Aveva preso sonno sul tardi. Era emozionata per la festa di compleanno del giorno dopo. Ci sarebbero stati tutti i suoi amici più cari. Almeno quelli che erano rimasti, si intende, perché quando si raggiungono 95 anni il prezzo poteva essere quello di aver già visto morire molti dei coetanei. Si augurava quindi nel sonno che potesse essere una bella giornata. Perché con il sole la festa si sarebbe fatta in giardino, all’ombra di alberi secolari e al profumo di rose e magnolie. Sarebbe stato splendido.
Stava sognando tutto questo quando la stanza si illuminò a giorno. E lei, che non tollerava neppure la luce della luna quando dormiva, si svegliò di colpo. E capì subito che nella sua camera era entrato un Angelo luminoso e baluginante.
«Ave Mara» disse l’Angelo con voce dolcissima.
«O mio Dio… sei l’Arcangelo Gabriele… e mi annunci che sono incinta del nuovo Messia?»
L’Angelo però un po’ tacque.
«Che fesserie stai dicendo Mara? Hai 95 anni…»
«Beh, un miracolo è un miracolo…»
«Ma no, Mara… e a dirla tutta non sono neppure l’Arcangelo Gabriele; sono un Angelo minore e non preannuncio la vita, bensì la morte.»
«La morte? Ma senti… e di chi?»
L’Angelo rimase per la seconda volta senza parole.
«Come di chi? La tua…»
«La mia? Probabilmente c’è un errore, Signor Angelo minore; domani c’è una grigliata in mio onore, perché è il mio compleanno… compio 95 anni…»
«E allora?»
«E allora ho tutto pronto nel frigo… persino una grossa gamella di crema al mascarpone per dieci persone, antica ricetta, di cui notoriamente vado ghiotta e che assaggerò nonostante il mio diabete conclamato… è tutto l’anno che l’aspetto.»
«E allora?»
«E allora non posso mancare…»
«E invece mancherai… in tutti i sensi… Mara.»
«Ho capito. Non ci voleva, questo contrattempo… E quanto tempo avrei?» fece Mara che si era messa seduta sul letto stropicciandosi gli occhi. «Va bene ventiquattr’ore?»
«Ventiquattr’ore? Macché, Mara, hai dieci minuti.»
«Come dieci minuti? Che senso ha scomodare un Angelo, seppur minore, per avvisarmi della mia morte se poi il tempo a mia disposizione è di soli dieci minuti? Non c’è tempo di far nulla in così poco tempo.»
«Lo so, lo immagino, mia cara, ma non te la prendere con me. Pensa piuttosto a tutti coloro che muoiono accorgendosene pochi attimi prima o non accorgendosene affatto. Peraltro so che non ci sarebbero neppure particolari tuoi meriti per darti un preavviso più lungo. Anzi, a dire il vero… La verità è che è solo uscito a sorte il tuo nome, giusto per favorirti. A volte lo si fa, di avvisare prima cioè, anche se ancora non ho capito bene perché lo si faccia… quale sia il senso… comunque non mi è consentito discutere su questo argomento. Sono molto permalosi ai piani alti.»
«Dieci minuti, hai detto? Va bene… se non si può fare diversamente.»
«No, non si può fare diversamente Mara… e dei dieci minuti ora te ne sono rimasti otto. Ci vediamo dopo.»
E la luce intensa nella stanza si spense.
Mara cercò le pantofole, più per abitudine che per necessità. Le dava fastidio il contatto con il pavimento gelido, ma da qualche settimana era montato il caldo e non ce ne sarebbe stato bisogno. Andare scalza non sarebbe stato comunque igienico. Intanto ragionava su come impiegare gli ultimi istanti della sua vita. Poteva vestirsi bene e darsi una pettinata. Ci teneva molto al suo aspetto, anche da morta. L’indomani l’avrebbero trovata impeccabile, come sempre. Ci avrebbe fatto proprio una bella figura. Ma vuoi mettere? Oppure poteva telefonare a suo figlio che non vedeva ormai da vent’anni, dopo quel brutto litigio. Dirgli che stava per morire di crepacuore per colpa sua per averla abbandonata tutta sola in quella casa vuota le avrebbe assicurato la soddisfazione di fargli provare rimorso sino alla fine dei suoi giorni. Oppure poteva chiamare la sua più cara amica anche se non si ricordava più quale potesse essere. O poteva andare dalla vicina di casa, a quell’ora di notte, e attaccarsi al campanello per urlarle in faccia, in modo da svegliare tutto il condominio, le peggiori cattiverie possibili su quel maleducato di suo marito.
