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«È Aristodemo presto, vieni!»
Marta si era introdotta di corsa nella cucina ma, avendo afferrato dall’interno gli stipiti della porta con entrambe le mani, non riuscì del tutto a entrare nella stanza.
«Aristodemo?» fece il marito alzando gli occhi rossi dal trito di cipolle.
«Ma sì il gallo!»
«È vero, mi dimentico sempre che Michelino l’ha chiamato così!»
«Ecco, appunto, vieni veloce: è caduto di nuovo nel pozzo!»

Ovidio brontolò per tutto il tragitto dalla casa al vecchio pozzo di Pietrasbecca. Quella settimana era la seconda volta (la sesta nel mese) che Aristodemo-il gallo vi finiva dentro. L’ultima volta si era preso anche un’infreddatura di quelle brutte e si era dovuto tenerlo al caldo, avvolto in una coperta, accanto alla stufa, nutrendolo per di più con una pappetta gialla e rosa che “diosolosacosaconteneva”, tanto puzzava.
«Ma perché fa così?» le chiedeva la moglie cercando di tener dietro al marito che, nonostante portasse sottobraccio una pesante scala in ferro, era già qualche metro davanti a lei.
«Perché è un gallo deficiente, ecco perché…»
«Non dire così Ovidio, che poi Michelino ti sente e ci resta male…»
«Del resto ce l’ha regalato tua madre e non poteva essere diversamente!»
Giunto al pozzo l’uomo guardò giù nella semioscurità e vide gli occhi vispi del gallo che guardavano all’insù. L’animale aveva l’aria confusa, ma non pentita.
«Io ti lascerei lì…» fece Ovidio cominciando a calare la scala. «Quando capirai che il gallo che vedi riflesso nell’acqua non è un tuo antagonista sarà sempre troppo tardi…»

L’animale fu recuperato ma, per evitare che si ripetesse la stessa disavventura, perché “primaopoisifamale”, gli legarono alla zampa un anello in ferro e all’anello una corda sufficientemente lunga perché potesse scorrazzare libero nell’aia a dar fastidio alle galline. Il fatto che l’altro capo della corda terminasse sotto a un’incudine da fabbro da 4 chili, avrebbe impedito al pennuto di fare pazzie.

«Per Natale Aristodemo lo facciamo con queste» disse severo Ovidio maneggiando alcune patate.
«E Michelino?» obbiettò la moglie.
«Compreremo un altro gallo al Mercato dei Vivi di Lughi di fine anno, non se ne accorgerà neanche.»

Poi una mattina, Marta si trovava ancora in cucina quando sentì picchiettare alla finestra. Guardò ma non vide nessuno. Capitò un altro paio di volte sicché decise di uscire per vedere cosa stesse succedendo. Era il gallo che becchetteva contro la finestra e poi si nascondeva. Si era liberato dalla corda e si era messo a fare quel rumore in modo compulsivo, senza ragione, forse per protesta di essere stato fatto prigioniero. Marta cercò di avvicinarsi per legarlo di nuovo (e meglio) ma non ci fu verso di riuscire a prenderlo. ‘Per essere un gallo strano lo è davvero!’ si disse tra sé e sé Marta accarezzando l’idea dell’arrosto con le patate.

Erano oramai le 20 passate, quella sera, e il cibo era già in tavola e si stava raffreddando.
«Quando torna papà?» chiese Michelino che cercava di allungare le mani sulle patatine fritte.
«Presto, Tesoro, deve essere rimasto a parlare con qualche cliente… ma vedrai che adesso arriva». Preoccupata, buttò un occhio all’orologio a cucù. Non aveva mai fatto così tardi.
Nel mentre calava il silenzio nella stanza si sentì di nuovo picchiettare forte sul vetro della cucina. Era Aristodemo. Marta alzò gli occhi al cielo. Poi un’idea le attraversò la mente.
«Oggesù… Ovidio è caduto nel pozzo!» esclamò a voce alta.
Corse, aiutata da Fila, il suo vicino di casa, fino a Pietrasbecca seguiti entrambi, a distanza di sicurezza, dal gallo. Ovidio era effettivamente in fondo al pozzo: era scivolato nell’intento di chiudere l’apertura con un oblò di legno. Si era rotto una gamba: era provato, ma stava bene.
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