Galeotto fu l’albero

«Ci risiamo, Direttore», disse Gérard, l’inserviente anziano dell’Hôpital Psychiatrique de la Charité a Montseurat, in Normandia. La sua espressione era un po’ seccata, come quella del Direttore, del resto. Gérard si sentiva inoltre a disagio in quel camice che sua moglie, nonostante le sue rimostranze, si ostinava ad apprettare così tanto da farlo sembrare una corazza.
Accanto all’inserviente c’era Étienne, il novellino a lui assegnato per l’addestramento. Si era estraniato da quel contesto. Stava infatti pensando a come chiedere di uscire a Gisèle, l’infermiera brunetta e formosa del pavillon cinq conosciuta tempo prima.
«Cosa è successo adesso, Gérard?» chiese il Direttore, il dr. Armand Bétancour, un ometto tutto scatti e forfora.
«Si tratta di Prosper Lemoine!» rispose Gérard.
«Non è possibile! Ancora lui?» esclamò il Direttore, lanciando davanti a sé, sulla larga scrivania, una pratica che stava fingendo di consultare.
Armand era riuscito a ricoprire quel posto grazie al cugino Lucien Duhamel, generale di Corpo d’Armata, molto influente al Ministère de l’Intérieur. Era sgradito soprattutto al valido dr. Lionel Massenat che, dopo aver trent’anni di gestione interinale della struttura, aveva ritenuto a buon diritto che la Direzione spettasse a lui. E invece…
«Si può sapere cosa ha combinato oggi, Prosper?» chiese, cercando di mantenere un tono autorevole. «Si è rinchiuso di nuovo nel frigo? O è entrato nel pollaio a covare le uova con le altre galline, come la settimana scorsa?»
«Peggio, Direttore, peggio. È salito sul platano del cortile sud, a dieci metri d’altezza, e si rifiuta di scendere».
Il Direttore a quel punto si alzò dalla sedia, sentendo l’acido ribollire nello stomaco.
«Abbattete l’albero», ordinò il Direttore senza esitazione.
Se suo cugino lo avesse visto in quel momento, a prendere una decisione in modo così sicuro e rapido, sarebbe stato fiero di lui.
Gérard deglutì. Si armò di pazienza e replicò:
«A parte che, se abbattessimo l’albero, Lemoine, cadendo da quell’altezza, morirebbe…»
Nel frattempo, Étienne pensava che se si presentava alla ragazza con un bel mazzo di fiori variopinti, forse avrebbe fatto colpo su di lei. “Alle donne piace quella roba lì…”, si disse.
«Il vero problema», continuò Gérard, «è che non è da solo. In cima all’albero, voglio dire…»
Étienne si era appoggiato a un mobile per pensare meglio ai fatti suoi.
«Ah no? E chi sarebbe quell’altro strambo che sale su un albero con un autentico pazzo furioso?» chiese Armand, battendo il pugno sulla scrivania.
«Non è uno strambo, ma una stramba. È salito lassù con la sua fidanzata».
«Cosa?»
«Sì, si tratta di Gisèle Brisset. È una delle nostre infermiere, lavora al pavillon cinq».
Étienne sentì la sua bolla di pensieri sgonfiarsi sulla sua testa e si ritrovò catapultato nella realtà. «Fidanzata? Gisèle?» riuscì solo a balbettare al collega.
«Sì, certo, va avanti da almeno un mese…» confermò Gérard sottovoce.
«Ma… ma…» Le gambe di Étienne diventarono molli.
«E cosa vogliono? Si può sapere? Avranno una richiesta?» incalzò Armand. Della forfora scese sulla scrivania come neve a Natale.
«Sì, vogliono sposarsi. Però, essendo lui interdetto legale come paziente grave psichiatrico, non potrà mai farlo. Da qui la protesta. Vogliono che gli venga revocata l’interdizione».
E Gérard a quel punto si mise in attesa della domanda fatidica che, nei casi apparentemente irrisolvibili come quello, il Direttore puntualmente faceva.
E infatti, Armand iniziò a fare avanti e indietro per la stanza, lanciando ogni tanto un’occhiata angosciata fuori dalla finestra in direzione del fiume Agne. A quell’ora, di solito, compariva vicino al ponte un pescatore, ma stranamente non c’era.
Poi, Armand si fermò come avesse esaurito la carica. Puntò l’indice monitorio in direzione di Gérard e sparò la tanto attesa domanda.
