Marjatta, gli occhi del colore delle acque del lago Simpaa, insieme a Tapio, biondissimo e robusto, alto quanto un uomo, e Aalvar detto “Ruukku”, per la forma a pentola del suo corpo, erano i diciassettenni più irrequieti di Kupittaa, un quartiere di Turku, in Finlandia, ed erano sempre in giro a mettersi nei guai. Comandava il gruppo l’intransigente Marjatta, di origini Sami, che facilmente otteneva un’obbedienza cieca dell’immaturo Tapio e dello scaltro Ruukku che vedevano in lei una persona spregiudicata e sempre sicura di sé.
Paarvo, un norvegese di quindici anni, era invece appena arrivato in città. Dolce e timido, con un sorriso che chiedeva solo di essere accettato, aveva un desiderio prepotente: essere accettato da quel gruppo di cui si narravano storie leggendarie e rifuggire la solitudine e la malinconia di aver dovuto lasciare fin troppo presto i suoi amati fiordi.
Ma far parte della compagnia di Marjatta aveva un prezzo piuttosto alto. Lo sapevano tutti i ragazzi del paese, che se ne stavano per questo ben alla larga. Bisognava infatti superare tre prove, sempre diverse ad ogni richiesta di ingresso del novizio di turno.
La prima che Marjatta sottopose a Paarvo era l’abbraccio di ghiaccio. Il ragazzo avrebbe dovuto rimanere per cinque minuti, a petto nudo, abbracciato alla statua di ghiaccio a grandezza naturale dello sciatore Holkki Viinanen, conservata nel reparto surgelati del centro commerciale Sokerikuja. Marjatta sorrise all’idea di quella bizzarra sfida, avendo scommesso con gli altri sulla facile resa del magrolino così diverso da loro. Ma Paarvo, con uno sguardo sereno e le mani arrossate, superò la prova senza un lamento. Solo, alla fine, commentò:
«Sembrava mio padre quando rientrava al mattino dalla pesca nel Mare del Nord». Poi infilò il suo giaccone e si mise a canticchiare una canzone in norvegese.
La seconda prova si svolse una notte, alla vecchia stazione abbandonata di Kaarnatie. Paarvo doveva attraversare da solo un tunnel stretto e infestato da topi: era il vecchio corridoio sotterraneo per la manutenzione che collegava il primo con l’ultimo binario, e si diceva che vi vivesse ancora l’anima maledetta di un senzatetto morto di freddo. Paarvo non aveva né luce né coltello, solo una torcia. E il tunnel andava percorso fino in fondo: cinquecento metri di tanfo insopportabile e di umido appiccicoso.
E Paarvo tornò dopo una ventina di minuti, pallido. Non aveva superato la prova, ma non disse nulla. Si sedette per terra davanti a loro, in ginocchio, come un condannato in attesa di un’amara sentenza. Solo dopo un po’ mormorò:
«C’è qualcuno là dentro che dopo tanti anni aspetta ancora di uscire; ed è lui che non mi ha fatto passare».
Marjatta voleva subito cacciare l’intruso norvegese non avendo completato il percorso di iniziazione. Ma Ruukku, con il suo fare mellifluo e suadente, la convinse che in fondo con “quello” potevano ancora divertirsi per qualche ora; tanto, da quello che avevano potuto constatare, il suo destino di perdente lo aveva già segnato. Marjatta a quella prospettiva acconsentì di buon grado escogitando l’ultima, insensata, prova.
Petäsmäki era una collina battuta dal vento. Sulla cima, torreggiava una turbina eolica. Marjatta spiegò a Paarvo che bastava aggrapparsi a una delle pale e fare un giro completo per diventare uno di loro.
«Non è poi così difficile come sembra» gli disse ridacchiando con quel suo nasino impertinente. «La turbina è lenta. Basterà solo salire sul fusto con l’albero inclinato che Tapio ti sistemerà come rampa. E se resisti a fare il giro intero il gioco è fatto. Praticamente è come se tu fossi già dei nostri».
Tapio, come da ordine impartitogli, subito trascinò un tronco di betulla appoggiandolo al palo della turbina. Paarvo capì che, in quel modo, sarebbe stato effettivamente in grado di raggiungere le pale. E si decise a tentare. L’atmosfera tra loro si era fatta tesa: avevano compreso tutti che, al contrario di quanto era stato detto, sarebbe stata una prova davvero difficile. Ma Paarvo non esitò. Salì sul tronco obliquo come uno scoiattolo e, arrivato sulla sua sommità, si lanciò al momento giusto afferrando la pala a lui più vicina. Aveva le dita bianche per lo sforzo, ma il sorriso era ancora disegnato sulle sue labbra.
