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Il bus n. 222

Inside the busQuando le campane dell’Abbazia si misero a suonare risposero subito dopo quelle più solenni del Duomo e, a mo’ di eco, quelle lievi della Pieve sulla collina; Fosco capì di essere in ritardo lungo la strada per la fermata del bus. Di solito le campane delle sette del mattino lo sorprendevano all’altezza della banca, a due terzi del percorso, e invece non era neppure in fondo alla sua via. Accelerò il passo, anche se odiava farlo perché avrebbe finito per sudare nel suo piumino: non si poteva però permettere di perdere quella corsa. Così, quando giunse finalmente in piazza e vide sbucare il ‘suo’ 222 come una preda che volesse sfuggirgli, si mise a correre. A volte era accaduto che l’autista, fatti scendere i passeggeri, ripartisse immediatamente nonostante fosse un capolinea. Non c’era da biasimarlo, del resto: alla fermata successiva avrebbe smontato dal turno di notte e se ne sarebbe tornato a casa.
Salì che aveva il fiatone. La signora dal cappello di maglia rosa, che normalmente già trovava alla palina quando arrivava, era seduta sul sedile in fondo, il viso tuffato come sempre sul suo cellulare. Era curioso che non fosse mai riuscito a vederla in faccia. Qualche sedile più in là, un uomo con i jeans e la maglia macchiettate di vernice bianca, teneva la testa appoggiata sullo schienale, gli occhi chiusi e la bocca leggermente aperta.
Il bus partì dopo pochi istanti.
A quell’ora le vie, alla mercé di una notte che non se la sentiva di abbandonare la città, erano vuote. Le rare persone che si intravvedono qua e là, avevano il passo svelto come di chi non ha tempo da perdere.
Alla fermata dell’Hotel Ambasciatori, l’autista scese per il cambio programmato. Prese il suo zaino consunto da dietro il sedile e ripose nel taschino del giubbotto l’auricolare bianco. Fosco notò che la fontana delle tartarughe, poco lontano, era senz’acqua.
Le porte si richiusero. Il bus si rituffò in una ragnatela di riflessi di luci che sembravano volerlo trattenere. Alla fermata di via Lulli tirò diritto e dopo l’ampia rotatoria puntò verso la stazione ferroviaria. Lì, alle scalette, sarebbero saliti i pendolari provenienti dai paesi vicini. Avrebbero come al solito riempito metà della vettura, ridendo e scherzando ad alta voce, come se potessero recarsi a una scampagnata. E infatti il bus si arrestò ma più per abitudine che per necessità: la banchina era completamente vuota. Aprì e richiuse due o tre volte le porte come un animale spaventato che non si capacitasse di quell’assenza; dopo pochi attimi riprese nervosamente la sua corsa. Fosco fece appena in tempo a buttare l’occhio verso l’entrata della stazione: c’era il via via di sempre e anche l’edicola dei giornali era aperta.
Il bus fece il suo consueto giro. Solo che, ogni volta che arrivava in vista di una fermata, prima decelerava e poi, siccome non c’era nessuno ad aspettare, faceva riprendere al motore il suo regime di giri.
Non era mai accaduto. Pensò Fosco controllando l’orologio. Se continua così arriverò in ufficio in un attimo. Si voltò per vedere se anche gli altri due passeggeri, saliti con lui al capolinea, avessero notato quella stranezza. Ma era solo. Forse la signora dal cappello rosa e il muratore erano scesi alla fermata del cambio dell’autista. Non se n’era davvero accorto.
Cominciò ad avvertire una strana inquietudine: si sentiva fuori posto o sfasato rispetto al tempo presente. Troppo in ritardo, o chissà troppo in anticipo.
Il cielo intanto si era scrollato di dosso la notte ma era rimasto cupo come se qualcuno avesse passato uno strato spesso di vernice grigia per impedire che l’alba riuscisse a bucarlo.
Passato il ponte sospeso di Lughi Nova, dopo aver saltato l’ultima fermata dell’Iper, il bus, ormai lanciato, arrivò sul rettilineo della ex Alfa. Fosco era arrivato e con ben quindici minuti di anticipo. Provò sollievo: quel viaggio era finito. Si alzò per tempo e premette impaziente il pulsante di prenotazione della fermata. Si pregustava ora il caffè del bar.
Il bus, ubbidiente, quasi fosse stato contento, rallentò e accostò.