«Il dr. Massenat cosa ne pensa?»
«Il dr. Massenat purtroppo è in permesso da ieri mattina» rintuzzò l’inserviente che si era già preparata la risposta. «È in Camargue, da sua madre anziana. È molto ammalata».
Ad Armand vennero i sudori freddi. Non sapeva cosa fare. Solo Massenat avrebbe saputo che fare. Avrebbe dovuto prendere lui una decisione. Ma quale?
«E tu cosa ne pensi, Gérard?» chiese dopo un po’, cercando disperatamente un aiuto.
L’inserviente anziano, divertito dalla difficoltà del Direttore, gli riferì:
«Ho fatto predisporre dei teloni robusti intorno all’albero come misura di sicurezza. Un gruppo numeroso di inservienti è già sul posto, in attesa dei suoi ordini».
Un sorriso di compiacimento apparve sulle labbra di Gérard.
Approfittando della confusione del Direttore, Étienne si avvicinò allora al collega e gli sussurrò:
«Fidanzata? Ma sei sicuro? Gisèle con Prosper? Possibile?». Il ciuffo ribelle proprio non ne voleva sapere di stare al suo posto.
Gérard, però, non gli rispose. La sua attenzione era concentrata sull’agitazione crescente del Direttore. Armand pensò che se avesse telefonato a Massenat sarebbe diventato lo zimbello di tutti. Poi, ebbe un’illuminazione.
«Facciamoli sposare», disse d’improvviso.
«Come dice, Direttore?», chiese Gérard, incredulo.
«Ma sì. Organizziamo un matrimonio finto. Un mio amico si travestirà da prete e prenderemo tra il personale due testimoni. E voilà! I due arrampicatori di alberi avranno quello che vogliono e alla fine scenderanno di loro spontanea volontà».
«Non si fideranno mai di noi, Direttore…», replicò l’inserviente, scuotendo la testa. «Non scenderanno».
«Infatti, non devono scendere. Almeno non è necessario che lo facciano subito. Piuttosto facciamo arrampicare sull’albero il prete e i due testimoni, e il gioco è fatto».
Gérard ed Étienne rimasero senza parole.
«Andate, eseguite!», ordinò il Direttore battendo le mani.
Sì, decisamente il cugino sarebbe stato fiero di lui.
Gli inservienti caricarono sull’albero i vestiti, gli anelli nuziali, il prete e i due testimoni. Fecero intervenire la banda musicale del paese, insieme ai parenti degli sposi che suonarono con grande impegno e poche stonature. Solo la madre di Prosper volle salire anche lei, per stare vicino al suo “bambino” di sessant’anni in un momento così importante.
Per non farsi mancare nulla, fecero issare anche la torta, i piatti, le flûte per lo champagne e persino un cameriere. L’albero fu ben presto stracarico e cigolava per lamentarsi. Nessuno però lo ascoltò perché l’entusiasmo era alle stelle.
Armand alla fine addirittura si commosse, mentre Étienne, in un angolo del cortile, piangeva e si disperava. La sposa era effettivamente bellissima e lo sguardo di Prosper sempre più spiritato e incredulo per tanta fortuna.
Poi, all’improvviso, il vecchio tronco malandato del platano, appesantito dalle persone e dalle cose che vi si trovava, si piegò paurosamente spezzandosi in due. Sposi, finto prete, testimoni e camerieri rovinarono sui teloni che Gérard si era rifiutato di far togliere. La torta, come se avesse avuto un’anima propria, colpì invece in pieno il Direttore, ancora intento ad applaudire. Un fotografo, presente per documentare il sì dei nubendi, impiegò un intero rullino per immortalare l’evento. Gli scatti finirono su tutti i giornali della nazione.
Insomma, una carriera, quella del Direttore Bétancour stroncata sul nascere.
Il mattino seguente, il dr. Lionel Massenat, a un tavolino in riva al mare, vide sul quotidiano locale la fotografia del Direttore . Era impiastricciata di crema al burro, glassa bianca e Pan di Spagna. L’articolo ridicolizzava in modo irrimediabile il Bétancour.
Lionel sorrise appena.
Poi si disse:
“Allora, dopotutto, una giustizia c’è”.

