Tutto cominciò con il cane del dott. Merrymore: una femmina di dobermann di due anni, dal passo felpato e dallo sguardo lucido. Sì, lo ricordo bene, iniziò proprio da lei. Mi ricordo anche del cielo: era vuoto perché la luna era nuova e la sua faccia scura si confondeva con la profondità della notte che sembrava averla ingoiata; di solito le stelle la fanno da padrone in nottate così, giusto per acquietare la claustrofobia del buio opprimente. Ma non in quella notte: il buio era assoluto.
«Cosa stai preparando?»
«Un dolce, Tesoro… per la Ricorrenza.»
«Che Ricorrenza?»
«Il due di Novembre nel Mondo dei Morti si ricordano i vivi…»
«Vivi? Chi sono i vivi?»
«Beh, quelli che vivono la vita: è un passaggio necessario per diventare morti. Solo chi nasce può diventare morto… Chi non nasce non esiste, neppure da morto.»
«Non lo sapevo… credevo che questa mia fosse l’unica condizione possibile: questo significa che anch’io sono stata viva, secondo te?»
«Certamente, ma sei anche tanto piccolina, cara, probabilmente è successo tanto tempo fa… non te lo puoi ricordare. E’ che si vive pochissimo per poi morire in eterno. Stando qui, dopo un po,’ ci si dimentica addirittura di essere stati vivi.»
«E allora quanto tempo fa sarei stata anch’io viva?»
«Non saprei, dovresti chiederlo a tua mamma.»
«Come? Non lo sei tu?»
«No, Tesoro, quando sono arrivata mi hanno riferito che tu c’eri già, da tantissimo tempo.»
«Ah sì?»
La luce, o qualunque cosa fosse, spioveva dall’ampio buco sulla loro verticale creando un effetto-faro su entrambi. C’era un silenzio ovattato tutt’intorno, interrotto ogni tanto da un fruscio ritmico indefinibile.
«E dove sarei vissuta?»
«Sulla Terra, credo…»
«E com’è essere vivi, te lo ricordi?»
«È una sensazione strana, difficile da spiegare. Si vedono sempre nuove cose, si provano sentimenti, ci si fa una famiglia, una casa, ma si viaggia anche, si ascolta la musica, si va a cinema…»
«Sentimenti?»
«Sì, non è come adesso che è tutto uguale e immutabile: ci si ama, ci si dispera, si gioisce, ci s’intristisce… insomma si vive…»
«Che cosa strana…»
«Sì, in un certo senso lo è, ma è anche molto bello e, pensa, si ha anche un corpo.»
«Un cosa?»
«Un corpo, fatto di carne, sangue e ossa e si prova dolore se viene percosso o lacerato o piacere se lo si accarezza o si bacia… ed è una specie di guscio, ma fragile e allo stesso tempo sensibile. Si sta al mondo attraverso di esso, come filtro di vita.»
«Ma guarda e io che pensavo di essere sempre stata così… senti, però, non ci si sta un po’ stretti in quel guscio lì?»
«Certamente, ma quando si è vivi non ce se ne accorge.»
«Cosa prepari?»
«Una torta. Raffigura un tramonto.» E siccome la piccolina non aveva l’aria di aver compreso bene di cosa si trattasse, le chiarì: «È un gioco di luci che il sole crea sulla Terra quando finisce il giorno. Capita di vederne…»
«Di così belli?»
«Di molto più belli. Vieni, perché non mi aiuti?»
Sandro appoggiò l’indice sul pulsante e ce lo lasciò per un bel po’. Gli avevano detto che la signora Maria, per l’età avanzata, era dura di orecchi. Nel frattempo si specchiò nel vetro della porta d’ingresso. Si ravvivò il ciuffo sotto il cappello, constatando con soddisfazione che la divisa da portalettere gli stava proprio bene; anche se era teso per il suo primo giorno di lavoro era pieno di entusiasmo. Suonò ancora. Sentì distintamente il suono aspro del campanello che perforava le stanze della villetta immersa nel silenzio della zona. Un rumore improvviso di ante sbattute contro la facciata gli fece però alzare la testa.
