L’ombra esatta

«Cosa fa quel signore, maman
La bambina, vestita come fosse una bambola d’altri tempi, un fiocco rosa tra i capelli e le trecce ben separate dietro la nuca, era seduta composta al tavolino di uno dei bar più storici della città. La madre, davanti a lei, spilluzzicava la brioche in pezzetti più piccoli sperando forse che, in questo modo, le piccole porzioni di dolce non la facessero ingrassare.
«Come dici, chérie
La madre era fresca di parrucchiere, anche se, a dir la verità, non c’era giorno che non lo fosse. Il trucco era il sapiente risultato di una prolungata sessione davanti allo specchio anche se, da qualche anno, non le era più tanto semplice coprire la rughe d’espressione e i segni del tempo. Anche i massaggi e i filling le davano oramai una tregua poco duratura. Le labbra, quando non in movimento per via della brioche, avevano poi una impercettibile piega all’ingiù di chi è sdegnosamente annoiato della vita.
«Maman, posso indicarlo? O non si fa?» chiese la bambina che poteva avere una decina d’anni. «È là, sulla piazzetta, fermo e immobile, da dieci minuti che pare un sasso. Si sentirà male?»
La madre girò il volto con noncuranza giusto per una rapida occhiata.
«È un clochard, ma petite… o forse un’artista di strada. Non ti curare comunque di lui. Il cappuccino ti si sta raffreddando. Bevilo o faremo tardi.»
«Un clochard?»
«Sì, un vagabondo…»
Un uomo, in là con gli anni, stava effettivamente in piedi sullo spiazzo di pietra grigia antistante il Café Momus. Aveva una postura che si sarebbe detta innaturale. Era infatti rigido, come bloccato sull’attenti, lo sguardo fisso regolato sull’infinito mentre i passanti frettolosi, provenienti da entrambe le direzioni sul marciapiede nord di Rue des Martyrs, lo evitavano all’ultimo momento. Era in giacca e cravatta, entrambe di fattura piuttosto antiquata; un impermeabile logoro copriva la figura fino ai piedi contribuendo ad assegnargli un aspetto trasandato. Uno sturalavandino, ben piazzato sulla testa, ne completava l’insieme.
«Quando abbiamo finito qui gli diamo qualcosa, maman
«Tu intanto finisci quel che hai davanti, chérie» rispose lei mentre controllava distrattamente il cellulare.
E non appena si alzarono la bambina insistette per passare davanti a quell’uomo un po’ strano. ‘Ha bisogno di aiuto’ aveva detto la piccola per convincerla. La madre si inteneriva sempre nel constatare quanto la sua piccina fosse ancora tanto ingenua. Nonostante ciò, seguì la figlia controvoglia e di fronte all’uomo, irrigidito come una statua di sale, tirò fuori il portafoglio griffato come dovesse assolvere a un dovere inevitabile. Stava per consegnargli del danaro quando si accorse che non aveva davanti a sé alcuna ciotola o cappello per raccogliere i soldi.
