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cuioioLuca osservava il gatto come se potesse suggerirgli come proseguire. Il certosino, sentendosi osservato, aveva aperto gli occhi color ambra, grossi come due fari antinebbia, e, dopo essersi accertato che il mondo se la sarebbe potuta cavare anche senza di lui, si distese in una posizione improbabile e si riaddormentò.
L’uomo continuava a guardare il cursore che lampeggiava ipnotico sul display: il capitolo settimo si rivelava più impegnativo del previsto. La trama complessiva l’aveva bene in mente, anche i personaggi erano sul tavolo, persino quelli secondari, sebbene non tutti. Dopo un inizio fulmineo e un incipit strepitoso ora però si trovava inchiodato come una staccionata di un pascolo dismesso: doveva raccordare la prima parte al momento in cui la storia diventava più densa e, soprattutto, doveva mettere sulla strada dell’investigatore un indizio apparentemente insignificante, ma utile alle indagini; gli venivano in mente però solo idee banali e già sfruttate e la scena che stava curando, inoltre, aveva la consistenza di una maionese impazzita. La cosa più preoccupante era che la scaletta dei tempi per la prima stesura era già saltata e la fiducia di arrivare in fondo con successo si stava sfaldando giorno dopo giorno.
Si alzò dalla scrivania prendendo a camminare per la stanza come faceva di solito quando voleva ritrovare la concentrazione. Dopo qualche minuto, arrivò alla conclusione che doveva distrarsi. Il gatto lo sorvegliava sotto le palpebre socchiuse; quando lo vedeva comportarsi in quel modo lo trovava proprio buffo, sicché decise di lasciarlo fare e di rimanere sdraiato dov’era. In fondo, mancava un’ora buona ai croccantini della sera.
Luca scese allora alla libreria sotto casa. Respirare l’aria della carta stampata aveva sempre un buon effetto sul suo umore e, magari, avrebbe potuto comprare anche qualche buon libro. Nella sezione novità vide che era uscito l’ultimo lavoro del suo scrittore di gialli preferito. Lo sfogliò qua e là. Quello sì che era scrivere! Dopo tanti bestsellers, la prosa era ancora fresca, il linguaggio preciso, la capacità descrittiva intatta. Anche la trama era interessante e originale. Posò il tomo di più di seicento pagine provando ammirazione mista a invidia. A giudicare poi da tutti quegli altri libri accatastati davanti a lui, c’era evidentemente chi non sapeva neppure cosa fosse il blocco dello scrittore. Gli stava venendo il nervoso. Non era stata una buona idea, dopo tutto, entrare lì dentro. ‘Di cuoio e sangue’, lesse su una copertina mentre stava andando via. Bel titolo! Perché non era venuto in mente a lui? Sarebbe stato perfetto per il suo thriller. Anche la copertina non era affatto male. Una foto accattivante, semplice, ma accattivante. Sarebbe stata l’ideale anche quella. Il libro era di un certo ‘Mister Parker’. Strano, pensò, anche il mio gatto si chiama così e gli venne da sorridere. Scorse qualche pagina e impallidì. Era la sua storia, parola per parola. Scritta molto meglio di quello che fino a quel momento aveva potuto fare: ma non c’era dubbio, era la sua storia. Anche i personaggi erano gli stessi e la trama identica. Andò al capitolo settimo dove si era fermato poco prima seduto alla sua scrivania e lesse il seguito. Ma sì, certo, come aveva fatto a non pensarci? Era quella la soluzione giusta e geniale! Come aveva fatto questo tizio a copiargli il manoscritto, proprio mentre lo stava scrivendo? Diede un’occhiata alle note biografiche dell’Autore. Mister Parker era ovviamente uno pseudonimo, ma tutte le indicazioni riportavano a lui: anno di nascita, età, scuole, hobby, persino i (pochi) premi letterari vinti. Mister Parker era lui! Ma cosa stava succedendo?
Tornato a casa, sotto lo sguardo accondiscendente del certosino, lesse il libro tutto d’un fiato. Le sue idee c’erano tutte. Sembrava il ‘suo’ libro sei mesi dopo, con tanto di editing raffinato. Gli batteva forte il cuore. Non è che questa è una di quelle vicende che, come nei film peggiori, alla fine, suonerà alla porta il diavolo che in cambio del libro vorrà la mia anima? Si domandò inquieto. Non sto sognando, pensò, ne sono sicuro; ho questo maledetto blocco da settimane e ora ho la possibilità di copiare da me stesso. Non è possibile! Cosa c’è sotto? Ci rifletté sopra. A pensarci bene, anche se avesse voluto, non sarebbe stato più in grado di tornare indietro: era già debitore di chi gli aveva fatto trovare il ‘suo’ libro. Era in trappola. Grazie a quella lettura, poteva con facilità continuare a scrivere spedito tutto il resto del romanzo. Ma sì, pensò, che male ci potrà mai essere? Non è forse già scritto da me? Tanto valeva approfittarne. Il libro era stupendo, ne sarebbe uscito un capolavoro che lo avrebbe definitivamente imposto sulla scena letteraria. E poi quella era l’unica copia che aveva visto in libreria. Com’era capitata lì non era affar suo. Al resto ci avrebbe pensato poi. L’importante era che il libro fosse saldamente nelle sue mani e che potesse concludere il lavoro nei tempi previsti.
