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frisbeeÈ stata tutta colpa di un frisbee. Giocavo con mio nipote in giardino quando è successo. Glielo lanciavo piano, perché i riflessi del piccolo, si sa, sono quel che sono. Ed è stato durante uno di questi tiri che il frisbee arancione ha preso un colpo di vento, proprio dal basso verso l’alto, ed è volato dietro casa. Il nipote si è messo a piangere, così forte che mia moglie è uscita di casa, furibonda, per vedere cosa fosse successo. Poi lei gli ha promesso un gelato e masticando tra i denti, nella mia direzione, un ‘sei sempre il solito’ ha portato dentro con sé il piccolo.

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Routine

routineA una certa ora, sempre la stessa, qualunque cosa stesse facendo, la interrompeva e iniziava il ‘suo’ rito per prepararsi per la notte. Andava in bagno, prendeva il libro da leggere, saliva in soppalco, dove aveva ricavato una suggestiva e comoda stanzetta, e chiudeva la porta: poi raggiungeva nel buio la lampada del comodino e la accendeva mettendosi a letto.
Tutto avveniva pressoché sempre allo stesso modo, lentamente, in automatico, come scandito da un orologio interiore. Un privilegio acquisito con l’età, ma anche un modo per entrare in sintonia con il sonno che di lì a poco lo avrebbe traghettato sino allo soglie del mattino. E così fece anche quella sera.
Spense il televisore, si alzò dalla poltrona, andò in bagno, salì gli scalini di legno, che scricchiolavano lievemente in modo diverso l’uno dall’altro, ed entrò in camera; chiuse quindi al buio la porta e andò alla lampada del comodino. Ma non si accese.
Aveva previsto che un’eventualità simile potesse accadere, prima o poi, tant’è che aveva comprato una lampadina di riserva e l’aveva riposta nello stipetto del comodino. Si chinò, aprì l’anta e, anche se non vedeva nulla, afferrò la lampadina dove sapeva sarebbe stata e sostituì quella fulminata. Ma non si accese.
Controllò la spina: era inserita nella presa. Il problema è più serio, si disse facendo una smorfia. Odiava quei fastidiosi contrattempi. Che fare, adesso?
Fu tentato di mettersi a letto senza leggere, ma poi pensò che questo lo avrebbe messo di pessimo umore e decise di andare a cercare una torcia per accertarsi cosa fosse accaduto. Tornò alla porta. La maniglia non c’era più.
Tastò a lungo i pannelli individuando solo la toppa della serratura: la maniglia di sicuro non era lì. Com’era possibile? Si piegò per cercarla per terra anche se non l’aveva sentita cadere. Il buio era totale e la sensazione di disorientamento improvvisa si era fatta soffocante. E udì un bisbiglio.
Dapprima era debole, un fruscio di seta o uno stormire di frasche e, poi, sempre più forte, come se il lucernario si fosse spalancato e un pipistrello sgomento fosse entrato sbattendo di qua e di là contro i muri della stanza. No, no. Non era quel tipo di rumore. Piuttosto… ecco, sì… era qualcuno che lo chiamava: ora ne era certo; era proprio il suo nome e la voce veniva da lontano anche se, allo stesso tempo, gli pareva scaturisse come un rivolo da un punto preciso dentro la sua testa. Gli si ghiacciò il sangue. Il suono smise.
Provò a rialzarsi rimanendo per un po’ in ascolto, levando davanti a sé il dito indice come per ricordare da che punto della camera provenissero quelle parole. L’aria era divenuta nel frattempo rarefatta e un gusto amaro gli pervase la bocca mentre la gola si contrasse quasi avesse respirato aria acida.
Poi, dal buio appiccicoso e compatto, una mano gelida lo afferrò sulla schiena tirandolo a sé per la maglia della notte e un’altra l’agguantò per i capelli tirandoli con violenza. Erano due mani ossute, fredde, dotate di una forza spaventosa. Le sentì chiudersi di scatto sul suo corpo fragile come una morsa senza ritorno. Cercò di aggrapparsi al termosifone, perché a quella ‘cosa’, capì, non avrebbe potuto opporsi. Urlò senza poterne avvertire le vibrazioni; al loro posto, di nuovo, quella voce sommessa, ronzante, un nastro mandato all’incontrario: qualcuno che si stava nutrendo dell’oscurità e della sua paura lo voleva a sé chiamandolo in modo sommesso ma deciso; lo chiamava, ripetutamente, come per ricordargli chi era. Cominciò a sentirsi masticare anche se non provò alcun dolore. Quindi venne a poco a poco letteralmente inghiottito dal nulla come se un mostro avesse spalancato le fauci sotto di lui. E sparì, trascinato via, appena pochi secondi dopo.

