La verità nel fango

Thomas Wood camminava sulla riva sinistra del Tamigi lasciando impronte imprecise con i suoi stivali di gomma. La camicia era in ordine, il cravattino stretto al collo anche in mezzo al fango. Lì, nel silenzio contro la massa scura del fiume, nell’odore di limo e acqua stagnante, quel luogo aveva finito per considerarla una seconda casa. Il mudlarking era diventato la sua ossessione tranquilla. Passava ore a piegarsi sulla riva, setacciando con occhio minuzioso le pozze che la massa d’acqua incessante lasciava quando si ritirava dalla marea. A volte rinveniva cocci antichi, frammenti di utensili, qualche moneta annerita. Nulla di davvero prezioso, ma ogni oggetto aveva una voce, e a Thomas bastava ascoltarla.
Quel pomeriggio tardo, sulla scala di pietra del Ratcliff Cross, incontrò Raj Patel. Giovane, agile, con quel ciuffo ribelle che gli cadeva sugli occhi e un vivace jack russell al guinzaglio. Si conoscevano da tempo, legati da conversazioni brevi e sempre uguali, ma non per questo meno piacevoli:
«Cosa hai trovato, oggi, Tom?»,
«Un bottone, un pezzo di pipa e forse una moneta antica.»
Scambi di poche parole, poi ognuno tornava alle proprie occupazioni.
Il cane, però, quella volta, si impuntò. Ringhiava verso un canneto cresciuto contro il vecchio muro della golena e tirava il guinzaglio. Raj lo seguì spostando i rami e un teschio umano riemerse dal fango. Raji lanciò un urlo, Thomas ebbe un tuffo al cuore. Le gambe gli diventarono di carta bagnata.
Intanto si era fatta sera. La polizia arrivò celermente. Sciabolate di luce di torce impazienti disturbavano la fauna di quel tratto di riva. Prese il reperto stabilendone poi l’autenticità. Si trattava di resti di circa qualche anno prima. Thomas e Raj si guardarono come complici di un segreto che non avevano chiesto di condividere.
Le indagini portarono a uno scheletro mancante da uno studio medico. Era di proprietà del dottor Nigel Ashford, pediatra, che lo aveva trovato a sua volta quando aveva rilevato lo studio del dottor Frank Bates, internista. Ashford, infastidito dallo scheletro che spaventava i suoi pazienti bambini, ne aveva affidato la rimozione al suo segretario. Quello, credendo fosse una copia in gesso, l’aveva buttato di notte nel fiume.
I test rivelarono che le ossa erano invece, come detto, reali. Fu così stabilito che il cranio, grazie al DNA, apparteneva a Ryan “the Rat”, un usuraio noto nell’ambiente dei quartieri alti, scomparso in circostanze misteriose qualche anno prima. Le carte dimenticate negli archivi di Scotland Yard raccontavano di debiti di gioco contratti dal dr. Bates. Una cifra enorme, impossibile da restituire. Bates aveva evidentemente preferito trasformare lo strozzino in un mucchio di ossa.
Nelle successive indagini, la polizia cercò Bates. Mary, sua moglie, con voce piccata, disse che il marito era fuggito anni prima in Sud America con quella donnaccia della sua segretaria e tutti i suoi risparmi. L’aveva lasciata sola con le briciole della propria pensione. Storia plausibile, almeno fino a quando uno degli agenti, prima di uscire, notò qualcosa attraverso la porta socchiusa di uno sgabuzzino. Dentro, c’era un altro scheletro montato su supporto metallico.
«Cosa è questo?» chiese l’ispettore.
Mary serrò le labbra, poi disse: «Era lo scheletro che mio marito teneva in studio. È finto. Lo devo buttare via.»
Ma la polizia sapeva già che non era vero. Il vero scheletro era finito nel fango del Tamigi, tanto che ne era stato ritrovato il solo cranio da Raj. Analisi rapide confermarono il sospetto: quelle ossa appartenevano proprio a Frank Bates, marito di Mary.
La donna, durante l’interrogatorio, non resistette alla pressione degli inquirenti. La voce le uscì a un certo punto fredda, liberatoria. Raccontò dei soldi sperperati dal marito, delle notti passate a giocare a poker, dei regali all’amante. Disse di avergli riservato lo stesso destino che lui aveva imposto a Ryan il Topo. Era stata lei a trasformare suo marito, in uno scheletro da esposizione. Gli era bastato leggere un tutorial. Al giorno d’oggi, si trova tutto su internet. Precisò. E, chissà, magari sarebbe riuscita a venderlo a qualche studio, per ironia della sorte.
Thomas seppe tutto dai giornali. Seduto su una panchina, ripensava a come ogni cosa era cominciata: un cane che abbaiava, un teschio nel fango, la polizia che scandagliava con le torce il canneto. Si domandò se i collezionisti di ricordi come lui fossero davvero in cerca di giustizia, o di reperti, piuttosto che solo di storie. Forse il fango non restituiva oggetti, ma verità.
Guardò il fiume, il suo respiro grigio e sornione che scorreva placido sotto la faccia indifferente della luna. Infilò le mani nelle tasche e tornò alle scale di Ratcliff Cross per la sua giratina quotidiana. Là dove la memoria del Tamigi non smette mai di riaffiorare.
Considerò che l’essere paziente e costante avesse alla fine ricompensato le sue fatiche. Sapeva che il Tamigi in quel punto ha una forte corrente piena di mulinelli che, prima di affrontare la grande ansa in direzione opposta, spinge ogni cosa che galleggia sulla riva. Se l’era sempre sentita che il padre era stato buttato nel fiume.
Ora che sapeva essere morto in quelle tristi circostanze avrebbe chiesto alla donna quanto era dovuto. O le avrebbe fatto giungere la giusta punizione, in qualunque carcere fosse stata trasferita.
I debiti vanno pagati.
E si aggiustò il cravattino. Poco prima di salutare Raj già sulla riva con il suo cane.