Si mise alla scrivania e non fece altro che ricopiare al computer il testo del ‘suo’ libro. Gli sembrava di fare qualcosa di disonesto anche se trovava paradossale copiare da se stesso e sentirsi nel contempo in colpa.
Stava ‘scrivendo’ febbrilmente il ventesimo capitolo quando sentì suonare alla porta. Il gatto fece un salto dallo spavento e si mise a soffiare in direzione dell’ingresso. Luca capì che non era di buon auspicio. In preda a un pessimo presentimento andò ad aprire. Nel quadro della porta apparve un uomo vestito di scuro, né giovane né vecchio, gli occhiali a specchio che gli coprivano il volto insieme a una folta barba nera e una sigaretta accesa penzolante all’angolo della bocca.
«Sono qui per il libro» disse in modo secco senza tanti preamboli.
Ecco, ci siamo, pensò Luca. «Libro? Quale libro?» provò a mentire.
«Non faccia il furbo: il libro di Mister Parker, quello che ha preso in negozio…» disse l’uomo in scuro con un mezzo sorriso storto: la cenere gli cadde per terra.
«Ah, quello…»
«Si proprio quello… »
Luca si guardò in giro, impacciato, non sapeva che dire. Poi, fece un lungo respiro e, pronto a tutto, disse in modo grave: «Va bene, ha vinto lei. Cosa devo fare?»
«Se ne è andato senza pagarlo. Lei è un buon cliente della libreria e il principale sa quanto lei sia distratto. Mi hanno mandato su a dirglielo. Se potesse per cortesia passare in negozio per regolare…»

albatroLe bracciate erano ritmiche, distese; si sentiva così sciolto che il suo procedere nell’acqua salmastra non faceva nessun rumore. Il respiro era regolare, profondo, come se si fosse trovato nel letto di casa; ogni tanto alzava la testa per vedere dove si trovasse Pico Pequeño. Aveva imparato a capire, dalla distanza che lo separava da quel promontorio, quando avrebbe dovuto svoltare verso est, per poi raggiungere la bandiera del molo delle casse. Come al solito, sarebbe andato avanti a indietro per quel tratto di mare per una decina di volte per poi tornarsene a casa e finire di scrivere il suo libro. Il mare dalla finestra di casa sua l’aveva chiamato con quel suo blu ipnotico e lui non aveva saputo resistere e ora l’acqua, tra le sue dita, scivolava via tiepida; era così trasparente ed eterea che poteva vedere il fondo sotto di lui, tanto da sembrargli di nuotare nel cielo. Mancavano ancora poche bracciate quando pensò che, sentendosi così bene quel pomeriggio, avrebbe potuto anche fare qualcosa di diverso, come andare dalla parte opposta e, in un’unica tirata, raggiungere la boa davanti a Playa Morena, dove andava quando era piccolo. Doveva decidere. Giunto al punto di svolta, virò senza esitazioni verso la boa. Dopo una cinquantina di metri, lo avvolse una corrente più fredda che lo contrastava delicatamente. Questo, pensò, lo avrebbe facilitato al ritorno. Riuscì a mantenere un buona battuta di crawl fino a quando sentì che il braccio sinistro si faceva un po’ più pesante. Si conosceva bene: quello era il primo segnale di stanchezza, ma poteva reggere ancora molto. Alla sua destra vedeva scorrere lento un paesaggio che non riconosceva più: erano passati davvero molti anni da quando era stato in quei luoghi per l’ultima volta. E se la boa l’avessero nel frattempo tolta? Pensò. Playa Morena non era frequentata da tempo. Il turismo di élite si era spostato altrove e quella spiaggia era tornata selvaggia come anni prima. Si rincuorò pensando che, se si fosse sentito davvero stanco, avrebbe pur sempre potuto puntare direttamente a riva, che non era lontana. Proseguì, allora, pieno di entusiasmo, facendosi forte della sensazione di vigore che sentiva nelle braccia e nelle gambe. La corrente contraria dopo un po’ si fece tuttavia ancora più forte e più fredda. Ora sentiva la fatica. La boa… dov’è la boa? Si chiese più volte. Non doveva pensarci, sarebbe arrivata presto, ne era sicuro, non poteva essere lontana. Se non l’avesse vista entro breve avrebbe dovuto però rinunciare. Possibile che le energie lo avessero abbandonato così, all’improvviso? Cercò di non pensarci. 9+9=18, disse tra sé e sé, 18+18=36, 36+36=72. Gli aveva insegnato così suo padre. Distrarre la mente, ingannarla, per non fissarsi sulle proprie paure. La paura può essere una pessima compagna, soprattutto in acqua. 