Il giro stava per essere completato quando si accorse che non sarebbe stato in grado di atterrare sull’albero da cui era saltato: aveva una circonferenza troppo stretta e la velocità della pala tutto sommato eccessiva; inoltre, appeso com’era, non lo vedeva bene. Iniziò così un secondo giro e poi un terzo. La testa cominciava a girargli. La fatica stava diventando insopportabile. Poi, all’improvviso, il vento rinforzò. Le pale si mossero più in fretta. Tapio rise nervoso. Gli altri due ammutolirono. Marjatta aveva gli occhi lucidi, non si capiva se per l’eccitazione o per aver compreso d’un tratto tutto l’orrore di quello che aveva organizzato.
Il giro successivo fu ancora più veloce e Paarvo in un attimo perse la presa volando via nel cielo aperto come lanciato da una fionda. In un istante fu solo un puntino tra le nuvole. Poi sparì. Tapio restò con la bocca aperta. Ruukku si allontanò gli occhi bassi biascicando qualcosa tra sé e sé. Marjatta, senza dire nulla, si accasciò sull’erba, fissando il vuoto.
Da quel giorno, quando il vento cambia, a Petäsmäki, qualcuno giura di riuscire a sentire tra le fronde una canzone norvegese: è sommessa, monotona, e dopo un po’ si perde nel vento.
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Buon San Valentino
«Ciao, Marì…» disse farfugliando Giorgino. Le luci stroboscopiche fai da te installate per la festa organizzata in casa dall’amico lo avevano appena illuminato di viola mentre la ragazza era inondata di luce dorata.
«COSAAA?!? NON CAPISCO CON QUESTA MUSICA COSI’ ALTA…» gridò Marì sgarbata.
Giorgino non si perse d’animo. Erano anni che quella ragazza gli piaceva perdutamente ed era arrivato il momento di farglielo sapere, almeno questa era la conclusione cui era arrivato dopo tanto tentennare. Le si avvicinò a piccoli passi. Il profumo di lei entrò nelle sue narici facendolo naufragare in un’altra dimensione. Per un momento, oscillò.
«Volevo solo dirti…» fece lui deglutendo più volte, «volevo solo dirti che mi piaci tanto e che mi piacerebbe uscissimo insieme…»
Questa volta Marì aveva sentito bene. Osservò divertita il ragazzo che stava diventando azzurro, poi verdolino e poi arancione a seconda delle luci al led che lo colpivano. Poi lei si fece seria e si volse attorno come per accertarsi se qualcun altro avesse sentito quelle parole. Lo stanzone era ancora semivuoto, le sue amiche erano in ritardo e Attilio, il padrone di casa, era chino sulla sua immensa raccolta di vinili per scegliere la musica più adatta per la serata.
«Cos’è una battuta?» chiese lei raddrizzando le spalle e mettendo ancora più in mostra il seno generoso.
«No… veramente no» cercò di giustificarsi lui intimorito per quel gesto.
«Ma se sei un rospo! Hai gli occhi sporgenti, gli occhiali spessi da bibliotecario e il sedere basso che puzzerà di piedi; e non guidi neppure la macchina…»
Giorgino la vide per un attimo come in una foto patinata. Anche con quell’aria di disprezzo disegnata sul volto era bellissima. Poi quelle parole appena vomitate in faccia scesero lentamente nella sua anima e l’avvelenarono; sentì che qualcosa dentro di lui si stava rovinosamente spezzando. Lei continuava a squadrarlo impietosa mentre il ragazzo non sapeva più che fare. Avrebbe voluto solo sparire, ma non gli riusciva: le scarpe erano piene di cemento e bullonate alle piastrelle.
Per tutta la festa non riuscì più a parlare. Se ne stette in un angolo, accanto a un trumeau in penombra, con mezzo bicchiere di coca-cola calda in mano: stava ancora precipitando nel suo pozzo. Ogni tanto guardava verso Marì attorniata da ragazzi e dalle sue amiche fidate. Forse, dopo tutto, aveva capito male, forse lei non voleva dire proprio quello che davvero gli aveva detto; si aggrappava a questa idea, disperatamente, per rallentare la caduta libera. Ma ora gli sembrava che finanche le amiche guardassero nella sua direzione e si mettessero a ridere.
