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Domani«Non ce l’ho fatta Tesoro, mi spiace.»
Lei stava leggendo, nonostante l’ora, il cuscino delicatamente arrotolato sotto la nuca, il corpo morbido tra le lenzuola fresche. Il romanzo l’aveva coinvolta del tutto assorbendone ogni attenzione. Si girò di scatto, sorpresa: credeva che lui stesse dormendo. In realtà quelle parole Marcello le aveva pronunciate con gli occhi chiusi quasi stesse parlando nel sonno, ma la sua voce era chiara e sonora e fu questo che la fece sussultare.
«Il cavo… non sono riuscito a riavvolgerlo e questo mi ha impedito di riattivare il sistema…» aggiunse, dopo un po': il tono era lamentoso, disperato.
«Caro, svegliati, stai facendo un brutto sogno…» gli disse scuotendolo.
«No, sono sveglio Carla, sono sveglio, purtroppo» le rispose dietro a uno sguardo triste. «Sembrava una cosa già fatta e, invece, guarda cos’ho combinato…»
«Cosa dici Marcello, è stato solo un incubo, ora sei sveglio, è tutto passato, adesso calmati.»
«Non capisci Carla, è proprio nel sogno dove tutto è possibile che ho fallito; non sono stato svelto abbastanza, le istruzioni erano maledettamente complicate e ‘loro’ così tanti…»
La luce del mattino stava allargando i listelli della serranda per riappropriarsi del giorno; la città, là fuori, stava ancora dormendo di un sonno appena velato; solo il cane del vicino stava abbaiando ma senza nessuna convinzione. Carla chiuse il libro inserendo un lembo del lenzuolo come segnalibro e si girò verso il marito prendendogli il viso tra le mani.
«Ti vado a prendere le tue goccioline?» gli fece seria sapendo che quello sarebbe stato l’unico modo per risolvere il problema. «Così ti rilassi e puoi dormire ancora un po’: è ancora presto; oggi avrai un brutta giornata, ricordi?»
«Mi spiace, Amore mio, davvero, ho fatto tutto il possibile, ma non sono stato all’altezza» riprese lui come se stesse recitando un mantra.
«Ma cosa fai ora… piangi? Non ti ho mai visto così, Marcello, smettila, mi fai paura.»
«Mi spiace, Carla, mi spiace tantissimo…»
Poi il letto, i muri, il mondo intero cominciarono a vibrare. La luce nel cielo si spense in un momento come se fosse stato girato l’interruttore e un’onda di fuoco passò sopra alle loro teste bruciando ogni cosa.

dietro il racconto
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finestra sul giardinoOsservava il giardino dalla finestra, mezzo nudo, le palpebre a fessura per difendersi dalla luce. La notte era stata calda, afosa, irrespirabile. Lei dormiva ancora, in modo scomposto, segno di un sonno agitato. Era tardi e le cose da preparare prima di partire erano ancora molte. ‘Andiamo’ si disse mentalmente senza muoversi; e in un angolo della finestra, tra i vetri e la zanzariera, notò una vespa a zampe in su come fosse stata fulminata dal getto di un flit.
«Proprio grossa!» si lasciò sfuggire a voce alta.
«Cosa?» mormorò lei con la voce impastata girandosi sull’altro fianco.
«Una vespa…» rispose Luca senza riflettere. Lei scattò giù dal letto, perfettamente sveglia, gli occhi sbarrati.
«Dove, dove?» gridò guardandosi attorno, il collo incassato tra le spalle, pensando fosse nella stanza.
«Ma stai tranquilla, è fuori dalla finestra. Non c’è nessun pericolo.»
Lei non gli credette fino a quando, spostando il compagno di lato, non vide la vespa senza vita vicino allo stipite. Si tappò la bocca per non urlare. Luca dimenticava troppo spesso il terrore di lei per quegli insetti volanti: si pentì di averla svegliata in quel modo.
«È orribile, è enorme!» esclamò senza aver ripreso a respirare.