72+72=144, 144+144=… Poi un punto verde davanti a sé. Era il grande zatterone che affiorava appena sopra la linea delle onde. Si, ce l’aveva fatta. Aumentò l’andatura e ben presto si ritrovò aggrappato alla scaletta della boa piena di alghe. Tremava. Si lasciò andare sul pavimento della boa come svenuto. Era sfinito. Doveva farsene una ragione: non aveva più il fisico per quelle bravate. Cullato dalle onde e dal sole dolcissimo rimase immobile per riprendersi; e fu proprio un brivido di freddo che lo scosse violentemente per tutto il corpo a fargli capire che si era addormentato. Aprì gli occhi. Il sole era sparito da qualche parte nel cielo che aveva preso il colore del ghiaccio. Era anche più buio. Ma quanto aveva dormito? Decise che non sarebbe tornato indietro a nuoto: avrebbe raggiunto la riva e sarebbe tornato a piedi. Cambiare programma non era stata, dopo tutto, una grande idea. Alzò lo sguardo e si accorse che la spiaggia davanti a lui non c’era più. Per la verità non c’era più neppure la costa. Un velo denso di foschia lo circondava tutt’attorno come una sciarpa di lana a una distanza di una cinquantina di metri. Le onde si erano trasformate in cavalloni e lo zatterone sballottava nella continua ricerca di un equilibro impossibile. Se si fosse buttato subito, tempo venti minuti, si disse, avrebbe però ritrovato la spiaggia, anche se ora non la vedeva. Si calò giù per la scaletta, pronto a lasciarsi andare, quando vide sotto di lui, nell’acqua tersa, che la catena della boa era libera. Non era agganciata, come sarebbe dovuta essere, al blocco di cemento che la teneva ferma al fondo: la zattera stava andando alla deriva. Risalì in preda al panico. Poi cercò di convincersi che la boa non poteva che aver preso la corrente contro cui aveva nuotato per venire sin lì. E si sforzò di bucare con lo sguardo la nebbia alla ricerca di un qualche punto di riferimento, ma era inutile. Era tutto di un bianco impenetrabile come se qualcuno si fosse divertito a gettare sul mondo infinite secchiate di latte. Il freddo si era fatto pungente e il sole, ovunque si trovasse dietro a quelle nubi solide, stava tramontando. Ben presto fu scuro ovunque, quasi si fosse trovato nella gola di un mostro. Le stelle si erano dimenticate di apparire nel cielo e la luna era rimasta imbavagliata tra le nubi. Un grafico maldestro l’aveva disegnata lassù ma poi, pentitosi per la troppa luce, l’aveva cancellata lasciando un pallido alone. I minuti passavano a strattoni e, durante la veglia in quell’incubo, qualcosa di grosso e di pesante urtò più volte lo zatterone alzando un’onda di spuma giallognola che lo investì in pieno. Oramai non riusciva più a smettere di tremare dal freddo. Trascorsero altre ore, immerso in un silenzio assoluto che lo pigiava come all’interno di un tino; persino il mare tratteneva il respiro volendo dare l’impressione di essersi nascosto per apparire ancora più crudele. Solo il vento, a momenti, si levava teso cambiando spesso direzione. Prima dell’alba una folata gelida e innaturale gli investì il viso. Ora c’era qualcosa o qualcuno accanto a lui sulla boa. Per quanto si sforzasse non vedeva però nulla, un telo nero gli copriva ancora gli occhi. Cercò di allungare davanti a sé le mani, come avrebbe fatto un cieco per proteggersi. In quell’istante la luna forò finalmente la nube sopra di lui facendo luccicare il bianco dell’occhio di un enorme uccello marino a pochi centimetri dalla sua mano. Andava avanti e indietro sulla boa, quasi una sentinella spazientita, picchiettando la superficie con le sue zampe palmate a chiedersi cosa fosse mai quello strano essere implume rannicchiato da un lato. ‘Un albatro’ si ripeté lui ad alta voce, spaventando il volatile. ‘Ora non ci sono più dubbi’ si disse ‘sono in mare aperto’. Chinò la testa tra le gambe chiudendo gli occhi: la disperazione gli risalì dal ventre, come un virus letale. Se ne stette per qualche attimo meditabondo, poi recitò: 36+36=72, 72+72=144, 144+144=288, 288 + …

Ciliegie nere

ciliegie«Glielo assicuro, dottore, mi hanno incastrato.»
«L’hanno incastrata…» ripeté meccanicamente il PM Sbarbaro guardando un punto imprecisato tra l’uomo seduto davanti a lui e la parete di fronte. L’avvocato, un uomo corpulento spremuto sottovuoto nel suo spigato che aveva bisogno di una urgente stirata, stava pensando a cosa dire di intelligente, ma non gli veniva in mente nulla. Un agente penitenziario si avvicinò senza far rumore e allungò un foglio dattiloscritto al PM. Lui lo lesse con calma, spostando sulla punta del naso i suoi improbabili occhiali dalla montatura rosa. Riemerse quindi dalla lettura e disse al detenuto:
«Prosegua, prosegua pure…»
«Vede, dottore, stando qui in cella, nelle ultime ore, ho potuto riflettere molto su quanto è successo e ho capito come ha fatto.»
«Come ha fatto, chi?» domandò il PM posando il foglio.
