Doggy bag

Greg ed Helèna avevano deciso di partire subito dopo le nozze. Lei, una biondina dal viso un po’ anonimo, ma con tanto entusiasmo negli occhi. Lui, misurato e serio, come del resto raccontavano la montatura scura degli occhiali che portava e un incidere lento e riflessivo.
Dopo tanto vagliare, ecco il viaggio perfetto: un tour guidato di sedici giorni in Cina, con la visita in dieci città, guida in lingua inglese, alberghi internazionali e spostamenti garantiti da pulmini con aria condizionata. La meraviglia dell’Oriente a portata di mano, insomma.
Solo un problema: Tabù, lo yorkshire terrier color crema di Helèna, con un ciuffo sempre spettinato sopra gli occhi. Non potevano lasciarlo in pensione, né a casa con qualcuno di fidato. Così avevano deciso di portarlo con sé, con tanto di certificato sanitario, modulo di trasporto per animali e tanta speranza che tutto andasse per il verso giusto.
Dopo una settimana di escursioni a orari da orientali e cene prefissate, arrivarono a Xi’an, dove finalmente il pomeriggio era libero e la cena non inclusa.
«Andiamo fuori città», propose Helèna, mentre accarezzava Tabù rannicchiato nella borsa. «Voglio vedere la Cina vera. Non solo templi e negozi di souvenir».
Greg annuì. Presero un’auto a noleggio e lasciarono il centro. Il paesaggio cambiò in fretta: fabbriche basse, strade scolorite, poi distese verdi e villaggi disseminati qua e là. C’era anche tanta povera gente. Le insegne, tutte scritte in ideogrammi, non aiutavano a orientarsi. Nessuno parlava inglese, nemmeno approssimativo.
Dopo un paio d’ore e tre inversioni a U, trovarono una trattoria con lanterne rosse penzolanti e l’insegna illuminata da un neon tremolante. Parcheggiarono sotto un albero dai rami pendenti e si guardarono con aria appagata.
«Questa è la Cina autentica che cercavo», sospirò lei.
L’interno era silenzioso, con tavoli quadrati e sedie di plastica. Un giovane cameriere, con una camicia pulita e un sorriso perenne, si avvicinò. Si inchinò profondamente e disse loro qualcosa di incomprensibile.
Greg fece il gesto delle bacchette, mentre Helèna accennò il volo di un pollo e batté la mano sulla pancia. «Chicken? Pork? Anything, really. No spicy», disse, fiduciosa di essere stata capita.
Il cameriere annuì, sorridendo, e scomparve in cucina. Tornò poco dopo con una bottiglia di liquido trasparente e due ciotoline vuote. Sakè, supponevano. Poi posò delle piccole pagnotte fragranti nei piattini, senza smettere di essere cordiale.
Tabù si agitò nella borsa, un po’ irrequieto. Greg lo indicò. «Can eat too? Maybe… some leftovers?»
Helèna lo aiutò nella pantomima, mimando un cane che mangia da una ciotola, poi indicando la cucina.
Il cameriere parve illuminarsi. Si inchinò di nuovo, si avvicinò con cautela a Tabù, lo prese tra le braccia, come si fa con un neonato, e lo dondolò piano amorevolmente. Lo yorkshire terrier, insolitamente docile, si lasciò portare via senza fiatare.
«Che carino, lo porta in cucina…» sussurrò Helèna. «Vuole nutrirlo con più comodità. Magari gli dà un po’ di riso o pollo sfilacciato.»
«Certo. E forse lo nutriranno meglio di quanto potremmo fare noi a casa. Il cameriere ci ha preso in simpatia.»
Il tempo passava lento. Non c’erano rumori dalla cucina. Il locale era vuoto, le luci basse. Han non si vedeva da un bel po’. Greg consultò il cellulare, ma non c’era segnale. Helèna iniziava a innervosirsi.
«Forse non ha capito cosa volessimo», commentò lei sconfortata.