«Sto facendo il sugo, venga dentro» gli urlò brevemente una signora anziana, una faccia piena di simpatiche rughe sotto una nuvola di capelli viranti sul violetto. Sandro stava per spiegarle che doveva finire il giro e che non poteva entrare in casa ogni volta che avesse dovuto recapitare una raccomandata quando la signora era già rientrata; l’apertura automatica del cancello scattò. L’uomo prese a grattarsi il capo, guardò ancora in su, poi decise di entrare.
«È permesso?» chiese timidamente varcando la soglia. Un profumo antico di passata di pomodoro gli investì le narici facendogli venire appetito, anche se erano le nove del mattino.
«Che fine ha fatto Mario?» gli domandò la signora quando lo vide da vicino. Sciabordava, con il suo metro e cinquanta su due pantofole sfondate; il volto, appena sopra un accenno di gobba malcelata da uno scialle nero, era sereno e dolce.
«È andato in pensione».
«In pensione? Così giovane?»
«Veramente da quello che mi risulta, Mario, ha 68 anni suonati…» cercò di obiettare l’uomo «ma se mi vuole firmare qui, signora, io dovrei andare» e mostrò un registro aperto.
«Non abbia tutta questa fretta, giovanotto. Mario quando veniva a trovarmi mi aiutava sempre…»
«A fare cosa?» Sandro la guardò con sospettosa diffidenza.
«Ma con i pettirossi: a quest’ora hanno sempre fame» e indicò con un cenno la terrazza. Sandro non sapeva che fare, guardò l’ora, guardò la raccomandata da consegnare e guardò infine la signora Maria che per fissarlo negli occhi aveva irrigidito tutti i muscoli del collo. Il giro di consegna era ancora all’inizio e non era neppure sicuro di aver capito bene l’itinerario. «Venga, non stia lì impalato» tagliò corto la signora Maria mettendogli tra le mani due ciotole colme di minuscoli pezzi di pane secco. L’uomo decise di assecondarla e la seguì. La terrazza era piena di fiori colorati e piante rigogliose; un generoso tasso sbilenco, in un angolo del lastrico in cotto, macchiava di bacche rossastre il suo verde cupo. In un attimo la vecchia sparpagliò sul muretto il pane delle ciotole, come fosse un condimento. Poi diede un colpetto al gomito dell’uomo. «Su, facciamo presto: torniamo dentro, arrivano subito.»
«Sì, però adesso mi faccia questa firma che devo proprio andare…» fece lamentoso Sandro cercando di starle dietro.
«Lo sa che ripete sempre le stesse cose, giovanotto? E faccia silenzio, per favore» lo rimproverò la donna chiudendo la porta-finestra. «Ecco, ci siamo!» fece tutta eccitata. E, infatti, diversi pettirossi e qualche cinciarella atterrarono poco dopo sul pane cominciando a mangiarlo avidamente.
«Carini…» esclamò il postino seccato per tutta quella perdita di tempo; e stava per perorare nuovamente la sua causa quando si accorse che qualcosa non andava. «Ehi, perché gli uccelli non riescono più a volare?»
«Come perché? Ci ho messo la colla, per forza non riescono più a volare.»
«La colla?»
«Certo, sennò come faccio a catturarli e darli a Giorgio? Ma senti questo!» e il sorriso che le si allargò tra le labbra era adesso di scherno.
«Come sarebbe a dire?» fece inorridito il postino. «Suo marito si mangia i pettirossi?»
«Non sia impertinente, giovanotto. Io sono vedova da più di vent’anni. Giorgio è solo il mio pitone.» [space]
[space]
La storia minima ‘I pettirossi hanno fame‘
è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta su –> Caffè letterario il 27 gennaio 2012
[space] [space]
Articolo selezionato per la Sezione ‘Rileggendo’