Intanto stava girando a vuoto nella casa silenziosa sotto gli occhi preoccupati della gatta obesa. A Mara faceva impressione vedere tutte le sue cose, per l’ultima volta. Quanti ricordi!
‘Mancheranno ormai poco più di cinque minuti’ pensò. ‘Oddio, che cosa triste e antiquata, dover morire…‘.
E andò in cucina. Aprì il frigo. Afferrò con tutte due le mani la gamella di crema al mascarpone e la posò sul tavolo, sfilò un cucchiaino dal cassetto e si sedette. Il diabete all’improvviso non era più un problema. Poi ci ripensò. Rimise a posto il cucchiaio e prese un ramaiolo. E si mise a mangiare avidamente.
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La chiamata
Era la prima volta che Tiberio dormiva alla Torre Galimberti. Non capiva le necessità in quel luogo di un custode anche di notte. È ben vero che vi fossero stivate ai piani inferiori molte opere d’arte che non avevano trovato posto al vicino Museo Gaddi, ma era anche certo che non si erano mai verificati furti negli ultimi cinquecento anni. Così gli avevano assicurato. Forse semplicemente perché nessuno sapeva di quel posto circondato da ampio giardino fortificato; oltretutto, per sicurezza e per non dare nell’occhio, i pochissimi carichi e scarichi delle opere erano sempre avvenuti in piena notte.
Il suo compito era dunque di occupare l’ultimo piano della torretta dove, accanto al letto, ronzavano numerosi monitor collegati a sensibili fotocamere dislocate nei punti strategici del perimetro. Gli sembrava di essere in piena campagna e il silenzio era pressoché totale se non fosse stato per i canti degli uccelli notturni. Eppure, si trovava a meno di cento metri dal Duomo e da casa sua, pensò. Quel senso di isolamento lo inquietava un poco ma era disoccupato da troppo tempo e a quarant’anni doveva ritenersi fortunato di aver trovato quell’impiego, anche se grazie alla zia del cugino. Bastava non pensarci e le sette del mattino sarebbero arrivate in un baleno.
Erano circa le due di notte quando sentì un coro di voci bianche. Si svegliò di soprassalto. Aprì gli occhi a fatica e fu come se dal soffitto in legno fosse entrato un potente fascio di luce gialla che gli illuminava il letto. Il cuore prese a battergli a mille.
«Ti annuncio che sei stato chiamato…» fece la Voce profonda e ferma. «Fra tre giorni Lui verrà da te e ti parlerà del suo disegno imperscrutabile… Dovrai abbandonare la tua vita di agi e mollezze, vestirti d’un saio grigio e vivere nella più totale povertà, fede e obbedienza…»
«Vivere in povertà… ?» chiese Tiberio spaventato cercando di vedere chi stava parlando con lui. «Se è per questo già ora non ho un euro da mettermi in un occhio per cui non sarebbe una gran rinuncia… Ma tu chi sei?» Più cercava di scrutare attraverso la luce e più rimaneva accecato. I muri della sua stanza erano nel frattempo spariti, vedeva la natura attorno a sé in pieno giorno e un’ondata di calda felicità e di calma ieratica lo stavano pervadendo. «E… a dirla tutta… quanto a fede» disse scivolando dal materasso e mettendosi in ginocchio «sono piuttosto scarsino…. anzi ti devo confessare che credo poco persino in me stesso…»
«Tu sei un brav’uomo… lo sappiamo bene, e quando Lui apparirà tu sarai stato già raggiunto dalla Grazia piena diventando un soldato di Dio…» il tono adesso era in crescendo, solenne e celebrativo, quello delle grandi occasioni bibliche. «E ti recherai sulla collina più alta della città e, dopo quaranta giorni e quaranta notti, durante i quali lotterai strenuamente ma da vincente contro il Diavolo, edificherai una cattedrale per la rinnovata Pace tra Dio e gli Uomini per i secoli a venire…»
«Mi sembra piuttosto impegnativo…» fece lui schermendosi «vivo ancora con i miei e non mi rifaccio neppure il letto, figuriamoci se sono in grado di costruire una cattedrale… tuttavia se è per la Pace nel mondo… potrei tentare… hai visto mai? Mi ricordo che da piccolo ho costruito un piccolo ricovero per tartarughe…»
«Lui ti dirà cosa, come e quando cimentarti nell’intrapresa che ti è stata affidata, Settimio: sarà la Chiesa più grande e la più imponente al mondo e si potrà vedere sin dalla Luna.»