 

Fiori della nostra datura

Il geom. Arturo Balestrieri osservava l’albero dal cancello, le mani sui fianchi. Aveva sempre pensato che non fosse lui il vero custode di quel condominio di viale Ludovico Einaudi né gli inquilini o i regolamenti, ma quell’enorme pianta che dominava il giardino da più di un secolo. Una datura maestosa, che si sollevava fino al quarto piano con i suoi rami contorti e la fioritura opulenta di trombe bianche.
Era un vanto cittadino. Un albero monumentale, protetto dalla legge, citato persino nelle guide turistiche. I bambini della scuola elementare venivano in gita a vederlo, per intitolargli componimenti e poesie. Eppure, adesso, a guardarlo bene, qualcosa non andava. Le foglie si arrotolavano ai bordi come pergamene bruciate. Il verde lucido stava virando al giallo.
Per questo, molto preoccupato, aveva chiamato il dottor Norberto Scilici, arboricoltore di fama, amico di infanzia. Un omino magro, col panama perennemente calato sulla fronte e quell’aria svagata che lo faceva sembrare più un crocerista appena sbarcato a terra che un eminente studioso. Dopo un lungo giro attorno al tronco, si era tolto gli occhiali, scuotendo la testa. Non era un buon segno.
«Intossicazione acuta» aveva concluso in modo serio e accigliato. «Non saprei dire per cosa. Ma non c’è rimedio. Quest’albero è condannato. Qualche settimana, un mese al massimo e dovrete abbatterlo per l’incolumità del palazzo.»
Balestrieri aveva avvertito un colpo allo stomaco sentendosi per un momento mancare. Il prestigio di quel condominio, e in fondo anche il suo, poggiavano su quelle radici.
Decise però di non rassegnarsi. Senza dir nulla all’assemblea, aveva fatto installare delle telecamere puntate sull’albero da ogni angolazione. Voleva scoprire chi fosse il responsabile di un simile scempio. Ne valeva pena anche solo per una sua rivincita personale. Erano forse ragazzi in cerca di bravate? Qualche vicino scocciato per il via via all’albero? Un turista straniero invidioso?
Dopo pochi giorni, arrivò la conferma. Seduto davanti al computer, scorse i filmati con crescente incredulità. L’albericida era la nuova proprietaria del terzo piano. Una signora minuta, anziana, che aveva traslocato da poco. Virginia, così si chiamava, anche se il suo cognome non gli veniva in mente.
Le immagini erano chiare: ogni due o tre giorni, di notte, la donna si affacciava alla finestra della cucina e rovesciava alla base del tronco un secchio pieno di liquido. Ammoniaca, come avrebbe scoperto più tardi. Una cura lenta e letale.
Ripensandoci, Balestrieri ricordò le lamentele avanzate dalla donna in assemblea: l’albero le toglieva la vista sulla città, non lasciava filtrare il sole, e il suo appartamento, diceva, era umido e freddo. Non aveva traslocato per vedere uno stupido albero così da vicino. Brontolava. Insomma, un fastidio che era evidentemente maturato in rancore. E dal rancore era passata all’azione, senza esitare, vista l’indifferenza che aveva raccolto in assemblea.
Il geom. Balestrieri richiamò allora Scilici. Gli raccontò tutto: la colpevole aveva un volto e ben presto sarebbero ricadute su di lei anche le conseguenze legali.
L’esperto ascoltò in silenzio, poi si passò una mano sul mento.
«Dimmi, Arturo» domandò Norberto all’improvviso, «la signora sta lasciando per caso quella finestra aperta durante il giorno?»
«Sì, certo. L’ho vista quasi sempre aperta, persino di notte, come adesso del resto.»
«Allora avrà dei problemi.»
Scilici alzò lo sguardo verso il terzo piano.
«Vedi, quando la Datura fiorisce e si rende conto, a modo suo che sta per morire, reagisce rilasciando un surplus di polline, in quantità maggiore del normale. È il suo modo per garantirsi una chance di discendenza, una sorta di canto del cigno. Lo sparge ovunque a lungo, nell’aria, lasciando che ci pensi il vento. Ma ogni parte della Datura, come sai, è velenosissima. Ogni singola parte. Dai fiori alle radici. E ovviamente anche il polline.»
Restò un attimo in silenzio, poi concluse:
«E quella finestra, se non sbaglio, resta proprio a contatto con la chioma. Sì, sì. La signora Virginia avrà dei seri problemi in questi giorni. Proprio dei serissimi problemi.»

