Bottiglia incendiaria (bottiglia Molotov)

La bomba molotov (più semplicemente denominata ‘molotov’)’ è un ordigno di tipo incendiario, sovente impiegato in azioni di guerriglia urbana. Dal punto di vista classificatorio si pone, rispetto alle armi bianche, in posizione, per così dire, border-line, perché, se in realtà, da un lato, non esplode, tuttavia, dall’altro si avvale di una forza che travalica quella meramente muscolare dell’uomo.

Ritengo tuttavia di dover trattare qui, in questo testo, tale strumento in quanto rientra in quella definizione lata, di arma bianca da cui si è partiti in premessa (nel senso che è tale ciò che non è arma da sparo). Sotto il profilo appena indicato, la ‘bomba’ molotov differisce dunque dalla bomba carta in quanto quest’ultima, per esplodere, impiega polvere pirica (a lenta combustione) o flash (a combustione veloce), rispettivamente ricavata da cartucce o da petardi (tra i 20 e i 300 grammi). La bomba carta, detta così perché confezionata inizialmente con involucri di carta, è stata successivamente costruita anche con involucri più resistenti, come il pvc, che sfruttando il potere deflagrante della polvere da sparo innescata per espande parti dell’involucro incendiato e della polvere non del tutto bruciata. È dotata di una miccia di innesco è può avere effetti lesivi e distruttivi. Mentre, dunque, per la bomba carta, l’appellativo ‘bomba’ è più appropriato, altrettanto non può dirsi per la molotov in quanto non si ha un effetto deflagrante, ma meramente incendiario, limitandosi (si fa per dire) ad appiccare il fuoco all’obbiettivo; di ciò occorre tener presente a livello definitorio e di classificazione.

Per capire meglio, procediamo però con ordine: le bombe molotov (utilizzate per la prima volta nel 1936, dai franchisti contro i carri armati di fabbricazione sovietica T-26 in dotazione all’esercito repubblicano) sono realizzate con una bottiglia in vetro (sottile, ma capiente) riempita con liquido infiammabile (solitamente benzina, ma può anche essere trielina, alcool, gasolio, mentre non è adatto un ‘semplice’ liquore per il basso contenuto di alcol) e da un innesco. L’innesco più semplice è costituito da uno straccio avvolto attorno al collo della bottiglia o (fatto entrare all’interno della bottiglia stessa a contatto con il liquido) bagnato dello stesso liquido contenuto all’interno, giusto per accelerare l’accensione; al posto dello straccio può essere usata anche la carta (anch’essa imbevuta) ma si incendia più velocemente ed è quindi più rischioso per l’utilizzatore; un altro modo per creare un innesco è quello di attaccare con nastro adesivo all’esterno della bottiglia uno o più fiammiferi antivento o una sigaretta accesa. Una volta che la bottiglia è stata lanciata con l’innesco acceso, al contatto con una superficie dura, la bottiglia si rompe e il liquido che ne fuoriesce, si incendia grazie alla presenza del fuoco.

Per aumentarne la nocività dell’ordigno, può essere introdotto nella bottiglia del polistirolo, il quale, a contatto con la benzina, si scioglie generando così un surrogato del napalm che rende la molotov più pericolosa, facendo infatti aderire maggiormente la benzina incendiata alle superfici colpite. Può anche essere usato il catrame, che crea un fumo nero denso (disorientante) e fa perdurare la fiamma. L’evento lesivo nella fattispecie è dato dunque dalla infiammabilità del liquido che si trova all’interno della bottiglia che, contrariamente a quanto si può ritenere, lo si vuole ripetere, non esplode, anche perché la pressione generata dall’accensione del liquido all’interno della bottiglia è troppo bassa per rendere pericolose le schegge di vetro.

Dunque, in altri termini, la frammentazione del vetro non avviene a causa dell’accensione del liquido (anche se il fuoco dall’innesco raggiungesse il liquido prima dell’impatto) ma è anteriore e prodromica all’accensione.

