Quando, aprendo la scatola, la vide gli piacque molto. Sinceramente. Lui adorava le cravatte fantasia e in particolare di quel tipo, con disegni di oggetti vari.
Tutti i dipendenti, o meglio tutti gli ormai ex dipendenti, ora attorno a lui nella grande sala riunioni, dal momento che si trattava di uno dei regali di saluto per il suo pensionamento, lo scrutarono bene in viso, giusto per cogliere anche solo un cenno di gradimento. Ma la sua assistente personale, sua fedele segretaria per trent’anni, aveva avuto modo di imparare a memoria tutte le cravatte del suo dirigente sicché sapeva bene che sarebbe andata a colpo sicuro. Cravatta costosa = disegni d’alto livello sartoriale.
«Che cosa abbiamo regalato?» chiese sottovoce una commessa, anziana e miope e piuttosto impicciona ma non a sufficienza da interessarsi anche della fase decisionale di quale regalo scegliere.
«Un tanga…» fece ironica a fior di labbra la direttrice che le era vicino e non la sopportava.
«Ah però… hai capito il dirigente…» disse la commessa con un sorriso storto non si sa se compiaciuto.
Lui fece l’ostensione della cravatta alzandola perché la vedessero tutti. Sembrò un gesto ieratico, da sacerdote all’eucarestia, e forse per questo commosse la platea che poi estasiò sino alle lacrime per le belle parole che seppe trovare nel suo discorso di commiato. Scattarono a più riprese diversi applausi liberatori.
Nei mesi successivi non mancò di sfoggiare la preziosa cravatta anche perché l’inattività da pensionato non gli si addiceva affatto tanto da essere riuscito in poche settimane a trovare un importante impiego part time presso una ditta privata in modo da mettere a frutto la sua esperienza.
Però.
La prima volta accadde mentre stava parcheggiando la macchina. Si mise a litigare con una signora che, scendendo dalla sua citycar, urtò lievemente con la portiera la fiancata della sua berlina blu. Non si era limitato a farglielo notare. Si era arrabbiato, l’aveva presa a male parole e aveva continuato a inveire contro di lei anche quando, tutta mortificata, si era allontanata masticando qualche scusa.
La seconda volta successe nel suo nuovo ufficio. Gli avevano comunicato con qualche ora di ritardo una risposta, peraltro neppure urgente, ma che lui stava aspettando. E anche quel giorno era andato su tutte le furie, diventando paonazzo, gesticolando e urlando.
Ed era successa anche in una terza occasione che non starò qui a raccontare che fu altrettanto incresciosa, visto che ci andò di mezzo un bambino di dieci anni. Insomma, in tutti e tre gli episodi, aveva notato, che stava indossando la cravatta. Quella cravatta.
È un caso, si disse subito dal momento che lui non credeva affatto a queste cose. Certo, pensò, non era da lui perdere la pazienza e scaldarsi così tanto e non gli piaceva per nulla come si sentiva dopo. Lui che aveva tenuto testa a fior di dipendenti sgamati e lavativi, ad arrabbiati sindacalisti di partito, a clienti strambi da camicia di forza. No, non aveva mai perso le staffe ed era stato anzi l’esempio per tutti di olimpica calma e serenità anche se espressa con forza e decisione.
Ma un po’ per l’età avanzata, in cui le granitiche credenze dell’epoca matura cominciano a sgretolarsi sfumando nel possibilismo più etereo, un po’ per quella sorta di prudenza istintiva dovuta al principio di autoconservazione sempre più attento, approdò alla sofferta decisione di accantonarla. È solo per il momento, si disse per convincersi. In fondo ci sono nell’armadio tante altre bellissime cravatte da usare. E poi perché avrebbero dovuto regalarmi una cravatta maledetta? Per vendicarsi di me? Impossibile, mi amano tutti. E poi… “maledetta”, ma che sciocchezze, pensò. E non la indossò più.
«Hai saputo la notizia?» gli domandò la moglie non appena lui rientrò a casa.
«No, cosa è successo?» chiese preoccupato vedendo il viso serio di lei.
«Il nostro vicino di casa… lo hanno arrestato.»
«Chi, Mario? Oddio! E perché?»
«Sembra che abbia ucciso l’amante!»
«Nooooo!» fece lui sedendosi sulla prima sedia che trovò. «E…e come è successo?»
«Durante una lite. Furibonda. L’ha strangolata. E l’ha fatto con la cravatta che hai detto che non avresti messo più. Non sapevo cosa compragli per il suo compleanno e così gli ho regalato quella. Era ancora nuova. Mi sento proprio in colpa.»