«Che cosa vuol dire ‘gnomone’, maman?» chiese la bambina indicando il cartello che il signore aveva al collo e che si intravvedeva da sotto l’impermeabile.
La madre non sapeva che rispondere.
«Non sono qui per chiedere l’elemosina, Signora…» disse un po’ risentito lui che aveva capito le intenzioni della donna. «Svolgo un servizio pubblico: solo lo ‘Gnomone’ della città…je suis une méridienne humaine, Madame» chiarì con un forte accento di Brest o di Quimpec.
«Cioè?» chiese divertita la bambina che avrebbe volentieri portato con sé il vecchietto per giocarci insieme, tanto le faceva simpatia.
«Sono una meridiana umana» ribadì «e segno l’ora esatta con la luce del sole. Gli orologi, sia quelli meccanici che digitali, prima o poi si fermano, mentre la meridiana umana no. C’è sempre bisogno di sapere che ora è. Il passato non esiste più e il futuro non c’è ancora. Esiste solo il presente. E io aiuto la gente a contestualizzarlo dal punto di vista temporale» declamò senza muoversi e continuando a guardare davanti a sé come se parlasse a una telecamera che lo riprendesse da Rue de Navarin.
La donna non era sicura di aver capito bene quello che l’uomo aveva appena detto. ‘Adesso anche i barboni fanno gli intellettuali. Mon Dieu, dove andremo a finire?‘ pensò lei facendo una smorfia di disappunto che le riuscì però solo a metà per via dell’ultimo botox. Poi vide che lui si trovava proprio in mezzo a un cerchio da cui si dipartivano, disegnate sulla pietra, delle linee a raggiera. Nei punti di intersezione con una ideale circonferenza spiccavano sgargianti dei numeri. L’ombra della sua figura, e ancor più dello sturalavandino che aveva sulla testa e che fungeva da indicatore come una lancetta, segnava esattamente l’ora di quel momento.
Madre e figlia si guardarono stupite.
In quel mentre arrivò una ragazzina, anche lei vestita in modo modesto. Si piazzò con grande solerzia un po’ più avanti rispetto all’anziano.
«Scusami nonno, oggi ho fatto tardi. Sai com’è la mamma…» avvertì la ragazzina sistemandosi un poco più avanti. Appena ebbe raggiunta la sua posizione rimase improvvisamente immobile come si fosse compenetrata in una parte prestabilita. Anche lei aveva uno sturalavandino sulla testa, pur se più piccolo di quello del nonno, e ruotava lentamente su se stessa.
«E tu cosa fai?» chiese in modo candido la bambina rivolgendosi a lei.
«Lui segna le ore…» spiegò la ragazzina gentile, alludendo al nonno alle sue spalle, «mentre io i minuti.»
La madre riguardò l’ora segnata dall’ombra dell’uomo.
«Mais quel dommage… Mi hai fatto fare proprio tardi, chérie… andiamo…» fece strattonando un poco la bambina. Lei la seguì senza fiatare. Ogni tanto si voltava però indietro: l’ombra della nipote si intersecava perfettamente, roteando, con quella del nonno.