«La porta non si è aperta!» esclamò dopo un po’ Fosco che non riusciva a scendere.
Vedendo che le porte rimanevano chiuse, ripeté ad alta voce battendo sul vetro con la mano aperta: «guardi che devo scendere qui! Mi apra per cortesia!»
Poi tornò indietro accostandosi preoccupato all’autista.
Al posto di guida non c’era nessuno.
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L’ultima stanza

stanzaAveva fatto più tardi del previsto: controllò l’orologio del cruscotto e capì che non sarebbe riuscito ad arrivare a casa se non alle prime luci del mattino. Inserì la freccia di direzione e uscì dal casello dell’autostrada alla ricerca di una sistemazione per la notte.
Girò un po’ alla cieca e, dopo qualche chilometro e un paio di paesini cresciuti disordinatamente sulla strada, accese il navigatore che lo indirizzò verso un viottolo che altrimenti non avrebbe mai percorso. Il sole era già sparito dietro le colline rugginose e le ombre si scioglievano nella prima oscurità; quando arrivò sul piazzale ghiaioso di una bella locanda si sentì sollevato.
L’ingresso era chiuso chiave. Tirò la corda di una campanella che suonò nella casa con un accenno di eco. Dopo qualche minuto, una donna dal volto tirato e dagli occhi gonfi e arrossati, aprì.
«Vorrei una camera solo per questa notte…» fece Tobia, incerto, come se quella fosse stata una domanda che, in realtà, stava rivolgendo a se stesso.
«Mi dispiace, siamo al completo, non ha visto il cartello?» rispose lei secca cercando di richiudere.
«No, aspetti» fu pronto a dire Tobia trattenendo il battente. «Mi accontento di una sistemazione qualsiasi. Anche di un divano. E non cenerò neppure, darò il minor fastidio possibile.»
«Non è questo il problema, è che c’è la Sagra annuale della trota fario…» disse la donna come se quella dovesse essere una risposta definitiva.
«Non mi costringa a guidare tutta la notte per tornare a casa, la prego. Sono troppo stanco» fece lui con un tono che suonò fin troppo supplichevole. Lei lo guardò per qualche istante chiedendosi da dove venisse.
«E va bene entri, vedo cosa si può fare, ma non le garantisco proprio nulla. Si segga lì, per favore, vado a chiedere» e indicò una poltroncina e due sedie di vimini davanti al desk della locanda. La donna sparì al piano superiore. Si sentì parlottare. Ogni tanto la voce di un uomo sovrastava le altre. Sembrava arrabbiato. Gli arrivarono, a ondate, mezze frasi dal tono trattenuto; tra le altre: ‘abbiamo bisogno di soldi’ e forse anche ‘ma allora che facciamo?’ Seguì un lungo silenzio e poi un rumore di passi precipitosi sui gradini di legno. Era una bambina bionda, ben vestita. Arrivata all’altezza del desk guardò l’ospite con aria di rimprovero. Poi scoppiò a piangere rifugiandosi nella stanza vicina e sbattendo la porta. Tobia si alzò. Era imbarazzato. La sua presenza in luogo, per un qualche motivo che non capiva, creava dei problemi. Non sapeva se andarsene oppure no. Il pensiero di doversi rimettere alla guida lo fece però sedere nuovamente. Seguirono altri rumori confusi. Dopo un intervallo infinito di tempo la donna che gli aveva aperto la porta scese lentamente le scale.
«Mi chiamo Matelda» fece lei allungandogli una mano gelida. «Mi segua… non ha con sé un bagaglio?»
«No, come le ho detto, mi fermo solo per questa notte. Non pensavo di dormire fuori.»
«Capisco.»
«Vuole che le lasci i miei documenti?» chiese Tobia efficiente.
«No, non c’è fretta, facciamo tutto domattina, con comodo.»