Scrutò il cielo attraverso il vetro della finestra. Era una bella giornata di sole e avrebbe potuto fare la sua passeggiata. Si vestì con calma, nel suo modo metodico e le sue routine. La donna che lo aiutava a tener a posto casa era efficiente e da tempo si era abituata al suo ordine maniacale. Quando da ultimo fu soddisfatto del suo aspetto che lo specchio della camera gli restituiva, prese il sacchettino con il cibo avanzato del pranzo. I gatti di Via degli Armonici avrebbero mangiato anche quel giorno.
Paulo abbassò lentamente davanti a sé il quotidiano in lingua spagnola. Andava apposta a quel bar perché lo trovava già sul banco frigo, appena acquistato dal titolare. E, al mattino presto, nessuno lo aveva ancora letto.
«Avanti!»
Doveva sorgere a sud-est di Sturgis, nel Sud Dakota. Sarebbe stato il più grande parco di divertimenti di tutto il Midwest. Un progetto grandioso e lui l’aveva realizzato in diversi mesi di duro lavoro. John Philip Goodberry aveva presentato però qualcosa di meglio. Così almeno gli aveva riferito la sua amante che aveva un’amica la cui cugina lavorava nell’ufficio del Sindaco. Il progetto del rivale era più grande, più appariscente, più divertente, più a basso costo. Insomma: era più. Come del resto era Goodberry: che era più giovane di lui, più simpatico, più bello, più affascinante. Insomma: odioso. Odiosissimo. Ma Cooper quel lavoro lo doveva avere. A tutti i costi. Così aveva pianificato ogni cosa. Sarebbe successo nelle Black Hills, nella baita di montagna dove Goodberry si ritirava in solitaria ogni due settimane per pescare, fare grandi passeggiate e ritrovare se stesso, almeno così lui diceva. Avrebbe fatto credere al proprio staff di andare, con il treno, alla maratona di Steamfield, Nebraska, a cinquecento chilometri di distanza, dove si era persino già iscritto. Avrebbe cominciato la gara, per lasciare una traccia cartacea, ma poi avrebbe raggiunto un piccolo aeroporto poco distante dove lo avrebbe aspettato il suo Cessna 152 con cui era arrivato; con quello sarebbe rientrato, lui alla guida, in Sud Dakota atterrando nella piana attorno a Black Bears Lake. Da lì, in un’ora, a passo svelto, sarebbe arrivato alla baita di Goodberry: lo avrebbe ucciso facendo poi il percorso a ritroso per tornare a Steamfield con l’aereo, appena in tempo per tagliare il traguardo della maratona e far risultare la sua presenza durante tutta la manifestazione. Riportato in serata il Cessna a Sturgis avrebbe alterato i registri di volo per far figurare che non era mai partito. Un alibi pressoché perfetto, perché nessuno si sarebbe accorto di nulla in quella gran confusione del giorno del raduno motociclistico annuale più importante del mondo. E così fece. Ebbe solo qualche contrattempo poco prima di partire. Goodberry era incerto se partecipare o no al raduno (dove voleva comprarsi una Harley d’epoca); ma poi la notizia che avevano rilasciato 5.000 trote salmonate nel Lakota River lo aveva fatto decidere per la montagna. Cooper ebbe anche un imprevisto con un organizzatore della maratona che non gli voleva assegnare il numero di gara perché il suo cognome era stato registrato con una ‘o’ in meno. Mostrò il documento d’identità e fece correggere i dati facendo un bel po’ di baccano. Quel che ci voleva: il tizio, all’occorrenza, sarebbe stato un teste prezioso perché si sarebbe sicuramente ricordato di lui. Goodberry, che gli aprì la porta della baita fu persino contento di vederlo. Per quanto, a dire il vero, il suo detestabile collega era sempre contento di incontrare chiunque, gioviale e disponibile com’era. E fu proprio quando il ragazzone si girò per offrire all’ospite inatteso una birra dal frigo che Cooper, con una manovra rapidissima, estrasse uno stiletto conficcandoglielo nella nuca; con una pressione altrettanto decisa fece in modo che la lama gli rimanesse nel cranio. Sembrava che un fulmine avesse colpito la sua vittima che si agitava come un pazzo in una danza macabra. Cooper però non aveva il tempo di vederlo morire. Uscì subito dalla baita: aveva sentito un rumore sospetto alla finestra proprio mentre colpiva il rivale. Aveva fatto appena qualche passo in direzione del bosco quando vide, anziché un individuo come temeva, un grosso alce che si stava allontanando al galoppo. Tirò un sospiro di sollievo, aveva temuto il peggio. Gettò il manico dello stiletto dal finestrino del Cessna una volta superato il confine con il Nebraska e tornò a Steamfield, in tempo utile, come previsto, per la fine della corsa. Era stato incredibile, pensò, mentre ritirava la fascia degli ultimi arrivati alla maratona.