Campo Croci

Era tradizione, per don Pietro, celebrare la messa il giorno dell’Assunzione a Campo Croci, a 1.532 metri di altitudine. Solitamente era una giornata di bel tempo e i contadini salivano volentieri fin lassù per godersi il panorama mozzafiato sulle vette ancora innevate. Anche quell’anno la tradizione fu mantenuta, nonostante don Pietro, ormai anziano, faticasse sempre a fare escursioni. Dopo la messa, a cui partecipò un numero cospicuo di fedeli — attratti anche dal ricco pranzo sociale organizzato all’aperto dalla Pro Loco — don Pietro si sistemò, come di consueto, accanto alla Croce di Ferro per impartire l’Eucaristia. La fila dei fedeli era lunga, ma la pazienza era la miglior virtù di don Pietro. Al termine della coda rimase solo la vedova Benassi, per tutti Ginetta. Si muoveva sempre lentamente e in modo claudicante. Nonostante l’età e la mente un po’ confusa, non mancava mai all’appuntamento, attratta anche dalla generosa porzione di pollo arrosto alle erbette, specialità della bravissima Gasparina. Partiva dal paese prima degli altri proprio per arrivare in tempo, anche se all’ultimo momento. Come quel giorno. E una volta arrivata al cospetto di don Pietro, gli sorrise: anche quell’anno ce l’aveva fatta.
“Il corpo di Cristo”, disse lui, in tono solenne ma distratto dalla ripetitività. Ginetta socchiuse gli occhi e dischiuse le labbra raggrinzite, lasciando spuntare appena la punta di una lingua pallida e sottile. Ma qualcosa andò storto: forse la lingua uscì poco dalla bocca, forse ci fu un colpo di vento o un movimento fu maldestro. Fatto sta che l’ostia cadde. E non sull’erba, come ci si sarebbe aspettato, ma sopra una larga fatta di mucca, fresca a giudicare dal colore. Don Pietro non si era accorto di essersi messo proprio lì accanto a quella ‘boassa’, perché si sa, sono cose naturali della campagna e nessuno ci fa mai troppo caso, neppure all’odore. Inorridito, comunque, sgranò gli occhi appena se ne accorse, trattenendo a stento un grido.
‘Che sacrilegio, che sacrilegio!’, pensò fissando l’ostia candida che si stagliava sul fondo bruno su cui si era posata, come un occhio aperto che l’accusava.
Ginetta, ignara invece di quanto appena accaduto, fece un lieve cenno di saluto al prete e si allontanò soddisfatta, masticando come avesse davvero ricevuto l’ostia. La sua attenzione era del resto tutta rivolta all’ampia tavolata già allestita in vista delle montagne, dove i commensali si accalcavano per prendere i posti migliori. Don Pietro, invece, era ancora lì, vicino alla Croce di Ferro, come pietrificato. Mai, in quarant’anni di sacerdozio, gli era capitata una simile disgrazia.
‘Cosa faccio? La raccolgo? Ma poi dovrei ugualmente gettarla… E mi sporcherei pure le dita ora che ho anche la pisside in mano!’, pensava, sempre più agitato.
Dopo una serie di preghiere sussurrate, quasi cercando un’ispirazione, prese una decisione irrevocabile: con la punta dello scarpone spinse l’ostia in fondo alla fatta finché non scomparve al suo interno. Deglutì rumorosamente, a disagio per quello che aveva appena fatto, per poi tornare all’altare scuotendo il capo sconsolato e cercando di recuperare un certo contegno.
Verso settembre, la perpetua trovò don Pietro in sagrestia, mezzo vestito con i paramenti della messa appena celebrata. Era seduto, come fosse stato preso da un colpo di sonno. Ma era stato invece un infarto fulminante che aveva posto fine all’improvviso alla sua funzione sacerdotale. A distanza di un’ora, anche Ginetta lasciò questo mondo senza neppure riuscire a scendere da letto di casa. Solo che lei fu ritrovata casualmente una settimana dopo, da Pancrazio, venuto a portarle la legna per l’inverno.
Il nuovo prete, un giovane padre Virgilio, inviato dal vescovado solo a gennaio, stabilì che la tradizione della messa a Campo Croci sarebbe cessata con il suo predecessore: frivolezza inutile, l’aveva definita. Solo la Pieve avrebbe ospitato la celebrazione della messa di rito mentre i fondi risparmiati nell’organizzazione del pranzo sociale sarebbero stati destinati ai più bisognosi.
Tuttavia, alcuni contadini nostalgici salirono comunque, nel pomeriggio del 15 agosto, a Campo Croci il giorno dell’Assunzione. Era bello ritrovarsi lassù. C’era una pace assoluta e la vista impagabile. Volevano dare ultimo saluto ai monti prima della pausa invernale. Quando a sera tornarono a valle, raccontarono a tutti di aver visto qualcosa di straordinario: accanto alla Croce di Ferro era nato un olivo. Sì, proprio un olivo, anche se a quell’altitudine era impossibile che potesse crescere. E, al calar della sera, avevano anche aggiunto sottovoce, come se temessero di non essere creduti, di aver visto che le foglie di quell’albero si erano messe a brillare di una luce calda e intensa, luce che nessuno di loro era riuscito però a capire da dove in realtà provenisse.