Erano passati quasi cinquant’anni dalla morte di fra Girolamo Ottopassi, figura controversa e venerata al tempo stesso. La sua fama di santità, alimentata da una vita dedicata al prossimo e da un indiscusso carisma che aveva incantato le folle, non era mai tramontata del tutto. Ora, in un’epoca segnata da una rinnovata sete di spiritualità, l’Arcivescovo Antioco Ippodesti, uomo dalle grandi iniziative e dalle smisurate ambizioni aveva deciso di dare nuovo impulso alla figura del frate, nella speranza di poter accendere nuovamente la fede nei fedeli e accelerando, allo stesso tempo, il processo di beatificazione. E poi c’era di mezzo il Giubileo. Quale occasione migliore per sponsorizzare il suo illustre compaesano? Ci sarebbe stata grande visibilità per tutti. Anche per lui. Non era forse un Arcivescovo in corsa per il cardinalato? E poi sarebbero arrivati a frotte i turisti nella sua diocesi con tutto l’indotto del caso. Sì, si poteva fare. Si doveva fare.
Così l’Arcivescovo ebbe l’idea di far riesumare l’Ottopassi. Se era stato davvero un santo in vita, come pensava o, meglio, come gli piaceva credere, doveva essersi sicuramente conservata incorrotta qualche parte del suo corpo. Qualcosa che i fedeli devoti, vecchi e nuovi, potessero farne oggetto di venerazione. La gente ama queste cose che lui invece aveva sempre trovate macabre.
La riesumazione fu affidata a don Mario, un solerte prete pieno di entusiasmo e devozione che, in via interinale, svolgeva il ruolo di parroco presso la chiesa nella cui cripta era sepolto il frate. E fu quindi con grande trepidazione e rispetto, che don Mario, contattato personalmente dall’Ippodesti, si addentrò nella cripta nella nicchia giacevano i resti mortali di fra Girolamo. Ubbidiente alla consegna dell’Arcivescovo, che aveva raccomandato estrema riservatezza, lui adesso era solo. Ma quel che c’era di peggio lui si sentiva solo; in una cripta, per di più, che gli aveva sempre messo i brividi. Ed era lì per riesumare un corpo, oltretutto. La luce delle candele correva incerta sulle volte millenarie e faceva davvero freddo là sotto tanto da riuscire a vedere il proprio fiato. Ebbe un momento di sconforto. Non era per quello che aveva preso i voti. Ma gli ordini dell’Arcivescovo non potevano essere discussi.
E dopo ore di lavoro certosino, con grande fatica, emerse però una verità inattesa. Lui non era un uomo di intelletto o di grandi decisioni, per carità. La sua vocazione era stata tardiva e senza clamore. Aveva sempre creduto che il suo compito fosse servire con umiltà e obbedienza la Chiesa e non pensare troppo. Ma ora, di fronte ai resti di fra Girolamo, quell’unico frammento rimasto intatto che sfidava il tempo, si sentiva scosso da un dubbio mai provato prima. Non sapeva che fare.
Poi il suo cellulare squillò e lui ebbe un sobbalzo.
«Ci sono parti incorrotte?» chiese l’Arcivescovo senza tanti preamboli tradendo la sua natura impulsiva e impaziente.
«Sì, Monsignore… una, una soltanto.»
«È sufficiente. Fammi indovinare. Magari è la lingua, visto che fece sermoni esaltanti pronunciando parole indelebili di fede; o… o forse è rimasto il dito indice, proprio lui che seppe indicare alle nuove generazioni la giusta direzione per raggiungere la fede oppure un orecchio… ecco, sì, un orecchio, lui che seppe ascoltare i derelitti e gli sconfitti dalla vita dando loro speranza e fiducia nel futuro.»
«…»
«Ci sei ancora don Mario?»
«Sì, certo Monsignore.»
«E allora su, parla.»
«È che, vede, Monsignore, è… è rimasto incorrotto…»
«Cosa? Cosa è rimasto incorrotto?» domandò alzando la voce.