Tiiic

Postulante«Possiamo essere generosi.»
L’uomo davanti a sé si stava infervorando nel parlare. La faccia era seria ma cordiale. Gli arrivava al petto.
«Non ho capito cosa mi vuole vendere…» gli chiese Ingemar un po’ seccato di essere stato disturbato.
L’uomo sulla porta cambiò il peso del corpo dalla gamba destra a quella sinistra.
«Non voglio venderle assolutamente nulla. Le stavo dicendo, e se mi facesse accomodare glielo spiegherei meglio, che sono il prof. Sandström, Gunnar Sandström, del Laboratorio Reale di nanotecnologie dell’Università di Stoccolma. In collaborazione con l’Università delle Scienze Biologiche Superiori di Oslo stiamo portando avanti una ricerca per dimostrare un’ipotesi che si sta dibattendo da qualche anno nella letteratura scientifica del settore e cioè che la separazione dell’anima dal corpo, al momento del decesso, è un fatto, come dire, anche meccanico…»
«Un fatto meccanico…» ripeté Ingemar che continuava a non capire dove quello strano tipo voleva andare a parare.
«E vorremmo provare a registrarlo con dei sensori di ultima generazione in nanofrequenza da attivare proprio al momento della dipartita» seguitò il professore.
«In che senso?»
«Nel senso che al momento del distacco l’anima rilascia un suono debolissimo… più o meno un tiiic. Tracciabile però da dispositivi sofisticati. Stiamo raccogliendo dati sul punto.»
«Tic?» fece ancora eco Ingemar
«No no» fece Sandström agitando davanti alla sua faccia un indice grassoccio e tozzo. «Non tic, né tac, ma tiiic
«Ah ecco…»
«Sua madre è in coma irreversibile… ed è in fin di vita… » disse spiccio il professore come fosse una sentenza «e sarebbe quindi l’occasione ideale per confermare questa teoria» concluse quasi compiacendosi per la logica stringente del proprio discorso. «Lei renderebbe un servizio meritorio alla Scienza.»
«Come fate a sapere che mia madre è in fin di vita?»
«Abbiamo le nostre fonti» rispose il professore un po’ in imbarazzo.
«Non lo ritengo dignitoso e rispettoso che una donna morente sia oggetto di esperimenti… Mi spiace…»
«I sensori vengono inseriti da personale medico specializzato» insistette il professore allarmato per la piega che stava prendendo quella discussione «e poi, come le ho detto, provvederemmo a ristorare in modo cospicuo il suo… ehmmm… disagio» disse Sandström allungando un biglietto da visita.
«E che ci faccio con questo?»
«Lo volti, per cortesia.»
Caspita che cifra‘ pensò tra sé e sé Ingemar sperando di non aver cambiato espressione davanti al tipo buffo ‘la madre era sempre stata per tutta la vita una spina nel fianco. Se ci ricavava ora un po’ di danaro, e poi per un esperimento scientifico sicuramente meritorio, che cosa ci sarebbe stato di male, dopotutto?‘ Inoltre, a dirla tutta, lui di quei soldi ne aveva proprio bisogno.
«Ci penso e le faccio sapere» rispose brusco chiudendo la porta in faccia al professore.
Ingemar, già il mattino dopo però, telefonò a Sandström, cercando di tirare un po’ sull’importo già sostanzioso. Non ci riuscì, ma il monitoraggio si fece lo stesso.
E così il team del professore lavorò intorno a sua madre con estrema serietà e delicatezza. Ingemar non aveva potuto obiettare nulla. Non si notava neppure l’apparecchiatura installata. E, dopo circa un’ora, tutto era pronto.
La poveretta passò a miglior vita nel cuore della notte di tre giorni dopo, mentre il figlio era nella sua camera da letto attigua a dormire.

