Babbo tech

A nord, le nubi si stavano ammassando come enormi ali nere.
Lui sapeva bene che quando il brutto tempo arrivava da quella direzione, il cielo annunciava solo forti temporali.
E, infatti, di lì a poco, le nuvole gravide di tempesta presero a brontolare minacciose e la pioggia a diventare battente. Quando i fulmini iniziarono a squarciare il cielo, sembrava una battaglia di contraerea. Ogni volta che tuonava, veniva voglia di abbassare d’istinto la testa.
Poi, un boato fortissimo lo assordò; il fulmine era caduto vicinissimo, probabilmente sul tetto della casa. Gli era parso che i muri avessero sussultato. Il lampo indugiò così a lungo nel cielo, ramificato e sfavillante nel suo candore ipnotico, che si sarebbero potute leggere le prime righe di un romanzo.
E poi si spense tutto. Luci, lampioni, impianti.
Non si era ancora affievolito l’eco del tuono che Fëanor era già alla porta dello studio. Lui sentiva il suo ansimare alle spalle. L’aveva fatta così di corsa che non aveva più fiato per parlare.
«Dimmi, Fëanor…» disse voltandosi lentamente «hai una faccia da far concorrenza alla luna piena».
«Sì, scusi, Capo… è che… è che è successa una cosa terribile: si è fermata la linea di produzione».
«La linea di produzione?»
«Sì, quella dei giocattoli!»
«Tutta tutta?»
«Tutta tutta. Dalla prima macchina all’ultima. Compresa la stampatrice della carta regalo. È stato il fulmine. È caduto proprio qui sopra. Ed è saltato il server centrale e il cluster di monitoraggio. Le motherboard si sono fritte. Ho già controllato. C’è un odore che sembra di essere a una sagra paesana».
«Ma è un disastro! Non ce la farò mai a finire la produzione in tempo. Ma perché abbiamo comprato il server proprio in Cina? Quando arriveranno i pezzi di ricambio sarà già Carnevale».
La conversione da officina artigianale a Giocattoleria 4.0 (anche se c’era ancora chi in sede nutriva le renne con il forcone per il fieno e faceva a mano le preziose palline per l’Albero del Salone Convegni) era stata nel tempo sfiancante e costosa e questo inciampo, alla Vigilia, proprio non ci voleva.
Nel frattempo, erano giunti a dare manforte anche Ingwë, Nandor, Nimir, la dolce e irriverente Olorin, e chissà chi altri. Anche loro di corsa. Anche loro ansimanti.
“Ma com’è che Fëanor fa sempre prima degli altri a venire dal Capo?“ si chiese Olorin indispettita senza riuscire a darsi una risposta.
Tutti, comunque, premevano e rumoreggiavano, a contatto con le spalle di Fëanor. Spintonavano per poter entrare anche loro.
«Calmatevi ragazzi, adesso calmatevi… una soluzione ci deve pur essere» disse il Capo bonariamente. La sua voce calda e profonda aveva sempre l’effetto di un plaid caldo e di una tisana fumante. Ora gli aiutanti erano certi che sarebbe andato tutto per il meglio.
«Potremmo farli a mano», propose ingenuamente Olorin, sgusciando sotto i piedi di Fëanor e presentandosi al Suo cospetto. Lei notò subito che il vestito del Capo, allacciato saltando il primo bottone, era ancora più rosso di quanto si immaginava e che lui era proprio un gran bell’uomo. Avesse avuto 102 anni di più…
«Non ce la faremo mai», rispose Lui, grattandosi preoccupato la barba e tirandosi su i pantaloni che non gli stavano più sulla pancia prominente.
Ogni anno diventava sempre più stressante quel lavoro. E lui ingrassava per l’ansia. Forse se avesse mandato in giro il suo avatar digitale si sarebbe potuto finalmente godere quelle festività che aveva invece preso a detestare.
«Capo, potremmo rinunciare a fare i regali quest’anno e dare ai bambini qualcosa di diverso», suggerì Fëanor.