«Addirittura? Però se mi assicuri che sono io il Prescelto, ebbene lo farò… farò un botto di follower sui social, ne sono sicuro… abbandonerò la mia vita guduriosa tra fast food, videogiochi e partite allo stadio e mi consacrerò totalmente a Dio costruendogli la Chiesa che vuole… eccheccavolo! Forse questo è davvero lo scopo della mia vita. Ehi, un momento… perché mi hai chiamato Settimio? Guarda, Coso, che io sono Tiberio!»
«Tiberio? Come, non sei Settimio Astolfini?» domandò stupita la Voce perdendo l’aplomb.
«No, sono Tiberio Giangi detto “il Ganga”… Settimio Astolfini è a casa con il COVID. Mi è stato chiesto all’ultimo momento di sostituirlo, qui come custode.»
Si fece silenzio.
«Ma perché non mi dicono mai niente!» disse a un certo punto la Voce attraverso la luce sempre accecante. Seguì un parlottare concitato e poi: «Va bene, scusa…» fece la Voce spegnendo la luce e abbassando il coro di voci bianche: «fai finta che non ti abbia detto niente; c’è stato un errore di persona… torna pure a dormire.»
Tra le nubi
«Ma lo vede anche lei?» disse Z. fermando una signora anziana e indicando un punto nel cielo.
«Cosa? Non capisco…» chiese la donna guardando all’insù e mascherandosi gli occhi con la mano tesa.
«Lassù, su quella grossa nube bianca.»
«Mi spiace, mi spiace proprio, giovanotto, ma ho lasciato a casa gli occhiali e non vedo benissimo…»
Z. abbandonò la signora senza dire altro, tanto che lei ci rimase molto male di non essere più considerata, e subito si mise a fermare una bella ragazza dai capelli corvini e boccolosi che le stava venendo incontro trionfante sui tacchi alti.
«E lei la vede, quella cosa là… lassù?» disse alzando la voce.
La ragazza si arrestò poco prima che lui la potesse sfiorare. E senza alzare la testa nella direzione indicatale guardò Z. diritta negli occhi. Fece un sorrisino di sufficienza e, mettendosi una mano sul fianco, scaricò il peso sull’altra gamba:
«E che ce stai a provà?» lo apostrofò.
Z. proseguì a camminare senza rispondere; fece diversi altri metri verso la fine del viale. Era agitato, irrequieto forse anche spaventato. Poi vide un negozio di ottica sulla sua destra ed entrò.
«Sì? Desidera?» domandò quello che sembrava essere il proprietario ancorché avesse l’aplomb di un proprietario di albergo a cinque stelle.
«Vorrei vedere il binocolo più potente che ha…»
«Un binocolo? Lei è fortunato… ho giusto un binocolo della marina, in saldo, antico, ma molto potente e…»
«Sì, certo, ho capito… è bellissimo e costa poco… me lo faccia vedere, su…»
«Va bene…» rispose accondiscendente ma deluso il negoziante. Armeggiò per un po’ su uno scaffale in alto e, da una bella scatola di legno scuro di una certa dimensione, estrasse religiosamente la custodia di un binocolo come fosse stata la pisside da un tabernacolo.
«Ah, finalmente…» fece Z. «…lo provo un attimo» fece lui afferrando il binocolo e dirigendosi verso l’uscita.
Il negoziante, temendo che il cliente se ne andasse con il suo oggetto prezioso, gli si mise dietro. Ma Z. si era limitato a spalancare la porta per scrutare meglio la nube su cui aveva distintamente visto qualcosa muoversi. Cercò febbrilmente con il binocolo e poi ad un certo punto lo vide bene. Erano due grossi occhioni e parte di una testa con lunghi capelli bruni. Era senz’altro qualcuno che si nascondeva dietro la protuberanza della nube a osservare di soppiatto il mondo sotto si sé, con grande curiosità, come se fosse stata la prima volta che lo vedeva. Ma che ci faceva lassù quel tizio e perché non cadeva? Poi all’improvviso come se fosse stato chiamato da qualcun altro alle sue spalle, quello si voltò sorpreso all’indietro. Diede ancora un’occhiata un’ultima volta giù in basso e poi a malincuore sparì tra le pieghe della nuvola. Z. lo cercò ancora, ma niente, era andato via davvero.