«O forse stanno cucinando tutto all’impronta. Non saranno abituati ai turisti…»
Finalmente, dopo quaranta minuti abbondanti, il cameriere tornò. Portava due ciotole fumanti. Dentro, un brodo chiaro e profumato, pezzi di carne scura e tenera, e riso sul fondo. Sorrise ancora mentre le posava, e si ritirò senza dire una parola.
Avevano fame. Helèna assaggiò subito il piatto, poi guardò Greg. «È buonissimo, tesoro. Davvero.»
«Sì. Tenero, speziato al punto giusto. Cos’è, secondo te?»
«Boh, meglio non chiedere», disse ridendo in quel suo modo sbarazzino. «Potrebbe essere istrice o persino volpe. Ho letto che in questa campagna ne fanno largo uso. C’è tanta selvaggina, ma pochi animali da cortile o da stalla. Ma è cucinato indubbiamente bene.»
Si fecero portare anche un po’ di frutta: un tipo di mela verdognola e alcuni fichi di una qualità che non avevano mai visto. C’era anche un formaggio morbido, a forma cubica, dal sapore leggermente affumicato e acido. Molto prelibato. Il tutto si sposava benissimo con il saké.
Il cameriere tornò con il conto, piegato con cura. Greg pagò in contanti.
«Grazie. Davvero buono.»
Han sorrise ancora, annuì e fece un piccolo inchino.
«E il nostro cane?» chiese Helèna, guardando in direzione della cucina.
Il cameriere fece un gesto come per indicare di aspettare. Tornò poco dopo con un sacchetto bianco, ben chiuso, che posò con attenzione sul tavolo. «Doggy bag», pronunciò in un inglese ciancicato.
Greg rise. «Ah! Grazie. Sì, per dopo.»
Helèna però si guardò di nuovo attorno. «Ma… il cane? Il nostro cane?»
Han fece il gesto del cagnolino che abbaia, poi quello di cullarlo tra le braccia. Infine, indicò di nuovo il sacchetto.
Greg si bloccò.
«Aspetta… Doggy bag… vuoi dire che…»
Il cameriere, avendo intuito, annuì, facendosi serio. Poi accennò un altro inchino, più contenuto, e sparì in cucina.
Ci fu un lungo silenzio tra i due. Helèna era diventata pallida e posò il tovagliolo con lentezza, come se cercasse una soluzione per uscire da quell’incubo. Greg non riusciva a staccare gli occhi dal sacchetto.
«Cos’ha voluto farci capire, Greg?» chiese la moglie, con gli occhi stralunati. «…che ci hanno fatto mangiare il nostro Tabù?»

Sull’isola di Polvento

cane - meticcio - simpaticoMilo era giunto sull’isola di Polvento da meno di una settimana. I suoi abitanti si sarebbero potuti ritrovare, tanto erano pochi, intorno a un’unica tavolata imbandita sulla piazza antica, se solo avessero voluto organizzare una festa; eppure, su quello scoglio martoriato dalle onde, il Ministero aveva pensato bene di tenere aperta una scuola elementare e lui, come insegnante, aveva ottenuto la cattedra per soli tre bambini.
In uno dei pomeriggi lasciati liberi dal lavoro, approfittando di un giorno di sole, si era inerpicato sul monte Apo che si ergeva all’interno dell’isola. Di lassù si poteva godere di un panorama incantevole e, quando spirava il maestrale come quel giorno, era anche possibile scorgere nitida la costa argentea del continente come un raffinato miraggio alla deriva.
Era sprofondato in chissà quali pensieri quando si sentì osservato. Frugò con gli occhi nella direzione del punto da dove gli sembrava provenisse lo sguardo, senza vedere altro che rocce di granito punteggiate da cespugli di erica e di timo salmastro. Poi qualcosa si mosse e così lui lo vide bene: era la figura di un piccolo cane che, dapprima incerto e quindi con fiducia, veniva fuori da un grumo di sassi. L’animale risalì lentamente il sentiero per rimanere guardingo a debita distanza.
