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Posts Tagged ‘uccelli’

La mamma andava e veniva dal nido in modo sempre più frenetico. Lui, che era nato per ultimo, era estasiato nell’osservarla arrivare in un frullo d’ali con un verme scodinzolante nel becco, riuscire a dividerlo in parti uguali, e ripartire instancabile in cerca di altro cibo. Sì, gli piaceva star lassù, all’ombra gentile del gelsomino, e godere della striscia violetta dei monti e del mare laggiù che luccicava come una pietra preziosa; sì, era felice con quell’aria fresca nei polmoni e, nelle vene, l’energia del mondo. Anche se, a dirla tutta, era da qualche giorno un po’ preoccupato per le dimensioni del nido.
Mamma merlo doveva aver pensato che avrebbe avuto le solite tre uova, tanto da costruire un riparo modesto. Poi era arrivato inaspettatamente lui, il n. 4, proprio sul finire della sera, quando ormai era troppo tardi per ingrandire casa. Questa constatazione lo crucciava: fosse venuto a mancare lo spazio vitale per la sopravvivenza della nidiata, la mamma avrebbe potuto anche decidere di disfarsi di uno di loro: e lui era proprio il più piccolo, il meno robusto. Il fratello n. 2, ma soprattutto il n. 1, sembravano invece crescere a vista d’occhio. Addirittura il n. 1 stava cominciando a mettere su un po’ di lanuggine che preannunciava la crescita imminente delle piume, mentre il becco aveva già preso la forma definitiva oltre a un invidiabile colorito giallo dorato. Il n. 4 pensò allora, ogni volta che arrivava la madre, di nascondersi dietro ai fratelli. Se lei non l’avesse visto forse non si sarebbe accorta del problema. Aveva così cominciato a nutrirsi di quello che cadeva dal becco degli altri, finendo però per mangiare ancora meno di quello che avrebbe dovuto. Ma si accontentava.
A maggio le giornate si erano fatte quasi calde. Il profumo del giardino arrivava al nido come una promessa sincera, un patto per una vita intera. Nel frattempo i fratelli erano diventati grandi, anche a spese dell’ultimo nato, perché adesso, per avere più cibo dalla madre, erano loro stessi che cacciavano indietro il n. 4. Il n. 1 era addirittura solo un paio di taglie meno della mamma.
Una mattina, poco dopo l’alba, la madre tornò al nido senza nulla nel becco. Guardò con attenzione a uno a uno i suoi figli; dopo diversi minuti, come se avesse preso una decisione difficile, si avvicinò lentamente al n. 4. Lui, d’un tratto, capì ogni cosa. Si mise a pigolare con tutta la voce che aveva in gola, quasi fosse caduto nell’acqua bollente. A sentirlo gridare, i fratelli si sarebbero potuti impietosire dandogli man forte. Invece no, si trassero d’un lato, stretti stretti, per far manovrare meglio la madre e godersi la scena. E la mamma iniziò subito, senza esitare, a spingere il figlio verso il bordo esterno, oltre la realtà da lui conosciuta. Lui, disperato, si aggrappò con gli artigli prima al nido e poi alle zampe stesse della madre; ma a un certo punto si ritrovò nel vuoto nel quale provò istintivamente a librarsi, ma i monconi di ali, ancora non cresciute, non lo sorressero e finì per schiantarsi cinque metri più in sotto sul marciapiede che circondava la casa. Non sentì dolore, almeno così subito gli sembrò: era solo intontito per la botta violentissima. Rimase però disteso per diversi minuti fino a quando non provò ad alzarsi. Devo togliermi di qui, pensò. Se arrivano le formiche rosse per me è la fineNon voglio essere divorato vivo. Nell’alzare il capo si accorse di avere il becco e la mascella rotti. Sarà un problema per mangiare. Si sforzò di levarsi in piedi. Ma anche la zampa di sinistra era spezzata e ricadde. Si trascinò allora in direzione di un buco nel muro dove si sarebbe potuto riparare. Il dolore adesso era lancinante e lo lasciava senza respiro. Guardò su. La madre continuava ad andare e venire dal nido da cui sentiva provenire la voce dei fratelli. Sembravano felici. Fece un altro sforzo: il dolore acuto gli azzannava però le carni come un animale feroce e lo fece svenire. Quando si riebbe vide il muso di un gatto che lo stava annusando. L’animale lo prese delicatamente per la collottola e lo mise all’interno di un vaso di gerani e lo coprì parzialmente con il terriccio. Mi mangerà più tardi, pensò, ma almeno per ora sono al sicuro dalle formiche. D’un tratto lo pervase una grande stanchezza. Faceva freddo lì sul cemento e le palpebre si erano fatte di sasso. Chissà, se avesse dormito un poco si sarebbe potuto svegliare nuovamente nel nido. Sì abbandonò al sonno come a una liberazione. E sognò. Sognò i giochi che da piccolo faceva con i fratelli, sognò il cielo azzurro del primo giorno in cui aveva aperto gli occhi, sognò la striscia violetta dei monti e, laggiù, il mare, che luccicava come una pietra preziosa.