Notte di Natale

Era nevicato tutto il giorno ma ora il tempo sembrava volgere al meglio. Anzi, il cielo si era rasserenato così tanto che si stava trapuntando di stelle. Il bambino, di vedetta alla finestra, vide all’improvviso cadere pesantemente qualcosa sull’albero di fronte e poi in strada nella neve alta.
«Signore si è fatto male?» chiese il bambino sceso subito nella via dopo aver infilato il piumino del babbo sopra il pigiama. L’uomo era privo di sensi, aveva gli occhi serrati e sembrava dormire.
«Signore, signore… devo chiamare la mamma?» insistette cercando di scuotere l’uomo che non accennava a muoversi. «Signore, senti… che ci facevi sull’albero?» ma quello non rispondeva. Il bambino allora guardò il suo coniglio di peluche che teneva per le orecchie, giusto per avere un suggerimento. Neanche lui però aveva qualcosa da dire. Si voltò indietro per ritornare a casa. Non poteva farci niente a quell’ora di notte. In fondo era piccolino e la mamma e il papà non potevano certo essere svegliati perché erano già andati nel lettone. E poi magari quell’uomo aveva semplicemente sonno e voleva dormire nella neve. Che ne sapeva lui? Oppure era sull’albero a dormire ed era caduto. ‘Anche se gli alberi non sono proprio il massimo per dormirci dentro‘, pensò. Lui preferiva il letto, infatti. No, non poteva stare lì in strada: faceva freddo e poi doveva tornare alla sua finestra per vedere quando Babbo Natale sarebbe arrivato. Non aveva tempo da perdere.
Poi un pensiero gli passò per la testa.
«E se quel signore nella neve fosse proprio Babbo Natale? Magari era caduto dalla slitta mentre passava di lì e le renne non se ne erano accorte. Forse era stanco, si era addormentato ed era scivolato giù. ‘Non bisogna guidare quando si è stanchi. Lo dice sempre papà. E se è davvero Babbo Natale e non si sveglia come farà a portarmi in tempo i regali?’
Così il bambino si diresse deciso in cucina e, sempre senza mollare il coniglio, si versò un bicchiere d’acqua dalla bottiglia in frigo. Uscito in strada, gettò senza tanti complimenti l’acqua in faccia all’uomo per svegliarlo. Aveva visto fare così in tv.
«Signore, svegliati… devi finire le consegne… non puoi dormire, non è il momento… E dove hai messo la tua divisa? Le cose vanno fatte bene, ci si deve mettere la divisa rossa per consegnare i regali, lo sanno tutti, è la regola; mica si può andare in giro la notte di Natale vestito così come uno normale e pure con i pantaloni calati… E i regali poi dove li hai messi? Sono rimasti sulla slitta? Mi senti, Signore? Che numero di cell hanno le tue renne che te le chiamo…» e guardò in alto verso i rami più alti casomai riuscisse a scorgere qualche pacchetto. E così gli venne in mente di guardare meglio. Girò intorno all’albero e trovò una scala. Sembrava un invito a salire. Andò su, uno scalino per volta, sorreggendosi bene con una mano perché con l’altra doveva tenere il coniglio. Arrivò in cima. Non era stato facile ma ce l’aveva fatta. Era forte lui. E pure il coniglio. ‘Che bel panorama!‘, pensò, guardandosi attorno. In direzione del Parco era tutto scuro ma si scorgeva bene il laghetto in cui si stava specchiando la luna. Ci andava spesso con il papà a dar da mangiare agli anatroccoli. E poi, girandosi dall’altra parte, vide anche camera sua e ancora meglio quella dei suoi genitori. Fece appena in tempo infatti a riconoscere la mamma che apparve per un attimo di profilo alla finestra. Era tutta svestita. ‘Prenderà freddo’, pensò. ‘Chissà perché è tutta ignuda. Avrà fatto il bagno. La mamma è tanto pulita e profuma di buono. No, nessun regalo quassù’, si disse allungando il collo, ‘e non c’è neppure nessuna renna’. Fece spallucce e ridiscese.
Nel frattempo, aveva ripreso a nevicare e il bambino, sconsolato, se ne ritornò mogio mogio alla sua porta. Guardò un’ultima volta l’uomo semisepolto dalla neve.
«Almeno anche quell’antipatico di Paolino, in fondo alla strada, rimarrà senza regali» disse abbozzando un sorriso.
E richiuse la porta.