Lui guardò i volti ansiosi dei presenti e, per un momento, si chiese se avesse dimenticato quale fosse il vero significato del Natale. Non voleva deluderli.
Intanto, un altro tuono fragoroso riempì lo studio scuotendo i vetri. Chi era rimasto incastrato sulla soglia sobbalzò indietro per lo spavento.
«Potresti aver ragione, Fëano, dopotutto,», disse a quel punto Lui, girandosi di nuovo verso la finestra. Lo rassicurava osservare la distesa gelata davanti a sé anche se illuminata a tratti da fulmini inquietanti, come in un film horror. Stava pensando.
«Del resto» seguitò meditabondo «una volta all’anno, a Natale, il Grande Orchestratore mi concede, bontà sua, l’accesso alla Sala Destini».
Nella stanza si fece un silenzio stupito.
Che il Capo potesse entrare nella Sala Destini del G.O., anche se solo per qualche ora, era una grande novità per tutti.
«Potrei,» proseguì il Capo «sempre con la supervisione, per carità, del Grande Orchestratore, cambiare, anche se per poco, il destino dei bambini. Per dieci minuti o un’ora o persino per un giorno intero».
«E cosa succederebbe, esattamente?», chiese Olorin, che di risposte non ne aveva mai abbastanza.
«Potrei, per quel poco tempo che ho, rimettere i bambini al centro dell’attenzione delle persone: dei genitori, dei nonni, dei fratelli e persino dei loro amichetti. I bambini, a Natale, potrebbero avere un surplus di amore, riscoprire il calore vero di chi li vuole bene o dovrebbe volergliene: il sorriso di un nonno lontano, la carezza di un fratellino dispettoso, l’abbraccio di una mamma distratta dal lavoro. Non un giocattolo che si dimentica in qualche angolo della casa dopo pochi giorni, ma un momento di amore autentico che possa essere ricordato per tutta la vita».
E si immaginò per un attimo tanti bimbi felici nelle loro rispettive case, il suono delle risate, gli abbracci sinceri. Si commosse.
«È un’ottima idea, Capo», disse Nimir, infilandosi un dito nel naso.
«È una eccellente idea, che solo lei, Capo, poteva avere», gridò con eccessivo entusiasmo Nandor che aspirava a diventare il prossimo vicecapo aiutanti.
«C’è un problema però», disse Fëanor, più pragmatico, lisciandosi il ciuffo.
«Possibile che ce ne sia sempre uno, di problemi?», chiese il Capo, inarcando le sopracciglia e tirandosi di nuovo su i pantaloni.
«Il forte temporale ha bruciato anche la centralina della slitta e una renna è finita flambé. E non possiamo certo andare a piedi…»
Il Capo sorrise comprensivo.
Poi, estrasse un cellulare dai pantaloni, che subito calarono fino a terra.
«Questo basterà» e mostrò lo smartphone ai presenti. «Posso entrare nella Sala Destini anche standomene seduto in poltrona. Non ho bisogno di accedervi fisicamente».
Tutti i presenti emisero un prolungato «ooooooh».
Non si sa bene però se per il cellulare nuovo del Capo o per il fatto che lui era rimasto con addosso i soli box a decorazioni natalizie.
Lui però non se ne diede conto.
Anzi, sorrise ancora di più per poi dire soddisfatto:
«Sono un Babbo tech, io, cosa credete?»

Imprevisti di Natale

Elfo Capo Abner si trovava davanti alla grande porta istoriata della sala riunioni Elfi: aveva indetto una sessione straordinaria. Deglutì rumorosamente e si passò una mano sul vestito rosso sgualcito. Poi entrò.
«Ah, ah, ah!» esclamò con un vocione incerto, dando un’occhiata generale ai colleghi presenti. «Buon Natale a tutti!»
«Oh, oh, oh! Buon Natale anche a te…» risposero gli altri Elfi all’unisono, ma poi squadrandolo si ammutolirono.
«Ma… come ti sei conciato, Elfo Capo Abner?» domandò Elfo Jebedia, sbattendo le palpebre così forte che sembrava volersi alzare da terra.