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La storia minima ‘il n. 4‘ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 12 settembre 2012 su:

(–> Caffè Letterario)

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Il giorno prima non era andata granché bene. Aveva preso solo una pernice. Un bel tiro teso e lungo, ma un bottino piuttosto magro per una giornata intera. Da quando non aveva più con sé Boot, il suo bracco, cacciare era diventato più complicato e faticoso. Non era però certo colpa sua se aveva dovuto far perdere quel maledetto cane. Il costo della vita si era fatto pesante e, mantenere da una stagione all’altra, un animale così era diventato molto impegnativo. L’aveva lasciato fuori di un supermercato, un pomeriggio di sabato nell’ora di punta. Aveva assicurato il guinzaglio a una palina del parcheggio, accanto alla porta, ed era tornato indietro. Boot l’aveva seguito con lo sguardo immaginando che lui avesse dimenticato qualcosa in macchina. Ma poi l’aveva visto salirci sopra e sparire dalla sua vista. L’avrebbero liberato prima o poi, ne era sicuro. Del resto, accidenti, era proprio un bel cane.
Quella domenica di caccia pensò allora di esplorare una nuova zona, per aver miglior fortuna. Gli avevano detto che a nord il terreno diventava incolto e impervio e per questo meno battuto. Era stagione di passo e avrebbe potuto facilmente riempire il carniere di luì verdi e bianchi, grossi come tordi. Camminò un paio d’ore verso nord, superando un capannone in rovina e qualche rigagnolo. La cresta non era lontana. A destra si apriva un vasto ghiaione e a sinistra il bosco fitto: se avesse tirato per la pietraia avrebbe fatto sicuramente prima. Per camminare sui sassi si affidò a un robusto bastone che lo aiutò a inerpicarsi. Era una faticaccia ma già vedeva sulla sua testa gli stormi passare alti, diretti verso la collina sottostante. Sarebbe stata una battuta proficua che lo avrebbe ripagato abbondantemente. Accelerò il passo ma all’improvviso il margine del sentiero gli franò sotto il piede di appoggio. Cadde all’indietro rovinando per diversi metri verso valle. Nell’impatto gli sgusciò il fucile dalla spalla che cadendo a terra fece partire un colpo. Per fortuna la canna era rivolta lontano e non venne colpito: lo sparo tuttavia rimbombò nel cielo svuotandolo in un attimo. Rimase a terra, spaventato, cercando di fare mente locale se si fosse rotto qualcosa. Sembrava tutto a posto, se non fosse che adesso era senza fucile. Alzò la testa per ispezionarsi: i pantaloni erano sbucciati a livello delle ginocchia, la cartucciera era rotta e penzoloni da un lato e, quel che c’era di peggio, aveva perso uno scarpone. Stava imprecando quando con la coda dell’occhio vide un sasso venire giù veloce dal roccione. Ebbe solo l’istinto di alzare un braccio senza riuscire a evitare che lo colpisse tra la fronte e la tempia. Quando si risvegliò era notte. Almeno così gli sembrava. Tenendo a lungo gli occhi aperti si abituò all’oscurità. Era al coperto. Nella semi incoscienza gli era parso di venir trascinato via, ma non era riuscito a capire da chi. Rimase immobile, in attesa, anche perché si sentiva debole: la testa gli doleva terribilmente e a giudicare da come sentiva impiastricciati il collo e la camicia, doveva aver perso molto sangue. Sospirò. Poi qualcosa lì dentro si mosse. Si tirò su, strizzando gli occhi. Cercò di recuperare l’accendino che trovò dopo vari tentativi in una delle tante tasche. Fece scattare la scintilla. Con grande sorpresa vide davanti a sé Boot, il suo vecchio cane, e un altro ancora, Pascal, il suo rottweiler che aveva dovuto anche lui abbandonare dieci anni prima all’inizio di un periodo di ferie: c’era, più indietro, un altro cane che non aveva invece mai visto prima. Lui guardò i cani, i cani guardarono lui. Si sentì sollevato e sorrise allungando una mano per accarezzarli. Fu quello anche il momento in cui i tre animali scattarono all’unisono avventandosi su di lui.

 

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Era da mesi che li aveva abituati così, tanto che i passeri avevano imparato anche quale fosse l’ora giusta. Lei comprava sempre una pagnotta in più dal panettiere sotto casa, una che fosse ricca di mollica e con dentro il profumo del grano fragrante; era una biova dorata con la crosta lucida del sole, che gli permetteva di mettere in fila, sul davanzale della finestra, una linea interminabile di piccole palline biancastre, tutte eguali, tutte perfettamente tonde. La vecchina, con l’esperienza del tempo, aveva capito anche quale fosse la dimensione più corretta da dare a quelle sfere soffici e spugnose: non dovevano essere troppo piccine perché il passero non rimanesse deluso, non dovevano essere troppo voluminose perché non ce la facesse a portarle via in volo.  Era uno spettacolo eccitante osservare tutti quei fagottini alati che aspettavano pazienti sul cavo della luce affinché lei terminasse il lento quotidiano rituale del ‘prendi un po’ di mollica’, del ‘rigira la pallina tra le dita’, del ‘posa la pallina insieme alle altre’. Sembrava quasi potessero contare quei grani di cibo, perché restavano attenti e scrutavano nervosi, pregustando quella prelibatezza a buon mercato contro il sole ancora caldo di un autunno sempiterno. Poi la donna, come sempre, si allontanava dietro alla tenda per gustarsi l’intera scena in quel frullo d’ali confuso in un cinguettio sfrenato. Sorrideva felice. Quanti potevano essere? Venti? Trenta? Ma che importava? C’era pane per tutti. Sì, ne era convinta, quello era il giorno che tanto aveva atteso. Non dovette neppure avvicinarsi. Bastò far sgusciare veloce da dietro le spalle la racchetta da tennis, che fu un tempo del figlio. E picchiare, picchiare più forte che poteva, fino a che non fu un cumulo di carne indistinto tra penne frantumate e grumi di sangue.

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