«Anna, non ti può fare più niente, è morta. Con questo caldo a volte succede che ci sia qualche vespa in più in campagna. Ma, come vedi, sapendo che qui ci abiti tu, piuttosto che affrontarti, ha preferito suicidarsi…» disse sperando che la battuta potesse stemperare la tensione del momento. Anna invece era nervosa: andava avanti e indietro per la stanza come un puma in un recinto. «E va bene, adesso la butto via subito» le disse arrendevole per accontentarla e si avvicinò al comodino per prendere un fazzoletto di carta. «Faccio in un attimo.» Ma Anna si era persa le ultime parole perché si era già rifugiata in bagno, la porta chiusa a chiave.
Chissà da dove è passata se la zanzariera è tirata…’ si chiese mentre afferrava la vespa delicatamente per poi gettarla giù nel giardino sottostante. Poi l’occhio gli cadde su un altro punto del davanzale che non aveva ispezionato. C’erano almeno altre cinque vespe morte e una sesta, che, seppure girata sul dorso, agitava le zampette per aria come se stesse facendo un brutto sogno. Non ne aveva mai viste così tante concentrate in un unico punto. Stava cercando di capire il perché di quanto accaduto quando la vespa che aveva notato essere viva si rigirò all’improvviso e, dopo aver provato per alcuni secondi che le ali funzionassero ancora, saettò verso il prato. Lui subito chiuse la finestra, perplesso.
«L’hai buttata?» gli domandò lei osservando la scena dal filo della porta.
«Sì sì. Certo.»
Anna, come se niente fosse successo, uscì allora dal bagno con la consueta disinvoltura. «Bene, vado a preparare la colazione, non vieni?»
«Mi sono accorto di aver lasciato la porta aperta del garage, vengo subito» l’avvertì.
Era una scusa. Nella sua testa si era fatta strada una possibile spiegazione. E, appena uscito, ne ebbe subito la conferma già dal portico… A distanza di pochi metri uno sciame denso e rumoroso di vespe anneriva lo spicchio di cielo mattutino sopra la casa. Stavano scegliendosi un nuovo nido. Era una scena imponente, che suscitava forza e ineluttabilità, tanto naturale quanto terrificante. Rientrò immediatamente in casa proprio mentre cominciò a sentir picchiettare contro le finestre. Andò a vedere: erano decine e decine di grosse vespe che cercavano di entrare dopo aver bucato le zanzariere. Sbattevano furiosamente una dopo l’altra contro i vetri per poi cadere sul davanzale tramortite. Non aveva mai visto una cosa simile e si augurò che Anna non se ne fosse accorta. E, invece, appena si girò, se la vide accanto, nel vano della porta: era muta, il corpo abbandonato come fosse steso su una gruccia ad asciugare, gli occhi assenti in balia di un viso inespressivo.
«Adesso vedrai che se ne vanno via subito» le disse con un tono che pareva una domanda. «Non possono entrare, i vetri sono molto spessi. Vieni, andiamo a far colazione, piuttosto…» e la prese per mano. Lei lo seguì docilmente senza dire nulla come un fantasma. Intanto si sentivano venire giù dal caminetto le vespe che andavano a sbattere con violenza contro la botola di ghisa che chiudeva l’apertura. Pareva grandine. La casa era sotto assedio sotto un fuoco incrociato.
«Non possono entrare, Anna, stai tranquilla, sediamoci a mangiare qualcosa… passerà presto» le ripeté più volte con voce calma e misurata sperando di vedere sul suo volto una qualche reazione.
Intanto, nella tazza di lei, un paio di vespe si stavano dibattendo per non annegare nel latte.