«Perché? Si vede così tanto che non sono Babbo Natale?» replicò Abner, deluso.
«Appena appena…» ridacchiò Elfo Grog, cercando di trattenere le risate. «A parte che sei alto solo 45 centimetri, ma hai pure le orecchie a punta che fuoriescono dalla barba posticcia più larga del tuo mento e inoltre… beh, a dirla tutta, le tue scarpe elfiche si vedono da sotto il vestito rosso. Per non parlare del fatto che odori di biscotti allo zenzero e cannella di cui sei ghiotto.»
«E dire che ci ho messo tutto il pomeriggio per fare le prove…» sbottò Abner, togliendosi barba e berretto con un gesto teatrale.
«Piuttosto, dov’è finito Babbo Natale?» insistette Jebedia, puntando lo sguardo inquisitore sull’Elfo Capo. «È già un po’ che non lo vediamo.»
Abner sospirò. «È a letto. Con 104 linee di febbre.»
«Per tutte le palline di Natale!» esclamò Jebedia. «104 linee di febbre? E cos’è? Un forno per dolci?»
«Ah, giusto, scusa. Intendevo dire 104 linee Fahrenheit… circa 40 gradi Celsius. Mi dimentico sempre che non siamo a Disneyland…» Gli altri Elfi si guardarono l’un l’altro in modo interrogativo. Jebedia poi incalzò:
«Le renne non si muoveranno mai se non vedono Babbo Natale a bordo della slitta.»
«È vero, ed è per questo che avevo pensato al travestimento…» fece sconsolato Abner. «È un grosso guaio, sapete? Oggi è pure la Vigilia di Natale ed è già quasi sera.»
«Nessun problema, ragazzi!» intervenne Elfo Grog con il solito entusiasmo contagioso. «Ci penso io! Seguitemi!» E sparì rapido nel corridoio della Casa con il suo passo saltellante.
Gli altri Elfi si guardarono perplessi pensando all’ultima volta che, con la sua trovata, era riuscito a dar fuoco alla slitta. Poi cedettero e lo seguirono, curiosi.
Grog si diresse dritto dritto al mobiletto del Pronto Soccorso per Babbi Natali e cominciò a frugare tra cerotti a forma di stelle, siringhe per endovenose di cioccolata e pozioni luminose. Finalmente estrasse una boccetta dorata. «Trovata!» esclamò trionfante.
«E quello cos’è?» chiese Jebedia, diffidente.
«È lo Sciroppo Aggiustababbi. Una sola dose di questo magico intruglio e Lui tornerà in forma meglio di prima!» rispose Grog, brandendo la boccetta come un trofeo.
Gli Elfi si precipitarono entusiasti nella stanza del Babbo. La febbre era così alta che il suo letto di marzapane stava iniziando a fondersi. Babbo stava vaneggiando e dava istruzioni alle renne in aramaico antico.
«Forza, bando agli indugi, e diamogli lo sciroppo!» comandò Abner.
In un batter d’occhio, un Elfo salì sulle coperte, un altro afferrò un bicchiere d’acqua e un terzo gli aprì la bocca. Con precisione chirurgica, rovesciarono il liquido dorato nella gola del Babbo. Si udì un gorgoglio profondo, simile a uno scarico intasato di lavandino che si stesse liberando. Gli Elfi si misero in attesa. Dopo qualche minuto, Babbo Natale cominciò a sudare copiosamente e un fumo denso prese a uscirgli dalle orecchie. Infine, la sua pelle assunse un bel colore verde prato di montagna.
«Ehm, per tutti i sacchi di regalo vuoti: Lui non dovrebbe essere di quel colore, vero?» chiese Jebedia, preoccupato.
«Nooooo…» risposero tutti in coro, fissando Babbo Natale con occhi sgranati.
«Forse abbiamo sbagliato intruglio» fece un Elfo nel mucchio di Elfi che si accalcavano al letto del Babbo..
«Ah, ah, ah!» fece Grog, noncurante dell’ennesimo insuccesso.
«Oh, oh, oh!» risposero gli altri Elfi.
