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Intese

handsApparve nella luce della porta come un ologramma. Si sforzava di sorridere ma il sonno gli intorpidiva ancora il cervello, adagiato com’era su una nuvola di ovatta arruffata. Lei, dopo trent’anni di matrimonio, sapeva quanto fosse difficoltoso quell’approccio con il mondo dei vivi, e si limitò a rispondere agitando la mano destra in senso di saluto. Poi lui, ciabattando, andò ad accendere il bollitore dell’acqua e, appena entrò in dispensa per prendere la busta del caffè, lei si alzò e attaccò la spina del bollitore; lui rientrò per cercare sul lavello la tazza che gli serviva e lei, nel frattempo, sgattaiolò nella dispensa per sostituire la busta del cioccolato, presa per sbaglio, con quello del caffè; giusto in tempo per dargli in mano la tazzina che aveva di fronte al naso e non vedeva. Succedeva così ogni mattina. Tanto che si era sempre chiesta cosa accadeva veramente quelle volte in cui lei usciva di casa prima.
Dopo una decina di minuti di silenzio, venato dai soliti suoni soffusi del risveglio, lei provò:
«E allora per quella cosa lì, cosa hai pensato di fare?»
Lui la guardò con ostilità. Cercò di ricordarsi come si faceva ad articolare le parole chiedendosi se doveva necessariamente rispondere o poteva far finta di non esserci. Poi pensò che la seconda alternativa non era più praticabile. Si arrese.
«Vado e gli dico quel che devo dire…» fece lui in un solo sbuffo mangiandosi con i canestrelli alcune consonanti non necessarie.
«E per quell’altra faccenda là…?» insistette lei, implacabile, visto il successo del primo tentativo.
«Vedremo!» rispose sbrigativo. Poi, pentendosi di essere stato troppo brusco: «Parlerò con… con Coso…»
«E se ti dice…»
«Allora a quell’altro non dico niente, così magari non se ne ricorda…» disse meravigliandosi di sentire la sua voce più chiara e sonora. Nel frattempo lei gli aveva messo accanto i tre barattoli di formato e colore diverso delle tre medicine che doveva prendere.
«Tu che dici…?» fece lui guardando la tazza del caffè come fosse ancora un oggetto misterioso «e se vado in quel posto che sai e incontro quell’altro lì…?»
«Ti riferisci a quel Tizio dell’altra volta?»
«No non quello lì, ma quello dell’altra volta ancora, che ha detto quella cosa che poi tu…»
«Ah quello!»
«Esatto, quello…»
«Gli dici che hai parlato con… con Birillo, come caspita si chiama,… e che sei pronto per cosare… anche a costo di…»
«E se lui…?»
«E se lui… allora gli dici così e cosà…»
Lui assentì con gravità. «Va bene» concluse spostando indietro rumorosamente la sedia. «Mi vado allora a vestire.»
«E se passi dalla farmacia ricordati di comprarmi…»
«Sì, certo, spero solo di ricordarmene… e ti prendo, visto che ci sono, anche…?»
«No no, per ora ne ho abbastanza…»
«D’accordo.»
«Ti ho preparato sul letto il vestito buono.»
«Come il vestito buono? Non ti sembra esagerato? Pensavo di andarci come vado di solito…»
«Con i jeans luridi?»
«Non sono luridi… lo sai bene.»
Poi, prima di uscire dalla stanza, lui si voltò e, scuotendo la testa, disse: «Io e te proprio non ci capiamo più.»

