Lo sceriffo

«Dove credi di andare?» mi apostrofò il giovane mettendomi un dito davanti al naso a mo’ di grimaldello. Lo sceriffo grasso, ma con la barba rasa e i capelli a spazzola alti pochi millimetri, mi guardava strizzando gli occhietti scuri.
«Vado in banca, perché?» gli chiesi io contrariato da quel tono inquisitorio.
Lui, per tutta risposta, mise una mano sulla fibbia della cintura facendo scivolare l’altra, con misurata noncuranza, sulla pistola nella fondina.
«Hai lo sguardo torbido…»
Rimasi senza parole. Non riuscivo a credere che dicesse sul serio. Anche per quel tu fastidioso.
«Vai, vai» mi fece poi con aria di volermi fare una concessione. E, con soddisfazione, accompagnò le sue parole con il palmo aperto della mano segnando il percorso sino alla bussola della banca. «Ma ricordati che ti tengo d’occhio.»
Non volli replicare e lo squadrai mentre mi allontanavo, anche se per lui non costituivo più motivo di interesse.
Mi specchiai nei vetri della porta, prima di entrare, pronto a cogliere impietosamente qualche aspetto del viso che tradisse una qualche insospettabile tara delinquenziale, ma vidi solo un viso stanco e rabbuiato. In banca ebbi così l’impressione di avere gli occhi della gente cuciti addosso e gli obbiettivi delle telecamere puntate contro. Le parole del vigilante mi avevano fatto sentire a disagio.
Mi sembrò pertanto di uscire dal fondo di un pozzo quando sentii dietro di me la voce di Laura, in fila anche lei per lo sportello. La sua dolcezza fresca e pulita mi risciacquò subito la mente trasportandomi in un’altra dimensione tanto era avvolgente il suo modo di fare.
Stavo per proporle di scappare insieme su qualche isola deserta non ancora mappata sul planisferio conosciuto, quando era già il mio turno. Mi sbrigai velocemente con il bancario solerte e preciso che avevo davanti, per cui non mi restò che salutarla malvolentieri, avendo esaurito tutte le scuse possibili per attardarmi con lei. La sua voce mi risuonava dentro alla testa quando uscii con la mia ricevuta in mano: sorridevo per quella sensazione di calore che sapeva sempre darmi la sua vicinanza.
«Dove credi di andare nonnetto?» sentii dire a pochi metri da me.
Lo sceriffo aveva appena afferrato il braccio di una persona anziana che, carico di un’ottantina d’anni, era curvo su di un bastone che non sembrava volerlo reggere ancora per molto.
«Hai lo sguardo torbido…» incalzò il vigilante con prosopopea. Ma il vecchietto, forse sordo, si staccò con naturalezza da quella presa raggiungendo lentamente l’entrata della banca.
«Sì, sì, vai pure» continuò a dirgli dietro il giovane con arroganza «ma non fare il furbo, ti tengo d’occhio.»