«Basta fargli prendere un po’ dell’aria fresca della sera!» insistette Grog con incrollabile ottimismo.
Abner pensò a come avrebbe potuto legare e imbavagliare Grog senza dare troppo nell’occhio. Ma non fece in tempo perché quello aggiunse: «Magari ricorrendo anche a un goccio di rosolio…» e saltellò su se stesso per la contentezza di aver avuto una simile idea.
«Un goccio di rosolio, sì, un goccio di rosolio!» gridarono gli Elfi a cappella. «Anche per noi! Anche per noi!»
E così tutti insieme prelevarono di peso il Babbo e lo sistemarono sulla slitta confidando nelle virtù magiche di quel mezzo di trasporto. Ma mentre gli facevano trangugiare tutto il rosolio a disposizione da una capiente damigiana, con tanto di tubo e imbuto, bevendone a loro volta, Babbo Natale, verde e traballante come un turacciolo in alto mare, si tirò su. E iniziò inaspettatamente a cantare a squarciagola canzoni natalizie licenziose con voce da baritono. A causa di tutto quel fracasso, le renne si svegliarono di soprassalto e, vedendo il Babbo sulla slitta, credettero fosse finalmente giunta l’ora di partire e si misero in posizione. Di lì a poco, pur rammaricandosi di non essere anche loro verdi come il Babbo, con un poderoso scatto, si lanciarono a razzo nel cielo stellato.
Babbo Natale, per il contraccolpo della brusca partenza, non essendosi tenuto alla slitta, fece un triplo salto carpiato all’indietro atterrando su un cumulo di neve alta due metri dove lasciò una perfetta impronta a X. Gli Elfi si sporsero dall’orlo della buca per vedere come stava; non riuscirono a vederlo ma udirono un rassicurante russamento da orso polare in letargo provenire dal profondo dell’orma.
La slitta, intanto, sfrecciava contro la luna a velocità sorprendente, diventando ben presto un puntino lontano.
«Mi sa che questo Natale ce la siamo giocata così» biascicò Abner grattandosi la testa e finendo la damigiana di rosolio. «Pizzettina e cinemino?»

I regali di Natale

La famiglia Allen era raccolta nella stanza che fungeva da saletta/cucina. Le dimensioni ridotte del locale assicuravano al piccolo albero di Natale, recuperato da Grange alla discarica, una certa presenza scenica. Era di plastica, con ancora la maggior parte delle palline attaccate, ma dal fascino retrò. Nessuno, comunque, né la moglie Constance, né i tre figli ancora piccoli, pareva badare all’odore di stantio e ammuffito che proveniva dai suoi rami spelacchiati.
La casa era pressoché tutta lì. Oltre alla camera da letto e al bagnetto, la saletta/cucina veniva trasformata ogni sera, con un’opera di magia di Consti, nella camera da letto dei figli. E anche se sotto l’albero c’erano solo un po’ di fantasia e qualche sospiro di troppo, l’atmosfera serena da vigilia di Natale era intatta.
Suonarono alla porta.
All’apertura si sentì un chiassoso:
«Oh oh oh!»
Era un panciuto Babbo Natale, sorridente e giocoso. I bambini si alzarono all’unisono e sotto gli occhi meravigliati di mamma e papà che non riuscivano a capacitarsi di quanto stava accadendo si misero ad abbracciare l’uomo vestito di rosso mandando gridolini di visibilio. Di lì a poco alcuni nani vestiti da elfi che si trovavano sul pianerottolo, intonando una canzone di Natale, entrarono nell’appartamentino degli Allen con sacchi pieni di giocattoli. Grange continuava a guardare in modo interrogativo la moglie e la moglie faceva altrettanto con il marito. La domanda era molto semplice: se non erano loro vestiti da Babbo Natale e neppure nessuno dei loro parenti, chi era allora quell’uomo sulla soglia di casa? E perché tutti quei regali?