L’ombra

ombraLa prima volta che gli successe era appena arrivato a casa con la macchina. Il cancello, al suo arrivo, si era spalancato e il SUV era scivolato sul ghiaino del garage emettendo un suono scoppiettante e sottomesso. Era stato un attimo ma gli abbaglianti, nel girare nella piazzola di casa, avevano abbracciato il fondo del giardino là ove il glicine si nascondeva nell’angolo del muro, illuminando qualcosa. Sì, c’era qualcuno nel buio: pareva cercare riparo nell’oscurità, come un pensiero disperato e inconfessabile. Nell’abbandonare la macchina accelerò il passo, inquieto, per barricarsi in casa. Era proprio vero, considerò standosene con la schiena attaccata la porta. Da quando la sua compagna non c’era più era divenuto ostaggio di sogni orribili, gli erano venute paranoie di ogni tipo e un disagio strisciante aveva preso possesso della sua esistenza. E ora c’era pure qualcuno che si aggirava nel suo giardino.
L’indomani avvisò i Carabinieri. Fecero un sopralluogo. C’era uno squarcio nella recinzione di dietro. Disse il maresciallo indicandolo con i guanti neri che sembrava volesse lanciarli lontano. Era stato un cinghiale l’estate scorsa, aveva risposto lui. Si era promesso di farlo riparare, ma poi era successo quel che era successo e non aveva più provveduto. C’è il lunapark, gli aveva detto il maresciallo indicando un punto indefinito dietro la schiena mentre continuava a rispondere chissà a chi al cellulare. Sono tutti mezzi zingari e gli affari di questi tempi vanno male. Si arrangiano come possono, disse poi con un sorriso ambiguo che non si capiva dove volesse parare.
La seconda volta accadde che era uscito in giardino poco prima dell’ora di cena; era già buio da qualche ora e all’intruso non ci stava neppure pensando più. Stava andando a prendere qualche foglia di salvia e anche quella volta aveva avuto la precisa sensazione della presenza di qualcuno. Si mise a gridare in direzione del cespuglio di oleandro. L’aveva visto muoversi. Si avvicinò lentamente. Ci fosse stata sua moglie l’avrebbe dissuaso. Ma ora la sua vita era a briglia sciolta e i cavalli cavalcano male a briglia sciolta, pensò, perché non sono liberi e, allo stesso istante, non appartengono neppure più a un padrone. Arrivò al cespuglio che gli batteva forte il cuore. Vide qualcosa che si precipitava verso il centro del giardino dove la notte era più buia. Forse era un gatto, forse un uccello notturno o forse qualche malintenzionato. Difficile a dirsi.
Trascorsero altre settimane. Poi una sera l’impianto dell’acqua andò in blocco. Aggeggiò per una bella mezz’ora nel locale caldaia per farlo ripartire, ma quando poi uscì sovra pensiero l’ombra era lì davanti a lui che lo fissava. Non si nascondeva, era lì in bella vista, anche se non si capiva chi fosse. Maledetto buio. Lui ebbe allora la prontezza di mettersi a correre verso casa, ma nell’oscurità non vide il gradino e ruzzolò nell’erba. L’ombra lo raggiunse. Lo abbracciò forte. In quel momento lui sentì l’inebriante profumo di lei. Poi l’ombra sparì e non tornò mai più.

