Nell’anno del Signore 1356, nella regione di Fillmore, contea del Dorset, il servo Richard The Raker era il gong farmer del castello del Duca James Francis Hamilton. Lavorava di notte, nel modo più celere possibile, quando nessuno poteva vedere né ascoltare. Il puzzo delle fosse e il tanfo che risaliva dai secchi avrebbero poi fatto rivoltare gli stomaci più forti. La sua mansione era semplice e immonda: calarsi nei pozzi neri, liberarli in parte dal contenuto raccogliendo le deiezioni per travasarle nei carri. L’indomani sarebbero state avviate agli orti del maniero come concime.
Con mani callose e spalle larghe, avvezze a sollevare secchi carichi fino a spezzare le ossa, Richard si muoveva con la lentezza di chi conosce bene il proprio mestiere. Il volto, scavato da rughe profonde e annerito dalla fuliggine delle torce, era quasi sempre nascosto dal cappuccio della tunica. Come se fosse un suo dovere non farsi riconoscere. I suoi occhi grigi, piccoli e spenti, sembravano fatti apposta per non vedere più del necessario.
Quella settimana il turno gli toccava per la terza volta. Gli altri braccianti addetti si erano dati per malati o erano fuggiti, e Richard, adesso, si trovava persino a dover addestrare un ragazzo nuovo: Geoffrey.
Il giovane, ben messo e di bell’aspetto, si era dimostrato da subito svogliato cercando sempre una scusa per scansare il lavoro: troppo buio, troppo freddo, troppi topi. La ribellione sembrava albergare in quello sguardo inquieto e irruente. Richard, sapeva però far bene il suo mestiere. In poco tempo lo costrinse alla corvée con parole secche e dure pronunciate con tono fermo. Tra l’altro gli ricordò che la paga, seppur misera, non cadeva dal cielo. Bisognava guadagnarsela.
In quella notte, le torce illuminavano la pietra umida e i vapori giallastri salivavano dal pozzo come fuochi fatui. Era un lavoro che richiedeva silenzio e ritmo.
Ma a un tratto, qualcosa nel fango scuro attirò l’attenzione di Richard. Non era la solita carcassa di animale. Sporgendosi meglio con la fiaccola lo capì: era un braccio rigido che affiorava dal liquame.
Ci misero mezz’ora a tirare fuori il corpo. Era quello di una giovane donna; era gonfio e la gola orribilmente squarciata. Indosso ancora il vestito da cameriera del palazzo. Alla vista del volto, Geoffrey barcollò. La riconobbe subito: era sua sorella Anna.
Con un filo di voce disse che erano ventiquattr’ore che non la vedeva. A volte le cameriere restavano al castello dopo le feste, ma Anna non si sarebbe mai assentata per una notte senza avvertirlo. Ed era seriamente preoccupato. E ora questo. E poi la sera prima gli aveva confidato, tutta vergognosa, di aspettare un bambino.
Geoffrey voleva correre subito dai propri genitori per dar loro il corpo, ma Richard lo trattenne. Non era ancora il momento. Lo ammonì. Lo aiutò intanto a caricare il cadavere sul carro e lo vide piangere mentre copriva il cadavere con un telo.
Richard fissava in silenzio il ragazzo. Quel clamore non gli piaceva. Le guardie erano sospettose per mestiere, potevano scendere ad accertarsi cosa fosse quel trambusto. Inoltre al castello non gradivano chi metteva il naso dove non doveva. Un morto trovato nelle fosse era meglio lasciarlo dov’era: gli animali e la putredine si sarebbero occupati di corromperlo.
Il ragazzo, però, non ascoltava. La sua ostinazione cresceva di parola in parola. Diceva che probabilmente era stato il Duca ad aver ingravidato la sorella ordinando poi la sua morte per evitare uno scandalo. Lo si sapeva, del resto, che era la sua cameriera personale. Geoffrey ripeteva che voleva avere giustizia, andando avanti e indietro davanti al carro, lamentandosi, sbuffando, menando i pugni in aria. Parlava con gli occhi rossi e febbrili di chi non sente ragione. La fiaccola lo illuminava come fosse lo sguardo di un dannato.