La stanza era gradevole, ben arredata, linda. L’aria era però fredda. Probabilmente avevano aperto la finestra per rifare la camera. La donna aspettò che Tobia prendesse confidenza con l’ambiente, quindi gli consegnò le chiavi e uscì. Appena fu solo, la prima tentazione fu di buttarsi sul letto, vestito. Si sarebbe addormentato immediatamente. Andò invece in bagno per rimettersi in sesto. Quando tornò in stanza, ebbe di nuovo la stessa sensazione di quando era entrato: c’era uno strano odore lì dentro. Cercò di non pensarci. Si mise a sedere sul letto. Rifletté su quanto avrebbe dovuto fare l’indomani. Se fosse partito presto avrebbe potuto recuperare il tempo perduto. Controllò il cellulare. Mise la sveglia. Poi si rialzò. L’odore si stava facendo sempre più forte. Difficile dire di cosa si trattava. Forse proveniva dalla cucina da basso o forse dallo scarico del bagno. Poi pensò d’un tratto, chissà perché, a un topo morto. Si mise a cercarlo, come se fosse davvero possibile che in una stanza così curata ci fosse una cosa simile. Cercò dentro e sopra all’armadio, sulle travi del soffitto, dietro alle tende. Nulla. Si chinò sul pavimento e alzò le coperte del letto. C’era un morto, là sotto. Vestito come lo possono essere i defunti il giorno del loro funerale; il naso era affilato, la carnagione bruna, tra le mani un rosario.
In quel mentre entrò Matelda. Forse aveva persino bussato.
«Volevo chiederle se davvero non vuole mangiare nulla…» disse cercando l’ospite in piedi da qualche parte nella stanza: lo vide in ginocchio che stava ispezionando sotto il letto. Impallidì; l’uomo, invece, la guardò sgomento.
«È venuto a mancare questa mattina presto» cercò lei di spiegare con la voce che le tremava. «È mio padre ed è morto proprio in quel letto. Io glielo avevo detto che eravamo al completo, ma lei non ha voluto sentir ragione e ha insistito per volere la camera; e questa era l’unica disponibile.»
Tobia non riusciva a trovare le parole. Si lasciò solo andare seduto sul pavimento di pietra, prendendosi la testa tra le mani.
«Però» aggiunse la donna accennando a un sorriso «abbiamo cambiato le lenzuola.»
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Clark

Clark-GableAurelio era nel suo letto d’ospedale. Non c’era nessuno al capezzale. Il braccio, vistosamente fasciato, era adagiato sopra le coperte. ‘30 punti di sutura gli hanno dato‘, mi disse l’infermiera con aria compunta. ‘Sembra gli sia sfuggita la motosega mentre stava tagliando la legna‘. Ora dormiva per effetto della sedazione. Il viso era rivolto verso la parte più in ombra della stanza, la bocca leggermente storta in una smorfia che solo l’anestesia può disegnare. Stavo chiedendomi se fosse il caso di andarmene o aspettare, quando entrò nella stanza, trascinandosi dietro un’asta portaflebo, Tonino. In realtà non l’avevo riconosciuto, fu lui a salutarmi.
«Ho un brutto male, sai… dicono che non ci sia più niente da fare…» mi anticipò come per rispondere alla domanda che gli avrei fatto. Lo squadrai. Era rinsecchito come se si fosse ritratto in se stesso, con pochi capelli sulla testa, gli occhi chiari appannati, un’età indefinibile addosso. «Senti…» mi disse a bassa voce infilandosi a fatica nel letto. «Visto che sei qui. Devo dirti una cosa.»
«Dimmi» gli feci avvicinandomi.
«Sai che da quando sono in pensione mi dedico al mio hobby di impagliare gli animali…»
«Sì certo, Tonino.»
«Ecco, ecco… volevo regalare al Circolo di Lettura alcuni pezzi che mi sono riusciti proprio bene.»
«Adesso non pensare a queste cose.»
«No no, te ne voglio parlare adesso perché potrei da un giorno all’altro non conservare la lucidità sufficiente per farlo, così almeno mi han detto i medici…» Deglutii. Almeno cercai di farlo. «Ho un bellissimo cinghiale che hanno sparato là a Poggiobrusco, proprio dietro a casa tua…» seguitò «è venuto una meraviglia e ne sono particolarmente orgoglioso…» disse sbattendo la lingua sul palato alla ricerca di un poco di saliva. «E poi… e poi… ho tre galli cedrone… una rara volpe grigia, un airone cinerino e… e… diverse altre cose, che adesso non ricordo neppure più.»
«Va bene, Tonino, adesso non preoccupartene…» gli dissi posandogli una mano sulla sua che sbucava dalla manica del pigiama come fosse finta. «Ora stai tranquillo» gli ripetei non sapendo cos’altro dire. Il suo sguardo si era spento. Pareva stesse vedendo un film su uno schermo lontano. Gli occhi si erano fatti lucidi.
«E poi ovviamente c’è Clark…» mi disse all’improvviso ritornando alla realtà.