«Il maresciallo Roversi. Non può che essere lui l’amante di mia moglie ed è lui che ha architettato tutto questo. Marina, mia moglie, l’ha evidentemente lasciato, forse per un altro ancora, e lui, per vendetta, l’ha uccisa; e, per farla franca, ha pensato bene di coinvolgere me.»
«Sa per certo che Roversi era l’amante di sua moglie?» chiese il magistrato osservando la punta della stilografica come se avesse trovato un difetto.
«In verità no, ho ricollegato il tutto, dopo. Ma non può essere che lui. Adesso le spiego: mia moglie Marina, dopo cinque anni di matrimonio, all’improvviso, mi ha messo alla porta. Mi dice che non mi ama più, che pensava fossi diverso, si era sbagliata, e che tutto era finito. Sa, le solite cose che dicono le mogli per sbarazzarsi dei loro mariti divenuti ingombranti. E dopo cinque anni! E per giunta con un figlio di mezzo!»
«E cosa gli ha fatto pensare al maresciallo?»
«Quando ancora mi faceva vedere mio figlio ho notato in casa un calendario dei Carabinieri, che lei non ha modo di frequentare altrimenti, e, una volta, anche dei guanti sulla console del corridoio, sa quelli di ordinanza, con tanto di cifre, AR… e ogni tanto Marina, con noncuranza, mi chiedeva di lui; insomma a quel tempo non ci badai più di tanto. Poi, un giorno, Roversi, che conoscevo bene perché frequentava il mio ufficio in comune (ancora non sospettavo di lui), mi invitò alla sagra delle ciliegie di Collefili, dove mi fece consegnare una cassetta di ‘duroni’, sa, quelle ciliegie grosse e nere…»
«Le conosco bene, vada avanti…»
«Sì, certo, e con l’occasione facemmo due passi su per la collina. Mi disse che voleva andare via da Collefili e se potevo parlare con quel mio parente al Ministero. Siamo quindi arrivati, camminando, a un laghetto. Ha gettato nell’acqua un ramo e mi ha fatto sparare con la sua pistola: una cosa così, per divertirsi un po’. Alla sagra, peraltro, mi hanno visto decine di persone…»
«E poi?»
«E poi mio cugino è riuscito a farlo trasferire ad Alvona. Nel frattempo i miei rapporti con Marina sono peggiorati. Ho cercato di capire cosa le stesse succedendo. Diceva che era depressa per una dieta sbagliata che le aveva rovinato il metabolismo. Insomma era diventata isterica. Le consigliavo sempre di andare da uno specialista, ma lei si fidava solo delle sue amiche e non mi stava mai a sentire. Divenne intrattabile e smise di farmi vedere persino mio figlio. Ma io avevo già capito il perché: aveva un amante e voleva rifarsi una vita. Poi è arrivato il giorno del fatto.»
«È sicuro che vuole proseguire?» mormorò l’avvocato avvicinando il suo testone a quello del cliente.
«Certo che ne è sicuro!» fece il PM spazientito per quella interruzione.
«Rientrando a casa, quella dei miei genitori, che nel frattempo mi avevano ospitato, ho trovato un pacchettino a me indirizzato nella cassetta delle lettere» continuò il marito senza neppure voltarsi verso il legale. «L’ho aperto e dentro c’era della polvere scura e un biglietto con la grafia di mia moglie. Diceva testualmente: ‘Volevi tuo figlio? Eccotelo. L’ho bruciato e queste sono le sue ceneri’. Sono corso da mia moglie, impazzito dal dolore. Ultimamente mia moglie era così fuori di sé, come le ho detto, che avrebbe potuto persino fare una cosa tanto orribile. Dal momento che nessuno rispondeva al citofono, sono salito su al piano. La porta era aperta e… e…»
«E?» fece il PM che aveva assunto l’espressione come di chi ascolta una voce in lontananza.
«E ho visto mia moglie, sul pavimento della sala, in un lago di sangue. La testa, quasi non c’era più. Si era suicidata. Neppure mio figlio c’era. E ho chiamato voi. Oh, la mia povera Marina!»
«Solo che noi abbiamo trovato le sue impronte sull’arma del delitto e facendo lo stub, per la rilevazione dei residui da sparo sulle sue mani, abbiamo rinvenuto le relative tracce… E facendo due più due…» concluse il PM alzando un poco il naso come se avesse voluto vedere dentro a uno scatolone.
«È per questo che le dico che sono stato incastrato, dottore. Lo so, non mi crederà mai. Ma l’arma trovata accanto al corpo di mia moglie non può che essere quella che mi diede Roversi quel giorno in cui sparai al laghetto, a Collefili, lui l’ha fatto apposta; lo stub è risultato poi positivo perché la polvere che mi sono fatto cadere addosso, aprendo il pacchettino a casa mia, non era la cenere di mio figlio, ma polvere da sparo; capisce? Roversi si è fatto pure trasferire da me in modo da procurarsi per tempo un alibi: insomma, un piano congegnato nei minimi particolari, ma sono innocente» e l’uomo nascose il viso tra le mani come volesse piangere. L’avvocato gli mise un braccio sulla spalla per solidarietà. Era poco professionale, ma era un gesto che si sentiva di fare.
