Nella Sala delle Radiose Decisioni

Kim attendeva con impazienza che il Fratello Leader posasse il Suo mirabile sguardo su di lui. Era quasi mezz’ora che si trovava davanti alla sua imponente scrivania e cominciava a temere che il Supremo non l’avesse notato. Tuttavia, questa possibilità sembrava improbabile, quasi risibile, dato che il Fratello Leader era noto per la sua capacità di osservare e percepire ogni cosa.
Kim Jin-lee, il Tuttofare del Fratello Leader, non aveva un ruolo specifico. Poteva muoversi senza sforzo tra il cospetto del Supremo e i recessi più nascosti del Paese, eseguendo compiti delicati con discrezione. Dalle efferate sopraffazioni di avversari scomodi agli equilibrismi di mediazione internazionale passando attraverso la soddisfazione dei capricci indicibili del Supremo.
La sua presenza in quella vasta Sala delle Radiose Decisioni era stata richiesta a seguito di un incidente spiacevole. Aveva avuto luogo il giorno precedente, durante la parata del XXV Luminoso Anniversario.
Mentre il Fratello Leader passava infatti in rassegna, scortato dal fidato e implacabile Generale della Guerra Park Myung-chul, l’arsenale di carri armati e di lanciamissili avveniristici, ispezionando le truppe aviotrasportate, la fanteria e i reparti speciali, aveva salutato anche la sua personale élite di sicurezza.
Fino a quel momento, tutto era proceduto senza intoppi.
Tuttavia, una improvvida guardia, anziché mantenere lo sguardo vuoto e regolato all’infinito, aveva osato fissare il Supremo negli occhi per un attimo, accennando persino a uno sciagurato sorriso.
In altre circostanze, lo avrebbe giustiziato personalmente secondo l’estro del momento. Tuttavia, aveva da tempo dismesso simili passatempi, optando per un approccio più amabile che tanto piaceva al suo popolino.
Il Fratello Leader, interrompendo la parata, aveva quindi lanciato un’occhiata eloquente al Generale, che messosi sull’attenti, aveva subito eseguito il messaggio che aveva ben compreso. Senza indugiare, ordinò l’arresto del malcapitato perché lo conducessero nella “pancia di ferro”, una grossa scatola di metallo interrata dietro il Cortile d’onore che si arroventava alle prime luci dell’alba.
Questa, insomma, era la ragione della presenza di Kim Jin-lee nella Sala. Il problema, infatti, era passato ora nelle sue mani e aveva comunicazioni importanti da fare al Leader.
Finalmente, il Supremo alzò lo sguardo su di lui e gli sorrise perfino.
«L’avete decapitato?» chiese amabilmente, come se stesse domandando se avessero dato da mangiare al pappagallino.
«Ci stiamo organizzando…» rispose prontamente il Tuttofare.
Il Fratello Leader fece una smorfia di disappunto, e Kim tremò. Conosceva bene la ferocia del Supremo, che impiccava, torturava e faceva gettare nel Burrone Urlante per una semplice inezia. Una volta aveva addirittura sterminato una delegazione di industriali invitati al Palazzo Supremo per un franca riunione di lavoro.
Come segno di benvenuto, il Fratello Leader aveva fatto trovare nella loro camera un cestello del suo Soju all’anice stellato prodotto appositamente dalle proprie cantine “Avvenire celeste”. Era una bevanda che, a detta di tutti, sapeva di piscio di mucca. La delegazione, tuttavia, l’aveva disdegnata e sostituita con della semplice birra di importazione. L’ira del Fratello Leader si abbatté inesorabile su di loro.
Riconoscendo questi segnali espressivi, Kim fece istintivamente un passo all’indietro.
Il Supremo, però, sorrise. Di nuovo. E disse:
«Quando tergiversi così, facendo quella faccia moscia, ci sono sempre dei problemi».
«In effetti, Fratello Leader. Se posso spiegare…»
«Spiega, spiega».
«Park Min-Ho, questo è il nome della guardia che le ha mancato di rispetto…»
«Sì…»
«Ebbene… è il fratello di Park Myung-chul, il suo Generale della Guerra».
«Davvero?»
«Davvero. E lui ne sta facendo una malattia. Si strugge dal dolore ma non vuole venire da lei per chiederLe la grazia».
Seguì una lunga pausa di silenzio che Kim non seppe come interpretare.
«Che problema c’è?» sbottò quindi il Supremo, riprendendo il suo lavoro. «Eliminate anche il fratello Generale, il padre, la madre e tutti i parenti fino alla terza generazione. Una famiglia del genere non merita di vivere».
Il Tuttofare impallidì e rimase impietrito. Non sapeva cosa rispondere.
«Sarà fatta la Sua volontà», disse infine, inchinandosi profondamente e retrocedendo senza mai voltare le spalle.