Il berretto rosso

berretto rosso«Pronto? Sì… ciao. È successo di nuovo!»
«Come cosa? Quella cosa lì, del berretto rosso.»
«Come sarebbe che non sai di che parlo… Parlo del berretto, di colore rosso; è successo di nuovo, proprio oggi, ti dico, mentre stavo andando a lavorare. Ero lì che camminavo, pensando ai fatti miei, quando un tizio, su uno scooter nuovo luccicante, mi è passato vicino, ma proprio vicino vicino…»
«Come? Ma no, non mi sono fatto niente, non è questo che intendevo dire…»
«Certo, certo, non ti voglio far perdere tempo… va bene, vengo al punto…»
«Posso parlare? Mi fai finire? Come ti dicevo, prima che mi interrompessi, che è passato questo tipo, con il motorino, un uomo per carità ben vestito, sui quarant’anni, tipo serio, occhiali da bancario, forse un po’ imbranato…»
«No no, non ho niente contro i bancari per l’amor del cielo… dicevo così per dire… e poi non ho detto imbranato come un bancario, parlavo solo degli occhiali, portava una montatura antiquata, senza concessioni all’estetica, se riesci a capire cosa voglio dire, va be’, nemmeno questo è il punto, comunque aveva in testa questo berretto rosso, di quelli un po’ strani, forse a tubo, che si afflosciano dietro, non ho visto bene… insomma… sta di fatto che non c’entrava nulla con il resto del completo grigiolino elegante che indossava, un berretto di lana spessa, probabilmente fatto a mano… un bel capo, niente da dire, ma un pugno nell’occhio riguardo all’insieme, e… e… comunque rosso, rigorosamente rosso, come… come un ravanello.»
«Sì, un ravanello… perché ridi? Non ti piacciono i ravanelli? Ah è l’accostamento che ti fa ridere… perché di solito non si dice ‘rosso come un ravanello’…»
«Però non posso farci proprio nulla, il rosso era proprio quello lì, color del ravanello, sì, sì vengo al punto… ma che fretta hai oggi? Sei tu del resto che mi interrompi in continuazione. Be’ dicevo, è passato questo tipo strambo sullo scooter e… e gli è caduto il cappello. Capisci? È volato via dalla testa. Non c’era un alito di vento. Chissà, forse se l’era calcato male, forse ha fatto un movimento improvviso, per quanto, a dire il vero, non m’è sembrato, anzi, guidava in modo piuttosto rigido… sta di fatto che gli è caduto il berretto. E lui se n’è accorto ed è tornato indietro!»
«Come e allora?»
«Ma è un berretto! Rosso per giunta. Un berretto rosso color ravanello caduto a terra! Così, senza che nulla lo potesse minimamente presagire.»
«Come chissenefrega? Oggi proprio non ti riconosco, Carla…»
«Ah… non sei Carla? Ti chiami Gino? Sei sicuro? Se lo dici tu…»
«Però il discorso del berretto rosso color ravanello ti stava appassionando, vero?»
«Pronto? Pronto?»
«Ma che modi, mettere giù così… e che vocabolario! Che maleducati ci sono in giro!»

Per un po’ l’uomo guardò il muro, quasi avesse visto una crepa allargarsi d’un tratto come una ferita; la cornetta nella mano destra, il pugno sinistro sul fianco a trovare un nuovo equilibrio.
Poi, riprendendosi dalla fissità, fece un altro numero di telefono digitando nervosamente sulla tastiera.

«Pronto? Mi senti? Ecco sì… Non so come dirtelo: è successo di nuovo…»