Non si erano ancora ripresi dalla sorpresa che al suono ripetuto di ‘Buon Natale’ ripetuto come un’eco ossessiva, gli improvvisati ospiti erano già usciti. I figli erano come impazziti. Urlando ‘grazie, grazie’ o ‘ma questo è il Natale più bello di sempre’ avevano cominciato a scartare i regali febbrilmente mentre i genitori non sapevano cosa dire o fare, vista la gioia che leggevano finalmente sul viso dei loro bambini.
Passò qualche minuto e il campanello di casa suonò nuovamente.
«Oh oh oh!» si sentì ancora.
Era un secondo Babbo Natale. Questa volta era di colore, così come di colore erano gli elfi che erano dietro di lui e che in un attimo posarono nell’angusto locale altri sacchi ricolmi di regali.
Questa volta sia Grange che Constance reagirono.
Ci deve essere un errore’ ‘Noi non abbiamo ordinato nulla’ ‘Portate via tutto’ dissero all’uomo di colore che sembrava non capire.
I figli, che avevano sentito, si alzarono tutti insieme e li attorniarono protestando. Quello era Babbo Natale, osservarono, e stava loro portando tutti quei regali che non avevano mai avuto nelle precedenti feste.
Il Babbo Natale di colore pressoché non li ascoltò e, di lì a poco, se ne andò con i fidi elfi. Intanto i sacchi si trovavano oramai uno sopra all’altro. Un paio era addirittura rovinato sopra l’Albero spezzandolo in più parti. L’appartamento sembrava un magazzino.
Trascorse qualche minuto e un terzo Babbo Natale calatosi dal tetto salì sul balcone insieme, anche lui, agli immancabili elfi. Tra le proteste di Grange e Constance e le grida di giubilo dei loro figli furono scaricati in pochi secondi altri sacchi non appena la madre aprì la portafinestra.
Quando anche il terzo Babbo Natale se ne fu andato, madre e padre a stento riuscivano a distinguere i figli in mezzo a tutti quei doni. Li sentivano solo ridere e gridare ogni volta che ne scartavano uno. Vedevano volare in aria le carte colorate e i nastri d’oro e d’argento senza capirci più niente.
Squillò un cellulare.
«Pronto?!?» disse con voce incredula Grange.
«Sì, mi scusi sono della Babbo Natale Limited & Sons… Volevo avvisarla che per un problemino di software abbiamo portato dei regali che non sono vostri…»
«Ce ne siamo accorti… venite a riprenderveli! Subito!» fece con voce seccata Grange mentre i figli avevano smesso di scartare per ricominciare a protestare (‘Ma come, papà, i nostri regali?’)
«Purtroppo non è così semplice…» comunicò il tizio dall’altro capo della comunicazione «vede noi quest’anno abbiamo avuto l’appalto per consegnare i regali del Comune alle famiglie meno abbienti di Brentwood…»
«E allora?»
«E allora adesso si è sparsa la voce in tutta Brentwood che i regali li avete voi e che ve li volete tenere; sono arrabbiatissimi e stanno venendo a casa vostra per riprenderseli. Una pletora infuriata di mamme e bambini che oltretutto pensano che sia colpa vostra. Per ragioni sindacali e di sicurezza dei miei dipendenti non posso mandarle nessuno. Ma un consiglio ve lo do volentieri: io se fossi in voi abbandonerei la casa non prima di aver lasciata la porta aperta, però…»
Grange non fece in tempo a chiudere la comunicazione che sentì un’onda urlante di centinaia di persone che si stava avvicinando minacciosa.
«Presto Consti, prendi i bambini…» ebbe appena il tempo di dire.
Ma era troppo tardi.

Notte di Natale

Era nevicato tutto il giorno ma ora il tempo sembrava volgere al meglio. Anzi, il cielo si era rasserenato così tanto che si stava trapuntando di stelle. Il bambino, di vedetta alla finestra, vide all’improvviso cadere pesantemente qualcosa sull’albero di fronte e poi in strada nella neve alta.
«Signore si è fatto male?» chiese il bambino sceso subito nella via dopo aver infilato il piumino del babbo sopra il pigiama. L’uomo era privo di sensi, aveva gli occhi serrati e sembrava dormire.