Milo distolse lo sguardo. Era ipnotizzato dai gabbiani reali resi immobili dal vento: ondeggiavano come stracci gettati al sole e il loro stridìo pareva un grido di allarme per i pochi pescatori che risalivano a fatica la corrente, una striscia amaranto profonda e a cuneo, che, anziché accoglierli al sicuro del porticciolo poco più sotto, li respingeva verso il mare aperto. L’uomo se ne restò così lassù, dimentico del tempo che passava, immerso nei profumi densi che saturavano l’aria tiepida. Al reclinare indolente del sole riprese la via verso valle, seguito sempre da quel cane che non lo perdeva un attimo di vista. Prima di andare a casa l’uomo decise di fermarsi al bar dove ordinò un caffè.
«Avete mangiato le bacche?» si sentì dire alle sue spalle nell’accento del posto.
Milo si voltò. Era Binnu, il pescatore decano del villaggio.
«S-sì, penso di sì.»
«Una bacca rossa con dei puntini bianchi?»
«Adesso che mi ci fa pensare, sì? È velenosa?»
«No, affatto!» rispose il vecchio sforzandosi di parlare italiano. «Anzi è dolcissima, succosa e molto buona. Solo che adesso, per almeno un mese, avrete addosso questo odore di cadavere.»
«Di cadavere, ma dice sul serio?» Milo provò a odorarsi. In effetti emanava uno strano olezzo dolciastro che aveva attribuito alla sudata per la salita impervia.
«Sì…» confermò Carmelo da dietro il banco del bar «si sente molto… ma poi vedrete che passa. Ci voli pazienza. Chiù scuru i menzannotti nun po’ fari
«E il cane è vostro?» gli chiese ancora Binnu indicando con la testa il meticcio poco lontano, in attesa.
«No, era già su, in cima… mi ha seguito…»
«Noi non abbiamo cani sull’isola, dev’essere vostro» sentenziò Carmelo.
«Le dico di no» ribatté Milo che si stava alterando per quelle troppe novità.
Carmelo alzò le braccia in segno di resa e poi squadrò Binnu che aveva ripreso a leggere un foglio davanti a sé.
Milo se ne venne via contrariato. Aveva preso in affitto per pochi euro una casetta sul versante sud dell’isola e non appena aprì la porta il cane lo superò al galoppo entrando senza troppi complimenti; si acciambellò subito sul divano piazzato al centro dell’unica stanza, come se ci fosse sempre stato. L’uomo cercò di mandarlo via, ma senza tanta convinzione. Il cane aveva già capito che sarebbe rimasto.
L’indomani mattina quando uscì per recarsi alla Scuola, seguito dal cane, Milo s’imbatté in una signora di mezza età, di bassa statura, il volto scritto da una vita di fatica, con un vistoso fazzoletto in testa a raccogliere i capelli ingrigiti; un grembiule azzurro cilestrino, lungo fino a terra, completava la macchia di colore.
«Buongiorno signor Maestro… tenete» fece allungando un pacchettino avvolto in un scampolo di pelle di capra.
«Buongiorno a lei… oh cosa mi dà?»
«È per il vostro cane… mangiano i cani, sapete?» disse dandogli subito le spalle e riprendendo in modo sollecito il sentiero percorso.
«Non è il mio cane» precisò Milo.
«Sì, certo, come vuole vossia» disse la donna voltandosi: «Ah… e io mi chiamo Gnazia e sono la moglie di Maronnu u cardaturi e, a tempo perso, perpetua del parrinu di qui. Però, guardate, non vi offendete, ma glielo devo proprio dire: fetete comu u mortu

Punch

La giornata era radiosa. Era uno di quei pomeriggi di sole caldo con una brezza che mitigava la temperatura tanto da farla sembrare tiepida, finanche carezzevole alla pelle e all’animo.