«Ha ragione, un piano ben congegnato. Per fortuna ci ha aiutato Caterina» fece il PM dopo aver fatto decantare per la tensione.
«Chi?» fece il marito alzando il viso e cambiando espressione.
«Caterina.»
«Non capisco.»
«Abbiamo sentito le amiche di sua moglie. Sa, le donne parlano poco con noi uomini, probabilmente perché non le ascoltiamo abbastanza. Ma si confidano molto tra di loro. È vero: è risultato che la vittima era molto angosciata per la propria salute. Non era però per motivi di dieta, come dice lei. Aveva un brutto male, sua moglie, al seno…»
«E perché non me l’ha mai detto?»
«Perché lei la picchiava e la maltrattava, la sua ‘povera’ Marina. Per i motivi più insignificanti, in verità, ma soprattutto per gelosia. Lei si era convinto che avesse un amante, il maresciallo Roversi, appunto, ma non era vero; erano solo conoscenti, perché lui è il fratello della sua più cara amica, come probabilmente le aveva detto: probabilmente non erano neppure amici; insomma la convivenza fra di voi era divenuta, come dire?, insopportabile e sua moglie, piuttosto che denunciarla, ha fatto una scelta coraggiosa, nonostante il figlio piccolo. E qui entra in gioco Caterina.»
«Già, Caterina…» fece l’avvocato che interrogava con un’espressione dubitativa il proprio cliente.
«Caterina era la donna di servizio di sua moglie» proseguì il PM che aveva letto sul viso del suo interlocutore uno stupore genuino. «Se si fosse occupato di più delle sue cose, forse ora lo ricorderebbe. La vittima si era lamentata anche con lei dei continui furti in casa e lei le aveva consigliato…»
«Ah sì, è vero, ora mi viene in mente, avevo consigliata di licenziarla… o di parlarne con le sue amatissime amiche, che sanno sempre tutto, loro…» interruppe con sarcasmo.
«Esatto, e sua moglie, perdurando i furti, così ha fatto: ne ha parlato con le sue amiche. Non è vero dunque che sua moglie non le desse mai retta.»
L’uomo si incupì.
«La vittima, in altre parole, non se l’era sentita di licenziare Caterina, dopo tanti anni che era a servizio, e comunque senza avere le prove dei furti. E allora l’abbiamo cercata per ogni dove, facendo fatica a trovarla: era nascosta davvero bene.»
«Nascosta, chi? Caterina?»
«Ma no, che dice? La webcam! Era sistemata propria in sala, dove abbiamo trovato il corpo di sua moglie. Era stata piazzata tra due statuine di ceramica sul trave del caminetto proprio per controllare la sua colf. Ha ripreso tutto: da quando lei è entrato all’improvviso in casa con la pistola in mano e sua moglie le ha chiesto: ‘e tu che ci fai qui?’. Devo continuare?»

rosaScendeva le scale di corsa. Un paio di volte Saverio mancò il gradino. Le scale ripide del centro non aiutavano quando si andava di fretta. Ed era lì lì per aprire il portone quando si ricordò della rosa: era rimasta nel suo bell’involucro trasparente sul mobile del corridoio. No, non poteva farne a meno. Era il suo primo mese con lei e voleva sottolinearlo anche così, non appena l’avesse incontrata. Ancora non si capacitava di stare con una ragazza simile, dopo averla desiderata per così tanto tempo. Guardò l’orologio con un’espressione di supplica perché non gli dicesse che era davvero tardi. Le lancette furono implacabili. No, doveva tornare su, se ne era reso finalmente conto. Tre minuti dopo era di nuovo al portone, questa volta con le gambe rigide come pilastri di calcestruzzo, ma con la rosa in mano: una baccarat rosso cupo che pareva ritagliata nel velluto; lunghissima, profumata, stordente per la sua bellezza. Resistette al tentativo di mettersi a correre: la delicatezza del fiore non l’avrebbe sopportato. Per fortuna doveva solo attraversare la piazza: la casa di lei era a pochi passi. S’incamminò, ma quello fu anche il momento in cui fu investito da un boato assordante mentre il terreno si mise a sussultare quasi si fosse trovato su un tappeto tirato violentemente da un lato. Una bomba, pensò. E invece a cinquanta metri da lui, in mezzo alla piazza, là ove di solito prendeva posto il mercato del lunedì, si era aperta una voragine. Era proprio come nei film: una depressione al centro e poi uno sprofondo ad allargarsi a raggiera per una ventina di metri di diametro. Un fumo di polvere e detriti si era sparsa nel cielo gettando al suolo una penombra malata e un vento gelido si era levato tutto intorno. Si sentivano grida, suoni scomposti, clacson incantati sulla loro nota più sgradevole. Poi un gatto passò di lì, per curiosità. Si spinse sull’orlo della voragine per annusare l’aria. E un momento dopo non c’era più. È caduto, pensò Saverio avvicinandosi. Ma subito una city car, parcheggiata poco lontano, cominciò a muoversi verso la buca. La sentì gemere sulle lastre di pietra come un animale ferito che volesse sfuggire a una trappola mortale; il proprietario la stava in qualche modo trattenendo, ma il vortice era irresistibile, la forza