Richard, non era tranquillo. Sapeva bene cosa significasse sfidare i Potenti del palazzo perdere il lavoro, la propria casa e poi persino rimetterci la pelle. E poi sarebbero facilmente risaliti a lui. Il corpo, del resto, era stato trovato nella latrina e il responsabile della latrina era lui. Per questo, mentre Geoffrey si preparava a varcare la soglia del castello, maturò in fretta una decisione.
Lo convinse ad aspettare la mattina seguente perché a quell’ora le guardie non lo avrebbero fatto di certo entrare. Occorreva pensare, poi, a uno stratagemma efficace per arrivare sino allo studiolo del Duca. Gli chiese quindi di tornare con lui alle latrine per recuperare gli strumenti che erano ancora lì e poi portare in paese il carro. La sorella meritava una onesta sepoltura e i suoi genitori doveva sapere quanto accaduto. E poi era necessario che Geoffrey tenesse la torcia per vedere meglio.
Quando furono sul posto, il ragazzo si sporse sul pozzo nero e Richard, senza mettere tempo in mezzo, con un colpo secco di vanga, gli spaccò il cranio. Il corpo rotolò giù nell’oscurità senza un lamento. La torcia, cadendo con lui, per un attimo illuminò quell’antro infernale di fango e melma.
Richard restò immobile, il respiro affannoso. C’era solo il tumulto del suo cuore che batteva all’impazzata e il fermento lento del liquame che ogni tanto si muoveva per trovare un nuovo assestamento. Pareva la voce della terra che protestava per quel delitto.
La notte riprese il suo corso. Il castello dormiva. Il carro, con il corpo di Anna sotto il telo, rimaneva in attesa. Richard si allontanò piano, stringendo la vanga come un bastone. Cercò di riflettere su come meglio comportarsi. Poi capì cosa dovesse fare.
Scaricò dal carro il corpo di Anna come fosse una fascina di legna. Lo trascinò sull’orlo della latrina e buttò dentro anche quello.
Ora si sentiva soddisfatto e più calmo.
Se ne andò via senza alzare più lo sguardo verso il castello.
Sapeva bene che ogni pietra, ogni finestra buia, custodiva segreti che era saggio non sfidare.
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Bridgetown
«Va a Bridgetown?» l’uomo sulla banchina del fiume aveva il palmo della mano sulla fronte per schermirsi dal sole basso sull’orizzonte. La sua voce era ferma ma dubbiosa. Un soprabito elegante mascherava quasi tutta la sua figura.
Il Comandante della “Celestine” stava trafficando a bordo della chiatta mettendo in ordine le sartie: stava per salpare e non alzò neppure lo sguardo.
«Ho bisogno urgentemente di andare a Bridgetown, la pago bene. Oggi c’è sciopero dei taxi e comunque in città c’è un traffico infernale a quest’ora. Ho un importante affare da concludere in centro…»
Il Comandante azionò l’argano dell’ancora che si mise in moto con un rumore di catene rugginose. Poi controllò la corrente placida del fiume come per accertarsi che fosse ancora lì. Il senso di pace che gli dava quella poderosa massa d’acqua in movimento lo meravigliava sempre.
«Mi paga bene, quanto?» buttò lì all’improvviso il Comandante all’indirizzo di quello strano individuo che si agitava nervoso sul pontile.
«500 sterline, subito, e altre 500 all’arrivo…» rispose l’altro che non si aspettava più una risposta.
«Ci deve tenere molto, allora… va bene, salga…» gli disse fissandolo finalmente negli occhi e tendendogli la mano per portarlo a bordo.
«Mi chiamo George, George Logan…» gli fece l’uomo mettendo un piede incerto sulla barca e accennando a un sorriso. Aveva indosso un completo sartoriale su misura e le scarpe erano così lucide da potersi abbronzare anche solo a guardarle. Matt G. Harper sapeva riconoscere un guru della City quando ne vedeva uno.
«Non mi interessa come si chiama» rimbrottò di rimando il Comandante sovrastando il passeggero di almeno mezzo piede. Poi si mise davanti a lui, a gambe divaricate e braccia conserte, in un eloquente atteggiamento di attesa impaziente.
«Ah già, scusi…» fece Logan mettendo mano al portafoglio e dandogli il denaro.