Crescerai lentamente

Le prime avvisaglie si manifestarono qualche anno prima; a marzo o poco più.
Saverio aveva passato sul prato di casa il primo tosaerba della stagione e, alla fine del lavoro, nel dare una pulita alle scarpe, le aveva notate. Erano come delle piccole escrescenze bianche, con un puntino nero in cima. Pensò di avere pestato qualcosa. Chissà, forse un uccellino in decomposizione, forse un fungo. Non ci badò più di tanto, anche perché, con una buona spazzolata sotto l’acqua corrente, sparì subito ogni traccia.
Dopo qualche giorno accadde di nuovo, non più però nel suo giardino.
Per ragioni di lavoro aveva dovuto fare un sopralluogo in un campo arato di fresco. Una cosa complicata, inutile starlo qui a spiegare. C’era però rimasto tutta la giornata tra misurazioni, accertamenti e discussioni a non finire. E alla sera, a casa, aveva notato di nuovo quella specie di vermetti bianchi sotto le suole, forse un po’ più lunghi dell’altra volta. Li osservò meglio: erano rigidi e mobili. Cominciò a preoccuparsi.
Mise le scarpe all’interno di una busta di plastica e l’indomani le portò a Raffaele.
Raffaele era un calzolaio, uno dei pochi rimasti in paese; risuolava ancora le scarpe ed eseguiva piccole riparazioni; e, soprattutto, era suo amico.
«Non sono vermetti, né semi… mio caro…» disse dopo un po’ Raffaele, in modo quasi solenne, alzando il viso dalle suole. Aveva una lente di ingrandimento monoculare incastrato sull’occhio destro. La sua faccia era strana. Ma sorrise.
«E allora di che si tratta?» domandò Saverio nervoso.
«Vedi…» fece posando la lente e le scarpe davanti all’amico. «Come sai, io ho un po’ di terra sulle colline di Poggiobrusco…»
«Sì, me lo hai già detto, Raffaele, diverse altre volte…» disse lui, accorgendosi che il suo tono si era fatto sgarbato.
«Ho delle piante: meli, ciliegi, kaki. Ogni tanto metto a dimora anche barbatelle di olivo…»
Saverio si incupì. Ebbe all’improvviso una brutta sensazione.
Raffaele sorrise di nuovo, anche se ora sembrava a disagio.
«Insomma, le escrescenze, come le chiami tu, sono in realtà delle barbe… barbe di olivo, per l’esattezza.»
«Barbe?»
«Germinazioni, radichette… come le vuoi chiamare?»
«Ma non è possibile!» sbottò Saverio serrandole le mascelle.
«Non te la prendere con me…» fece Raffaele un po’ risentito e restituendo le scarpe. «Non so proprio come siano finite sotto le tue suole. Certo è che le tue scarpe, come dire… stanno mettendo su radici…»
Nel tornare a casa Saverio le gettò nel cassonetto anche se erano nuove.
Ma, di lì a qualche giorno, lo strano fenomeno si ripeté con quelle appena comprate e poi anche con gli stivali oltre che con le vecchie pedule da trekking. Più le puliva, più dalle suole di quelle scarpe crescevano delle radici anche se solo quando le indossava.

Trascorse così ancora qualche anno. Per un paio di volte la crescita delle radici fu così rapida e forte che dovette lasciare le scarpe nell’erba non riuscendo più a spostarle.
Poi alla fine capì.
Un giorno, sistemò tutte le sue cose, salutò chi doveva salutare, perdonò che doveva perdonare, persino se stesso, e se ne andò in giardino. Scelse un posto fresco, ma anche soleggiato per gran parte del giorno. Da quel punto si vedeva tutta la valle e il fiume in lontananza che brillava come un braccialetto nell’erba. Rimase immobile sino a sera.

Ora nel suo giardino c’è uno splendido olivo in più.