La piazza, carica di storia, era pressoché tutta per lui. Per lui, il figlioletto di dieci anni B. e Punch il suo Weimaraner, pazzo di gioia per poter finalmente fare in libertà la sua sgambettata. Il cane correva da una parte all’altra, un po’ dietro alla palla calciata con tanto impegno, ma con scarso successo, dal bambino, un po’ dietro alle ombre grigie dei rondoni che saettavano nell’aria facendo la solita confusione.
Per un attimo l’uomo si fermò a contemplare quel momento perfetto, dove tutto sembrava in equilibrio, eterno, immutabile. Le ansie del lavoro erano lontane, e anche quel dolore alla spalla che, dopo tanto tempo, gli stava dando finalmente una tregua; persino il rapporto con la madre di B. si stava rasserenando. Il risentimento, l’astio, l’amarezza di tutti quegli anni si erano stemperati nella sopportazione, nel distacco, nella reciproca comprensione e, giorno dopo giorno, sentiva che stava rinascendo, non a una vita nuova perché quella che aveva gli bastava e avanzava, ma alla sua solita, come se riuscisse a vederla ora con occhi diversi, più aperti e curiosi.
«La palla…»
Sentì protestare il figlio.
«Come dici, tesoro?»
«La palla, pa’» disse indicando con il suo ditino la palla rotolata fin sui piedi del padre, gli occhi strizzati alla luce del sole.
«Non l’avevo vista…»
«Ti distrai sempre, concentrati però, sennò poi trovi le scuse se perdi…»
«Hai proprio ragione» fece lui di rimando, cercando di rimanere serio. Era impressionante come il bambino assumesse le sue espressioni quando era con lui e quelle della madre quando era con lei. Che fosse solo inconscio opportunismo o piuttosto l’innata capacità imitativa dei bambini?
Con questo pensiero stava per raccogliere la palla quando Punch gliela rubò con uno scarto improvviso cercando di afferrarla con la bocca con il solo risultato di farla sgusciare lontano.
«Ma no, Punch…» fece B. battendo entrambe le mani sui fianchi «così me la buchi…»
Il padre sorrise per quella scena e tirò fuori il cellulare per fermare nel tempo l’espressione buffa del figlio. Ci mise troppo tempo però per ingrandire l’immagine e l’espressione passò fugace, inghiottita dalla mimica vivace del bimbo; ma la foto la fece ugualmente. L’avrebbe vista e rivista quando il figlio sarebbe stato lontano da lui.
Nel frattempo, B. aveva recuperato la palla e l’aveva gettata di nuovo fiducioso verso il padre.
«Dobbiamo andare, lo sai, vero?» gli disse lui, dispiaciuto. toccando l’orologio da polso.
Il bambino lo guardò deluso.
«La mamma ti aspetta…»
Il calore del sole sulle spalle lo accompagnò fino al figlio. Gli stropicciò i capelli.
«Vedrai, campione, staremo di nuovo presto insieme.»
Il bambino si era intristito mettendosi a stingere forte la palla al petto che il padre gli aveva appena consegnato. Voleva dire qualcosa ma le parole non sembravano volergli uscire di bocca. Punch si era accostato a loro, non capendo perché non si giocava più.
Il padre gli cinse il braccio sulle spalle per consolarlo e trarlo a sé.
«Vieni» gli disse e, a quel contatto, capì quanto presto sarebbe diventato grande.
Era triste anche lui, ma in fondo si sentiva soddisfatto. Per quella giornata. Per quella giornata davvero perfetta.
Uscirono in silenzio dalla piazza.
Guardò ancora la foto sul cellulare che aveva fatto poco prima. Suo figlio era venuto proprio bene. Non sapeva ancora che quella sarebbe stata la stessa foto che avrebbe messo sulla sua lapide.