camelliaEra la quarta pianta che gli moriva. Questa volta gli dispiaceva ancora di più vista la cura che ci aveva messo. Saverio si era fatto persino consigliare da un giardiniere e aveva effettuato approfondite ricerche su ciò che sarebbe stato più adatto per quel punto del giardino. Alla fine aveva optato per una bella camelia. Per qualche mese aveva avuto anche l’illusione che avesse attecchito ma poi, al termine dell’estate, nonostante le regolari annaffiature, si era improvvisamente seccata. E ora Saverio era lì che la osservava come volesse interrogarla. Forse c’è qualche infestante nel terreno che attacca le radici, concluse tra sé e sé. Bisognerà cambiare la terra.
Così si armò di carriola e vanga e si mise al lavoro. Non era passato un quarto d’ora che la vanga toccò qualcosa di resistente. Ecco, pensò, un sasso. Per forza non cresce nulla: le radici non possono espandersi. Proseguì nello scavo cercando di delimitare l’oggetto, accorgendosi, però, dopo qualche attimo, che si trattava di ben altro: era una robusta botola in ferro incastrata tra mattoni pieni. La ripulì ben bene e l’alzò: un pozzo artesiano di poco meno di un metro di diametro si spalancò alla sua vista. Si sporse per apprezzarne la profondità, ma il buio là sotto era denso e la luce del sole, oramai quasi al tramonto, sembrava esserne risucchiata. Neppure il fascio di luce della torcia ebbe ragione di quella spessa oscurità. Ma Saverio voleva sapere se ci fosse o meno l’acqua: gli avrebbe fatto comodo disporne per il prato. Prese così una lunga canna di bambù e con quella cercò di toccare il fondo. Niente. Poi ne legò due e quindi tre insieme e finalmente lo avvertì. La scala in alluminio per la potatura delle querce sarebbe bastata. La calò lentamente fino a quando non la sentì appoggiarsi sul solido. Scese con circospezione munito della sua torcia. L’odore di muffa era molto acre e lo aggredì immediatamente alla gola mentre l’aria stantia lo faceva respirare a fatica. Era tentato di tornare indietro, poteva essere pericoloso. La necessità di saperne di più, però, l’ebbe alla fine vinta. Una volta arrivato sul fondo trovò tuttavia solo terra e sabbia, oltre a strani funghi grigi e a sassi: era tutto asciutto; freddo, ma asciutto. Smuovendo il terreno alla ricerca di una traccia consistente di umidità fece capolino una specie di scatolina di plastica verdastra con un’antennina e un unico bottone. Che strano oggetto, pensò. E premette il pulsante. Con sua grande sorpresa si accese subito una spia azzurra che, accecandolo, inondò il pozzo; dovette pure aver gridato per lo spavento perché, dopo un po’, ancora si avvertiva tra quelle pareti di cemento il rimbombo di un suono cupo. Risalì in superficie deluso. Lo incuriosiva però la scatolina che aveva portato su con sé: pareva un giocattolo d’altri tempi. La foggia era quella di uno dei primi telecomando per macchinine elettriche ma mancavano altre leve e potenziometri; forse più verosimilmente era un giocattolo per bambini molto piccoli e serviva solo a quello: ad accendere la luce azzurra. Curioso però che dopo tutti questi anni funzioni ancora, pensò.
In quel mentre il cane del vicino prese ad abbaiare, come spesso faceva a ogni ora del giorno e della notte. Certo sarebbe bello che questo coso servisse a far azzittire i cani molesti o quantomeno a fargli abbassare il volume, si disse. E schiacciò ancora il pulsante del telecomando puntandolo in direzione dell’abbaio. Un silenzio improvviso sembrò dilagare tra gli alberi e le case. Era da tempo che non sentiva più niente simile. Non è possibile, pensò osservando il dispositivo nelle sue mani. Non ci credo. Subito dopo, però, il cane riprese il suo latrato sgradevole con più lena di prima e il telecomando volò nell’aiuola delle ortensie.
In quell’istante, poco lontano, due donne si incontravano nella via:
«Ciao, Carla, hai visto per caso mio marito? Doveva essere qui a potare le rose, ma vedo che qui ci sono solo le forbici…»
«Non ti preoccupare, Gina. Magari è andato al bar per un caffè con il mio Arturo, perché non trovo più neppure lui.»