La goccia del Santo

Ferruccio decise di perdersi tra le vie del centro città. La riunione si sarebbe protratta fino alle 18, ma aveva trovato il modo di uscire prima dalla sala senza dare nell’occhio. Il tema del seminario era risultato piuttosto noioso e i colleghi, con cui per un po’ aveva diviso i lavori della mattinata e il pranzo, ancora di più.
Così ne approfittò per distrarsi e visitare un posto in cui non era mai stato. Forse l’aria della sera avrebbe giovato anche al suo doloroso mal di testa dandogli un po’ di sollievo. Gli avevano diagnosticato tempo addietro una cefalea atipica che con il tempo si sarebbe forse spontaneamente rimessa; a meno di non rientrare in quello 0,001% della popolazione per il quale si sarebbe invece cronicizzata aumentando di intensità; e Ferruccio non si era mai reputato una persona fortunata.
Passando davanti a una farmacia decise allora di comprare un analgesico. Il farmacista, un tipo gioviale e dal piglio disinvolto, grazie anche a un’assenza momentanea di clientela, lo accompagnò sino alla porta del negozio senza smettere di chiacchierare.
«E questa pianta? Cos’è?» chiese Ferruccio, curioso, toccandola. Era un bell’albero proporzionato, di un paio di metri di altezza, che sbucava all’improvviso da un’aiuola a ridosso dell’entrata e il cui tronco, grigio e stropicciato, impediva parzialmente l’ingresso.
«Ora che l’ha toccata le rimarrà sui polpastrelli una sorta di vernice rossa» fece il farmacista ridendo. «Ci vorrà qualche settimana prima che vada via. È per questo che c’è il cartello: ‘NON TOCCARE!’» precisò indicandolo.
«Oh, mi scusi, non l’avevo visto.»
«Non si preoccupi, i turisti che non conoscono la storia, non lo leggono mai… È una delle tante stranezze di questa pianta.»
«Storia? Che storia?»
Il farmacista si guardò in giro come per accertarsi che non fossero entrati nel frattempo clienti e poi raccontò:
«Si narra che, alcuni secoli fa, sia passato in questa via il Santo mentre rientrava al suo romitorio, sorretto da due discepoli. Era stato appena accoltellato a morte da due briganti di strada ed era in fin di vita. Una goccia del suo sangue cadde proprio qui, in questo punto, dove ora c’è l’albero, rimanendovi anche nei mesi successivi tanto che non ci fu né pioggia né sole né vento che fu in grado di cancellarla. Poi, un giorno, su quella minuscola goccia, si è posato un seme e ben presto è germogliata questa pianta, che è risultata peraltro, da studi approfonditi, di specie del tutto sconosciuta. Il giorno in cui il Santo è morto, benché cada di pieno inverno, l’albero fiorisce completamente e il profumo intenso dei suoi fiori si sente a distanza di chilometri. I biologi hanno anche cercato di moltiplicarla o di riprodurre chimicamente il profumo, ma nessuno c’è mai riuscito. Questo è e sarà l’unico esemplare esistente sulla terra.»
«È una bella storia, non c’è che dire…»
«E non è tutto… il giorno in cui fiorisce si dice che a coloro che vengono qui e recitano una preghiera sono rimessi tutti i peccati… e non sono rari pure i miracoli.»

Gli venne in mente proprio questo racconto a Ferruccio quando l’anno successivo tornò per lo stesso seminario in quella stessa città. La data era slittata di qualche settimana sino a quasi combaciare con quella della commemorazione del Santo del giorno successivo. Decise allora di trattenersi.
La mattina dopo, nonostante si fosse alzato abbastanza presto, si accorse che la città era stata invasa da pellegrini. Non c’era modo di muoversi già subito all’uscita dell’albergo. Tutte le strade del centro e soprattutto quella che portava all’Albero del Santo erano gremite di persone che, in ginocchio, pregavano assorte in mezzo alla strada. Avrebbe voluto avvicinarsi di più per vedere la pianta in fiore di cui sentiva peraltro il profumo intenso, ma gli astanti lo avevano squadrato tutti molto male sicché dovette rinunciare. Si appoggiò a un muro e provò a pregare. Ma non era mai stato capace di farlo. Pregava infatti meccanicamente, senza convinzione, distraendosi di continuo. E poi quel mal di testa terribile non lo lasciava in pace.
«E tu ci credi davvero?» si sentì dire d’un tratto, dietro le spalle, con tono canzonatorio.
Ferruccio si voltò. Era un giovane, sui vent’anni, con piercing a una narice e un tatuaggio tribale che si inerpicava su per il collo prendendo parte del mento. Aveva un sguardo duro come di chi è abituato a sfidare tutti i giorni il mondo. Gli occhi erano intensi, penetranti e reclamavano una risposta. Ferruccio ci pensò su. La domanda era davvero importante se ne rese conto in quel momento. Se la ripeté in cuor suo alla ricerca di una risposta sincera. Trascorsero probabilmente alcuni minuti durante i quali non smise mai di fissare gli occhi del suo interlocutore.
«Sì» gli disse infine lui, deciso. «Assolutamente sì.»
Il ragazzo allora gli si avvicinò. Gli mise una mano sul capo. E il mal di testa sparì.
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