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Sister

alaskaAveva preso una scorciatoia perché il suo istinto di viaggiatore gli aveva suggerito così. Anche se il più delle volte il suo istinto di viaggiatore non era buono neppure per orientarsi in casa sua. Ma era in vacanza e voleva crederci, anche se la strada si stava facendo sempre più stretta e da asfaltata era diventata sterrata.
Puntualmente la moglie aveva cominciato a brontolare e a buttare giù due o tre argomenti da litigata sostenuta. Lui però aveva deciso di non abboccare: era in vacanza nella tanto desiderata Alaska, pensò, e nessun contrattempo gliel’avrebbe mai potuto rovinare.
La figlia piccola, nel frattempo, aveva manifestato voglia, contemporaneamente, di fare pipì, di mangiare e di dormire. Solo che non poteva dormire se non avesse prima mangiato e non avrebbe mangiato se prima non avesse fatto pipì. La situazione insomma si stava deteriorando, di minuto e minuto; persino il cane Sister stava abbaiando di continuo avendo fiutato aria di nervosismo.
Poi, sulla sua destra, comparve all’improvviso, da dietro le immense fronde di un cedro giallo, un grosso cartello: “ALBERGO CONFORTEVOLE, PREZZI MODICI” e appena sotto, in carattere più piccoli, “VENITE A FARE UN’ESPERIENZA DA BRIVIDO NELLA CITTA’ DEI MORTI.”
«Fico!» gridò subito la bambina indicando il cartello. «Dai papà, andiamoci… deve essere divertente!»
A Frank parve una soluzione insperata. Si stava facendo tardi ed erano stanchi per il lungo viaggio. Inoltre la meta di quel giorno, a questo punto, sembrava d’un tratto irraggiungibile mentre in quell’albergo avrebbero trovato di che mangiare e dormire. L’indomani, a mente serena, avrebbero deciso il da farsi. Guardò la moglie che stranamente si era acquietata: lo interpretò come un segno di via libera.
«Va bene…» disse lui. «Meno male che a Fairbanks non avevamo prenotato; e poi hai ragione, Zoe, magari è un parco a tema e sarà divertente.»
Voltarono così per una stradina laterale che percorsero per alcune miglia fiancheggiando una linea ferroviaria abbandonata. Dopo circa venti minuti arrivarono a una casa tipica della zona, in buono stato; il parcheggio era vuoto.
«Ma perché nostra figlia ha chiamato il cane ‘Sister’ se è un maschio?» chiese lui alla moglie facendo scendere il beagle lanciato all’inseguimento della figlia già corsa via «…gli farà venire delle turbe psichiche…» Ethel lo guardò con sufficienza. Quindi scosse la testa: «Perché forse vuole una sorellina con cui giocare. È così difficile da capire?»
Quando entrarono nell’hotel, la hall era pulita e ordinata, c’era persino un buon profumo di fiori freschi e un’atmosfera accogliente. Ma non c’era nessuno. Aspettarono un po’ e poi Ethel trovò sul bancone del concierge la chiave di una stanza, ben riposta su un cartoncino con su scritto in bella grafia: ‘Siete i benvenuti, vi abbiamo riservato la nostra suite migliore; la cena sarà servita puntualmente alle ore 19.00, nella Sala grande’. La donna raccolse la chiave passando il cartoncino al marito; e, senza dire altro, infilò le scale con in mente solo di fare finalmente una doccia calda.
La stanza era bellissima e spaziosa, con vista sulle White Mountains, che, a quell’ora, viravano su colori aranciati per un tramonto mozzafiato e una luce prepotente. La figlia era eccitata, il cane silenzioso e scodinzolante, la moglie pacatamente svagata dopo la doccia. La giornata sembrava ora volgere al meglio.
Alle 19.00, pieni di aspettative, scesero rumorosamente nella sala principale. C’erano una ventina di tavoli, tutti apparecchiati in modo colorato e invitante; c’era persino una gradevole musica di sottofondo e un odore invitante di cibo. Ma nessuno in giro.