Il bambino stava girando lentamente il cucchiaino nella tazza del latte, come se avesse voluto farci un buco sul fondo. Il suono del metallo contro i bordi di terracotta aveva un non so che di ipnotico. Gli occhi erano ancora gonfi di sonno e il labbro inferiore copriva parzialmente quello superiore in un modo (il bambino non poteva saperlo) che lei aveva visto fare tante volte a suo padre quando era pensieroso.
«Qualcosa non va?» gli chiese con una voce dolce che pareva non avere un’origine determinata. Il bambino rimestava, senza rispondere. La nonna continuò a fissarlo: «Poi più tardi esco a prendere il giornale e ti compro le figurine dei Transformers, va bene?» aggiunse lei allungandogli una carezza quasi a voler mettere un po’ d’ordine in quel groviglio di capelli arruffati.
«Ma tu nonna» disse il bambino rompendo all’improvviso il silenzio «tu che sei vecchia…»
«Anziana…» fece lei correggendolo paziente.
«Sì, hai ragione… tu che sei vecchia e anziana, ci pensi mai alla morte?»
La donna fece un impercettibile movimento all’indietro con la schiena, alzando entrambe le sopracciglia verso i capelli color panna.
«E che discorsi sono mai questi? Deve pensare a queste cose tristi un bambino della tua età?»
«No, nonna, non hai capito, è per una ricerca per la scuola.»
«Ah, allora…» fece cercando di concentrarsi sulla domanda e trovare le parole giuste. «Diciamo che ho avuto tutta la vita per pensarci…»
«Il mio compagno di banco tuttoscemo dice che quando sua nonna morirà gliela sostituiscono con un’altra, perché non si può stare senza nonne…» e alzò il cucchiaino sulla superficie del latte contemplando le pesanti gocce di avorio che vi faceva cadere.
Lei sorrise.
«E dice pure che il segreto è comunque vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo… glielo ha detto il papà del suo papà che è uno furbo. È vero questa cosa qui, nonna?»
«Sì, si dice proprio così, è vero. Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo non è però, secondo me, l’atteggiamento giusto. È come ubriacarsi di vita perché si sa che non c’è un domani e, quando togli la speranza dalla vita, vivere diventa, appunto, disperazione, smodatezza, ingordigia, mancanza di rispetto per se stessi e gli altri, oltre che per la vita stessa. No, bisogna vivere come se fosse il primo giorno, con gli stessi occhi di un bambino, come sei tu, con curiosità, attenzione, meraviglia, con la serenità di un’intera vita davanti e la gioia inconsapevole di essere al mondo con tutte le promesse intatte… Ed è anche vero che nessuno può essere sostituito da un altro, tesoro di nonna, il nostro passaggio su questa terra è unico e irripetibile; ma è per questo che occorre vivere lasciando un buon ricordo di sé perché, anche quando non ci saremo più, sarà come vivere ancora nella memoria di chi ci ha conosciuto e voluto bene…»
Il bambino aveva ripreso a mescolare il latte, ormai freddo, dove galleggiava, incerto sul da farsi, qualche sparuto Krispie. La fronte gli si era increspata e le labbra si erano fatte sottili.
«Adesso sono io che ti ho rattristato, vero?» fece lei assalita dal senso di colpa di aver esagerato.
Il bambino se ne stette in silenzio ancora un po’ e poi disse:
«Ma assieme ai Trasformers mi compri anche le figurine dei Magic Robots

Una voce lontana