Dirty & Bad Tour

Amici, bar«Ho una cosa da dirti» disse l’uomo in modo concitato appena vide Giorgio passeggiare sulla via principale.
«Ah, giusto tu, Lo, ti stavo per chiamare… è importante che ti parli prima io però: è urgente…» lo interruppe bruscamente l’altro. «Sediamoci qui che ho bisogno di un caffè.»
I due si sedettero al tavolino del bar più chic di Lughi con vista sulla piazza. A quell’ora la gente stava già uscendo per lo shopping del pomeriggio, favorito in questo da una giornata fredda ma con un sole tiepido e obliquo che si era sbarazzato delle nuvole del mattino.
I due rimasero in silenzio. Lombard stava aspettando che l’amico iniziasse a parlare come aveva preannunciato, ma Giorgio sembrava prendere tempo. Forse cercava con lo sguardo di attirare l’attenzione del cameriere anche se, secondo Lombard, lo stava cercando nel posto sbagliato.
«Così non va bene» proruppe all’improvviso Giorgio. Si vedeva che era nervoso e quando questo gli succedeva parlava a mitraglia come se non avesse più tempo a disposizione.
«In che senso?» chiese l’altro con quel suo accento spiccato dell’Oklahoma che, nonostante fosse in Italia da trent’anni, non aveva ancora perso.
«Se organizzo un ‘Dirty & Bad Tour’ per ricconi sfondati americani in cerca di emozioni forti nel nostro Paese, tour che prevede tra l’altro, come sai, il giro nei bar nelle zone più malfamate della città compreso il circolo a luci rosse ‘Sexy Suzie’ e il contorno di sostanze più o meno pesanti, mi aspetto che poi tu non mi cada sul momento clou del programma e cioè il ‘True Crime’.»
«L’idea di far rapinare per finta, ma in modo che sembri vero, il tuo pollo di turno però è stata solo tua, Giorgio, per cui… io ho sempre sostenuto che fosse una trovata balorda e tutto sommato pericolosa oltre che dai risvolti imprevedibili.»
«Certo, ma ha sempre funzionato come dicono le laute mance che a fine tour mi lasciano e le sostanziose gratifiche che ti allungo. Solo che questa volta, e per giunta per un cliente che è un grosso finanziere di Dallas, un’autentica ‘balena’ che alza sul serio un sacco di grana, tu hai mandato uno che con la rapina farlocca ha francamente esagerato.»
«Davvero?»
«Davvero, Lo!» Giorgio aveva finalmente intercettato lo sguardo del cameriere e gli aveva fatto il segno di volere ordinare due caffè.
«Già, davvero!» riprese quindi il discorso: «al mio cliente l’hanno malmenato di brutto, l’hanno picchiato a sangue, rotti due denti, incrinata la mascella e slogato un polso. In altre parole, l’hanno mandato in ospedale. Ti rendi conto? In ospedale! Inoltre, gli hanno pure fregato 200 dollari, il cellulare e la chiave della Jaguar. Perché sembra sparita pure quella.»
«Caspita.»
«Ecco, appunto, ‘caspita’. Ora vedi di rimediare, per cortesia, e in modo piuttosto rapido. Fai che il mio cliente possa recuperare quantomeno la Jaguar. Dirò che la polizia da me allertata è intervenuta prontamente, che hanno arrestato il delinquente e recuperato parte della refurtiva. Così ci facciamo anche bella figura con le istituzioni. Il cliente serberà del suo viaggio un ricordo crudo ma tutto sommato a tinte emozionanti. Anche se forse un po’ troppo.»
«Ecco, a questo proposito, Giorgio…»
L’amico alzò lo sguardo come se vedesse Lombard attraverso le lenti appannate di un paio di occhiali. Nel frattempo, erano arrivati i due caffè. Giorgio bevette il suo con un colpo secco del polso.
«Era quello che volevo dirti…» seguitò Lombard abbassando la voce: «Sì… insomma… voglio dire… L’uomo che avevo incaricato per la finta rapina… beh…»
«Beh?» fece Giorgio alzando entrambi i sopraccigli.
«L’hanno arrestato in serata, prima che la potesse fare. La finta rapina intendo.»
«Cooosa?» domandò Giorgio alzando la voce e facendo rovesciare la tazzina.
«Non è lui, insomma, che ha rapinato il tuo cliente» fece Lombard abbozzando un mezzo sorriso di circostanza.
«E allora chi è stato?»
«Ah…» rispose quello alzando le mani come se si arrendesse. «Non ne ho la più pallida idea.»