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dietro il racconto
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giardinoAppena ci passò sopra con il tosaerba credette fosse un sasso. Anche se gli parve strano non l’avesse mai notato prima nel suo giardino. La lama mandò un rumore sinistro come di una barca che si fosse incagliata su uno scoglio e alcune scintille si sprigionarono rapide da sotto la macchina. Si avvicinò. La consistenza della cosa era quella del metallo, una specie di cerchione spesso e arrugginito sotterrato in quel punto. Il che era anche più incredibile, visto che curava quel giardino da più di dieci anni. Provò a estrarre l’oggetto ma, nonostante vi avesse scavato tutto intorno con le dita, non vi era modo di tirarlo via: era tutt’uno con il terreno come una pianta dalle radici profonde.
Terminò di tagliare l’erba, dando ogni tanto un’occhiata sospettosa al centro del giardino là dove quel piatto di ferro era affiorato. Qualcosa non gli tornava.
La raccolta dello sfalcio, la rifinitura con il decespugliatore e la potatura di qualche albero gli presero un altro paio d’ore. Quando tornò al suo ‘cerchione’ con un piede di porco, intenzionato a levarlo di lì in un modo o nell’altro, si accorse che si era staccato rispetto alla linea del terreno. Ora il piatto si vedeva meglio: era molto più concavo di quanto gli era sembrato in un primo momento e più profondo. Dandogli dei colpetti con le nocche, il suono rimbombava pieno e cupo. Appena sotto, poi, vi era come un basamento, duro come la roccia, e dal colore più chiaro, solcato da linee trasversali. Si sarebbe detto un fungo, se non fosse stato di metallo e pietra. Ma la cosa più inquietante era che stava crescendo di ora in ora.
Ripose tutti gli strumenti nel garage, anche perché aveva iniziato a piovere. Avrebbe affrontato il problema la mattina seguente, riposato, e a mente fresca.
Il pensiero di quella cosa sconosciuta che cresceva nel suo giardino non lo fece però dormire. Alle quattro di notte, appena sentì spiovere, si armò di torcia e uscì. Nell’avvicinarsi al centro del prato vide un’ombra di una quarantina di centimetri sopra all’erba tagliata. Se ne ristette dietro al ciliegio, pensando a una volpe o a un tasso. Direzionò meglio la luce. No, era proprio quella cosa che si era alzata ancora. Con il cuore che gli batteva forte si inoltrò con prudenza. Ora si vedeva bene: la pioggia lo aveva lavato. Era una testa: la testa di una statua, con tanto di elmetto.
«È un samurai» gli rivelò l’amico, appassionato di storia antica, venuto a trovarlo in tarda mattinata. «E, più precisamente, la statua di un ronin, un samurai senza padrone, del XIV secolo.»
«E che ci fa nel mio giardino?» gli chiese lui sgomento.
«Ah, non ne ho idea, il giardino è tuo, dovresti dirmelo tu…»
«E… e poi perché sta crescendo?» insistette incredulo.
«Penso sia un fenomeno di bradisismo» gli rispose l’amico con tono professorale. «Anche se, a dire il vero, sarebbe piuttosto raro in questa zona; pur tuttavia, non impossibile. Il terreno, cioè, si starebbe abbassando e la statua, che era interrata lì chissà da quanto tempo, se ne sta uscendo fuori. È un fatto squisitamente fisico, anzi geofisico. Nulla di eccezionale, in altre parole.»
La statua del samurai era ormai emersa sino alla cintola. Si notavano bene i particolari marcati del viso, la sua armatura finemente lavorata, la cintura istoriata in modo attento e sapiente, i doppi pugnali dalla foggia letale. ‘Una gran bella statua’, pensò, non c’era nulla da dire, forse pure di valore, ma cosa centrava con la sua casa di campagna e soprattutto con il suo amato giardino? Inoltre prometteva di essere una cosa pesantissima: avrebbe dovuto noleggiare un muletto per farla portar via.
Trascorse così un altro giorno: il samurai era del tutto fuori dal piano campagna. Era imponente, massiccio, minaccioso, ma irreale in quell’oasi di pace di rose e camelie. Anche se aveva gli occhi chiusi riempiva lo spazio intorno e incombeva sulla casa.