«Vedremo prima o poi qualcuno in questo posto?» fece Frank ispezionando con gli occhi il locale ampio e luminoso.
«Guarda, papà, qui c’è l’hamburger con le patatine fritte che volevo…» disse la bambina additando il tavolo vicino.
«Già», disse la madre sorridendo appena «e c’è anche l’insalata con il formaggio magro che di solito mangio a casa…»
«Allora cosa aspettiamo… ? Sediamoci!» fece lui entusiasta.
«Tutto questo è molto inquietante! Lo sai vero, caro?» fece Ethel guardandosi in giro. «Come mai non c’è nessuno? E come fanno a sapere cosa ci piace?»
«Non essere paranoica, Ethel…» fece lui prendendo una patatina e lanciandosela in bocca «…per una volta che troviamo un servizio di qualità non lamentiamoci… saranno tutti al parco dei divertimenti!»
«Perché? Hai visto che c’è?» fece lei sedendosi con circospezione.
«E perché mai non ci dovrebbe essere? Nella città dei morti…» e pronunciò quest’ultima frase facendo la voce da film horror e ridendo subito dopo.
La tavola era ricolma di cibo e tutti i piatti da loro preferiti erano lì, davanti a loro, appena usciti  dalla cucina.
Una volta saliti di nuovo in camera, senza ancora incontrare nessuno, si addormentarono quasi subito. La stanchezza del viaggio si era fatta sentire di colpo.
C’erano però degli strani rumori nella stanza e svegliarono Ethel nel cuore della notte. O meglio, così le era sembrato di sentire. Per un po’ stette ad ascoltare nel buio. Poi, all’improvviso, accese la luce.
C’erano sei individui accovacciati in cerchio; uno di essi, il più vicino al letto, si girò di scatto verso la donna. Poteva avere un centinaio di anni o forse più; un occhio gli scendeva dall’orbita verso la guancia bucata da parte a parte facendo intravvedere una fila di denti. I capelli erano a ciuffi sul cranio pelato e dal braccio lattiginoso, che terminava in una mano ossuta con cui teneva ben salda la coscia di qualcosa che stava masticando, penzolava carne scura e sfilacciata; e il tipo che la stava squadrando con severità aveva tutta l’aria di essere morto, molto morto. Anche se soffiò con forza nella sua direzione come un grosso gatto impaurito.
«Ma cosa state mangiando?» chiese lei allungando il collo; poi si avvicinò di più. «No, Sister no!»

L’app ministeriale

percorsi«Quando esci, allora?»
«Domani… alle 12.04.»
«Farà caldo!»
Il marito era in piedi accanto alla finestra. Il sole inondava di bagliori il cielo estivo incendiandolo di azzurro.
«Non c’era una slot libera, prima di quell’ora: tutte occupate. Fino a quando la bella stagione non finirà, trovare un corridoio utile per uscire di casa non sarà semplice. Preferisco però uscire di meno, piuttosto che dopo la mezzanotte. Lo sai.»
La moglie notò le nuove tegole del tetto del palazzo di fronte brillare di un rosso più acceso rispetto alle altre. Non avrebbe mai finito di chiedersi che senso poteva avere rifare un tetto solo a metà.
«Sono stato però fortunato» proseguì il marito «perché l’app mi consente questa volta di spingermi fin verso il lungofiume. Posso fermarmi addirittura sette minuti sulla panchina di piazza Martiri, proseguire per San Giuseppe e poi svoltare dopo tre minuti su via Kristiansen…»
«Quindi puoi comprare il giornale…»
«Purtroppo no, devo necessariamente girare prima, per vicolo Annigoni e…»
«Certo non ci voleva…»
«Come dici, cara?»
«Dico che non ci voleva… vuoi un caffè?»
«Sì, grazie…»
«Sono bastate le vacanze di Pasqua e quelle del 25 aprile perché la gente, del tutto sorda ai divieti imposti, si riversasse nelle strade. Così si è ricominciato tutto come prima con questo benedetto virus; anzi peggio di prima.»