Per qualche giorno non uscì di casa. Per fortuna, dalla finestra del soggiorno la vedeva passare nella via mentre andava a scuola. Era sempre con qualcuno, il viso sorridente, i capelli corvini, lunghi e morbidi, il passo altero come di chi nella vita avrà solo sfide tutte da vincere.
Come avrebbe potuto lui ora convivere con quel giudizio lacerante? Si chiedeva senza riuscire a rispondersi e soprattutto senza smettere di sprofondare sempre più in giù.
«Marì, apri tu?»
«Si mamma.»
«Lei è la signorina Maria Carla G.?»
«Sì»
Il ragazzotto biondo con la divisa di un noto corriere internazionale le consegnò rapido un pacco. «Firmi qui per cortesia.»
Lei firmò in modo deciso e ordinato. Non stava più nella pelle. Era un regalo per lei, il giorno di San Valentino! Che emozione!
Poggiò il pacco sul tavolo della sala e lo scartò febbrilmente. Era un scatola di legno con dentro un barattolo di vetro. Non riusciva a capire cosa fosse e lo portò verso la luce della finestra, Dentro al barattolo, immerso in una soluzione di formalina, fluttuava un cuore piccolo e poroso.
Nella scatola c’era anche un biglietto:
Buon San Valentino, Marì,
con tutto il cuore.
Tuo, per sempre.
Giorgino
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Ballando nel vento
I due ragazzi, poco più che bambini, camminavano l’uno al fianco dell’altra, sul marciapiede. Alcune rose fiorite al di là di una cancellata in ferro li accompagnava con il loro profumo. Lei improvvisava passi di danza.
«Ma si può sapere cos’è che hai?» chiese lui preoccupato.
«Sono felice» rispose la ragazza con un sorriso dolcissimo. Poi con un balzo salì su un muretto, ballando nel vento come una ghiandaia al suo primo volo.
«Scendi giù di lì che mi fai paura».
Lei continuava a saltellare come fosse sola. Ora aveva gli occhi chiusi per concentrarsi su una musica tutta interiore.
«Allora? Vuoi dirmi cosa c’è?» insistette lui cercando di prenderla per la vita e rimetterla con i piedi per terra.
«Ho deciso di sposarmi» rivelò lei trionfante.
Il ragazzo s’impuntò quasi avesse sbattuto contro il muro:
«Non credo di aver capito bene…»
«Sì, ho deciso di sposarmi, ne ho parlato con i miei. Non è stato facile convincerli, ma adesso anche loro sono d’accordo».
«A quindici anni?!? Vuoi sposarti a quindici anni? Ma… ma ti ho messo incinta?» balbettò lui.
Lei aprì finalmente gli occhi e saltò giù. Lo prese per mano per indurlo a continuare a camminare.
«Sciocco, non si rimane incinta con un bacio…» fece lei ridacchiando.
Lui era confuso; sembrava fissare una foglia enorme di platano che era atterrata di traverso su un’aiuola.
«E poi non voglio sposarmi con te».
«Ah no?!?» fece lui deluso sentendosi ardere il volto. «Anna, non… non ci capisco più niente». La ragazza si era fermata davanti ad un ingresso a vetri, dietro si indovinava un corridoio profondo, illuminato appena da una lucina che sbucava da una parete come la testa di una fattucchiera.
«Ho deciso di entrare come novizia qui, alle Suore Collegine» svelò lei radiosa indicando con il pollice il convento alle sue spalle. «Mi hanno accettato. Mi sposerò con Cristo». Ed entrò che stava ancora ballando.
L’occasione di una vita
Accoccolata sulla poltrona, stretta nei suoi quindici anni difficili, osservava la pioggia, obliqua e sottile, contro il palazzo dirimpetto. La fronte, corrugata di pensieri, tradiva inquietudine. Forse sperava in una vita più semplice, forse meditava un amore credibile o forse desiderava solo un’esistenza meno affogata nelle proprie emozioni. Così, fu solo al terzo trillo che si accorse che avevano suonato alla porta. Davanti a lei si parò un ragazzo di cinque o sei anni più grande. Era alto, biondo, con gli occhi verdi, vestito di un cilestrino pallido. In mano aveva redini docili e un grosso cavallo bianco che, alle sue spalle, sbuffava colpendo nervoso lo zerbino con lo zoccolo largo. Il ragazzo si tolse il cappello, con la piuma affilata di gheppio appoggiata di traverso, e sussurrò accendendosi in un sorriso:
«Sono il Principe azzurro. Avevamo un appuntamento. Vieni… andiamo» e le tese la mano.