«Allora com’è andata?» chiese Ingemar al professore tornato a trovarlo a casa una settimana dopo il funerale. Lui non era stato ancora pagato ed era preoccupato. Questa volta fece accomodare il tipo buffo in salotto.
«Male» disse il professore scuotendo la grossa testa.
«Mi prende in giro? Lo dice solo per non volermi pagare.»
Sandström si risentì per quella insinuazione. «Ho la registrazione qui con me» rivelò dopo un po’, sostenuto «Sua madre è morta alle 02.04 del mattino dello scorso 20 giugno, vero? Ascolti.»
E Ingemar ascoltò.
Alle 02.04 si udì un lungo e sonoro peto.

Gemelli diversi

«Sei già qui?»
«Buongiorno anche a te, caro fratellino…» disse Helmet entrando in casa. Si era appena addentrato di un metro nel corridoio e già lo avevano assalito i mille odori della sua infanzia. E si sentì schiacciare.
Dag gli diede le spalle in un attimo, tornandosene nella sala. Una credenza in noce aveva le ante aperte, lo scrittoio aveva i cassetti che penzolavano nel vuoto e il contenuto di una cassapanca era sparpagliata sul pavimento.
«Sembra che ci siano stati i ladri!» commentò sarcastico Helmet guardandosi in giro con le mani in tasca.
I due fratelli si assomigliavano oramai solo per lo sguardo. Mentre quando erano giovani parevano uno la replica dell’altro, la vita li aveva profondamente modificati nel carattere e nell’aspetto. In particolare, Dag, per colpa di un improvviso rovescio economico, si era ammalato di una forte depressione che gli avevano fatto perdere peso e capelli imbruttendolo. L’altro gemello invece aveva goduto sia di fortuna che di salute: si era trasferito prima a Londra e poi in America ove era diventato un apprezzato e ricco project manager di una grande società internazionale. I rapporti tra loro, con il tempo, erano diventati pessimi.
«Invece è solo una casa vuota dopo la morte di nostra madre…» fece Dag acido «…di cui il Nostro Grand’uomo si sarebbe accorto se fosse arrivato per tempo per il funerale.»
«Non è colpa mia se mi trovavo in Asia per un ciclo di conferenze» disse con sufficienza Helmet lasciandosi cadere su una poltrona. «E dimmi… hai già trovato qualcosa di nostra madre da poter rivendere facilmente?»
Dag si girò a fulminarlo con lo sguardo e poi gli sibilò: «Proprio su quella poltrona ti dovevi sedere?»
«Io e la mamma abbiamo sempre avuto gli stessi gusti.»
«Ah… se è per questo, c’è molto di più!»
«Cosa vuoi dire?»
«Ti ricordi nostra madre che quando eravamo piccini scherzava sempre su fatto che eravamo così uguali che era facile scambiarci l’un con l’altro?»
«Ancora con questa storia?»
«Non è una storia, è tutto nero su bianco, caro il mio fratellino… Ho trovato il diario di mamma.»
«Mamma teneva un diario? Fammelo vedere!» disse Helmet alzandosi dalla poltrona e protendendo una mano.
«A suo tempo… a suo tempo.»
«E cosa c’è scritto?»
«C’è scritto che una sera, al ritorno di nostro padre dal lavoro, era trascorsa sì e no una settimana dal parto, lei lo ha accolto in lacrime confessandogli che facendoci il bagnetto si erano slacciati entrambi i braccialetti con i nostri nomi. In altre parole, non era più in grado di sapete chi era Helmet e chi Dag. Eravamo così identici…»
«Ma non è vero, ti stai inventando tutto…»
«Non è una storia, è tutto nero su bianco, ti dico. I nostri genitori sono rimasti entrambi nell’incertezza fino a quando non hanno dovuto iscriverci a scuola.»
«Insomma, dove vuoi andare a parare?»
«Che ci hanno iscritto a caso, tirando la monetina… abbiamo da allora avuto due istruzioni diverse, due esperienze adolescenziali differenti, due differenti modi di vivere per via di quello sbaglio iniziale.»
«Ma quale sbaglio?»
«Certo, uno sbaglio e ora ne ho le prove. Ho trovato anche la cartella clinica del parto. Bastava leggerla quando era il momento…»
«Cosa c’entra ora la cartella clinica del parto?»
«C’entra centra… durante il parto c’è stata subito una complicazione e per il primo bambino hanno usato il forcipe… L’ostetrico ha lasciato maldestramente una piccola lacerazione, poi subito guarita, sul collo di quello che fu poi chiamato Neonato 1. E al Neonato 1 è stato impartito il nome di Helmet… caro fratellino e tu eri il Neonato 2 con il nome di Dag.»
«Cosa stai dicendo?…» fece Helmet sempre più agitato.
Dag si girò di scatto e scostando un poco i capelli di lato sulla nuca mostrò orgoglioso al fratello una piccola cicatrice.
«Tu ce l’hai questa?» fece lui con gli occhi severi. «Tu sei Dag e io sono Helmet. Questa è la triste verità. Tutto quello che è capitato a me doveva capitare a te e tutta la tua fortuna doveva essere la mia. Hai rubato la mia vita.»
Per un attimo ci fu silenzio. Helmet era rimasto con la bocca aperta. Poi Dag si accasciò a terra e iniziò a piangere a dirotto.