Cibus

micioLa coppia era in contemplazione delle innumerevoli scatolette al reparto cani e gatti del supermercato. Entrambi anziani, erano vestiti come se fossero andati a messa; lei con un cappottino verde pisello, liso, su un vestito di flanella leggero e un filo di perle false che occhieggiava dalla sciarpa, lui in completo spigato che gonfiava però un impermeabile troppo stretto e troppo corto. Avevano assunto la medesima posizione: la testa reclinata d’un lato per leggere prezzi e indicazioni.
«Te l’avevo detto che non ci dovevamo venire, non mi ci raccapezzo con tutte queste marche» fece lui continuando a leggere e aiutandosi ora con il dito indice.
«Non stare sempre a brontolare» fece lei scrollando le spalle «avevamo deciso che ci saremmo venuti, per una volta, almeno… Per quel che abbiamo da fare… E poi sono sicura che ne varrà la pena: ci sono un mucchio di offerte… lo vedi!»
«Offerte, offerte… fai presto a parlare tu… e se poi non gli piace? Lo sai che ha gusti difficili…»
«Ecco, c’è la linea ‘Miogatto’ che conosciamo bene e qui è anche a un prezzo migliore; visto, testone?»
«Ma dove?»
«Ce l’hai lì, sotto gli occhi!»
A quel punto dal fondo della corsia arrivò una signora spingendo un carrello già pieno di merce.
«Se vi posso consigliare» disse gentilmente lei una volta arrivata all’altezza della coppia «questi prodotti sono davvero ottimi. Il mio Clark ne va matto e costano anche poco. Ce ne sono per tutte le età. Dai micetti di pochi mesi ai gatti maturi…»
«Ma è davvero buono-buono?» chiese diffidente la donna anziana.
«Buonissimo. È una nuova linea americana per i pet. Sono in fase di lancio sicché tengono il prezzo ancora basso. Bisogna approfittarne. Provatelo: il vostro micio vi ringrazierà». Le ultime parole furono pronunciate con una tale enfasi da sembrare uno spot pubblicitario. Poi la donna sorrise, più alle scatolette che ai due, e proseguì per la spesa. La coppia la guardò andar via. La donna anziana le mormorò dietro, sottovoce, anche qualche cosa di poco carino: forse per la gonna corta o per i colori vivaci, tanto da assestare persino una gomitata al marito, che però stava già curiosando tra le confezioni consigliate.
«Possiamo prendere qualcuna di queste scatolette nuove, giusto per lui» disse l’uomo fattosi serio «magari di queste qui per gatti piccoli, con i tocchetti di manzo e le vitamine, che mi sembrano niente male; e poi prendiamo anche ‘Miogatto’, formula senior, con lo sconto, così stiamo più sul sicuro.»
Lei annuì, convinta, prendendo a mettere le scatolette nel carrello insieme al marito. Quindi i due diedero ancora un’occhiata agli espositori e di nuovo al carrello. Si sorrisero, erano soddisfatti della loro scelta.
«Pensi che a Paolino piacerà quel che abbiamo scelto per lui?» chiese l’uomo mettendole un braccio attorno alla vita.
«Vallo a sapere… i bambini di oggi proprio non li capisco… Per fortuna tua figlia ce lo porta solo ogni tanto.»
«E… senti» fece lui spingendo il carrello verso le casse e assumendo un tono come se volesse conquistare la moglie. «Ma ‘Miogatto’ me lo fai come l’altra volta, con la pasta?»
«La pasta ti fa male, lo sai, te lo sciolgo piuttosto nella minestrina…»
«Anche se domani è domenica?»
«Per il tuo stomaco è una giornata qualunque…»