Il giorno dopo, di buon mattino, la scena si ripeté.
L’odore che aleggiava in permanenza in quella Sala era forte. Gli bruciavano gli occhi. Ne erano impregnati tende, tappeti persiani e il pelo di quel cagnaccio di Pungsan che teneva sulla scrivania come un soprammobile. Il Fratello Leader tracannava continuamente dalla bottiglia, che nascondeva sotto la scrivania, il suo terribile Soju. Anche le piante appassivano.
«Cosa c’è ancora, Kim Jin-lee? Mi stai facendo perdere un sacco di tempo…»
«È ancora per Min-Ho Park». Kim sentiva le gambe tremare. Avrebbe preferito raccogliere un chicco di riso con due canne di bambù penzolando da una fune.
«Spero che la sua testa e il resto del corpo siano già stati seppelliti in due posti diversi», commentò secco il Supremo.
«Ecco, ci stiamo organizzando», rispose Kim.
Il Tuttofare notò che il volto del Supremo era diventato di ghiaccio. Solo le mascelle si erano impercettibilmente contratte, cosa che non gli era sfuggita. Cercò di non farsi intimidire.
«È che Park Min-Ho, la scellerata guardia che l’ha offesa…», proseguì impavido «ecco… nell’identificare la sua famiglia fino alla terza generazione, abbiamo scoperto che ha un cugino, Jung Joon-Hyuk, che, purtroppo, è quel personaggio che si è procurato quelle famose foto che La ritraggono, Signore, con quel ragazzino… in quelle circostanze… sì, insomma, ha capito».
Il Supremo si alzò improvvisamente dalla poltrona che strisciò sul parquet di mogano. Il cane lo guardò con un occhio solo aperto.
«Jung Joon-Hyuk, che mi aveva assicurato che non avrebbe pubblicato quelle foto», continuò Kim, «ora però minaccia ritorsioni se suo cugino verrà giustiziato».
Il Supremo si fece pensieroso. Si avvicinò alla finestra, come per abbracciare con lo sguardo l’intero Paese. Da tre generazioni, terre a perdita d’occhio, palazzi sontuosi, immense ricchezze del sottosuolo, mare, montagne e il popolino-bue erano stati sotto il dominio ferreo della sua famiglia.
Dopo qualche istante, il Leader sospirò tornando alla scrivania.
«Che problema c’è?» chiese. «Radete al suolo l’intero palazzo dove abita Jung Joon-Hyuk, anzi, l’intero quartiere. Accusiamo Jung, con una propaganda ben addestrata, delle peggiori nefandezze, i cui dettagli ti fornirò, in modo da screditarlo agli occhi di tutti. Ovviamente, poi bruciate tutto».
Il Tuttofare pensò che non si sarebbe mai abituato a comandi del genere. Deglutì più volte.
«Sarà fatta la Sua volontà», disse dopo un po’. Con un inchino, senza mai voltare le spalle al Supremo, si allontanò.

Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, Kim Jin-lee si ripresentò per la terza volta. Sapeva di star sfidando la sorte.
«Dimmi che Min-Ho Park non è ancora vivo, o qualunque cosa dirai in questa Sala sarà anche l’ultima cosa che sentirò», tuonò Lui minaccioso, sbattendo un pugno sulla scrivania.
«È che…»
Il Tuttofare si sentiva mancare, ma doveva proseguire.
«È che questo benedetto Park Min-Ho ha una sorellastra…»
«Pure la sorellastra, adesso…»
«Sì, Fratello Leader. Non sarebbe di per sé rilevante se non fosse la shampista dell’Eccellentissima sua suocera».
Kim vide che il Supremo aveva cambiato colore. Lo vide alzarsi lentamente dalla scrivania, come se portasse sulle spalle un peso insopportabile.
«La megera?»
«Sì, l’Eccellentissima, Sua suocera», confermò Kim.
«Me ne parla sempre come l’unica capace di massaggiarle la cute con le sue ditine rosee e delicate», rifletté il Supremo. “Fa miracoli, fa miracoli”, aggiunse in falsetto, imitando la voce della temuta e potente suocera.
Kim pensò che quella imitazione gli riuscisse sempre particolarmente bene.
«Allora…», iniziò il Fratello Leader, vagheggiando come un sottomarino nella tempesta, «e allora…»
“Che diavolo si sarebbe inventato stavolta?”, si chiese Kim.
«Allora lo nominiamo governatore. Lo mandiamo all’estremo nord del Paese, in un avamposto sperduto al confine con l’Azerbaigian. Gli diamo l’ordine di costruire un avamposto difensivo e gli promettiamo una guarnigione che non gli invieremo mai».
«Ma il nostro amato Paese, che Lei ci onora di governare, non confina con l’Azerbaigian», obiettò il Tuttofare stralunato.
«Appunto, Kim, appunto. Adesso vattene, sparisci. Mi hai annoiato a morte», e si rimise a capo fitto a leggere i documenti sparpagliati sulla scrivania.

La postierla

«Non far passare nessuno da questa postierla, è chiaro soldato?»
«Sì, Signore!»
«È molto improbabile che la conoscano, ma tu proteggila ugualmente a costo della tua vita, è chiaro soldato?»
«Sì, Signore!»
«Se vedi arrivare qualcuno dall’erta, suona la tromba e noi accorreremo, mi sono spiegato soldato?»
«Sì, Signore!»
Samuele si stava chiedendo perché mai l’Ufficiale Sconciabudelle gli gridasse nell’orecchio in quel modo; l’avrebbe sentito benissimo anche se fosse rimasto in caserma. Assentì comunque con forza, caso mai ce ne fosse ancora bisogno.
In cielo si era intanto affacciata dalla collina una grassa luna piena cosicché, quando l’Ufficiale se ne andò via pomposamente, la campagna gli apparve ancor più desolata.
E ora eccolo lì, in cima a una salita che neppure i muli avrebbero scalato, a ridosso di un’apertura nelle mura sconosciuta al mondo intero e da dove un soldato sarebbe potuto entrare a mala pena solo di fianco, tanto era stretta. Una porticina massiccia, oltretutto, di cui non era in possesso neppure della chiave.
Se vedi arrivare qualcuno dall’erta, suona la tromba…’ faceva presto a dirlo lo Sconciabudelle! Non aveva mai preso in mano una tromba, lui. Non la sapeva suonare. Né qualcuno glielo aveva mai chiesto se l’avesse saputo fare. Certo, lui avrebbe potuto anche avvertire, ma lo avrebbero solo punito. Ne era sicuro. E poi gli Ufficiali non dovrebbero già sapere tutto?
Sospirò. Sarebbe passato anche quel turno. Anche se non aveva fatto in tempo a mangiare e la divisa era ancora quella ruvida invernale e avrebbe avuto senz’altro caldo.
Sconciabudelle!’ Aveva sentito che l’Ufficiale il suo soprannome se l’era guadagnato una volta che per rabbia aveva dato un pugno in pancia a un soldato che era finito per terra con tutte le budella sparpagliate nella polvere…