«Signore, signore… devo chiamare la mamma?» insistette cercando di scuotere l’uomo che non accennava a muoversi. «Signore, senti… che ci facevi sull’albero?» ma quello non rispondeva. Il bambino allora guardò il suo coniglio di peluche che teneva per le orecchie, giusto per avere un suggerimento. Neanche lui però aveva qualcosa da dire. Si voltò indietro per ritornare a casa. Non poteva farci niente a quell’ora di notte. In fondo era piccolino e la mamma e il papà non potevano certo essere svegliati perché erano già andati nel lettone. E poi magari quell’uomo aveva semplicemente sonno e voleva dormire nella neve. Che ne sapeva lui? Oppure era sull’albero a dormire ed era caduto. ‘Anche se gli alberi non sono proprio il massimo per dormirci dentro‘, pensò. Lui preferiva il letto, infatti. No, non poteva stare lì in strada: faceva freddo e poi doveva tornare alla sua finestra per vedere quando Babbo Natale sarebbe arrivato. Non aveva tempo da perdere.
Poi un pensiero gli passò per la testa.
«E se quel signore nella neve fosse proprio Babbo Natale? Magari era caduto dalla slitta mentre passava di lì e le renne non se ne erano accorte. Forse era stanco, si era addormentato ed era scivolato giù. ‘Non bisogna guidare quando si è stanchi. Lo dice sempre papà. E se è davvero Babbo Natale e non si sveglia come farà a portarmi in tempo i regali?’
Così il bambino si diresse deciso in cucina e, sempre senza mollare il coniglio, si versò un bicchiere d’acqua dalla bottiglia in frigo. Uscito in strada, gettò senza tanti complimenti l’acqua in faccia all’uomo per svegliarlo. Aveva visto fare così in tv.
«Signore, svegliati… devi finire le consegne… non puoi dormire, non è il momento… E dove hai messo la tua divisa? Le cose vanno fatte bene, ci si deve mettere la divisa rossa per consegnare i regali, lo sanno tutti, è la regola; mica si può andare in giro la notte di Natale vestito così come uno normale e pure con i pantaloni calati… E i regali poi dove li hai messi? Sono rimasti sulla slitta? Mi senti, Signore? Che numero di cell hanno le tue renne che te le chiamo…» e guardò in alto verso i rami più alti casomai riuscisse a scorgere qualche pacchetto. E così gli venne in mente di guardare meglio. Girò intorno all’albero e trovò una scala. Sembrava un invito a salire. Andò su, uno scalino per volta, sorreggendosi bene con una mano perché con l’altra doveva tenere il coniglio. Arrivò in cima. Non era stato facile ma ce l’aveva fatta. Era forte lui. E pure il coniglio. ‘Che bel panorama!‘, pensò, guardandosi attorno. In direzione del Parco era tutto scuro ma si scorgeva bene il laghetto in cui si stava specchiando la luna. Ci andava spesso con il papà a dar da mangiare agli anatroccoli. E poi, girandosi dall’altra parte, vide anche camera sua e ancora meglio quella dei suoi genitori. Fece appena in tempo infatti a riconoscere la mamma che apparve per un attimo di profilo alla finestra. Era tutta svestita. ‘Prenderà freddo’, pensò. ‘Chissà perché è tutta ignuda. Avrà fatto il bagno. La mamma è tanto pulita e profuma di buono. No, nessun regalo quassù’, si disse allungando il collo, ‘e non c’è neppure nessuna renna’. Fece spallucce e ridiscese.
Nel frattempo, aveva ripreso a nevicare e il bambino, sconsolato, se ne ritornò mogio mogio alla sua porta. Guardò un’ultima volta l’uomo semisepolto dalla neve.
«Almeno anche quell’antipatico di Paolino, in fondo alla strada, rimarrà senza regali» disse abbozzando un sorriso.
E richiuse la porta.