Suoni del vivere

gatto di ceramicaSono seduto sul gradino del portico. Davanti a me la mia campagna, i miei colori, i miei suoni.
Sto diventando sordo, con l’età; un’ineludibile certezza che mi si è affiancata con discrezione come un’amica inattesa che reclamasse di essere aspettata per fare il resto del cammino insieme.
Ma questo non m’impedisce di avvertire ancora i rumori del paese, come un caldo sottofondo che mi accarezza il viso a ondate impalpabili, un velo che risale il fiume e le rogge quasi una nebbia di vibrazioni, una specie di pentola del sugo che brontola sommessa sul fuoco in cucina.
Né m’impedisce di sentire attorno a me la presenza del mio mondo: del gatto che s’attorciglia nervoso su se stesso per pulirsi la coda, del volo confuso di un merlo spaventato da chissà cosa, del passaggio frettoloso di un bombo alla ricerca dell’ultimo nettare da suggere.
E non m’impedisce neppure di immaginare i suoni che non sento più ma che so essere nell’aria: il pianto della bimba che intravvedo passare laggiù per la strada assolata, il clacson della macchina del panettiere che distribuisce il pane fresco nel chiacchiericcio del quotidiano e dei convenevoli di rito, i mille rumori di una casa che, ora alle mie spalle, respira e vive con me e per me. Sono tutti suoni che danzano nel sole, che ricostruisco nella mia mente e quindi esistono, come il pulviscolo argenteo di lune perdute.
E poi ci sono tutte le cose belle che non hanno un loro rumore: i raggi di sole che in questo tardo autunno mi scaldano la pelle, l’erba che cresce offrendo al cielo il profumo dei propri fiori, il filo dei ricordi che appannano la mente come fazzoletti liberati nel vento.
E soprattutto c’è il tuo sorriso di miele, anche se un po’ venato di tristezza per questo giorno che sta inesorabilmente passando; perché sei consapevole come me che, neppure prendendomi per mano, il tempo di oggi si potrà fermare.