soverchiante. Per non cadere anche lui, l’uomo si arrese lasciandola andare all’improvviso con un gesto disperato seguendola con gli occhi mentre la vedeva volar giù. Quindi presero ad essere risucchiati nell’enorme spaccatura alcuni ombrelloni di un bar, le sedie più vicine, i tavoli, i cartelloni dei menu. Iniziarono a essere trascinate anche le persone: una giovane donna uscita dalla farmacia, lo stesso proprietario della macchina, una turista giapponese con un buffo ombrellino che agitava sopra la testa. Si tenevano tutti per mano, per fare resistenza, aggrappandosi l’uno all’altra ai cartelli stradali che però si spezzavano in due come bastoncini del gelato. E più le cose e le persone cadevano là dentro, più sembrava che l’appetito di quelle fauci spalancate diventasse insaziabile. Saverio anziché fuggire, ormai dimentico della sua ragazza, si era spinto fin sull’orlo del precipizio, ipnotizzato da quanto stava accadendo. Assisteva impotente a quel cataclisma, osservando infilarsi giù nel baratro, in un unico gorgo buio, piccioni e cani, moto e biciclette, una carrozzella con tanto di cavallo e fiaccheraio e persino un autobus intero che lasciò nell’aria una striscia arancione come una cometa; quindi fu la volta dei rumori, dei colori, dei pensieri e finanche dei ricordi più remoti. Tutto ciò che era nelle vicinanze veniva ingurgitato senza pietà da quell’orrido crudele, muto e silenzioso. Un bimbo di pochi mesi, proveniente chissà da dove, volando come una foglia morta, fu afferrato al volo da Saverio poco prima che finisse nell’abisso. Per far ciò lasciò andare la rosa che cadde luminosa nella voragine torbida fino a quando non la vide più. E il turbinio violento allora cessò di colpo. Tornarono i suoni quotidiani, i colori vividi del mattino, la consapevolezza del presente. Una signora, stravolta nel volto e nell’animo, gli si avvicinò furibonda per strappargli dalle braccia, senza dir nulla, il bimbo che non stava neppure piangendo.
«Con i tempi che ci mette il Comune a riparare le buche delle strade, chissà quanto ci vorrà per ricoprire questa…» sbuffò un vecchietto indicando la voragine con il suo bastone.

Fiori viola

fiori violaAndava avanti e indietro nella piccola hall dell’albergo. L’amico che doveva venire a prenderlo era in ritardo. Attraverso la porta a vetri dell’ingresso, il sole gettava una pozza di luce sui fiori del cortiletto che rimaneva separato dalla strada da bassi muri di pietra. L’uomo si sentiva addosso lo sguardo della direttrice, una donna corpulenta dai modi spicci che sembrava cresciuta partendo dall’indeformabile e perenne pettinatura di plastica biondiccia che le sovrastava la testa come una bambola d’altri tempi.
«Belli quei gerani, li cura lei?» fece l’uomo senza distogliere lo sguardo dai vasi.
«Come? Ah… quei Pelargonium?» chiese la direttrice con finta noncuranza. «Sì, in effetti mi vengono bene…»
Le piante erano robuste e succose: appena il sole si fosse fatto un po’ più caldo ci sarebbe stata una fioritura invidiabile.
«Beh… allora complimenti» disse sincero.
«Ma ciò che mi viene meglio sono le fucsie» disse lei senza smettere di scrivere nonostante l’uomo si fosse girato verso di lei. «Le ho messe dall’altra parte dello stabile, al riparo; sono piante che non sopportano gli sbalzi di temperatura, non so se ne capisce.» Il tono, adesso, si era fatto odioso e indisponente. L’uomo ci pensò un po’ su poi disse:
«Sì, ha ragione: i fiori possono dare delle gran belle soddisfazioni… io e un mio caro amico abbiamo messo a punto un cultivar di fresia di color viola che l’anno scorso ha vinto il premio speciale Novità all’Interflora 2013 di Amburgo.»
«Un cultivar? Un cultivar di fresia?» fece lei rimanendo a bocca aperta.
«Per carità è ben poca cosa, mi rendo conto…» insistette tornando a guardare i gerani con falsa modestia. «Se vuole, gliene porto uno dovessi ricapitare qui a Collefili…»
Per un po’ la direttrice rimase in silenzio, quindi rilanciò:
«Nel giardino di casa mia coltivo però delle rare rose blu del Madagascar che sono difficilissime da tenere, come del resto le famose orchidee Himantoglossum che però, ovviamente, mi vengono ugualmente una meraviglia; e questo grazie a un particolare concime superintegrato di mia invenzione che sto per brevettare. Se vuole, la prossima volta che viene, gliene do volentieri un gettino…»
«La ringrazio molto, signora, ma alle ‘solite’ orchidee preferisco le ‘originali’ piante carnivore dell’Amazzonia. Nella serra riscaldata di duemila metri quadrati che ho fatto costruire da una ditta fornitrice della NASA ho ottenuto gigantesche piante di Dionaea muscipula così grosse che, mettendone una in soffitta, pensi, mi ha mangiato tutti i topi…»
La signora stava masticando amaro e non sapeva più cosa dire. Nel frattempo era arrivato l’amico e aveva suonato il clacson per segnalare la sua presenza.
