Un respiro dietro l’armadio

«Mamma, mamma, c’è un mostro nella mia cameretta!»
Il bambino, nel suo pigiamino azzurro, si stava sfregando un occhio pieno di sonno; l’orsacchiotto, tenuto per una zampa, penzolava docile a testa in giù.
«Ogni sera la stessa storia» sbottò la madre con tono di rimprovero. «È mai possibile? Torna subito a letto, tanto questa volta non vieni a dormire con noi nel lettone.»
«Ma dico sul serio, mamma, c’è qualcuno che respira dietro all’armadio e ho sentito dei rumori.»
Lei si alzò nervosa dalla poltrona, cercando di fulminare con lo sguardo il marito che, tutto preso a gustarsi il film, neppure si era accorto della presenza del figlio.
«Visto che non c’è nulla?» disse distrattamente la madre rimettendo rimboccando le coperte al piccolo. «L’armadio è accostato al muro. Non ci può essere nessuno lì dietro.»
«Va bene, mamma, se lo dici tu.»
La donna spense la luce dietro di sé e se ne tornò in sala: era contrariata di aver perso la scena più importante del giallo.
Il bambino resistette sveglio finché poté, tanto che era già notte fonda quando si arrese al sonno. Ebbe appena il tempo di mormorare ‘non farmi troppo male, signor Mostro, ti prego’ che si addormentò sfinito. Si agitò molto durante la notte, svegliandosi sovente di soprassalto giusto per accertarsi che l’uomo ansimante dietro al mobile se ne fosse andato, ma le palpebre pesanti finivano sempre per avere la meglio. Filtrava già da qualche minuto la luce dell’alba tra le tendine della sua cameretta, allorché il piccolo si sentì scuotere per un braccio: si svegliò pensando che fosse la mamma che lo chiamava come ogni mattina. Ma non c’era nessuno accanto a lui. Il bambino si levò spaventato precipitandosi nella camera dei genitori; stava ancora tremando quando si rannicchiò accanto alla madre. Lentamente riuscì però a calmarsi e a riprendere sonno, anche se a fatica: finalmente era tranquillo.
Ancora non sapeva che i suoi genitori avevano una voragine in mezzo al petto, proprio là dove prima batteva il cuore.

Due colpi

L’uomo si avvicinò alla porta e suonò.
«Chi è?» si sentì, dall’altra parte, una voce di donna.
«Sono il suo assassino signora, mi apre per favore?»
Seguì un rumore complicato di chiavistelli aperti e di una catena lasciata andare sullo stipite. La porta si spalancò.
«Non ho capito, scusi…» fece la donna con i capelli tinti e cotonati, sulla sessantina.
«Sono il suo assassino signora e sono venuto per ucciderla.»
Ci fu un attimo di silenzio. La donna inforcò gli occhiali sottili e dorati che fece sgusciare dalla tasca del tailleur.
«Ah, è lei… mi sarei aspettata una persona meno giovane. Ma venga, venga, entri, non stia lì sulla soglia, si accomodi.»
La casa era illuminata in modo finanche eccessivo per essere mezzogiorno: era ben arredata ed un profumo intenso di pulito sembrava lì a bell’apposta per mettere di buon umore.»
«Posso offrirle qualcosa?»
«No, grazie, signora. Se per lei è lo stesso… io avrei una certa fretta.»
«Oh certo giovanotto, mi scusi, la capisco. Chissà quanti altri impegni avrà.» La donna intrecciò le dita all’altezza della cinghia griffata e, con un certo imbarazzo, chiese:
«E come pensava di uccidermi?»
L’uomo, fattosi serio, disse in modo professionale:
«Io di solito i miei clienti li strangolo. Ma so che lei ha pagato molto bene la mia agenzia … per cui… scelga lei.»
«Preferirei un bel colpo di pistola.»
«Perché no? Ho giusto un’arma che ho appena fatto venire dalla Germania. E’ uno strumento di alta precisione e un ottimo silenziatore. Ma piuttosto…» e si guardò in giro alzando il mento «dove vuole che ci mettiamo? Mi dispiace sporcare qui per terra.»
«Sì, infatti» ribatté la donna con un gesto di gratitudine «ho appena pulito; avevo pensato di andare in bagno, dentro alla vasca per la precisione. Così non sarà poi tanto difficile rimettere le cose in ordine… quando sarà finito tutto, intendevo dire…»
La donna fece strada in silenzio. Il bagno era spazioso ed accogliente. Da un lato, incassata nel pavimento, era adagiata un’ampia e raffinata Jacuzzi. La signora, con molta naturalezza scese i pochi gradini e si distese sul fondo completamente vestita.
«Lei è davvero elegante, sa?» fece l’uomo sincero dandole una rapida occhiata «non mi capita spesso di avere a che fare con persone di classe come lei.»
«La ringrazio molto giovanotto. Me l’avevano detto che lei ci sapeva fare. Quando sarà tutto finito, troverà sulla mensola del telefono, un extra per lei, se l’è proprio meritato…»
«Guardi che non era necessario, è un mio dovere essere gentile.»
E mentre sciorinava queste parole prosciugate di ogni espressione, estrasse da sotto la giacca un’automatica acciaio inox. Avvitò il silenziatore con grande calma e perizia. Impugnò poi la pistola alzandola all’altezza della donna che lo stava osservando.
«Dove pensava di colpirmi?»
«Alla testa, soffre meno.»
«Ha ragione: è proprio in gamba lei.»
L’uomo piegò d’un lato impercettibilmente le labbra. Forse era un sorriso.
«Faccia un bel respiro, per favore» si raccomandò lui.
E sparò due colpi, in rapida successione.