scalaDapprima nel dormiveglia l’aveva percepito come un mormorio indistinto, come se qualcuno, seduto sul tetto di casa sua, stesse biascicando qualche frase alla luna. Si rigirò tra le coperte non prima di aver dato un’occhiata alla sveglia sul comodino. Si rincuorò: era ancora molto presto ed era improbabile che qualcuno si trovasse sul suo tetto qualunque cosa stesse biascicando. Si riaddormentò. Dopo qualche minuto gli arrivarono, a ondate, altre mezze parole quasi lanciassero dalla strada in ogni direzione suoni attutiti come aeroplanini di carta a volteggiare incerti nella brezza dell’alba. Si mise seduto sul letto. Non lo aveva colpito questa o quella parola che ancora non capiva, ma il tono di quella voce. Era secco, grave, gelido. Non stava consigliando o sollecitando, stava piuttosto comandando e la voce vibrava dall’emozione, dalla paura, forse persino dal panico. Il cuore gli si mise a battere velocemente. Si vestì di fretta mentre nella penombra il corpo addormentato di lei disegnava una figura mitologica; decise di non svegliarla; indossò il giubbotto pesante e uscì in giardino. Tutto taceva sulla terra addormentata. Poi, da sotto i cespugli di lauroceraso, strisciando, la voce tornò. Era un altoparlante montato su un’auto. Sì, sì, o qualcosa di simile. Stavano facendo il giro delle vie del paese cercando di raggiungere anche le case isolate della periferia, come la sua. Ma cosa stava dicendo? Afferrava solo mozziconi del discorso: ‘fate attenzione…’, si sentiva, e, dopo un po’, ‘… in caso di… si raccomanda…’ e anche un ‘fino a nuovo ordine…’ Ogni volta, proprio quando stava per comprenderne il significato compiuto, la vettura voltava per un’altra via disperdendo la voce nell’aria che l’assorbiva come per non lasciarne traccia. Attese ancora un po’, nel respiro freddo di quella mattina che stentava a disegnare i contorni delle cose. Le luci nelle villette dei vicini, quasi fosse una risposta, si presero ad accendere una dopo l’altra, stagliandosi come occhi sbarrati nella semioscurità. Sentì vociare, anche alcune grida. Forse loro si erano già resi conto. Ma cosa stava succedendo? Aspettò, l’orecchio teso, il cuore che rimbombava nella gola; l’auto sembrava sempre lì lì per imboccare anche la sua strada, ma poi la voce finiva per provenire da qualche altra parte per andare chissà dove. E non era neppure una registrazione. No. Era un uomo che parlava a braccio. Ogni tanto si interrompeva, come per dominare la propria agitazione. Si riprendeva, a tratti, per darsi coraggio.
Rientrò in casa, preso dall’ansia che gli montava incontrollata. Accese la televisione per vedere se davano qualche notizia, ma non c’era segnale. Comparivano i soliti puntini a neve e il rumore fastidioso del fuori sintonia. Anche il telefono era staccato. Avrebbe acceso la radio l’avesse avuta. Si ricordò di quella nella sua macchina parcheggiata nel box. Uscì di nuovo. Nel frattempo aveva preso a piovere. Una pioggia dritta, puntuta, violenta. No, nessun segnale neppure alla radio. Si avvicinò al cancello di casa a reclamare una spiegazione. Udì il vicino, in fondo della strada che sbatteva con forza la porta di casa. Si sporse sulla via e fece appena in tempo a scorgerlo che correva via trascinando la figlia piccola per la mano. La bambina piangeva. ‘Cosa è successo, Nello?’ gli gridò sotto lo scroscio di pioggia, un paio di volte, mentre sparivano come fantasmi sulla provinciale. Si voltò, sconsolato, verso casa. Doveva svegliare la moglie e pensare al da farsi. S’incamminò spedito, ma vide che c’era davvero qualcuno sul suo tetto. Erano diverse persone. Tutte vestite di scuro, il volto coperto, qualcosa di luccicante in mano. Ora anche loro avevano visto lui. Poi un fischio lacerante spaccò in due il cielo e fu tutto buio.