Con il passare delle ore si rilassò un poco.
Prese a seguire le evoluzioni di un falco che aveva scelto quel poggio come terreno di caccia. La ricerca del rapace era coscienziosa, a cerchi concentrici; prima sulla sua testa, poi un poco più a est, poi ancora più a sud e quindi ricominciava. Verso mezzogiorno era sparito. Gli augurò di aver trovato quello che cercava.
Poi si mise a pensare che, a quell’ora, poteva essere con Niccolò, al fiume, a pescar trote. A lui piaceva pescare le trote. Avevano da poco trovato un nuovo posticino ed erano grosse e saporite. Certo, se ora con lui ci fosse stato proprio un amico come Niccolò, il tempo sarebbe passato in un baleno, tra battute e risate. E poi non sentiva più la spalla. Il fucile che aveva in dotazione era pesante e troppo lungo per la sua statura. Quasi toccava terra con il calcio. Se solo avesse potuto appoggiarlo per cinque minuti! Sfortunato com’era, però, lo Sconciabudelle l’avrebbe sicuramente saputo e l’avrebbe orribilmente punito come sapeva fare lui.

Poi si accorse che il turno era cessato senza che si vedesse nessuno per il cambio. Non ci voleva pensare che si fossero dimenticati di lui. Ingannò il tempo mangiando qualcosa della sua razione. Gallette, gallette, gallette, con quella cosa grigia da spalmare sopra che nessuno aveva mai scoperto cosa fosse.
Cominciava ad essere davvero stanco, sfinito dal caldo e dalla fame. Da est stavano salendo le ombre della sera. Come avrebbe potuto andare via di lì se nessuno gli dava il cambio? Non era neppure pensabile.
E ora doveva fare anche pipì. Aveva urgente bisogno di fare pipì.
Cominciò a ballare sul posto. No, non avrebbe resistito. Forse dopo tutto, ci avrebbe messo qualche secondo; cosa sarebbe stato mai? Non c’era nessuno a vista d’occhio. Lo sapevano tutti che non sarebbe passato mai nessuno di lì. Stava solo facendo la guardia ai sassi e ai cipressi selvatici. E poi sarebbero bastati pochi attimi e si sarebbe liberato! No, non poteva farsela addosso.
E, quando ancora si stava imponendo che non poteva lasciare la posizione di guardia, il suo corpo agì in modo autonomo. Si girò verso la postierla e fece acqua. Aveva ragione. A sedici anni si riesce a far pipì anche in pochi secondi. Ma quando si girò c’era almeno una ventina di soldati nemici che stavano puntando il fucile verso di lui. Non li aveva sentiti arrivare ed era un mistero come avessero fatto a venir su da una salita simile senza farsi vedere o sentire e in così poco tempo. Aveva ancora la faccia stupefatta quando i soldati spararono all’unisono contro di lui come fosse stata una fucilazione, facendolo sbalzare all’indietro contro la postierla che si imbrattò di sangue.
In un attimo, il suo corpo fu gettato giù dalla discesa dai militari e la postierla abbattuta.
E l’esercito di liberazione dilagò in città.