«Bene, alla prossima volta, signora, grazie per la piacevole chiacchierata…» salutò visibilmente soddisfatto. Lei gli strinse la mano allungando la sua, molliccia e gelida, aprendogli la porta senza dire nulla. Poi, mentre lo vedeva andar via:
«Ho anche piantato alcune mangrovie e un baobab precoce nel giardino di casa su cui presto farò costruire una casetta-gioco per i miei nipotini…» disse lei ormai straparlando.
«Mangrovie? Baobab?» domandò l’uomo che aveva raggiunto l’amico. «Questi impianti esotici in terreno nostrano sono sempre da sconsigliare perché gli alberi non autoctoni si ammalano facilmente, interferiscono con l’ambiente e inaridiscono la terra. Meglio investire in qualcosa di più utile. Faccia come me: dieci ettari di terra benedetta dal sole da far andare a cabernet franc e sauvignon, e via, uno spettacolo da bere! Arrivederci!»
«Dieci ettari di terra benedetta dal sole?» gli domandò l’amico una volta salito con lui in macchina. «Ma se abiti in un monolocale da 25 metri quadrati, oltretutto mansardati, che quando ci fai entrare un giacinto, devi fare uscire, per ragioni di spazio, il tuo gatto…»
L’amico sorrise. «Sì, lo so. È lei che non lo sa» rispose facendo un cenno con il capo in direzione della donna ancora irrigidita sulla soglia dell’albergo.

Crash test

tramontoL’autobus se lo stava portando via in quel pomeriggio inoltrato con il suo fagotto di pensieri tristi e un peso nel cuore. Se lo trascinava alla stazione e da lì in un’altra città, tra altra gente, tra altre esistenze, come la sua. L’autista maldestro metteva a dura prova il suo equilibrio, diviso tra uno zaino ingombrante e una valigia scura come il fondo della notte che avanzava lenta da est. Aveva lasciato il posto a sedere a un’anziana signora che si era accomodata senza guardarlo negli occhi, con la sollecitudine di chi non avrebbe mai detto ‘grazie’ per un qualcosa che le sarebbe spettato comunque.
Pioveva da giorni e l’asfalto luccicava di lustrini quasi avesse messo il vestito da sera, ribaltando le insegne colorate dei bar e dei negozi semivuoti; e ora, d’un tratto, nel cielo gonfio di ombre piene di malumore si era fatta strada una lingua di sole che volgeva al tramonto; caramellava di luce le cime dei tetti e i piani della case più alte che parevano ora finanche più alte per godersi quei tiepidi raggi obliqui, sparati in ogni direzione da un fuoco divampato senza controllo. La città era divisa in due. Sotto, il grigiore confuso dell’andirivieni distratto di gente indaffarata sulla via di casa e, in alto, sopra la riga di luce tracciata con il compasso, una città eterea, dipinta di giallo e d’arancione, come una promessa strappata a un cuore indifferente, abitata da semidei dai sogni intessuti di fili d’oro e di rugiada.
Accanto a lui, le persone continuavano a salire e scendere dal bus come per recitare il copione quotidiano di una città qualunque; occhi, visi, espressioni tutte eguali, ripetute all’infinito in un’eco di solitudine senza pace; gli stessi gesti, le stesse parole, gli stessi oggetti tra le mani.
Poi il bus abbandonò la piazza e si scapicollò per la discesa a senso unico deciso ad arrivare. Il respiro della stazione ormai era a pochi passi; si poteva sentire l’odore dei treni, dell’elettricità tra i binari, si poteva ascoltare con il vento buono l’altoparlante logorroico a tentar di mettere ordine nel caos di chi parte e di chi arriva.
Lui alzò per un attimo lo sguardo verso il cielo attraverso il finestrino ricamato di gocce di pioggia: un arcobaleno imponente stava sgomitando tra i palazzi troppo stretti per lui. I suoi colori erano così nitidi da poterli contare a uno a uno ed erano tanto compatti da poterli attraversare come un ponte proteso tra le facciate stupefatte, se solo chi l’avesse visto dalla propria finestra vi si fosse affidato a piedi nudi e a cuore puro. Lui rimase a bocca aperta. Non ne aveva mai visto uno così grande, così vicino e all’interno della città. Si girò verso una signora che teneva stretta a sé una bambina e le disse: “guardi, un arcobaleno!” ma le sue parole furono masticate dal motore su di giri del bus mentre la donna lo guardò con sufficienza avendo creduto volesse solo attaccare discorso. Allora lui si rivolse alla bambina: “guarda che arcobaleno c’è là fuori” e lo indicò per un attimo sfidando il suo equilibrio già precario. Ma la piccola lo squadrò sospettosa come solo i bambini sanno fare quando vedono qualcosa e non la comprendono. Nessuno si era accorto di quella meraviglia. Nessuno. Vicino a lui solo volti vuoti, abbozzati da un disegnatore sbrigativo e senza talento, manichini indecifrabili prima del crash test finale.