Il signore in rosso

Oliviero si trovava in cucina e si stava preparando un panino con la mortadella (sarebbe stato quello il suo cenone della Vigilia) quando sentì un fracasso provenire da fuori della porta. Qualcuno era caduto. Si precipitò fuori accendendo la luce. Sul pianerottolo c’era un uomo piuttosto in carne, vestito di rosso, in mezzo a scatole grandi e piccole confezionate in colori vivaci sparse intorno a lui.
«Accidenti che botta!» esclamò l’uomo ancora disteso. Oliviero si avvicinò per aiutarlo a mettersi in piedi.
«No, per carità, non mi tocchi» fece il signore in rosso. «Faccio da me, la ringrazio. Ogni tanto mi succede con questi carrelli moderni: hanno le ruote davanti che vanno per conto loro e, quando meno te lo aspetti, si bloccano di colpo…»
Oliviero fece un passo indietro per gustarsi meglio la scena e si mise a sorridere.
«Sì, lo so cosa sta per dirmi…» se ne uscì l’uomo vestito di rosso: «che io in realtà non esisto, che sono solo un’invenzione consumistica, che le sembro un amico di un suo vicino di casa e che, insomma, è tutta una mascherata…»
«Lo sta dicendo lei…» gli fece di rimando Oliviero, sempre sorridendo.
«Ecco, appunto… mi aiuti però almeno a rimettere i regali sul carrello» sollecitò  il signore in rosso che, già in piedi, si stava spazzolando il vestito con le mani: «non riuscirò altrimenti a portarli dentro tutti, al numero 4.»
«Dai Serra?»
«Sì… mi pare si chiamino proprio così e hanno pure cinque figli…»
Poi l’uomo in rosso si diede una manata sulla fronte.
«Ecco, ma che testa che ho! Mi sono dimenticato che loro sono in sei quest’anno. C’è anche il nipotino Mark appena arrivato da Miami. Non posso farlo rimanere senza regali! Che figura ci farei?»
«Davvero…» domandò Oliviero grattandosi la testa «…come fa ad avere tutte queste informazioni? Che tipo di parente è lei? Conosco bene i Serra, da anni, io a lei non l’ho mai vista…»
«Lasci perdere, Oliviero… e poi comunque fa proprio male a non fare neppure l’albero…»
Oliviero rimase interdetto. L’uomo sapeva il suo nome ed era conoscenza del fatto che non avesse fatto l’albero di Natale in casa. Stava per chiedergli di nuovo come facesse a sapere quelle cose, ma preferì abbozzare una risposta che suonò tuttavia come una giustificazione non richiesta:
«È che non ho figli, né nipoti ed è comunque una gran seccatura comprare l’albero, addobbarlo, mettere le luci, per poi disfarsene pochi giorni dopo.»
«Ma così impedisce allo spirito del Natale di entrare in casa sua… Tutti noi abbiamo bisogno d’amore, non trova?»
I due si guardarono per un po’ senza dir altro; poi il timer della luce delle scale scattò e si spense. L’uomo vestito di rosso schioccò le dita e la luce si riaccese.
«Mi dia allora almeno un’occhiata ai regali mentre torno giù, vado e vengo…» disse il signore in rosso che già aveva preso a scendere le scale.
«No, guardi ho altro da fare, stavo giusto cenando…» fece a quel punto lui scorbutico.
«Sì, ha ragione, vada vada, sennò il panino con la mortadella le si raffredda!»
Oliviero fece una smorfia a quella battuta ironica e si chiuse la porta rumorosamente dietro di sé. Stava ancora scuotendo la testa quando vide che in sala, davanti a lui, c’era un albero di Natale che arrivava fino al soffitto, ricolmo di palline e di addobbi di ogni tipo, luci accese, colorate e intermittenti, comprese. Era bellissimo. Corse in cucina e al posto del panino alla mortadella trovò il tavolo imbandito con ogni leccornia tipica del cenone della Vigilia. Uscì rapidamente sul pianerottolo: non c’era nessuno e neppure il carrello né i regali a terra. Gli sembrò di sentire anche una risata liberatoria e soddisfatta provenire dal basso. Ma non ci avrebbe giurato.
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