«Clark?»
«Clark Gable!»
«Sì, certo» gli dissi io «e chi altri?» come se avessi capito cosa intendesse dire.
«Quando entri in casa mia è sulla destra appena dietro l’armoire con le braccia un po’ alzate, come se recitasse, e il viso da ‘piacione’. Chissà quante volte ci sei passato davanti.»
In effetti me lo ricordavo. Vagamente. Sorrisi. «Vuoi dare al Circolo anche quello?»
«No no, per carità… stonerebbe.»
Aurelio, dietro alle mie spalle fece un lungo sospiro. Considerai in quell’istante che stavo facendo il pieno di ragioni per sentirmi depresso. Lo guardammo entrambi mentre lentamente voltava la faccia verso la finestra. Un filo di bava gli scese dall’angolo della bocca. Stava russando.
«Trent’anni fa, o forse più, stavo tornando dal mio paese, giù in bassitalia» si mise Tonino a raccontare. «Era notte e c’era molta nebbia; stavo percorrendo una stradina di campagna quando ad un certo punto ho investito un capriolo. È uscito improvvisamente dalla macchia e non l’ho visto. Accostai la macchina: mi aveva sfasciato la mascherina davanti e un faro. Imprecai perché il fuoristrada era nuovo o quasi. Poi realizzai che, dopo tutto, mi sarei mangiato un capriolo e come risarcimento non era da buttare.» Tonino mi fece segno di allungargli il bicchiere d’acqua riposto sul comodino. Bevve a piccoli sorsi.
«E allora?» lo incalzai vedendo che se la stava prendendo con calma.
«Allora, mi sono avvicinato al capriolo è mi sono accorto che non lo era affatto; era un tizio. Ed era piuttosto morto.»
«Cosa?»
«Sì, allora ero giovane e non volevo avere grane. Così l’ho caricato sul fuoristrada e l’ho portato a casa. E siccome assomigliava tanto a Clark Gable ho accentuato la sua somiglianza. Insomma, l’ho impagliato e piazzato nel corridoio di casa mia. Non se n’è accorto mai nessuno. Neppure tu. C’è chi, in tutti questi anni, l’ha usato persino come portaombrelli.»

Gavrò

fontanellaMi piaceva abitare in paese. A quel tempo chi stava in campagna se la passava persino meglio di chi era in città. Perché qualcosa da mangiare si rimediava sempre nell’orto o nel bosco e, anche se beccava poco la Guendalina, un uovo te lo faceva sempre.
Quelli erano anche i tempi di Gavroche. Era un bambino cicciottello ma terribile; più grande di noi di appena un anno aveva già la faccia vissuta; aveva una strana cicatrice sul mento che gli prendeva parte della guancia e spesso fumava davanti a noi con l’ostentazione di un Bogart in miniatura. Sua madre era un’appassionata dei ‘Miserabili’ per averli visti in televisione. Voleva chiamare il figlio Jean Valjean poi scelse, chissà perché, Gavroche. E così fu.
Noi cinque eravamo inseparabili. Anche se Gavrò, come avevamo imparato a chiamarlo, faceva il capo-tiranno indiscusso, ci divertivamo molto: stavamo sempre in giro a giocare, a far dispetti alla gente, a rubare la frutta nei casolari, a sentirci grandi, insomma. Fino al 17 gennaio di quell’anno.
Era successo che Gavrò mi avesse sfidato. Mi aveva detto che non sarei mai stato in grado perché io nel gruppo ero il più piccolino e, secondo lui, il più fifone. E non era vero. Non che non fossi il più piccolino, per carità, ma che avessi paura. Vabbè, forse solo un pochino. Ma lui non avrebbe dovuto dirlo davanti a tutti perché poi gli altri cominciarono a prendermi in giro e a ridere di me.
Insomma, per farla breve, Gavrò sosteneva che non avrei mai avuto il coraggio, in una notte di plenilunio, di andare alla fontanella della piazza. Perché con il plenilunio, la fontana, anziché buttare acqua, faceva uscire sangue. Nel medioevo, infatti, gli aveva raccontato il nonno, proprio dove c’era la fontana, avevano trucidato una vecchia in odor di stregoneria. E così attorno alla fontana, con la luna piena, le streghe avevano preso a riunirsi per celebrare il loro sabba: cantavano, ballavano e bevevano sangue; se disturbate, però, si arrabbiavano e ti portavano via lontano con loro.