«Allora è di suo gradimento?» chiese sicuro di sé il negoziante che era rimasto immobile dietro di lui, le dita delle mani incrociate sul davanti. «Pensi che è un raro binocolo SkySkraper 22.5x50mm della marina britannica della seconda guerra mondiale, con trattamento della lente multistrato e diametro di pupilla d’uscita di 5 mm…»
«Sì sì va bene…» fece Z. restituendo il binocolo. «Ci penserò sopra» e fece per uscire.
«Ma non le ho detto a quanto glielo posso lasciare… è un affare, sa?»
«Ne sono sicuro!» fece Z voltandosi.
Passarono alcuni secondi e poi il negoziante fece alcuni passi oltre la soglia del negozio sulla scia di Z.
«Lo ha visto anche lei, vero?» disse con tono basso della voce.
Z. tornò indietro.
«Allora c’è davvero qualcuno lassù tra le nuvole…»
«Sì certo che c’è… l’ho rivisto anch’io, poco fa,… oppure siamo pazzi tutti e due… Esce quasi tutti i giorni verso quest’ora e fa due passi su una nuvola, se c’è, ovviamente, se no non si fa vedere. Ma nessun altro, oltre a noi due, pare se ne sia ancora accorto. La prima volta che lo notato ho avvertito immediatamente le Autorità ma non mi hanno creduto. E allora ho provato anche a fotografarlo con un potente teleobiettivo, ma non rimane impresso nulla sulla memoria digitale. Lo stesso mi è successo con una cinepresa.»
«Ma cos’è?»
«Non ne ho idea… so solo che ha i capelli corti e biondi e due occhi che fan spavento… Forse è un diavolo che aspetta il momento giusto per scendere sulla terra a far danno.»
«Io però ho visto solo degli occhi molto buoni e capelli lunghi e scuri, non biondi… Ho addirittura pensato fosse un angelo!»
«Non è possibile!» fece il negoziante pensoso. «Allora quel tizio, qualunque cosa sia, appare sotto sembianze diverse a seconda di chi lo guarda… è stupefacente!»
I due rimasero in silenzio a riflettere su questa ultima considerazione mentre la sirena di un’ambulanza urlò per qualche secondo sul lungomare.
«Posso tornare domani verso quest’ora a darci un’altra occhiata?» domandò Z. dopo un po’, quasi supplichevole.
«Ma certo è il benvenuto» fece il negoziante rientrando in negozio. «Torni quando vuole… e poi il binocolo è in sconto per tutto il mese.»
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Angelo Custode cercasi…

gesu@nellaltodeicieli.par
Caro Distinto Spettabile Gesù,
sono un bambino di quasi tredici anni ma ne dimostro undici; dodici và con il cappello da cowboy pompiere.
Tutti gli altri compagni sono più grossi di me ed è una giungla là fuori.
Ti scrivo, scusa, perché non sono mica tanto contento.
Spero che questa mail ti arrivi e che tu ci abbia il uafai.
L’Angelo Custode che mi hai mandato è difettoso, non funziona bene perché non mi protegge per niente.
Maicol della terza C è un gran prepotente. Mi ruba sempre la schiacciata e le figurine dei supereroi e mi da gli spintoni nell’ora di ricreazione. Che una volta mi ha fatto pure male al labbro. E la Deborah, non so perché, mi ci ha subito messo sopra un bacio; mi ha detto che così passava tutto e invece non è passato niente e mi ci ha lasciato pure una bava da lumaca che non è tanto igenico igienico. Le femmine sono proprio strambe.
Ma non voglio farti perdere tempo impegnato come sei a fare un sacco di miracoli.
Quest’Angelo quì o non ha voglia di lavorare e allora è un extracomunitario come dice papà o non è imparato. Se non è imparato pensaci tu che sei bravo in queste cose.
Ho visto su Google che ci sono Angeli anche con quattro ali e con la spada fiammeggiante che quella mi servirebbe proprio. Scegline uno tosto e che sa anche di arti marziali, non si sa mai. L’Angelo da buttare mettilo invece alla cassa internazione integrazzione come dice papà, anche se non so cosa vuol dire.
In alternativa mandami un mucchio di muscoli oppure, che è ancora più fichissimo, dammi dei superpoteri. Tipo dare la scossa elettrica a distanza o lanciare microcoltelli avvelenati o trasformarmi in una Superzanzara. Così senza essere visto lo riempio di bolle, a Maicol, che è pure allergico e lo mando su da te e tu lo puoi menare gli puoi parlare…
Confido in te che sei potentissimo, almeno così mi dicono.