Si stava giusto chiedendo come smaltirlo, quando, al telegiornale, dettero la notizia che anche altre statue di antichi samurai erano comparse simultaneamente in diversi altri giardini del Paese. Si allarmò. Uscì di corsa in giardino come per chiedere alla statua cosa stesse realmente facendo lì.
E il samurai aprì gli occhi. E fu l’inferno.

Sussurri

comignoloSi risvegliò all’improvviso da uno dei suoi soliti incubi che da qualche tempo lo affliggevano. Eppure quel periodo era più calmo di altri e l’imminenza delle ferie, senza grosse grane sul lavoro, avrebbe dovuto renderlo tranquillo. Eppure non era così.
Ci mise come al solito qualche secondo per capire che ciò che gli stava agitando il cervello era solo il parto della sua fantasia. No, non si era dimenticato di quella tal scadenza o di inoltrare quella tal pratica. Non si era verificata nessuna dimenticanza disastrosa, né avrebbero scoperto quella cosa terribile che aveva fatto di cui però non ricordava nulla. Era tutto a posto. Sospirò.
Si adagiò nuovamente sulle lenzuola appallottolate e bollenti: dalla finestra aperta non entrava un fiato d’aria. Cercò di fare il vuoto nella mente per prepararsi a un’altra ondata di sonno, ma quello fu anche il momento in cui, come una lusinga dimenticata, sentì provenire dall’altra stanza il vocio di due persone che sussurravano tra loro come per non farsi sentire. Con chi aveva da parlare a quell’ora del mattino sua moglie? Girò il cuscino alla ricerca di un lato fresco trascurato, cercando di ricordarsi dove avesse messo i tappi per le orecchie. Poi spalancò gli occhi. Non era a casa sua, in città, ma in quella di campagna: ed era solo. O almeno avrebbero dovuto esserlo.
Scese lentamente dal letto infilando le ciabatte di panno e se ne stette per un po’ in corridoio, gli occhi chiusi, orientando le orecchie di lato per capire da dove provenissero quei suoni. Tutto taceva. Ma sì, forse quel rumore proveniva da fuori. Si convinse. Stava per rientrare nella sua camera da letto quando lo risentì. Macché, veniva dalla cucina! Portò con sé, chissà per quale motivo, il cuscino che gli era rimasto in mano. Forse pensava che avrebbe potuto prendere a cuscinate l’ignoto ladro o ripararsi da lui mentre veniva colpito ripetutamente da un coltellaccio. È strano quel che passa a volte per la mente nel dormiveglia. Ma sta di fatto che procedette deciso brandendolo come un’arma.
Giunto in cucina, nel chiarore della luna che chiazzava di bianco la stanza deserta, rimase immobile come se si fosse rappreso nella scagliola; non respirò neppure. Il ticchettio dell’orologio a muro rifaceva in modo assordante il verso del suo cuore. Trascorsero così altri cinque minuti fino a quando risentì quelle voci bisbiglianti. Si guardò attorno. Da dove provenivano? Seguì con attenzione la fonte del suono e non ebbe più dubbi: fuoriusciva come un gas dalla cucina economica, più esattamente dallo sportellino aperto del vano per la legna. Questo non poteva che significare che c’era qualcuno sul tetto, accanto al comignolo. Mollò finalmente il cuscino per terra e salì al piano superiore, in terrazza. Il comignolo si trovava aggrappato alla falda ovest del tetto e il muro di contenimento del terrazzo lo nascondeva del tutto. Prelevò una sedia dalla sala, senza far rumore, e la sistemò nel punto giusto. Vi salì lentamente sporgendosi appena oltre la linea del muro. Due figure diafane dall’incerta consistenza stavano parlottando di schiena accanto all’imboccatura del comignolo. Una gesticolava vistosamente mentre l’altra l’ascoltava con attenzione. Non poteva credere ai propri occhi. Si posizionò meglio, ma spostando il peso dall’una all’altra gamba la ciabatta gli sgusciò di sotto facendo traballare la sedia. Ne uscì un rumore sordo anche se attutito. Imprecò. Poi alzò di nuovo lo sguardo verso il tetto e davanti a lui vide che c’era solo una luna finta tanto gli era vicina; oltre a un mare di tegole che avevano preso a brillare per la rugiada del mattino.