Difficile dire, a quel tempo, se fosse vera o no questa storia. Piuttosto non potevo permettere che i miei amici continuassero a canzonarsi di me. E allora mi feci coraggio e il primo plenilunio dell’anno, appunto la notte del 17 gennaio, ci andai. Gavrò mi disse che però avrei dovuto portare le prove della mia impresa. Mi diede una siringa di vetro che aveva trovato nella spazzatura dietro all’ospedale. Con quella avrei dovuto aspirare il sangue dalla fontana e portarla con me.
Cenai poco quella sera e, dopo che tutti erano andati a dormire, mi vestii e uscii di casa. Era iniziato a nevicare già dal pomeriggio e pareva che il silenzio avesse risucchiato ogni suono nella via. Persino la luna si nascondeva e l’unica luce spiovente dall’angolo della casa era fioca e schermata dalla neve. Avevo voglia di tornarmene a letto perché faceva freddo e la nonna poteva scoprirmi; e forse anche perché quella storia che le streghe mi potessero portare via, in fondo in fondo, non mi piaceva affatto.
Percorsi tutta la via, la traversa con l’edicola e infine, dopo la farmacia, arrivai in prossimità della piazza. Non c’era nessuno, ma forse era troppo presto. ‘Meglio‘, pensai. ‘Prendo il sangue dalla fontana e me ne torno a casa‘. I passi sulla neve non sembravano i miei e le scarpe inadatte sgusciavano sotto il mio peso. Ero quasi vicino alla fontana quando avvertii una presenza. Mi sono nascosto dietro a un platano con il cuore che dovette essermi rotolato nella neve per lo spavento. Trattenni il respiro: non volevo che si vedesse neppure il vapore del mio alito. ‘È finita‘. Pensai. ‘Sono loro e mi scopriranno. Che cosa ho mai fatto!
E, invece, da dietro una panchina ho visto comparire una volpe. Si guardava attorno guardinga odorando l’aria. Aveva la neve attaccata al mantello che luccicava sotto la luce del lampione. Sembrava finta tanto era irreale e procedette lenta fin quasi a toccare la fontana; poi deviò decisa sparendo nel buio. Avevo il cuore a mille. Decisi di far presto. Potevano arrivare da un momento all’altro. Aprii il rubinetto e un fiotto violento di sangue si sparse tutt’attorno. Ci rimasi di stucco. Non ci potevo credere. Con le mani che mi tremavano ho aspirato con la siringa il liquido e sono scappato a casa.
Trascorsi il resto della notte agitatissimo. Mi sognavo che le streghe mi venivano a prendere nel letto. Poi d’un tratto mi svegliai, tutto sudato, realizzando che poteva succedere davvero: avrebbero infatti potuto seguire le mie orme sulla neve e arrivare fino a casa. Ho afferrato allora la siringa e l’ho gettata fuori dalla finestra. Almeno il sangue non l’avrebbero trovato. Poi mi vestii di nuovo: era mia intenzione andare a cancellare le mie tracce prima che fosse tardi. Ma appena sulla porta mi accorsi che la neve, anche se aveva smesso di nevicare da qualche ora, aveva coperto ogni cosa. Fu quello il momento, vedendo la coltre intonsa della neve, ad avere la precisa sensazione di aver sognato tutto quanto.
Al mattino mi svegliò la nonna perché andassi a scuola. Mi sentivo sollevato, leggero. Quando arrivai in classe, gli altri del gruppo mi vennero subito incontro con la faccia incupita.
«Gavrò è sparito» mi disse tutto d’un fiato Giannasio.
«Come sparito?» chiesi incredulo.
«Era sicuro che all’alba saresti andato alla fontana. Così ieri mi ha detto che si sarebbe nascosto per sorprenderti e farti paura. Poi non so cosa sia successo. Dicono che le sue orme sulla neve finiscano alla fontana.»

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Yuk

clownQuando Al’vian arrivò sul piazzale del supermercato frenò delicatamente. A quell’ora, l’ampio parcheggio era pressoché vuoto. Aveva viaggiato tutta la notte per poter raggiungere il gruppo ma non era riuscito a recuperare il tempo perduto per far curare Yuk dal veterinario; era arrivato però il momento di mettere qualcosa nello stomaco. Scese dalla cabina e aprì gli sportelli del furgone.