Se anche, infatti, si inserissero dei chiodi all’interno della bottiglia, giusto per aumentare la capacità devastante dell’ordigno, una volta che questo fosse incendiato, non sarebbero proiettati verso l’esterno come potrebbe avvenire in una bomba, ma rimarrebbero sul luogo stesso dell’impatto per mancanza di gas di espansione (la forza di gravità sarebbe addirittura superiore).

Per orientamento consolidato, la Corte di Cassazione ha sempre ritenuto che le bottiglie incendiarie cosiddette “molotov” devono considerarsi comprese tra i “congegni micidiali” ed equiparate, agli effetti della legge penale, alle armi da guerra (Sez. 2, 12 dicembre 2012, n. 1622, Zeqiri e altro, rv. 254451).

Sotto il profilo strutturale, la giurisprudenza ha ritenuto che si sia in presenza di una bottiglia incendiaria (anche se di fabbricazione semplice e rustica, Sez. 1, 18 marzo 1985, n. 6861, Golpin, rv. 170046) quando contiene benzina e sia munita di uno stoppino acceso al momento del lancio, Sez. 1, 22 gennaio 2009, n. 6132, P.M. in proc. Mattei, rv. 243376) sicché non può essere considerata incendiaria la sola bottiglia contenente benzina, Sez. 1, 16 ottobre 1990, n. 1311, Colombini ed altri, rv. 186716 e senza innesco.

In relazione a questo ultimo aspetto (presenza o meno dell’innesco al fine di poter ritenere una bottiglia incendiaria arma da guerra) è stato ritenuto, al contrario (e più correttamente), che, per parte di arma, si deve intendere una parte rilevante dell’arma che, con l’applicazione di quella mancante, consenta agevolmente l’integrazione di un congegno atto all’impiego. Pertanto, costituisce parte di arma – se pur non la si voglia ritenere di per sé atta arma all’impiego – una bottiglia incendiaria priva di innesco, dato che questo costituisce un accessorio e non una parte essenziale delle bottiglie incendiarie, al quale si può agevolmente sopperire anche mediante l’impiego di mezzi di fortuna (fiammiferi, sigaretta accesa, Sez. 1, 30 gennaio 1979, n. 3511, Cardellini, rv. 141738). L’assunto espresso in quest’ultima decisione appare, come si è precisato, più corretto, posto che è giurisprudenza consolidata ritenere che, ai fini dell’attribuibilità della qualifica di “parte” di una singola arma, che consente la incriminazione della condotta che la concerne, è sufficiente l’autonomia funzionale di essa che ne rende possibile l’individuazione come elemento strutturale tipico della arma stessa, e la facile ricomposizione dell’intero senza la necessità di speciali procedimenti, (Sez. 1, 14 marzo 1988, n. 701, Uberti, rv. 180228).

motolovSi segnala peraltro che potrebbe tuttavia non essere agevole (ma rimane una questione squisitamente di merito) poter distinguere una bomba molotov senza innesco da una semplice bottiglia che, per qualsivoglia uso domestico, contenga alcol, trielina o benzina, in assenza di altri composti ‘tipici’ (catrame polistirolo…) che contraddistinguono la bottiglia incendiaria. Per quanto sopra precisato, in punto di ‘funzionamento’ della molotov, non può ritenersi per contro precisa quella decisione del S.C. là ove si afferma, pur classificando correttamente la bottiglia incendiaria tra le armi da guerra (indipendentemente dal requisito della potenzialità offensiva o della utilizzazione bellica, Sez. 5, 8 novembre 1984, n. 948, Franchin, rv. 167608) che, dovendosi considerare tale oggetto tra i “congegni micidiali” realizza una deflagrazione con possibilità di offesa a causa della proiezione di schegge e dello sprigionarsi di gas (la molotov, infatti, non proietta schegge né sprigiona gas) e, come tale, è equiparabile a un involucro esplosivo (Sez. 1, 5 aprile 1991, n. 6534, D’Angelo, rv. 187633).

In realtà, lo si ribadisce, la bottiglia incendiaria è arma da guerra solo perché è un congegno micidiale ai sensi dell’art. 1 della L. n. 895 del 1967 e anche ai sensi dell’art. 1 legge 18 aprile 1975 n. 110, che equipara alle armi, “le bottiglie e gli involucri incendiari”.
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