«Una parte innominabile del corpo, Monsignore, che Dio mi perdoni…»
L’arcivescovo si azzittì. Trascorsero alcuni momenti di palpabile imbarazzo. L’aria in quella cripta si fece ancora più gelida.
«La riesumazione l’hai fatta da solo, come ti avevo raccomandato, vero?» chiese quasi minaccioso l’Ippodesti.
«Certo, Monsignore.»
«Bene… e allora distruggi il coso… sì… hai capito. E ovviamente conto sulla tua totale riservatezza, don Mario. Non mi deludere o ti mando a far compagnia a fra Girolamo» disse risoluto e riattaccò.
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Fedro e il cuore del Santo
Il ragazzo si trovava davanti al prete, le mani riposte dietro la schiena, le spalle un po’ curve.
«Insomma mi posso fidare di te, oppure no?» gli fece don Mino cercando con lo sguardo severo di rovistargli nel cervello.
«Ma certo, padre» disse Fedro evitando di alzare gli occhi. «Vada tranquillo. Me ne occuperò io».
«Mi raccomando però, Fedro, alle 11 e 11, tutti giorni. Un litro di alcol da aggiungere piano piano nella teca. Solo così si conserva il cuore di San Prammatico…»
«Ho capito, padre, quante volte ancora me lo deve ripetere?» E mentre il prete stava per uscire dalla sacrestia con la valigia, il ragazzo aggiunse: «… ma perché proprio alle 11 e 11 minuti?»
«Ti ho già detto anche questo, Fedro! Perché è stata l’ora del suo martirio. Si è sempre fatto così, in suo onore».
«E cosa succede se l’alcol lo si aggiunge mezz’ora prima o un’ora dopo?» Il prete non rispose: si limitò ad alzare gli occhi al cielo e ad andarsene.
Fedro fu diligente. Tutte le mattine, all’ora giusta, si recò in canonica per versare il litro di alcol nella teca, con molta attenzione, come gli era stato prescritto: anche se gli faceva impressione quella cosa violetta e floscia, adagiata sul fondo. Sapeva solo che apparteneva a un missionario del Congo, ucciso cinquant’anni prima da un gruppo di facinorosi. Anni dopo la sua canonizzazione, traslata la bara al paese natale, avevano rinvenuto al suo interno, aprendola, il cuore intatto del Santo e, gridando al miracolo, l’avevano custodito in quel modo. Sì, Fedro fu diligente e puntuale. Tranne l’ultimo giorno in cui si svegliò molto tardi la mattina, complice un sabato sera tirato fino alle ore piccole con gli amici. E trasalì quando, entrando a mezzogiorno e mezza nella canonica, si accorse che il cuore si era come sciolto nel suo contenitore. L’alcol era evaporato completamente e sul fondo c’erano solo tre dita di poltiglia sanguinolenta e maleodorante. Si sentì mancare. Poi ebbe l’idea. Andò dal macellaio di fronte e si fece vendere un cuore fresco di maiale; vuotò febbrilmente la teca nel water posando con delicatezza sul fondo della vaschetta il cuore ‘nuovo’ che sommerse di alcol. Tutto sommato assomigliava al precedente, si disse sollevato squadrando il risultato da qualche metro: il cuore era delle stesse dimensioni ed era pure informe e abbastanza roseo.
«Bravo, Fedro, la sacra reliquia è finanche migliorata di aspetto, come hai fatto?» gli disse il prete tornato dal viaggio. «Proprio un ottimo lavoro! Ho fatto bene a fidarmi di te». Il ragazzo era contento: non aveva mai visto don Mino così soddisfatto.
«Meno male che l’ho trovata, padre» disse in quel preciso istante il macellaio entrando in canonica. «Quando ho saputo che il cuore di maiale era per lei, mi sono preoccupato. Quello che le ha dato il commesso appena assunto è di qualche giorno. Tenga questo, invece: vedrà, con cipolla e prezzemolo, sarà una prelibatezza in padella».