Non mi deludere. Ti stimo molto.
Tuo affezionato
Santino
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Soldatini in giardino
Stette a guardare il bambino da dietro il tronco del platano. Non riusciva a capire cosa stesse facendo anche se era chiaro che stesse giocando. Un aeroplano da turismo solcò il cielo in quel momento: virò contro la luce del sole facendo luccicare le ali azzurrine e poi sparì dietro la fronda fitta dell’albero.
«Ciao» fece lui entrando nel giardino. Il bambino alzò per un attimo lo sguardo verso l’uomo che, a braccia abbandonate lungo il corpo, gli stava sorridendo.
«Aiutami a fare una buca qui… non riesco…» disse il bambino senza smettere di scavare.
L’uomo si inginocchiò vicino a lui. «Cosa vuoi fare?»
«Faccio un buca grossa grossa così ci nascondo i soldatini che il mio papà non li trova più…»
«E perché non li deve trovare?»
«Perché quando faccio il monello me li sequestra per giorni interi…»
L’uomo si mise a rovistare dove il bambino stava dando di paletta. «C’era questo sasso, vedi? Per questo non riuscivi a fare la buca…» fece l’uomo estraendo dalla terra un ciottolo di fiume e posandolo vicino a sé.
«Ma tu sei uno straneo?» gli fece il bambino chiudendo un occhio per la luce accecante del sole.
«Uno straneo?»
«Sì.. il mio papà mi dice sempre che non devo parlare con gli stranei che sono cattivi. Tu chi sei?»
«Sono un Angelo…»
«Un Angelo?» ripeté lui rimanendo a bocca aperta.
«Proprio così! Un Angelo che ha perso l’aureola. Mi aiuti a cercarla?»
«Tu non sei un Angelo…»
«E perché?»
«Perché gli Angeli sono biondi, con la pelle chiara e gli occhi azzurri… e tu sei marrone di pelle, hai gli occhi bui e i capelli ricci…»
«Non sono mica tutti come dici tu, gli Angeli…»
«E poi non ci hai neppure le ali… o ti sono cadute anche quelle?»
«Non ci sono i tuoi genitori?» tagliò corto lui gettando un’occhiata al di là della finestra.
«No, sono usciti con mia sorella più grande, in casa c’è solo la tata che è anche lei una stranea ma di lei ci si può fidare, anche se fino a un certo punto; così dice papà…»
«Sì, capisco…»
«Ma sta dormendo perché è grassa…» finì di dire il bambino.
«E quindi sei tutto solo, adesso…»
«E come avresti fatto a perdere l’aureola? Sentiamo…» fece il bambino copiando un’espressione del padre e mettendo le braccia in conserte. «Sei proprio uno sbadato anche più di me. La mamma non ti sgrida?»
«Stavo uscendo di corsa dal Parlatorio Comune quando mi è scivolata dalle dita proprio davanti a una buca cielo/terra ed è finita giù giù fin nel tuo giardino…» e prese ad accarezzarlo.
In quel preciso istante un donnone di cento chili, dai tratti asiatici, uscì come una furia dalla casa. Aveva una mazza da baseball che roteava per aria come un mulinello. Faceva voci e una faccia scura e feroce all’indirizzo dell’uomo. Il bambino si impressionò, ma si impressionò ancor di più l’uomo che scattò via come avesse fatto un salto dal trampolino; in due balzi abbandonò il prato.
A mezzanotte e qualcosa entrò nel vialetto una macchina da cui scesero tre persone.
«Insomma non ti è piaciuto» disse la donna facendo tintinnare le chiavi di casa.
«No, mamma, mi ha un po’ deluso… ne avevano parlato tutti come il nuovo capolavoro del cinema emergente… e invece…»
«Ehi, aspetta, cosa c’è lì nel cespuglio?» disse la donna.
Il marito si spostò sul prato bagnato dall’impianto di irrigazione e da sotto un cespuglio raccolse un specie di grosso anello luminoso.
«E cos’è?» gli domandò la moglie.
«Se non lo sai tu… sarà uno dei tanti, dei troppi regali che fai a Carletto, viziandolo oltre ogni misura… Come se poi non li rompesse tutti, come ‘sto coso qui… Lasciamo stare, va… entriamo che è tardi» disse mettendosi l’oggetto in tasca «che non ho voglia di litigare.»