«È vero che te ne rimarrai buono buono qui mentre io vado a prendere qualcosa da mangiare anche per te?» Yuk lo squadrò incuriosito e, per tutta risposta, gli si avvicinò strofinandogli il muso sul petto e sotto l’ascella, come faceva sempre quando voleva qualcosa. «No, non ti posso portare con me, non sono ammessi gli animali nei supermercati. Dovresti saperlo.» Yuk fece gli occhi grandi e acquosi, abbassando le orecchie. «Sei proprio un furfante» gli disse Al’vian facendolo scendere. ‘Ma sì’, pensò, ‘dopo tutto cosa sarà mai’.
Appena le porte scorrevoli del market si aprirono lo accolse un strano silenzio ovattato. ‘Che sia ancora chiuso?’ si domandò. Poi si guardò attorno. La linea delle casse era vuota ma alcune commesse erano intente, lontano da lì, a sistemare la merce sui bancali. Non l’avrebbero notato. Al’vian si fece coraggio.
«Andiamo, testone, guarda cosa mi fai fare…» gli disse tirandolo appena per il guinzaglio verso i bagni. Nel breve tragitto che lo separava dalle toilette afferrò della frutta e della verdura su un bancone e le cacciò in tasca.
«Non mi guardare, così» gli disse «poi ti porto qualcosa che ti possa piacere, te lo prometto, per ora accontentati.» Si infilò nella sala e alloggiò Yuk all’interno di uno dei bagni con la porta sistemandogli il cibo sul pavimento piastrellato.
«Stai fermo qui. Hai capito? Torno fra cinque minuti, dieci al massimo.»
Yuk si lasciò chiudere accovacciandosi rassegnato. Al’vian prese il carrello e accelerò il passo. Cercò di farsi venire in mente ciò di cui aveva bisogno. Non si sarebbero più fermati se non nel tardo pomeriggio quando avrebbero raggiunto gli altri, ad Alvona, giusto in tempo per lo spettacolo della sera; e un pagliaccio, a digiuno dal giorno prima, non ha voglia di far ridere nessuno.
Nel frattempo, facevano ingresso nel supermercato Arturo e Clelia, con, al seguito, la madre di lui, la signora Aldina, che cercava di tenere il passo. Stavano per entrare quando l’anziana signora si fermò lentamente come un trabiccolo a motore che avesse finito la benzina. Era pallida.
«Devo andare in bagno…» balbettò.
Arturo si sentì gelare. «Come? Qui? Ora?»
«Sì. Qui, ora» ripeté la signora Aldina facendo il verso al figlio per rivendicare la libertà di poter fare i bisogni quando era il momento. Arturo si voltò verso la moglie.
«Ci pensi tu, cara?»
«Io? Non ci penso davvero! Io me ne occupo, e non dovrei (visto che la madre è tua), quando è in casa e solo perché tu faresti dei disastri… ma, fuori, il divertimento è tutto tuo, cocco. Per questo ti raccomando sempre di fargliela fare prima che esca…» disse sorridendo per la sua logica inappuntabile.
«Quando siamo usciti ha detto che non le scappava…» cercò di rimediare Arturo.
«Non mi interessa» fece lei irremovibile «e vediamo di far presto…» e sottolineò la frase cominciando a battere il piede per terra come se stesse tenendo il tempo per una mazurka indiavolata.
Arturo guardò la madre e poi ancora la moglie e poi ancora la madre.
«Almeno il pannolone glielo hai messo?» domandò Clelia certa della risposta.
«Sono capace benissimo di fare da sola» protestò la signora Aldina con disappunto, ma poco convinta.
«Va bene, vieni…» disse lui prendendola per mano e portandola verso i bagni. «Senti, mamma…» le chiese guardandola di sottecchi «devi fare quella piccola o quella grossa…».
La signora Aldina sbuffò e poi rispose: «Quella grossa!»
Ecco, tutte le fortune!’ pensò lui.
Arrivati all’ingresso della toilette la donna si sganciò improvvisamente dalla mano del figlio. «Non voglio essere di peso a nessuno, faccio da sola…» fece stizzita.
«Sei sicura mamma?» Aldina non rispose e sparì dentro la sala.
Arturo si sentì sollevato, ma dopo pochi secondi la vide ritornare.
«Cosa è successo, mamma? È occupato?» L’anziana signora guardava a terra, visibilmente imbarazzata. Fece di no con la testa. «Cos’è successo? Rispondi! Ti senti male?» incalzò preoccupato scuotendola per le braccia.