Catene invisibili

Era già un’ora che si trovava in attesa del suo turno alle poste. Doveva ritirare una raccomandata in giacenza ma distrattamente aveva scelto proprio il giorno di pagamento delle pensioni e delle otto postazioni disponibili solo tre erano occupate da impiegati.
Si accorse però di essere tranquillo e che il ritardo non lo stava innervosendo come normalmente sarebbe accaduto. Quei giorni di ferie che stava trascorrendo avevano operato il miracolo di ridargli la forza di sopportare le contrarietà.
Dalla sedia che era riuscito a guadagnare, tra le pochissime disponibili in quei locali, vide una donna che era appena entrata nella filiale. Era sulla cinquantina, un po’ trasandata, vestita modestamente, ma con un viso franco e schietto. Stava tenendo in mano, un po’ girato, il biglietto dell’eliminacode fresco di stampa mostrando così a tutti che si trattava di un numero molto alto, segno che la coda, anziché smaltirsi, si stava ingrossando. Lo sguardo della donna passava inquieto dal biglietto al tabellone elettronico con i numeri in lavorazione e dal tabellone al biglietto. E non riusciva a capacitarsi dell’enorme divario. Al che l’uomo, come se avesse ubbidito al comando di qualcuno in fondo alla sala, si alzò e le andò vicino.
«Senta, quando sono entrato e ho preso il biglietto, non mi sono accorto che qualcuno prima di me lo aveva già ottenuto dalla macchina erogatrice; l’ha lasciato però lì, forse spaventato dalla lunghezza della fila. In buona sostanza, ho due biglietti con numerazione molto vicina e molto bassa rispetto al suo. Uno dei due è questo…» disse allungandoglielo deciso «è di una trentina di numeri prima. Lo tenga lei.»
La donna prese incerta il biglietto: sembrava non crederci. Prima pronunciò un timido ‘grazie, davvero gentile’ e quindi, quando realizzò che avrebbe risparmiato almeno un’ora di tempo, lo ringraziò vistosamente, più volte. L’uomo si schermì e aggiunse: «Anzi, siccome è un bel po’ che sono seduto, si segga pure al mio posto…»
«Ma lei è un uomo buonissimo…» commentò lei stupita, sedendosi.
Lui sostenne lo sguardo e poi rispose: «mi creda, non è così, ho diverse male azioni da espiare». Lo disse sorridendo, cosicché non si capì se quella fosse davvero una battuta oppure no. Sta di fatto che tanto fu sufficiente perché la giornata di quella donna subisse una svolta positiva. Un perfetto sconosciuto le aveva usato una grande gentilezza senza pretendere nulla in cambio e questo le aveva lasciato dentro una indescrivibile sensazione di benessere emotivo che la faceva sentire in pace con il mondo. Non sapeva quanto sarebbe durata, ma intanto se la godeva.
Così, quando più tardi si ritrovò seduta sul tram diretta fuori città, si alzò spontaneamente per far sedere una suorina anziana rimasta sballottata in piedi alla mercé della guida precipitosa dell’autista.
E la suorina, d’indole burbera e arcigna, si intenerì a sua volta per quella cortesia, segno di rispetto per la sua età e per l’abito che indossava. Così, quando alla visita-parenti del pomeriggio le si presentò la madre di Gerlando, anziché riferirle come di consueto che suo figlio era uno scapestrato e che non avrebbe combinato nulla nella vita, ebbe per la prima volta parole di incoraggiamento e di stimolo.
Cosicché anche la giornata di quella madre mutò, perché, tornando a casa, si sentì orgogliosa di suo figlio che già tanto aveva sofferto per l’abbandono prematuro del padre; e, quando gli venne incontro, lo abbracciò a lungo e lo osservò con occhio diverso, pieno di speranza. Pensò, dopo tanti anni di difficoltà, che, dopotutto, ce l’avrebbe potuta anche fare.
«Mi lasci andare a scuola da solo, mamma?» chiese la mattina dopo Gerlando, sicuro di ricevere l’ennesima risposta negativa.
Ma quella mattina la madre non se la sentì di dirgli ancora di no. Forse meritava più fiducia e di credere in sé stesso e nelle proprie capacità.
E acconsentì.
E il bambino prese la sua cartella, felice di andare a scuola. Si sentiva finalmente grande, perché la madre gli aveva permesso di fare una cosa da grandi. Tutto sommato, considerò, si sarebbe potuto anche impegnare di più a scuola e fare meno il prepotente. La mamma aveva bisogno di un uomo su cui contare. Sì, quel giorno, nell’intervallo, avrebbe potuto anche trovare il coraggio di baciare Carmelinda dietro ai cespugli. Dopo tanto tempo, Gerlando era sereno, forse felice, e la sua mente gli si riempì di sogni ad occhi aperti.
E scendendo distratto dal marciapiede di via F.lli Lumière fu investito in pieno da un autobus.