Mare di Vetro

tundraAnja aveva una treccia molto lunga, i capelli d’oro e un viso dolcissimo. Nel villaggio di Kemiokj, al limitare della piana gelata di Alghjjönkoo, meglio conosciuta come il Mare di Vetro per la cristallina trasparenza del ghiaccio, tutte le ragazze da marito la invidiavano perché sembrava bella come una dea. La fama della sua bellezza aveva varcato mari e valli e molti giovani, del volgo, nobili e persino Prìncipi, affrontavano di buon grado le lande desolate di quelle terre non solo per chiederla in moglie ma anche solo per vederla. Ma lei non vi badava. Se ne stava tutto il giorno in casa a prendersi cura del suo aspetto e a concedere visita come una regina a chi venisse a trovarla, mentre i fratelli, e soprattutto la sorella minore, dovevano svolgere al suo posto i duri lavori dei campi.
Un giorno, il padre di Anja, stanco di ascoltare le proteste degli altri figli, chiese alla ragazza di andare a prendere l’acqua del pozzo. Anja protestò perché era una lavoro faticoso, perché si sarebbe sciupata le mani e perché, comunque, non ne aveva nessuna voglia. Quella volta il padre s’impuntò e fu irremovibile. Per fortuna era una splendida giornata estiva: una passeggiata con un tempo così non poteva che metterla di buon umore. Raccolse allora la sua treccia, prese il secchio per l’acqua e s’incamminò. Noncurante delle faccende di casa, anziché prendere il sentiero di destra dove c’era il pozzo di famiglia, prese quello di sinistra sotto gli occhi divertiti dei fratelli che la spiavano dalle finestre.
Dopo mezz’ora di cammino, Anja si imbatté in un altro pozzo. Fece fatica ad azionare la sbarra che chiudeva il coperchio ma alla fine riuscì a smuoverla. Si sporse dal parapetto. Il buio là sotto era violento, quasi una cosa viva e ostile che le rovistasse nell’anima. Si ritrasse impaurita; decise di far presto. Cercò la corda e il gancio cui attaccare il secchio, ma non li vide. Si guardò in giro in cerca di aiuto. Tutti quegli uomini sempre attorno ad adorarmi e ora nessuno a rendersi utile. Pensò.
La tundra inospitale si estendeva a perdita d’occhio in ogni direzione. Un gruppo di renne pascolava lontano, allo stato brado. Un corvo dagli occhi bianchi parve per un attimo volersi fermare sul bordo del pozzo mai poi proseguì lanciando un verso acuto. Anja non sapeva che fare: era troppo orgogliosa per tornare a casa con il secchio vuoto. Si stava disperando. Nel voltarsi da un lato e dall’altro, però, la lunga treccia le si sciolse in capo e cadde nel pozzo. Subito cercò di tirarla su, ma non ci riuscì: si doveva essere impigliata. Diede dapprima alcuni lievi strappi tenendola con una mano e poi con più decisione con entrambe. Sapeva che la sua treccia era forte e non si sarebbe sciupata facilmente. Nonostante i reiterati tentativi però non c’era nulla da fare. Poi all’improvviso si sentì tirare i capelli. Le si era attaccato qualcosa. Ben presto gli strattoni diventarono più decisi ed energici. Qualche animale stava salendo dalle profondità del pozzo usando la sua treccia. Anja cominciò a urlare. Qualunque cosa si fosse attaccata era pesante e stava guadagnando la luce del sole. Una contadina, richiamata dalle grida di terrore e intenta poco distante a far fascine, accorse gridando a sua volta:
«Tawanak! Ha liberato Tawanak! Ora ci ucciderà tutti!»
Anja non capiva. «Mi aiuti» le diceva «la scongiuro, mi aiuti.»
Ma la contadina era rimasta impietrita, gli occhi sbarrati sull’apertura del pozzo. Era terrorizzata al solo pensiero di cosa potesse uscire di lì. Il peso avvinghiato ai capelli stava diventando a ogni attimo sempre più insopportabile e, benché Anja stesse rannicchiata sulla balaustra di pietre e fango tenendo la treccia con tutte e due le mani, la sua testa ormai sporgeva pericolosamente verso lo sprofondo. E fu in quel momento che vide due occhi incendiati bucare il buio e avvicinarsi sempre più. Sentì persino un alito caldo e maleodorante che le investì il viso come un sudario.
Un uomo a cavallo che passava di lì si avvicinò rapidamente. Prima ancora che Anja si fosse accorto di lui sguainò la spada e recise d’un sol colpo la spessa treccia della ragazza. L’essere che era aggrappato ai suoi capelli emise un verso rauco e prolungato ricadendo nell’oscurità da dove era venuto. Toccato il fondo fece fuoriuscire un’onda d’acqua impetuosa. L’uomo a cavallo fece in tempo a coprirsi con il mantello, ma Anja fu colpita in pieno volto e alle mani. L’acqua era bollente e la deturpò in modo orribile.
La fama di ragazza bellissima immediatamente cessò in tutto il Paese e oltre confine. Prìncipi e nobili, delusi, fecero ritorno ai loro castelli; la leggenda fu presto dimenticata e nessuno più si ricordò di lei.
Finché una mattina d’inverno Anja si alzò nel cuore della notte; e scalza, con la sola vestaglia indosso, s’avventurò nel Mare di Vetro senza far mai più ritorno.

