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Posts Tagged ‘fantasmi’

«Lo sai che ti tocca…» mi disse Lucente con il suo accento delle Asturie oramai imbastardito dai tanti anni passati sulla collina di Poggiobrusco. Alludeva al fatto che fosse arrivata l’ora di accompagnare suo figlio di dieci anni a letto e di raccontargli la “storia della buona notte”.
«Colgo solo io la contraddizione nel fatto che non sia un complimento sentirsi dire che le mie storie fanno addormentare? Oppure è solo una mia fissazione?» domandai voltandomi in giro in cerca di approvazione.
Maverick era già seduto sulla sua poltrona preferita; si stava rollando la sigaretta del dopocena. Era pensieroso e non ascoltava. Forse aveva in mente Pashua, la cavalla Appaloosa del suo allevamento che stava tardando a partorire.
«Fissazione più, fissazione meno…» mi buttò li a tradimento Lucente che aveva preso ad armeggiare con stoviglie, piatti e bicchieri.
«Insomma zio, vieni o no…?» mi fece Phil impaziente con la sua faccia simpatica sulla soglia della cucina.
«Non sono tuo zio…» gli dissi seguendolo.
«Sì, certo zio… vieni che ti devo fare delle domande.»
Al che cominciai seriamente a preoccuparmi. So bene quanto possano essere insidiose le domande di un ragazzino di dieci anni e pure molto sveglio. Mi sedetti sul letto mentre lui si metteva il pigiamino.
«Senti zio…»
«Ti stai mettendo la maglietta alla rovescia, come tuo solito» gli feci notare cercando di aiutarlo.
«Senti zio…» insistette lui facendo ruotare di 180° con un colpo secco la maglietta già infilata per la testa «perché c’è la festa degli Ognissanti?»
Pensai: ‘meno male questa è semplice’. «È il giorno in cui si festeggiano tutti i santi» cominciai a dirgli «anche quelli non canonizzati ma solo beatificati…»
«Ah… quindi si festeggiano quei santi cui non hanno sparato con il cannone…»
«Ma no, Phil, che dici… canonizzati non cannonizzati… la canonizzazione è la dichiarazione di santità della Chiesa… e quindi si festeggia anche loro che non l’hanno ancora avuta e sono “solo” beati… tutti, appunto.»
«Insomma anche quelli che ci han provato ma non ce l’hanno fatta e sono rimasti santi a metà…»
«Più o meno…»
«E il 2 novembre si festeggiano tutti i morti, invece…»
«Esatto.»
«Quindi si potrebbe chiamare la festa degli “Ognimmorti”.»
«Si potrebbe, certo, ma non si fa perché suona male e poi i morti non si festeggiano, si commemorano…»
«E che differenza c’è?»
«Si pensa a loro, si va al cimitero a mettere un fiore sulla loro tomba… li si fa rivivere nella nostra memoria, anche se solo per un giorno…»
«Un po’ come gli zombies.»
«Ma no, Phil… gli zombies non esistono…»
«Come no, zio? Hai mai visto il nonno quando si alza al mattino?» disse mettendosi a ridere con una mano davanti alla bocca.
«Non è bello che tu dica queste cose, Phil…» lo rimproverai cercando di non ridere anch’io.
«E adesso mettiti sotto che prendi freddo.»
«Tu hai paura dei fantasmi?» mi chiese a bruciapelo, serio serio. Io lo guardai fisso per un po’. Gli feci una carezza sulla testa.
«Non bisogna avere paura dei morti, ragazzo mio, ma, a volte, solo dei vivi. I morti, semplicemente, non ci sono più.»
Lui alzò gli occhi in alto e di lato come per farsi venire in mente qualcosa. Poi mi chiese:
«Allora zio… a proposito di fantasmi… me la racconti di nuovo quella storia lì su John Lennon?»

NOTA: per saperne di più su –> Maverick e –> Lucente.

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Non ci aveva mai saputo molto fare con le macchine. Quella che aveva davanti sembrava una pulsantiera esagerata per un semplice gabbiotto per le foto-tessera. Anche per inserire la moneta c’era qualche insert di troppo. Non si perse comunque d’animo; fece dapprima qualche tentativo e quindi fece scivolare gli euro nella feritoia più grande: l’accensione di una spia verde intermittente gli parve incoraggiante. Ubbidì all’invito di sistemarsi con il seggiolino all’altezza giusta e, dopo aver premuto nuovamente il bottone verde, quattro flash in rapida successione lo sorpresero in espressioni probabilmente scomposte. Poco convinto del risultato uscì in attesa. La macchina ruminò cigolii sospetti e alla fine partorì una striscia di cartoncino opaca. La raccolse ancora appiccicaticcia, accorgendosi subito dopo che era anche tutta bianca. Maledisse la propria inettitudine, assestò con rabbia un pugno al gabbiotto e si diresse alla vicina piazza dove c’era un ottico che garantiva lo stesso servizio: gli sarebbe costato di più, ma aveva assolutamente bisogno delle foto per rinnovare la carta d’identità. Il fotografo in camice bianco lo fece accomodare e senza dire una parola lo mise di tre quarti contro un fondo bianco. Prima che lui si aggiustasse, fu trafitto da un unico potente flash. Era quasi accecato quando sentì il fotografo imprecare. La macchina digitale si era rotta, diceva quello, le foto non erano venute, erano completamente bianche. E mentre l’operatore spariva nel retro a protestare con chissà chi, lui guadagnò l’uscita. Gli girava la testa e gli mancava l’aria. Forse era l’odore di chiuso di quel negozio, forse erano stati i troppi e violenti flash. Il cielo nel frattempo era diventato viola, il selciato della strada verdastro cupo e i passanti camminavano a scatti, un po’ sbiaditi. Si diresse come un automa verso l’ufficio. Gli stava montando dallo stomaco una nausea fetida da togliere il respiro. Un frate, incrociandolo, lo benedisse senza fermarsi. Lui fece una decina di passi a zig zag. La sensazione di vuoto si stava ingigantendo dal ventre alla testa. Gli affiorò alla mente, come un relitto alla deriva, la chiara e nitida immagine di sé sulla poltrona di casa, con la testa riversa da un lato e gli occhi spalancati e spenti. Si sedette sul basamento di un lampione, immerso in un silenzio intenso che lacerava le orecchie. Poi, piano piano, svanì.

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