El Diablo

paracaduteIl Generale di Brigata stava picchettando con le nocche sul pianale della scrivania. Guardava fuori dalla finestra come volesse prendere ispirazione dalle nuvole di passaggio. Il Colonnello, seduto davanti a lui, non aveva più saliva da deglutire e se si fosse spostato anche solo di un millimetro dal filo della sedia sarebbe senz’altro caduto.
«Lei si rende conto che è il terzo militare che muore in un modo così orribile?» Il Colonnello assentì silenziosamente. Era almeno mezz’ora che stavano discutendo di quell’argomento. La interpretò come una domanda retorica che non reclamasse, almeno per il momento, una risposta che peraltro non c’era.
«Ma lei che indagini ha fatto?» insistette.
Anche questa era una richiesta che aveva già sentito innumerevoli volte. Ma questa volta era stata formulata in modo tale da necessitare di non starsene zitto.
«I paracadute, i primi due voglio dire, provengono dal Centro Militare di Piegatura di Giassona, Signor Generale…»
«E quindi?» fece l’altro ricominciando con quel suo fastidioso batter di nocche.
«E quindi pensando che ci fosse un sabotatore ci siamo rivolti al Centro Militare del Nord-Ovest con il risultato però che il giorno dopo un paracadute non si è aperto ugualmente…»
«E così salgono a tre, le morti inspiegabili…»
«Sì, Signor Generale, a tre… è corretto.»
«E io che cosa racconto a quelle tre povere famiglie che ci avevano affidato i loro ragazzi?»
Il Colonnello pensò che a questa domanda insidiosissima era meglio non replicare potendo essere sufficiente fissare le piastrelle del pavimento.
«Cosa gli racconto, IO, eh?» perseverò implacabile il Generale alzando la voce. Il Colonnello avrebbe voluto essere proprio quella nuvola lassù che transitava velocemente nel cielo.
«La cosa più sconcertante, da quanto sembra emergere dal rapporto della Commissione Interna, è che i paracadute, sia quello dorsale che quello ventrale, erano stati ricontrollati dal suo reparto anche prima del volo e che il contrassegno di sicurezza, quello che viene inserito nello zaino del paracadute dall’addetto alla piegatura (con su scritto giorno, ora, nome e cognome dell’addetto e relativa matricola) era regolare, mentre dopo la tragedia su quello stesso contrassegno ci sarebbe stato scritto invece “El Diablo”. Me lo conferma?»
«Lo confermo, Signor Generale, lo confermo.»
«Ma che scherzo è mai questo? Chi ha manomesso i paracadute?»
«Nessuno Signor Generale. I paracadute sono conservati sino a pochi minuti prima del lancio in un apposito locale piantonato da ben due militi!»
«Come nessuno!?!» urlò il Generale dando una manata sul pianale della scrivania che fece tremare i vetri della finestra. Sembrò masticare le parole che non riusciva a pronunciare, poi esplose: «Colonnello, esigo da lei, e ripeto E-S-I-G-O, che lei metta fine immediatamente a questa strage.Ribadisco:  I-M-M-E-D-I-A-T-A-M-E-N-T-E. Ne va del buon nome della sua Caserma e, perdio, anche del mio! Non ci voglio rimettere le mostrine per colpa sua. HA CAPITO BENE?»
Fiutando il tono da commiato, il Colonnello balzò in piedi sull’attenti. «Signorsì, Signor Generale» urlò guardando il soffietto. E, prima che l’altro aggiungesse qualcos’altro, scappò via.
[space]
«Mi devo congratulare con lei, Colonnello. La credevo un incompetente e invece mi ha risolto il problema. Sono favorevolmente impressionato. Sono passati sei mesi e nessuna altra tragedia si è verificata. Come ha fatto?»
«A mali estremi…»
«Non mi dica che si è rivolto alla vicina base americana e ai loro esperti? Mi compiaccio Colonnello, ottima scelta, lei farà una brillante carriera, davvero e…»
«No, Signor Generale… niente base aerea americana…»
«Ah no? Ma sì, ci sono! Ha fatto fare ai suoi un corso apposito di piegatura di paracadute, giusto per essere autonomi e stroncare sul nascere…»
«No, Signor Generale, i paracadute provengono dal solito Centro Militare di Giassona… »
«Ah… e allora?» chiese deluso.
«Allora mi sono rivolto a Mario.»
«Mario?»
«Sì, volevo dire don Mario, il cappellano militare. Gli ho fatto benedire con l’acqua santa i paracadute prima di ogni utilizzo.»
«Davvero?» fece incredulo il Generale.
«Davvero! Quando, a contatto con l’acqua benedetta, i paracadute hanno preso a sfrigolare e a muoversi come tocchetti di capitone sopra una griglia ho capito di essere sulla buona strada!»