro giorno a ‘Gi e agli altri sul diritto di andare in mille pezzi quando si è fragili» fece lei arrossendo un poco.
Io la guardavo stupito. Non pensavo che neppure mi avesse ascoltato a quel compleanno, anche se lo avrei desiderato fortemente avendo creduto, appena la vidi, che non ci fosse che lei in quella stanza.
«Così…» continuò lei passandosi le mani nei lunghi capelli corvini per ravvivarli «…come si dice, passavo da queste parti e sono venuto a dirtelo. HO fatto male?»
Un bagliore si staccò dai suoi occhi che mi trafissero il cervelletto.
«Possono offrirti qualcosa? Un tè?» chiesi deglutendo a fatica.
Lei mi sorrise, assecondando il gesto della mia mano che le sfiorava la schiena per invitarla ad inoltrarsi nell’appartamento. Si mosse lentamente lasciando al suo posto l’ombra del suo profumo di mirra e ambra.
Mi misi sulla sua scia. Poi, quando, dietro di lei, sfilai davanti al mobiletto che sorreggeva il telefono, con mossa rapida sollevai la cornetta e la posai sull’elenco telefonico.