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dietro il racconto
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cowboyGuardava dalla finestra alla ricerca di un suggerimento, come si trovasse lì, sotto l’albicocco insieme alle dalie, o fosse portato in giro dal becco di un merlo. Ogni tanto si alzava dalla scrivania per avvicinarsi nervoso all’ampia vetrata del giardino per poi risiedersi subito dopo sconsolato. No, non gli veniva in mente nulla per far progredire la trama del romanzo. Era bloccato. Gli era sembrata una buona idea inserire a quel punto della storia un colpo di scena per ribaltare il vantaggio che il protagonista aveva sul ‘cattivo’ di turno, ma ora Ethan si trovava in fondo al crepaccio di una vecchia miniera piena di vipere, mentre Dodge, nel frattempo, era riuscito a fuggire. Come fare ora per rimettere in gioco il ‘suo’ Ethan? Far passare per caso qualcuno da quelle parti, attirato dalle sue grida, e farlo liberare? Troppo scontato oltre che poco plausibile… Ethan non era il tipo da urlare per essere soccorso. Farlo uscire dalla buca con le sole sue forze? Non avrebbe avuto allora alcun senso metterlo in quella situazione per poi disimpegnarlo facilmente. Oltretutto, per rendere il tutto più verosimile, qualche riga prima, aveva pure scritto che nella caduta si ero rotto un braccio. No, doveva escogitare qualche altra soluzione. Chiuse gli occhi e si concentrò.
«Aiutami…» gli disse a un certo punto Ethan nella sua testa.
«Ci sto provando… ci sto provando» gli rispose l’Autore dopo un po’. «Devi avere un po’ di pazienza.»
«No, non ci stai provando abbastanza: mi fa un male bestia questo braccio… perché mi hai fatto cadere qui dentro?»
«In fondo la colpa è solo tua, Ethan, se fossi un po’ meno impacciato con le armi avresti saputo come ci si comporta nel vecchio West. Sparando a Dodge, che hai pure mancato, non saresti caduto all’indietro per il rinculo.»
«Guarda che mi hai fatto tu così, per me andava bene anche essere un pistolero…»
«Non avrebbe funzionato… il romanzo si poggia sul contrasto tra te che sei un giovane e goffo medico di campagna e il tuo avversario, un famoso tagliagole, che ha ucciso, in un tentativo di violenza, tua sorella; e ora tu lo vuoi morto per vendetta.»
«Se lo dici tu… comunque fai presto a parlare, tanto qua sotto ci sono io… dai, vieni a darmi una mano… quando sono arrivato e ho sorpreso Dodge che dormiva ho notato, attaccato alla sella del suo cavallo, un lazo: prendilo e buttamene giù un capo…»
«Aspetta Ethan… devo pensarci su… sai la trama del romanzo…»
«Al diavolo la trama, ho bisogno di andare in ospedale, subito; vieni a salvarmi che sulla trama ci ragioniamo dopo, con calma,… che qui ci sono pure le vipere, non scherziamo!»
La voce di Ethan si era fatta imperiosa, piena di rabbia. Stava tirando fuori una grinta anche maggiore di quella che avrebbe dovuto avere.
«Va bene» gli disse l’Autore «basta che non ti arrabbi» e si immaginò di prendere il lazo dalla sella di Dodge e di srotolarlo nel crepaccio. «Ora assicurati la corda attorno alla vita, così il cavallo ti può tirare su.»
«Non ce la faccio da solo ad arrampicarmi con questo braccio. Vieni qui tu.»
Sbuffando, l’Autore si calò lentamente nella buca. Era più profonda di quello che avesse pensato. Appena pochi metri dall’entrata e già non si vedeva più nulla. L’odore di umido e di terra bagnata saturava i polmoni.