Il bus svoltò un’ultima volta andando a nascondersi sbuffando sotto la pensilina della stazione. L’arcobaleno era nel frattempo sparito, riassorbito dalla notte trionfante, mentre il cielo si era fatto solo un po’ più buio e un po’ più triste.

88 anni

compleannoSi svegliò all’improvviso come fosse l’ora di alzarsi. Si sentiva riposato, pronto a iniziare una nuova giornata. La sveglia sul comodino indicava le 3.02, del mattino. No, non poteva sentirsi riposato, no davvero, non a quell’ora. Anche se ormai dormiva poco era troppo presto per qualsiasi cosa avesse voluto fare. Si girò più volte nel letto, inquieto; forse aveva caldo o forse aveva sete o forse doveva solo andare in bagno. No, probabilmente non è nulla di tutto questo, pensò. Forse sarà perché è il mio compleanno? E cos’hanno di speciale 88 anni rispetto ai precedenti? Sono vecchio, si disse, e non c’è nulla da festeggiare. Si scoprì un poco spostando di lato le lenzuola; allungò il collo: il bicchiere dell’acqua non era sul comodino. Decise di alzarsi. Uscì dalla stanza cercando di non far rumore. La moglie da più di quarant’anni dormiva nell’altra stanza. Una scelta condivisa dettata dalla reciproca convenienza di non disturbarsi. Ciabattò lungo il corridoio tenendosi al muro. Uno spiraglio di luce filtrava da sotto la porta della moglie. Strano, si disse, è sveglia anche lei. Entrò piano. La moglie era distesa sotto le coperte, i capelli bianchissimi ben pettinati, un libro rotolato da una parte. Le si avvicinò gemendo perché aveva già capito tutto. Gli occhi azzurri, spalancati su una vita che non vedeva più, erano leggermente infossati, la bocca aperta a carpire l’ultimo respiro, il naso affilato sul volto latteo. Lui si mise a piangere sommessamente, come per non svegliarla. No, le sussurrò, non mi lasciare Maria, non mi lasciare.
Prese il telefono, tremando, e compose il numero per chiamare un’ambulanza.
«Presto, venite» disse balbettando appena sentì qualcuno all’altro capo. «Mia moglie è morta.»
Il centralino si schiarì la voce: «È sicuro, signore?»
«Sì, è pallidissima, gli occhi sono spalancati, non ha più polso, non respira. Deve essere successo ieri sera, alle 22, quando si è coricata. Diceva che aveva un disturbo allo stomaco, nulla che non potesse passare con una buona tisana calda, diceva…»
«Capisco, ma perché ha chiamato noi?»
«E chi avrei dovuto chiamare, scusi?»
«Non possiamo impegnare un’ambulanza per trasportare una persona deceduta. Potrebbe esserci un’emergenza e non avrei la macchina a disposizione. Aspetti domattina e chiami il suo medico di fiducia per la certificazione e poi l’agenzia delle pompe funebri, tanto non c’è più nulla ora che lei possa fare…» e riattaccò prima che lui potesse replicare.
Si sentì solo, sprofondato nel pozzo più profondo della terra. Gli mancava l’aria. Il silenzio si propagava per la casa come un gas velenoso, corrodendo immagini, colori, sentimenti. Uscì sul pianerottolo. Sì, forse Renzo, il vicino, lo avrebbe potuto aiutare, magari gli avrebbe detto qualcosa, l’avrebbe consolato. Ma poi si bloccò davanti alla porta. Si ricordò che era in vacanza. Gli aveva dato persino le chiavi per accudire al gatto.
In cosa abbiamo sbagliato? Le chiese tornando nella stanza e pensando al loro figlio con cui non si parlavano più da anni. Guardò l’ora. Erano appena le 3.15. Il tempo procedeva a salti, strattonando. Il buio fuori dalla finestra sembrava scavato nel carbone e premeva denso sui vetri facendoli scricchiolare. Le chiuse gli occhi delicatamente e si mise accanto a lei. Pensò a quando l’aveva conosciuta e a come si era sentito strano nel vederla la prima volta con quel vestitino a quadri bianchi e rossi: com’era bella con quegli occhi curiosi e il sorriso speciale. Pensò a quando, goffo, l’aveva baciata al volo, all’uscita dal locale, e aveva capito subito che lei se lo aspettava già da un po’. È vero che te l’aspettavi, Maria? Le chiese voltandosi verso di lei come aveva fatto migliaia di altre volte. Scosse la testa nel guardarla così, stentava a crederci. Una vita intera passata insieme e non ci siamo neppure salutati. Le disse accarezzandola.
Si distese accanto a lei, tenendola per mano e mettendosi a piangere a dirotto, con singhiozzi che lo scuotevano violentemente come fosse stato percosso da un gigante. Era l’unico suono che poteva udirsi in quell’universo spezzato. Verso l’alba si sentì sfinito. E si addormentò.

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