A tutto spritz

due-amici-al-bar«Vorresti forse farmi credere che in questo momento ci stanno ascoltando attraverso il telefonino?»
«Sì, esatto.»
I due uomini erano seduti al tavolino del bar; osservavano lo “struscio” ipnotico del sabato pomeriggio.
«Cos’è, Paolo, la solita tua ‘tirata’ complottista sui poteri forti…»
«Ma no, che dici, Carlo?, loro non ascoltano per chissà quale motivo, ma solo per propinarti al momento opportuno della pubblicità dedicata… è una cosa risaputa, purtroppo.»
«A questa poi… però intanto anche tu hai davanti il tuo bel cellulare…»
«Sì, ma è spento, ora…»
La frase la pronunciò con una certa soddisfazione. Perché immaginava che l’amico sarebbe rimasto senza parole, così come in effetti avvenne.
Nel frattempo, arrivò al tavolo la cameriera, una ragazzina con un piercing al naso e quattro all’orecchio sinistro. In modo ostentato e impaziente si mise ferma con la penna che sfiorava la pagina del taccuino in attesa della comanda dei due, senza però guardarli in faccia.
«Ti consiglio di prendere uno spritz, Carlo, qui lo fanno ottimo…»
«Lo sai che non vado matto per lo spritz…»
«Questo merita davvero, non te ne pentirai.»
«Va bene…»
«Due…» fece Paolo alla ragazzina che con una smorfia si era già messa la penna e il taccuino nella tasca della salopette.
Entrambi guardarono la ragazza allontanarsi pensando che non aveva rivolto loro neppure una parola.
«Come stai, allora? È da tanto che non ci si vide» chiese dopo un po’ Paolo, rompendo il ghiaccio.
«Benissimo, sono sempre più innamorato…»
«È bello che dopo dieci anni di matrimonio tu dica ancora queste cose di tua moglie…»
Carlo si mise a ridere sonoramente.
«Mia moglie? Sì certo, mia moglie…come no… È che sono invece innamorato di una ragazza… è piuttosto giovane ma è fantastica. L’ho conosciuta un mese fa sul lavoro.»
Paolo guardò in faccia Carlo senza riuscire ad aggiungere nulla. Pensò che era rimasto il solito. Intanto, era tornata la cameriera appoggiando di malagrazia i due spritz sul tavolino. Lo scontrino buttato sulla tovaglia volteggiò per terra.
«Pensa, sto progettando di andare con lei a Parigi a Pasqua… cinque giorni…» continuò Carlo osservando il riflesso aranciato del liquido.
«A Parigi? Ma tu sei tutto matto. E come farai con Marta e le bambine…»
«Qualcosa mi inventerò… Ci sono i congressi per questo… in un posto magari un po’ lontano, e il gioco è fatto.»
Paolo si mise a bere in silenzio. Vide che la cameriera, qualche tavolino più in giù, si era messa a litigare con una persona anziana che sedeva da sola.