«Allora si può sapere dove sei?» gli chiese toccando terra. In quel momento Ethan lo colpì forte alla testa con un sasso tramortendolo. Lo spogliò in fretta e si mise i suoi vestiti. Poi diede una voce al cavallo che lentamente lo tirò fuori dalla buca.

«Caro ti porto un tè?… magari ti rilassi: sei così intrattabile ultimamente…» gli disse la moglie, sforzandosi di essere gentile, sulla soglia dello studio.
«No no, grazie» fece lui non muovendosi dalla scrivania e cercando di coprirsi il volto con la mano.
«Hai una voce strana, però» osservò lei tornando sui suoi passi «dovresti proprio spegnere o quantomeno abbassare quel condizionatore o ti prenderai un malanno…»
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dietro il racconto
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Aerei del cielo

boeing747Ogni volta che usciva sulla terrazza capiva perché aveva comprato quell’attico. Era l’unico grattacielo della città con la vista a 360 gradi sul territorio. Si dominavano a est le montagne, come le quinte di un paesaggio da impressionista, mentre a ovest si apriva la piana plasmata dai seminativi con, sullo sfondo, il luccichio blu elettrico del mare aperto in un sorriso di benvenuto. All’ombra del grattacielo, appena sotto di lui, le case giallo paglierino del paese parevano piccoli cubi da gioco nell’erba, con i loro tetti integolati di melograno a guardare stupite quel mirabolante palazzo di vetro e ferro che toccava il cielo con disinvoltura. E da quell’altezza, poteva osservare anche i grandi aerei intercontinentali arrivare come naufraghi dal mare e atterrare sulla lunga lingua di cemento stesa al sole pronta a ingoiarli di gusto. Era così vicino, in linea d’aria, all’aeroporto da poter vedere le scritte sulle ali degli apparecchi, ma sufficientemente lontano da non doverne sentire il rombo dei motori. A quell’ora del mattino, poi, la luce sapeva trasformare il panorama in uno sconfinato plastico d’autore tanto da illudere di poter aggiungere qua e là macchie di alberi o una chiesetta in stile o il rudere pensoso di un castello abbandonato. Se non fosse stata per la preoccupazione di quel progetto da presentare il giorno dopo, tenendolo sveglio, avrebbe perso tutta quella meraviglia.
Stava rientrando nel suo studiolo quando un Boeing 777 della Turkmenistan Airlines, dopo la consueta virata per mettersi in linea con la pista principale, ebbe un sussulto. Guardò meglio. La coda del bimotore aveva preso fuoco e la parte posteriore si era staccata come se un gigante invisibile gli avesse assestato un morso vorace. La carlinga, senza più una direzione, aveva preso a beccheggiare vistosamente perdendo quota a ogni secondo fino a quando un’altra esplosione la spezzò in due tronconi uguali che caddero in avanti lanciati come proiettili. Tutto si era consumato in pochi attimi: era sembrato un colpo di scena mal realizzato in un film catastrofico di cassetta. Ma era stato anche uno spettacolo terrificante, perché lui aveva fatto in tempo a veder fuoriuscire i passeggeri dallo squarcio e cadere giù come tante formiche scrollate da uno straccio. Ora, al posto dell’aereo, c’era solo un furibondo fumo denso che si elevava da dietro la cortina degli hangar, diafani come fantasmi accucciati. E il silenzio tutt’attorno.
Aveva ancora lo sguardo fisso su quel punto quando un secondo aereo arrivato da est, di minor dimensioni, forse avvertito dalla torre di controllo di quanto appena accaduto, riprese goffamente quota. Subito dopo, una detonazione accecante all’altezza della cabina impennò la fusoliera sino a portarla ortogonale al terreno per poi farla discendere verso terra come una pietra.