«Bene» fece Harper riprendendo le manovre per la partenza «si sieda su quella panca lì; ci vorranno quaranta minuti circa… non tocchi niente, per favore.»
Logan si accomodò. La panca era umida e scomoda, ma era sollevato. Dopotutto, l’acquisizione della Fish & Cooper si sarebbe fatta.
La “Celestine” si staccò docilmente dal pontile mentre la sirena emise un suono breve ma intenso che rimbalzò sugli argini; fece un’inversione di rotta di 180° gradi a dritta e poi prese a infilarsi nella corrente del fiume.
«Se le raccontassi come mi sono ridotto a chiederle un passaggio non ci crederebbe davvero» confessò Logan accendendosi un sigaro. «È stata una giornata incredibile…»
«Se dobbiamo fare conversazione il passaggio le costerà di più» fece secco il Comandante che accese alcune spie sul cruscotto davanti a lui. «E spenga subito quel sigaro: trasporto materiale infiammabile.»
Rimasero in silenzio per un quarto d’ora. Una coppia di germani reali fece in tempo a risalire il corso d’acqua per poi piegare verso la chiesetta romanica di Chesterwale. Una brezza leggera e profumata accarezzò i meleti prima di stendersi sull’acqua.
«Come mai una chiatta per il trasporto fluviale ha un pennone così alto? Cosa le serve?» ruppe dopo un po’ il silenzio Logan.
Harper, dal castello di prua, si voltò verso di lui cercando di fulminarlo con lo sguardo. E non rispose.
«Lo sa che con quel pennone così alto non ci passa dal ponte di Bridgetown, vero?»
«Ci passo sempre e non è mai stato un problema…» rispose quello, scorbutico, facendo spallucce. «E non sarebbe neppure un problema se lei scendesse subito dalla mia barca e se la facesse a nuoto.»
«Sì, ma allora addio a 500 sterline facili facili…» rispose pronto Logan che aveva capito come prenderlo.
Il Comandante grugnì.
Le prime casette unifamiliari di Bridgetown apparvero appena dietro l’ansa di Hazelwood e così anche il bel ponte che collegava l’isola al continente. Ci vollero appena cinque minuti perché la barca fosse a ridosso delle arcate in stile liberty.
Quando pensò fosse il momento giusto, Harper premette un pulsante sul cruscotto. Il pennone cominciò a ritirarsi a cannocchiale senza far alcun rumore. Si ridusse di qualche metro poi si bloccò. Premette ancora il pulsante e poi ancora e ancora, cercando, nel contempo, di rallentare la velocità della chiatta. Per un po’ il pennone riprese a rientrare poi si inceppò nuovamente. La barca, oramai a motore spento, fu catturata dalla corrente al centro del fiume dove, nei pressi dell’arcata principale, era molto forte. Il Comandante riaccese il motore facendo indietro tutta ma era troppo tardi. Logan, dal suo canto, si alzò in piedi per vedere meglio. Agitava le mani davanti a sé come se stesse affrontando un avversario sul ring. Gli scappò un’imprecazione. L’asta prima si incastrò sotto l’impalcato del ponte poi si flesse ad arco facendo impennare “Celestine” che si sollevò dal pelo dell’acqua come avesse voluto oltrepassare il ponte volando. Seguì lo schianto del pennone che si spezzò in più parti facendole sfrecciare in tutte le direzioni. La chiatta, finalmente libera da ciò che la tratteneva come un amante geloso, ripiombò pesantemente sull’acqua alzando ondate di spruzzi di diversi metri. Harper faticò a governarla ma poi le fece riprendere l’assetto ordinario.
«È andata bene, dopotutto…» sbottò tutto sudato Harper volgendosi verso poppa «non trova?».
Una porzione di pennone era fiondato là ove era seduto Logan; la panchina era stata sradicata dal ponte trascinando gran parte del parapetto nel fiume. Logan non c’era più.
Per un po’ il Comandante rimase a bocca aperta. Si portò verso la zona poppiera a scrutare il fiume melmoso. Non c’era nulla sulla sua superficie se non le venature dell’acqua che si accavallavano confuse sulla scia della chiatta.
Guardò l’orologio.
«Però sono in orario…» sospirò. E si aggiustò il berretto tornando al timone.