La moglie appena lo vide dalla finestra gli andò incontro in cortile.
«Ma quando pensavi di dirmelo, Carlo?»
«Co-cosa?» chiese lui sospettoso vedendola arrivare di corsa e non riuscendo a decifrare l’espressione del viso.
«Di Pasqua, del viaggio… quando pensavi di dirmelo?»
Carlo pensò subito che l’amico l’avesse tradito. Era parecchio che non vedeva Paolo, e quel pomeriggio l’aveva visto proprio strano, come cambiato.
«Ti-ti posso spiegare…» balbettò lui.
«Non c’è niente da spiegare, è meraviglioso! Finalmente ti sei deciso a portarmi a Parigi; ci ho sempre tenuto tanto!»
«A Parigi? Ma cosa dici?»
«Doveva essere una sorpresa, lo so, ma non ho resistito. Sul computer che mi hai prestato mi è arrivata tutta la pubblicità di alberghi stupendi di Parigi… romantici e di charme; un sogno! E dire che pensavo che non te ne importasse niente. Grazie Amore!»
Lui non riusciva a capacitarsi.
«Ah, senti, caro…» fece lei rientrando con lui, mano nella mano: «e da quando ci piacciono gli spritz?»

Caracalla

spiaggia al tramonto«Non è possibile! Sarà la decima volta che passa questa mattina!» se ne uscì Ferrante sbattendo una mano sulla sabbia.
Un gozzo, a circa duecento metri dalla riva, navigando in parallelo rispetto la costa, sparava con un megafono sui bagnanti stesi al sole, uno slogan pubblicitario dietro l’altro.
«Sulle spiagge di questo litorale è così…» chiosò Dario che sembrava ipnotizzato dal luccichio del sole che ballava sulle onde quasi immobili del mare. «Figurati che allo stabilimento di Punta di Castello hanno incorporato nei pali di sostegno degli ombrelloni un diffusore acustico che trasmette messaggi pubblicitari ogni quarto d’ora in cambio di uno sconto sul lettino e l’abbronzante. E non c’è modo di spegnerlo né di attenuarne il suono, tipo legandovi attorno un asciugamano, perché aumenta automaticamente il volume. Un incubo.»
«Davvero? Oh madresanta!»
«La pubblicità è ovunque e onnipresente. Io la televisione non la guardo più per questo motivo. Anche la radio manda in onda dieci minuti di pubblicità ogni canzone…»
Il gozzo nel frattempo aveva appena oltrepassato il Molo delle Garrupe e si trovava ormai in vista della spiaggia accanto. Prima che avesse fatto di nuovo tutto il giro, i due amici si sarebbero potuti godere il suono della risacca, il garrire dei gabbiani e la musica lontana della rotonda. Se non fosse stato per due bambini che, poco distanti da loro, si stavano litigando un secchiello pieno di sabbia sarebbe stato un momento perfetto.
«Figurati che ho letto qualche giorno fa» riprese il discorso Dario «che una joint venture cino-americana ha intenzione di affittare un’area estesa della faccia visibile della Luna per installare una megastruttura fotovoltaica in modo da poter comporre lettere e frasi a contenuto pubblicitario visibili dallo spazio da ogni parte del globo, persino di notte.»
«Dici sul serio? È orribile questa cosa… La Luna no, ti prego…»
Dopo qualche attimo di silenzio, il gozzo della pubblicità, contro ogni previsione, rientrò proditoriamente dal Molo delle Garrupe riprendendo i claim pubblicitari proprio dallo stesso punto in cui si era interrotto. Ferrante balzò in piedi.
«Non ne posso più!» E dopo aver afferrato maschera e boccale annunciò: «caro Dario, mentre tu ti rosoli al sole come una rostinciana, vado a fare un po’ di snorkeling. Almeno con le orecchie piene d’acqua non lo sento… A più tardi!»

«Presto, presto… il suo amico si è sentito male…» fece un ragazzo tutto agitato avvicinandosi all’ombrellone. Dario si precipitò verso la battigia. Due uomini stavano trasportando Ferrante per le braccia e le gambe deponendolo sulla sabbia umida. Era privo di sensi.
«Cosa è successo? Cosa è successo?» ripeteva Dario senza ottenere risposta. «Per carità, portiamolo subito all’ombra e chiamate un’ambulanza» fece subito dopo.
Trascorsero minuti angosciosi. Il polso dell’amico era debole, ma presente. Gli occhi erano serrati come se stesse facendo un brutto sogno da cui voleva svegliarsi. Si lamentava dondolando leggermente la testa. Un rivo chiaro di schiuma punteggiata di bolle si faceva largo tra le labbra pallide e semiaperte.

