Quella notte era nevicato come non succedeva da anni. Gli anziani lo dicevano sempre. Se d’inverno le nubi nere e compatte, come un esercito oscuro di conquista, passano proprio attraverso le due Cime delle Poiane, la mattina seguente la neve arriverà al camino delle case. I tetti gemeranno per il troppo peso e persino le volpi non sapranno trovare la propria tana. Accadeva di rado, dicevano schioccando la lingua contro il palato in quel modo che solo loro sapevano fare, ma poteva accadere. E accadde.
Ma la notizia non era la neve abbondante, non era il paese sprofondato sotto la coltre bianca come una vernice spessa e non lo era neppure che la Maria non trovasse più le sue galline. Era piuttosto che ci misero una settimana a spalare la piazzetta centrale. Tutte le strade del borgo si davano infatti appuntamento lì in quel piccolo quadrato di selci storti; occorreva quindi che fosse possibile passare se non altro per consentire di fare un po’ di spesa nell’unico spaccio di zi’ Uberto o per andare al bar per un bicchierino di quello buono.
E così, togliendo la neve, si accorsero che vicino al muretto della fontana ghiacciata c’era quello che sembrava un pupazzo di neve. A non lasciar più dubbi, ci pensarono i nipoti gemelli di Nevio che, in pochissimo tempo, trovarono dei rami secchi di larice per fargli da braccia, una pigna per il naso curioso e delle toppe consunte per gli occhi sbalorditi. Rimediarono persino il cappello da calargli in capo che quando lo zio se ne accorse andò su tutte le furie.
Chi avesse messo lì il pupazzo di neve era però un mistero perché la neve era arrivata tutta insieme e sarebbe stato proibitivo per chiunque andare in giro di notte con quella bufera per costruirne uno, sotto gli occhi di tutti, poi.
Molti si interrogarono sulla sua comparsa e furono fatte le più sgangherate congetture.
Fino a quando la vecchia Ginevra, una mattina, in coda per il pane, disse ai presenti che il pupazzo di neve le era apparso in sogno. Tutti in paese avevano paura di quella donna anziana dalla voce roca da sibilla cumana. Parlava poco, per fortuna, la Ginevra, ma quando lo faceva finiva per predire fatti che sarebbero ineluttabilmente successi. Il patrigno, quando lei era ancora bambina, la chiudeva spesso a chiave per un nonnulla in un armadio buio e angusto. E in quella prigione di legno maleodorante, al limite di uno stato di incoscienza, lei, dopo essersi sgolata per chiedere aiuto o perdono, si era immersa, senza ritorno, giorno dopo giorno, negli abissi dell’animo umano. E lì si era persa. Da adolescente aveva preso un giorno a cogliere il sospiro del tempo, le ombre sotto la superficie delle cose, le vibrazioni dei fatti che il buon Dio avrebbe mandato sulla terra. Così aveva previsto, fra i tanti eventi, la frana del ’54 che si portò via il costone nord della montagna; o la nascita dei nipoti gemelli di Nevio, da sua figlia, che i medici avevano dichiarato sterile come un sasso spaccato dal sole.
E quindi gli astanti la ascoltarono con il cuore greve quando raccontò che il pupazzo le aveva rivelato di essere in realtà il nuovo anno e che avrebbe portato a tutti pace e prosperità. C’era molto da fare e ci si doveva subito rimboccare le maniche. L’aveva avvertita che un abitante del paese avrebbe molto presto ricevuto una grossa somma e che con quei soldi sarebbe stato riaperto l’antico caseificio. Molti disoccupati del paese avrebbero allora trovato lavoro e, con i risparmi, la gente avrebbe potuto aggiustare le case fatiscenti, costruire un nuovo pozzo per irrigare i campi, comprare nuovi mezzi per il trasporto di frutti e messi. E via via con il tempo si sarebbe riaperta la scuola, la caserma dei carabinieri, lo studio del medico condotto. I giovani sarebbero rimasti nel paese e avrebbero potuto sposare e i negozi avrebbero riaperto; e verso la fine dell’anno sarebbe stata persino allargata e asfaltata l’unica strada che conduce al paese; e sarebbero arrivati anche i turisti, perché lassù l’aria è salubre e la vista sui monti riempie di orgoglio.
La gente del borgo, di solito immusonita e rassegnata, dapprima sorrise quasi irridente a quella profezia. Ma poi si insinuò nei loro cuori la speranza che potesse essere davvero così; non per loro, ma per i propri figli e i nipoti e anche per non far appassire quelle quattro case annerite che tanto amavano. Perché no? Era successo altrove e poteva succedere anche lì. Poco importava che a riferirlo fosse stata quella vecchia stramba di Ginevra o un pupazzo di neve che si credeva l’anno nuovo. Era bello pensarlo. I sogni non costavano nulla, dopotutto.
E poi, nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno, scese dalle Cime delle Poiane un insolito vento di Föhn, quasi che quegli stessi monti si fossero pentiti per non aver fermato le nubi cariche di tempesta. Ben presto si sciolse la neve dalle falde dei tetti, Maria ritrovò le sue galline stecchite dal freddo e il pupazzo di neve si accasciò con il suo carico di utopie. Ma la speranza per un futuro migliore, arrivata con la neve, indugiò ancora tra i muri del borgo e non sapendo dove andare si sedette sul muretto della fontana ad aspettare che spuntasse il sole dell’indomani.
Il pupazzo di neve che si credeva l’anno nuovo
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