Passo dopo passo

valentino-rossiLa domenica si concedeva di solito una mezz’ora in più per restare nel letto; quella però era una mattina speciale. Alle 10.30 trasmettevano alla televisione la sesta gara del motomondiale; non l’avrebbe persa per nessun motivo e non a quel punto cruciale della stagione. Alle 10, dopo una buona colazione, era già davanti alla televisione.
«Ti ricordi che devi andare a comprare il dolce per il pranzo, vero?» sentì dire dalla moglie dal bagno. Attilio si sentì raggelare. Dolce? Che avesse dimenticato qualche ricorrenza? Sì sentì improvvisamente in difetto.
«Certo, cara, è che pensavo di andarci più tardi…» buttò lì.
«Lo sai che se vai a mezzogiorno non trovi più niente.»
Attilio guardò l’orologio. In mezz’ora ce l’avrebbe fatta ad andare e tornare. Ci avrebbe messo più tempo a contrastare vanamente la moglie per poi doverci andare comunque. Tanto valeva rassegnarsi. Si vestì al volo; e, proprio mentre stava per uscire di casa, lei aggiunse che, visto che c’era, poteva anche comprare il giornale e passare dal bancomat. ‘Va bene‘, pensò. ‘Basta solo essere rapidi e ben organizzati. Che ci vuole? Prima il giornale poi il bancomat e infine il dolce‘.
Trovò da parcheggiare in piazzetta e questo lo prese per un segno di buon auspicio. Percorse velocemente lo stretto marciapiede in direzione del giornalaio quando, all’altezza del portone accanto al parrucchiere, due donne gli si pararono innanzi. Quella giovane teneva per il braccio l’altra, molto anziana, che, appena sul marciapiede, come un robot a molla, si mise a camminare una decina di centimetri per volta. Attilio capì subito che superarle non sarebbe stato possibile perché sulla strada passavano veloci, una di seguito all’altra, le vetture dirette all’autostrada. Doveva far scansare le due donne. «Permesso?!?» disse Attilio, più volte, ad alta voce: le due signore continuarono imperterrite nel loro incedere; anzi, lui ebbe persino l’impressione che avessero rallentato l’andatura. Attilio guardò l’ora. Le lancette dell’orologio parevano muoversi a vista d’occhio. Intanto le due donne, sempre precedendolo, erano arrivate all’edicola ove entrarono con la stessa attenzione che avrebbero potuto riservare a un negozio costruito con lo zucchero caramellato. La giovane, con un forte accento slavo, nell’ordine, comprò una rivista di moda e un gratta e vinci, fece la carica al cellulare, pagò un paio di bollettini postali e il bollo di una vettura. Ad ogni acquisto si consultava a bassa voce con l’anziana che, con lo sguardo appannato e immobile davanti a sé, non rispondeva, né faceva alcun cenno. Attilio era disperato. Quando fu il suo turno comunicò così rapidamente alla commessa quello che voleva, che dovette ripeterlo due o tre volte. La ragazza fece inoltre difficoltà a dargli il resto della banconota di grosso taglio che aveva ricevuto, tant’è che Attilio stava per rinunciare ad averlo (ma poi la moglie chi l’avrebbe sentita?); per fortuna arrivò, dopo qualche minuto, il titolare che controllò se poteva pensarci lui. Con il danaro in mano, Attilio schizzò fuori dalla porta richiamato però subito indietro dalla ragazza perché aveva dimenticato sia il portafoglio che il giornale. Nel frattempo, aveva notato che le due donne avevano percorso lentamente quasi tutto il marciapiede svoltando a destra proprio in direzione dell’unico bancomat. Gli vennero i sudori freddi. Avrebbe voluto riprendere il portafoglio più tardi e correre al bancomat immediatamente per superarle, ma si ricordò che la card si trovava proprio dentro al portafoglio. Tornò indietro e quando, qualche minuto più tardi, svoltò in direzione della banca, sperando che le due donne fossero andate in farmacia, le vide invece già davanti al bancomat. La badante, poi, ogni volta che estraeva dalla slot della postazione la card sbagliata, emetteva ridendo un sonoro ‘oplà‘, per poi chinarsi verso l’anziana e chiederle, come si può fare a un bambina, quale fosse quella giusta, senza ricevere risposta. Erano le 10 e 25 allorché fu la volta di Attilio. Per la fretta gli cadde un paio di volte la card per terra, ma vedere la schiena rassicurante delle due donne che si allontanavano dalla parte opposta rispetto a dove si trovava la pasticceria lo rincuorò. Gli era rimasto da prendere solo il dolce. Corse così a perdifiato verso il pasticcere. Cosa doveva comprare? Una torta? Delle paste? Si rese conto che non aveva istruzioni. Gli venne anche il dubbio che ci potessero essere degli ospiti. Ricordava vagamente qualcosa. Ma perché non ascoltava mai la moglie quando parlava? Stava rimuginando su questi interrogativi, chiedendosi se dovesse telefonare o meno alla moglie rischiando così di perdere dell’altro tempo prezioso, ed ecco che la serranda chiusa della pasticceria gli sbarrò il passo. Un biglietto listato a lutto riportava in piccolo la parola ‘CHIUSO’. Si mise a correre verso l’altro negozio. Le paste non sarebbero state altrettanto buone ma era pur sempre meglio che tornare a casa a mani vuote. Erano le 10 e 30. In quel preciso istante c’era la partenza: il momento più emozionante della gara. Entrò nell’altra pasticceria come una furia: davanti a lui le solite due donne; stavano comprando così tante paste, scelte minuziosamente una a una, che la badante si mise d’accordo con il commesso per il recapito a domicilio. Per guadagnare tempo, Attilio, appena toccò a lui, comprò invece alla rinfusa purché si facesse presto. Avrebbe voluto sbeffeggiare le due donne mentre le superava andando di corsa verso la sua macchina ma il viso innocente e vacuo della persona anziana lo dissuase. L’incubo non accennava tuttavia a voler svanire: la sua macchina risultava bloccata da un’altra che aveva posteggiato in seconda fila. Nel frattempo, la moglie lo chiamò al cellulare rimproverandogli di metterci tanto tempo. «Ma non volevi vedere la corsa?» gli chiese stupita. Attilio ebbe un groppo in gola e avrebbe voluto piangere di rabbia allorché vide arrivare, dopo un’infinità di tempo, passo dopo passo, le due donne. La vettura in doppia fila era ovviamente la loro.
Stava per dir loro qualcosa quando, poco prima di entrare nella sua macchina, l’anziana signora si girò verso di lui. Ad Attilio parve che, per un attimo, gli avesse sorriso strizzando un occhio per poi riprendere la sua espressione acquosa.
Nell’osservarle partire non ebbe neppure più il coraggio di guardare l’ora.

pianoPioveva forte. In alcuni momenti scrosciava così rapidamente che, pur all’interno della mia macchina, avevo la precisa sensazione di affogare. Il tergicristallo mi gridava di non poterne più, ma i miei pensieri erano altrove.
Appena dopo il confine, una frana si era portata via mezza collina. Un uomo con una mantella gialla che gli copriva tutto il corpo lasciando scoperto solo l’ovale di un viso fradicio, era sbucato dal muro d’acqua come un sopravvissuto.

Leggi tutto il racconto –> Una musica divina