regaliA lui piacevano così: gli zigomi alti, le labbra importanti, lo sguardo sperduto in una vita bizzarra, donne imprevedibili nell’umore e insondabili nel pensiero. Non riusciva a crederci di essere stato in grado di convincerla a venire a casa sua, in quella villa aggettante sullo strapiombo e appesa alle luci sbiadite della città. Ma era vero: lei era lì, in piedi, il nasino contro l’immensa vetrata che la separava da un panorama degno di un’aquila.
«Verrei qui tutte le sere solo per vedere questo spettacolo» fece lei senza voltarsi. Lui ebbe un tuffo al cuore.
«La devo prendere come una promessa?» chiese timidamente. A sottolineare una risposta che non sarebbe mai arrivata azionò il telecomando e subito, dalle casse nascoste nel perlinato, Etta Jones iniziò a disperdere nell’aria le sue note lievi come un profumo esotico. Le si avvicinò lentamente nella penombra ovattata e si vide per un istante nel riflesso del vetro, insieme alla esile figura di lei: era un’emozione indicibile.
In quel preciso momento un fragore assordante di vetri rotti e travi di legno spezzati divorò d’un sol colpo l’atmosfera. La ragazza fece un sobbalzo tra le sue dita.
«Cos’è stato?» chiese guardandolo terrorizzata con quegli occhi chiari che bucavano il buio.
«Non ti preoccupare» le rispose rassicurante conducendola alla poltrona più vicina. «Tu aspettami qui. Finisci di bere tranquilla il tuo vino che io vado a vedere; tornerò tra poco.» Lei ubbidì, docilmente; tremava un po’, ma ubbidì.
Attraversò tutta la casa. La penombra magica di pochi secondi prima sembrava diventata una nemica arcigna. Sapeva bene cosa avrebbe trovato. Quando aveva comprato quella casa non glielo avevano detto. Dalla punta rocciosa del belvedere, cinquanta metri più in su, non ci venivano solo coppiette romantiche in cerca di tranquillità, ma anche persone disperate decise a farla finita. Si buttavano nello strapiombo non sapendo che qualche strambo architetto, nascosta dalla vegetazione, ci aveva costruito una villa. La sua. Così, tre mesi prima, era successo che una giovane donna si era sfracellata sul suo tetto; l’aveva trovata nel giardino abbracciata al comignolo e semisepolta dalle tegole. Due settimane dopo era toccato invece a un uomo di mezz’età, probabilmente un vagabondo; aveva sfondato un finestrone della biblioteca ed era rimasto appeso a testa in giù come una mezzena stagionata di bue. In entrambi i casi la polizia gli aveva fatto mille domande, neanche fosse stata colpa sua; erano arrivati persino a ipotizzare che si trattasse di gesti di protesta contro i ricconi di città che venivano a sfregiare la collina incontaminata per esibire i loro soldi in spregiudicate ville da faraoni. Cioè gente come lui. Così gli aveva vomitato addosso un ispettore bilioso.
Gli aveva anche sequestrato la casa per diverse settimane e c’era stato un via via incessante di autorità boriose, poliziotti maleducati e giornalisti invadenti, senza più un minimo di pace. E ora era successo di nuovo. Proprio la sera in cui Sveva si era convinta ad accettare il suo invito.
Quando arrivò nel patio era anche peggio di quello che aveva creduto. Questa volta il tizio era venuto giù addirittura con la sua macchina o con qualcosa di simile. Era rovesciata d’un lato e decine e decine di quelli che parevano pacchi regalo erano rotolati verso il bordo della piscina. L’uomo, corpulento e anziano e dalla lunga barba, aveva preso nella caduta una postura scomposta, come se un’enorme ramazza l’avesse raccolto in fretta da un lato per far pulizia. Il vestito rosso sgargiante faceva fuoriuscire la cospicua pinguedine informe. C’era un foglio spiegazzato accanto al suo corpo. Lo raccolse:
Questo mondo schifoso non mi merita”, c’era scritto.
Un altro squallido miserabile’, pensò.
Questa volta tuttavia si sarebbe sbarazzato del cadavere senza avvertire la polizia. Ma come? Si girò pensieroso.
Sveva stava guardando la scena tappandosi la bocca con una mano per impedire di urlare. Sembrava un passerotto caduto da una grondaia.
«Non è successo niente, Sveva, niente. Torna di là» fece lui andandole incontro per coprirle la visuale. La ragazza scappò immediatamente alla ricerca del cappotto. In pochi secondi era già seduta in macchina con il motore acceso. Lui fece appena in tempo a raccogliere uno dei regali scivolati a terra a bordo piscina e a metterlo sul sedile accanto a lei.
«Fai un buon Natale» le disse proprio mentre ripartiva sgommando.