«No no, è che me la sono fatta addosso.»
Arturo si sentì morire. Pensava già a quante gliene avrebbe dette la moglie.
«Non è colpa mia, però!» cercò di giustificarsi lei, mortificata. «Ho avuto paura! Non ci crederai… ma di là, nel bagno, c’è un orso alto due metri che si sta mangiando una carota.»

quarta parete«Si può sapere cos’hai?» gli chiese sentendolo agitarsi nel letto. La prima luce del nuovo anno aveva preso possesso della camera. Sulle palpebre di entrambi gravava ancora una cena pesante e un bicchiere di troppo.
«Niente» rispose lui con la bocca impastata.
«Sono tua moglie e capisco benissimo quando hai qualcosa che non va… non stai bene, forse?»
«Sto benone» rispose con qualche titubanza. Si tirò su a sedersi, la schiena contro la spalliera del letto; accese la luce. «È che mi sembra spesso di sentire come dei mormorii, delle voci…»
«Voci?» ripeté lei con tono canzonatorio schermandosi il viso con la mano. «Ma se abitiamo in una casa isolata! Te lo sarai sognato…»
«Macché, non è solo da questa mattina: è successo anche altre volte…»
«Allora è la televisione: hai l’abitudine di tenerla sempre accesa, soprattutto quando non serve; o magari è solo il tuo stomaco che ti brontola, visto che sei lì a mangiare in continuazione!»
L’uomo rimase assorto mentre lei si stava domandando se non avesse esagerato.
«Sentito?» fece lui alzando un dito come se indicasse una macchia di umidità sul soffitto.
«Cosa?»
«Il mormorio…»
«Il mormorio?»
«Sì, come di una risata trattenuta… Tu hai fatto una battuta, è qualcuno ha riso.»
«Adesso cominci a inquietarmi, Paolo» fece la moglie seria. «Sono le 5.30 del mattino, intorno a noi ci sono solo gatti, daini e cinghiali (e neppure in quest’ordine quanto al loro numero) e tu senti delle risate? La verità è che da quando hai cambiato lavoro sei sempre così nervoso, agitato, distante e pure paranoico…»
«Paranoico, io?»
«Sì, proprio… P-A-R-A-N-O-I-C-O. E forse quel che senti, dopotutto, è solo la Vita, la nostra, che ride di noi: per come viviamo e per come ci siamo ridotti… Possibile che non te ne accorgi?» disse velenosa e indispettita.
Il marito la guardò negli occhi senza una espressione definita come se pensasse ad altro. Quindi disse: «Ecco, è successo di nuovo…»
«Cosa?»
«Tu hai fatto la battuta, e c’è stata un’altra risata, anche questa sommessa. Leggera, ma c’è stata.»
La donna per tutta risposta alzò un braccio come per mandarlo al diavolo e, mentre lui ancora la fissava in modo interrogativo, lei gli diede improvvisamente le spalle rimettendosi sotto il piumino che si tirò fin sotto al naso.
«Beh, allora spengo la luce» fece il marito dopo un minuto, nel vuoto, visto che lei non diceva più nulla. Poi sentì che il suo respiro si era fatto regolare: si era riaddormentata. «Va bene, allora dormiamo ancora un po’… visto che è ancora presto» insistette a dire, spegnendo la luce. «E buon anno, mia cara. Buon anno, davvero.»

(E scoppiò un fragoroso applauso).
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Doppioblù

santa_clausEra da un po’ che stava battendo sui tasti del computer.
Stava visionando i database dei bambini nati nell’anno, quello degli anni precedenti, quello dei bambini che proprio non si poteva dire fossero stati buoni buoni. Niente. Nello stanzone enorme, che fino a poche ore prima aveva contenuto due miliardi di regali, ne era rimasto uno, uno solo. Non era né piccolo né grande, era incartato in modo che non si sarebbe potuto definire né semplice né ricercato e, soprattutto, non aveva indicazioni di sorta sul destinatario o sul luogo del recapito.
«Un bambino rimasto senza regalo! Ma è terribile! Uno scandalo!» disse Lui ad alta voce «ci deve essere per forza uno sbaglio.»
«Cosa c’è, Capo?» gli chiese Doppioblù entrando nella Sala, le mani dietro la schiena, e sbirciando da sopra il monitor. «Cosa ci fa ancora qui, Lei?»