Allora è un attentato terroristico‘, pensò lui con angoscia, ‘un nuovo 11 settembre!’ e afferrò la ringhiera come se si volesse buttare giù per dare un primo soccorso. ‘Dio mio, non ci possono essere dubbi’ si ripeté ad alta voce prendendo ad andare e venire sulla terrazza come per decidere sul da farsi.
Fu quello il momento in cui sentì distintamente, provenire dalla cameretta, la voce del figlio. Si precipitò da lui. Se si fosse svegliato e avesse visto quella scena dalla finestra sarebbe potuto rimanere scioccato, povero piccolo.
«Giovannino, cosa succede, stai bene?» gli chiese entrando in camera.
«Guarda papà, non me sbaglio uno…» disse invece lui, felice, puntando la cerbottana in direzione di un altro bimotore; ‘Baaaang’ fece in uno scoppio di gioia. Un attimo dopo, l’aereo in lontananza esplose come un fuoco d’artificio all’altezza della scritta ‘Emirates’ dividendosi in numerosi monconi che caddero alla rinfusa all’indietro.
«Cosa fai?» gli fece il padre strappandogli di mano la cerbottana e riducendola a pezzettoni. Il bambino impallidì, incredulo per quel gesto repentino; e scoppiò a piangere disperato.
Ma il padre non lo stava neppure più ascoltando. Guardava sgomento dalla finestra verso l’aeroporto. Il fumo degli aerei caduti stava oscurando il sole appena sorto sulla linea dell’orizzonte e una fredda coltre di vapore sopravanzava rapida verso il grattacielo come l’ala di un enorme pipistrello.

Istanti

Il caldo schiaccia a terra i colori della campagna rendendoli opachi; spegne la loro brillantezza aggiungendo un tono innaturale al verde delle foglie, all’ambra della zolla e ai colori sensuali altrimenti vividi delle rose. Il vento raggiunge solo la cima alta del pino e lo fa ondeggiare come un gigante che scuota la testa insonnolito. È un vento distratto, svogliato, indeciso, privato com’è di nuvole da sparpagliare per gioco nel cielo immenso come pecore spaventate nella vastità di un prato, sotto questo cielo immacolato di azzurro che vien voglia di accarezzare per poter rubare una manciata di luce da conservare in tasca per le lunghe giornate d’inverno.
Il profumo del gelsomino è stordente e satura l’aria spessa per rendersi presente; ti offre i suoi fiori candidi, come frutti proibiti perché tu non ti possa mai più dimenticare di una giornata così. Pare la promessa di un oggi senza fine, di un pomeriggio che non vorrà più morire nell’abbraccio della sera.
Una lucertola mi guarda da un po’ dalla fessura del muro. Il suo muso tagliente è appena distinguibile fuori dalla tana; è ferma, prigioniera di un fotogramma fisso nel lividore del sasso bruciante. L’occhio è solo un punto nero nell’orbita indifferente.
I gatti, più in giù, sono sdraiati nell’erba in modo scomposto; sono in cerca di un refrigerio smarrito; socchiudono ritmicamente le palpebre pesanti come se rivivessero un sogno dimenticato; il movimento impercettibile della coda tradisce il loro nervosismo per la violenza del sole.
Colpisce il silenzio stralunato tra gli alberi senza ombra; ogni cosa è immobile, posata lì per caso o dimenticata per disattenzione. Non ci sono merli né storni a cinguettare sui rami e nessuno s’attarda nel proprio giardino per i lavori di fine settimana; non ci sono cicale che se la sentano di bucare con il loro verso questa quiete assoluta.
Le case lontane, oltre il fiume, sono assetate di frescura; sono iridescenti come denti vuoti di una bocca spalancata in attesa della pioggia, tremolano nella calura ardente quasi volessero spostarsi, non viste, altrove. Il vapore è ovunque e avvolge la campagna in pozze di carta sgualcita.
Mi alzo dai gradini del portico. Anche la lucertola si è mossa. Si ferma ancora per un attimo squadrandomi per un’ultima volta in obliquo e poi fugge via, lontano, come se si fosse ricordata all’improvviso che doveva esistere.