«Già: ora la distanza minima è di tre metri e si può uscire solo prenotandosi per tempo con l’app del ministero, su percorsi prestabiliti.»

(Il giorno dopo)
«Vai?»
«Sì» fece lui un po’ emozionato. «Intanto comincio a scendere. Ci metto un po’ a fare le scale» disse continuando a controllare il cellulare che gli stava indicando quando tempo gli mancava all’inizio della passeggiata.
«Mi raccomando, stai attento, perché sei sempre un po’ distratto.»
Lui annuì mettendosi la mascherina, poi gli occhiali protettivi, la visiera in plexiglass e gli indumenti e le scarpe da passeggio sterilizzati. Poi alzò il pollice verso la moglie come se stesse salendo su una navicella spaziale. Sulla soglia del portone lo attendeva un sole caldo e invitante. La via era semivuota; c’era un anziano che percorreva a nord quello che l’app indicava essere come corridoio AFG556K; una signora elegante, dall’altra parte della strada, era arrivata invece al termine del suo percorso e stava già facendo dietro front proprio mentre dalla parte opposta stava arrivando un giovane anche lui pesantemente scafandrato. Lo smartphone vibrò nella sua mano. Doveva partire. Percorse dieci metri verso sud a passo normale, poi girò per due minuti verso est. Un tizio, con in mano una busta pesante della spesa, gli arrivò fino a tre metri di distanza proveniente dalla piazza e poi svoltò correttamente verso sinistra, allontanandosi. Lui proseguì verso il fiume, senza più deviazioni, pensando che, dopotutto, se la sarebbe potuta anche godere quella passeggiata se non fosse che doveva controllare in continuazione il cellulare che gli scandiva percorso e durata. E soprattutto si sarebbe potuto rilassare se non ci fossero stati tutti quei droni in volo a controllare che la circolazione dei pedoni fosse quella esattamente programmata. Arrivò alla panchina. Aveva sette minuti di sosta. Volle esagerare. Tirò fuori le parole crociate. Anche se si accorse di aver perso undici secondi per trovare il punto dove era rimasto l’ultima volta, iniziò di buona lena a fare il suo “Bartezzaghi”; ma era appena riuscito a concentrarsi che il cellulare vibrò di nuovo. Doveva già muoversi. Si alzò a malincuore e fece tutto il lungofiume fino a quando dovette svoltare. Cercò di riempirsi gli occhi con le immagini di quelle onde limacciose e poi tirò giù per quattro minuti e mezzo verso la Chiesa di Ognissanti. Stava arrivando al punto di svolta per tornare a casa quando si accorse che qualcosa non andava. Verso di lui stava infatti sopraggiungendo una ragazza che portava a spasso un cane. La ragazza era priva di mascherina, anzi, era priva di qualsiasi protezione. A ben vedere, procedeva senza una meta precisa, scanzonata, tranquilla, seguendo con gli occhi il cavalier king che annusava e scodinzolava davanti a lei; come si faceva una volta, insomma. Lui si arrestò. Non sapeva che fare. Non c’erano istruzioni su come comportarsi in casi simili. Peraltro da lì a pochi attimi lei sarebbe entrata nel suo spazio sanitario protetto, con grande rischio di contagio. Non riusciva però a muoversi. Era come ipnotizzato. Anche gli altri passanti, bruciando  secondi preziosi del loro percorso, si erano fermati ad ammirarla. Quell’incedere, senza darsi cura di regole e cautele, pareva un gesto eversivo, di assoluta libertà, straordinario, inaudito. Ed era bellissimo.
In un attimo arrivò la camionetta della polizia militare. I soldati scesero in un lampo bloccando la malcapitata a terra con pochi collaudati gesti; una manciata di secondi dopo già la stavano portando via sotto gli occhi increduli del cane che non si era ancora neppure messo ad abbaiare.