«Oh ciao! È che sto diventando matto! Non riesco a capire come mai non ho recapitato questo pacco qui. Ero sicuro di averli consegnati tutti.»
«Mi faccia vedere!»
Doppioblù si mise velocemente alla console ed effettuò accurati controlli, utilizzando anche alcuni applicativi specifici che aveva caricato su una pendrive appesa al collo. «Ha ragione, Capo. Non ci sono dubbi: risultano consegnati tutti i regali: dal primo all’ultimo. Forse ne avremmo fatto uno in più e non ce ne siamo accorti.»
«Non è possibile! I regali sono preparati sulla base di un desiderio specifico dei bambini. Niente desiderio, niente regalo e il desiderio precede il regalo. Non si sfugge a questa logica.»
«Certo, Capo, è vero, allora è strano! Però se i regali sono stati consegnati tutti, io non mi preoccuperei più di tanto. Lo possiamo sempre tenere per il prossimo anno e…»
«Ma allora non mi ascolti… il prossimo anno ci saranno desideri ‘diversi e nuovi’ e quindi ci saranno anche regali ‘diversi e nuovi’ e questo, rimasto qui, dovrà comunque essere distrutto.»
«Uhmm non mi pare, allora, che ci sia una soluzione…» fece Doppioblù rivolgendo lo sguardo verso il pavimento «a meno che…»
«A meno che?»
«Potrebbe essere che non sia un regalo per un bambino…»
«In che senso?» e una luce si era intanto accesa negli occhi di Doppioblù. Il Capo lo guardò: non sembrava capire.
«AUGURIIIII!!!» fecero in coro entrando all’improvviso nella Sala. C’erano proprio tutti: gli spin doctor, i collaboratori stretti, gli esperti della rete organizzativa, i capisettore, gli operai, gli impacchettatori, i riservisti, gli attaccaetichette, i fainastri…
«Per Me?» si chiese Lui con la voce che gli tremava. «Davvero è per Me? Nessuno mi fa mai dei regali… se non i soliti biscotti e il solito latte, che a forza di trangugiarne mi han fatto diventare intollerante. È un pensiero stupendo, invece, il vostro…»
Zeroverde, il public relation man, con tanto di completo verde e papillon a pois, si avvicinò con un paio di forbici d’oro posato su un cuscino di velluto. «Tenga Capo, so che ha sempre qualche problema con i nastri…» disse schermendosi, in evidente imbarazzo.
«Che pensiero gentile, un regalo per Me…» ripeté Lui, come in un mantra, con aria incredula e afferrando le forbici. «Ma che carini!»
Tagliò il nastro, tolse la carta con cura e subito apparve una scatola con attaccato un biglietto che riportava la seguente frase:
A tutte le maestranze. La Direzione’.
«Ah, ma non è per Me, allora… è per Voi!» fece Lui rimanendoci male: «come mai avevate pensato che fosse per Me?»
«Per Noi?» si stupì Doppioblù che, guardando gli altri, non si raccapezzava. Un mormorio leggero serpeggiò tra i collaboratori sorpresi. Nel pacco ci avevano infatti stipato un enorme drago fiammeggiante, a grandezza naturale, che, balzando di scatto fuori dalla scatola, con tanto di petardi e fuochi di artificio, avrebbe dovuto spaventare il Capo con una grande risata generale. La delusione era palpabile.
«Sì, deve essere proprio il regalo che quest’anno la Direzione ha deciso di farvi» seguitò il Capo facendo l’espressione di chi finalmente si ricordava. «In effetti se ne era parlato, qualche tempo fa…. mi era proprio sfuggito, con tutto il lavoro di questi giorni!»
Doppioblù, che temeva il peggio, anche perché il regalo sembrava davvero identico al loro, si avvicinò sospettoso.
«Su, apri» lo incoraggiò il Capo «non morde mica…»
Doppioblù serrò gli occhi e dischiuse lentamente la scatola. Molti degli astanti si ripararono la faccia, altri si abbracciarono per proteggersi l’un l’altro, c’è chi si buttò sul pavimento.
«Ma è vuota!» esclamò con disappunto Doppioblù una volta aperta la confezione. «È vuota!» ribadì agli altri con un sorriso tirato e liberatorio.
«Come è vuota?» fece Lui sogghignando: «È invece piena della Considerazione che la Direzione ha per Voi, ingrati!»
E, allontanandosi dalla Sala, mormorò tra sé e sé:
Cercare di farla a Me… principianti!!!