La ragazza si spaventò. Rimase per qualche secondo immobile, poi richiuse rapidamente la porta dietro di sé.
‘Com’è bello…’ sospirò con la schiena appoggiata al legno della porta ‘magari mi ama. Ma che dico? Se neppure mi conosce… Non posso andar via con lui. I miei che direbbero? E poi devo finire gli studi e iscrivermi all’università. Ci sono dei programmi da rispettare, delle aspettative. Che ne sarebbe di me? Dei miei amici, della mia casa? No, non posso fuggire. Com’è bello però! Che occhi, che viso gentile!’ Scosse i lunghi capelli che le ricaddero sul viso. ‘Che sciocca! Ma ci penserà lui a me. Avrà senz’altro un castello da qualche parte, delle terre, una corte, dei servitori. Avremo dei figli bellissimi… una vita lunghissima e saremo felici, sì, me lo sento, il mio cuore non mi tradisce. E’ proprio il ragazzo più dolce che abbia mai visto. Ed è venuto apposta per me. Non sarò più sola…’
Respirò profondamente e quindi aprì di nuovo la porta. Non c’era però nessuno. Accese la luce sul pianerottolo e lo vide riverso da un lato, avvolto in una coperta.
«Ma tu sei diventato vecchio!» fece lei delusa vedendolo in volto.
«Certo» disse lui alzandosi «sono cinquant’anni che ti aspetto… ti sei decisa finalmente!»
La donna di colpo sentì tutti gli anni che aveva, si mise una mano sul collo. Si sentiva soffocare:
«Oh… è passato davvero tutto questo tempo? E che ne è stata allora della mia vita?»
Vita da piccione
Il ragazzo biondo con la faccia da bambino continuava a guardarsi attorno martoriando uno spallaccio dello zaino.
«Rilassati, sembri un’anima in pena» fece il ragazzo bruno seduto accanto a lui sulla panchina. Scimmiottava James Dean in ‘Gioventù bruciata’ anche se quel film non lo aveva mai visto; ma sembrava proprio lui, soprattutto quando, aggrottando la fronte, si accese la sigaretta. «È la prima volta che salti scuola?»
«No, no» rispose l’altro mentendo. «E che non mi sento bene, forse dovrei andarmene a casa.»
«Bravo fesso, così i tuoi se la danno subito.»
Il ragazzo con la faccia da bambino sapeva che l’amico aveva ragione. Si mise le mani in tasca, almeno lì, forse, sarebbero state ferme. Stettero a guardare l’andirivieni della gente attirata dal vicino mercato. Un vigile urbano passò loro accanto guardandoli fissi. Il tempo trascorreva lento, troppo lento per starsene seduti lì.
«Guarda quello lì» se ne uscì ad un certo punto il ragazzo biondo.
«E allora? È un barbone.»
«Certo che lo è. Però sta facendo a metà del suo panino con i piccioni. Non è un fesso?»
Il ragazzo che fumava accennò ad una smorfia, poi disse:
«Ma lo sai che sei strano forte?»
«Che ho detto? Quel barbone mangerà sì e no solo quel panino e lui lo divide con quegli uccelli, non so… mi sembra una cosa bella…»
«Quando fai così non ti sopporto» sbottò l’altro alzandosi.
«Ma dove vai?»
«Andiamo, sono stufo di star qui.»
I due ragazzi si allontanarono ciondolandolo. Il barbone invece era sempre lì e ad ogni morso al panino ne spezzava un po’ da tirare ai piccioni che formavano ormai una macchia confusa e indistinta sulle sue scarpe. Poi si guardò in giro furtivo e quindi, con un gesto rapido, né agguantò uno per il collo facendolo subito sparire in una borsa nera nascosta tra le gambe. Tutti i piccioni volarono all’unisono in uno spettacolare unico frullo. L’uomo riprese a mangiare il panino, con più calma, adagiandosi ben bene sullo schienale della panchina e socchiudendo gli occhi per il piacere.