L’ambulanza arrivò di lì a pochi minuti. Gli uomini erano tre: due più giovani che portavano la lettiga e l’altro dai capelli bianchi e una pancia prominente che dava disposizioni secche e precise. Mentre i due, con pochi gesti sicuri e professionali, caricavano Ferrante sul lettino, l’altro si rivolse ai presenti e, con voce stentorea, disse:

Preferite “Ambulanze Private Caracalla”,
interventi rapidi, interventi risolutivi.
Il soccorso amico della porta accanto.
Ricordate: “Ambulanze Private Caracalla” 
e la vostra Salute verrà a galla.

E lo portarono via.

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Lo spezzatino alle mille erbe

Paulo abbassò lentamente davanti a sé il quotidiano in lingua spagnola. Andava apposta a quel bar perché lo trovava già sul banco frigo, appena acquistato dal titolare. E, al mattino presto, nessuno lo aveva ancora letto.
«Adesso ho capito chi ha cucinato il piatto speciale del giorno, martedì alla mensa…»
«Eh?» riemerse Kenny dal compulsare il suo cellulare grattandosi una guancia. Kenny aveva sempre le mani in faccia. Per aggiustarsi gli occhiali, toccarsi il naso, stropicciarsi una palpebra. Paulo non ricordava di una foto che ritraesse Kenny senza che il viso fosse parzialmente coperto da una sua mano. ‘È proprio strano’ pensò in quel momento.
«Ti stavo dicendo che ho appena capito chi ha cucinato martedì a pranzo quel piatto che ti è piaciuto tanto…»
«Lo spezzatino alle mille erbe?» fece Kenny poggiando il telefonino sul tavolo accanto alla tazza del caffè.
«Proprio quello.»
«Mai mangiato niente di simile. Peccato che non l’hai voluto assaggiare…»
«Sono vegano, lo sai…»
«Sì, lo so, ma davanti a una cosa simile, potresti anche ravvederti…»
Paulo lo guardò male. Ma poi gli sorrise. Era Kenny “maninfaccia”. Lui era così: quello che pensava diceva, senza filtri, come i bambini.
«Pensa che sono andato dalla mia amica in cucina, Mina» raccontò Kenny con un’espressione estasiata «e mi sono fatto dare dello spezzatino pure un doggy-bag per mia moglie così magari capiva come si faceva e me lo rifaceva…»
«Ed è piaciuto anche a lei, mi pare di capire…»
«Altroché, anche il bambino più piccolo se l’è mangiato tutto, sai? Che ancora non ha neppure tutti i denti.»
Paulo aveva ripreso a leggere il giornale, sfogliando con calma le parti interne.
«E allora chi l’ha preparato?»
«Cosa?» chiese Paulo con aria sorniona.
«Lo spezzatino alle mille erbe, no?» rispose Kenny con aria un po’ scocciata mettendosi l’indice in un orecchio.
«Ah, quello… È stato Angela!»
«Angela?»
«Angela!»
«Ma chi, quella moretta, scura di carnagione, con gli occhi sempre bassi e che non sai mai quello che pensa?»
«Proprio lei…»
«Ma non dà mai confidenza a nessuno…»
«E questo cosa c’entra con la ricetta dello spezzatino alle mille erbe?» obbiettò Paulo bevendosi un altro sorso del suo frullato.
«Sì, hai ragione, c’entra poco… però c’entra con il fatto che tu sia venuto a sapere che lo ha preparato lei.»
«Se è per questo è scritto sul giornale!»
«Addirittura? Le hanno dato un premio?»
«Non proprio. Le daranno qualcos’altro.»
«E cioè?»
«Forse l’ergastolo.»
«Non capisco.»
«Qui dice che dopo sette anni di convivenza il fidanzato l’ha mollata all’improvviso per un’altra…»
«E allora?»
«E allora lei non ci ha pensato due volte: l’ha accoltellato.»
«…»
«Si è liberata di alcune parti del corpo e con il resto ci ha fatto lo spezzatino. Alle mille erbe. Hanno trovato un dente del fidanzato nel frullatore…»