Parla con me

Ricette-di-HalloweenI due figli stavano parlando tra loro. In quella cucina. E, mentre ruotava la tazza del caffellatte davanti a sé, la madre li guardava di sottecchi cercando di non farsi notare. Quanto erano simili e quanto erano diversi! Vederli di nuovo insieme, anche se solo per una colazione, la riempiva di una gioia immensa.
Il figlio grande, Jimmy, viveva ormai stabilmente a Londra. Faceva il copywriter per una grande azienda di dolciumi; era diventato un uomo, sicuro di sé con lo sguardo forte e pacato; gli occhi penetranti e curiosi del padre. Rita era rimasta invece a casa, con lei. Un’indole più raccolta, taciturna anche se estremamente intelligente e sensibile. Era di una bellezza non appariscente, dolce, pensosa. Sembrava lei da giovane e un po’, anche questo, a volte la spaventava perché, diversamente da lei che pur lo avrebbe voluto, si era creata in mondo tutto suo, assorto e silenzioso.
«Ecco, ci siamo…» disse all’improvviso Rita guardando l’orologio. «È ora!»
«È ora di che?» chiese Jimmy guardando perplesso la madre e la sorella. Le due donne si scambiarono un sorriso d’intesa solo accennato, senza dir nulla. Rita rincalzò bene la sedia al tavolo, come se volesse sempre rimettere tutto a posto, e uscì dalla stanza.
«Non mi dire…» fece il ragazzo alla madre indicando la sorella di cui era rimasto nella stanza solo il delicato profumo del bagnoschiuma. Lei non seppe che rispondere. Nel frattempo, si sentì Rita bussare allo studio del padre e, poco dopo, sgusciare leggera all’interno accostando la porta dietro di sé.
«Lo sai, Jimmy, ogni 1° novembre c’è questa cosa qui, dobbiamo accettarla…» sbottò la madre allargando le braccia quasi volesse abbracciare il mondo.
«Accettarla?» fece il figlio strabuzzando gli occhi. «Mi avevi detto che le era passata! Quando ci eravamo parlati in videochiamata, l’ultima volta, mi hai rassicurato che era tutto finito, che si era tornati alla normalità e invece ora scopro che non è affatto così…»
La madre lo osservava senza riuscire a dire nulla.
«Crede di parlare con un morto, mamma: ma papà non c’è più, purtroppo, e da tanto tempo. Bisogna assolutamente farla vedere da qualcuno… può peggiorare.»
La madre si alzò di scatto facendo rumore con la sedia. Afferrò le tazze vuote sul tavolo e le posò con forza nel lavandino dove le riempì d’acqua. Poi si fermò mettendosi a piangere.
«Non volevo, mamma, scusa…» fece lui alzandosi e abbracciandola di spalle. «Non volevo proprio… ma è per il suo bene, non può andare avanti così, sarà sempre peggio, lo sai anche tu.»
Lei alzò gli occhi arrossati al cielo e poi disse:
«Avevo giurato che non te lo avrei mai detto» fece voltandosi e fissando il figlio.
«Detto cosa? Cosa c’è d’altro?»
La madre non rispose. Guardò di lato, a terra, come se sperasse che il pavimento si potesse aprire all’improvviso per inghiottirla.
«Detto cosa?» insistette il ragazzo scuotendo appena la madre.
Lei andò alla credenza e tirò fuori da un cassetto un oggetto scuro che mostrò al figlio.
«È quello cos’è?»
«Ero disperata per tua sorella che parlava con il papà il giorno della sua morte, e non sapevo come affrontarla…»
«E allora?»
«E allora il 1° novembre dell’anno scorso ho nascosto questo registratore nello studio del papà. La registrazione si avvia automaticamente con il suono…»
Detto questo accese il registratore e lo posò sul tavolo della cucina.

«Ciao, piccolina… come stai?»
E Jimmy trasalì nel sentire, dopo tanto tempo, la voce del padre.
«Bene papà, le solite cose… mi manchi tanto…»
«Lo so Rita, non ci possiamo fare molto. È così… Però, come sai, ti sono sempre vicino…»
«Lo so, papà.»
«E anche a tuo fratello e alla mamma, ovviamente… Dovete volervi sempre bene e aiutarvi l’un l’altra, perché l’amore è più forte della vita e della morte. Ricordatelo sempre.»
«Sì, papà…»