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Cinthia

mongolfiere

Mia dolce Cinthia,
finalmente ti scrivo dopo mesi dall’ultima volta che ci siamo visti.
Devo essere sincero: ci sono rimasto piuttosto male non incontrarti più e avevo deciso di rispettare la tua decisione, come d’accordo.

Ma poi, durante tutto questo tempo, mi sono tornati in mente i bei momenti passati insieme. Ho ripensato in particolare alla prima volta che ci siamo incontrati, sul 15, su cui ero salito anch’io per far un giro per Alvona e tu era lì che invece cercavi una strada per un colloquio di lavoro. Ti ricordi? Avevi sul volto preoccupato un’espressione curiosa, intensa e tenera e, d’un tratto, mi hai rivolto la parola. Lo facesti in modo che, ti confesso, mi si annebbiò il cervello. Forse mi chiedesti se quella era la via taldeitali ma a me suonò come: ‘ti andrebbe se ora io e te scappassimo insieme?’
Così sono sceso, dietro di te, anche se era mia attenzione proseguire; e siamo andati tutti e due a quel colloquio dove, non so per quale motivo, ho improvvisato la parte del tuo ultimo ex datore di lavoro costretto per ragioni economiche a ridurre il personale, ma deciso a raccomandare le tue doti professionali. Ci siamo divertiti un sacco. Ma poi il tizio con cui parlammo non ti piacque e rifiutasti un lavoro già tuo.

Quelle che sono seguite sono state ore indimenticabili; ci sembrava così naturale perderci per la città parlando e scherzando. Sei una ragazza dolce, appassionata e sai ascoltare con quei tuoi occhioni tristi color del miele. Accidenti se mi manchi.
E così, quando a distanza di qualche settimana sono ritornato ad Alvona, ci siamo rivisti davanti all’anfiteatro, dove ci eravamo dati il secondo appuntamento. Eri bella più che mai e mi sembravi tanto felice di vedermi. E dire che potevi anche non venire. Non ci eravamo infatti mai dati il rispettivo numero di telefono. Avevamo pensato che sarebbe stato più semplice così, qualora non avessimo voluto più incontrarci: sarebbe bastato saltare l’appuntamento convenuto la volta precedente, senza dare troppe spiegazioni, e tutto sarebbe finito lì. In quei giorni, chissà perché, ci sembrava un’idea romantica, persino un gioco, anche se, in cuor nostro, sapevamo che non ne avremmo mai fatto nulla perché eravamo certi che avremmo continuato a frequentarci. Ma così purtroppo non è stato. La terza volta sei mancata all’appuntamento, come sai, e io mi sono sentito morire.
A distanza di tempo mi sono convinto che non potevano essere insincere le tue parole, né i tuoi baci, né ciò che abbiamo provato l’uno per l’altra; inoltre c’era la possibilità concreta che tu non fossi venuta solo per un mero contrattempo, un disguido che non mi hai potuto comunicare proprio perché non avevi il mio numero di telefono. E questo pensiero ora non mi lascia più dormire.
È per tale ragione che ti invio questa lettera. Lo so, fa molto antico, ma non ho altra scelta in mancanza di altri recapiti. Per fortuna è successo che ti ho accompagnato fino a casa: ciò mi ha dato la possibilità di memorizzare il tuo indirizzo. Almeno quello. Insomma, vorrei evitare che uno stupido contrattempo si metta crudelmente tra di noi.
Scusami, sono stato un insensibile a credere esclusivamente che non volessi più vedermi. Il mio stupido amor proprio mi ha fatto un brutto scherzo.
Ti penso e ho tanta voglia di vederti. Scrivimi, ti prego, o telefonami a questo numero. Un bacio.

[space]

Piegò la lettera nella busta e andò subito alla posta per spedirla. Non poteva aspettare un giorno di più e la inviò con una tariffa tale che ci mettesse il più breve tempo possibile ad arrivare.
Spiò il giorno seguente l’arrivo del postino. Ma fu solo il giorno successivo che lo vide far scivolare nella sua casella di posta una busta. ‘Aveva risposto, aveva risposto!’ si disse eccitato come un ragazzino. Con quattro salti fu subito nell’androne. Aprì lo sportellino. Era la busta che aveva inviato lui. Sopra, qualcuno ci aveva scritto con grafia tremolante: “destinatario sconosciuto all’indirizzo”.

Biscottina

Noccioline«Dov’è il suo cucciolo?» chiese il veterinario inclinando la testa verso il basso e inquadrando l’uomo davanti a sé da sopra la linea degli occhiali.
«È… è a casa» fece Alvaro come se avvertisse la poca credibilità di quello che stava dicendo.
«Ma io non faccio visite a domicilio» gli precisò il dottore cominciando a riordinare la scrivania «È scritto anche sulla targhetta appesa qui fuori… non sa leggere?»
«Sì sì, lo so» fece l’uomo sedendosi e toccandosi la fronte quasi a misurarsi la febbre. «È questo il problema.»
Il veterinario sbuffò. Poi, avendo visto dal monitor collegato alla sala d’aspetto che non aveva clienti, si sedette anche lui. «Mi dica, allora.»
«Un mio amico ha una ditta di import & export e commercia con tutto il mondo…»
«Non vedo cosa c’entri questo…»
«No, la prego, mi faccia finire… il mio amico sa che sono un patito dell’India e un giorno, un po’ per fare lo spiritoso, un po’ per farmi una cosa gradita, almeno nelle sue intenzioni, mi ha regalato Biscottina. L’ha fatta viaggiare chiusa in una cassa all’interno di un container insieme a mobili e giocattoli.»
«Biscottina?»
«Sì, il mio amico mi aveva promesso che era nana, una nuova varietà, persino magica e misteriosa, sa come sono gli indiani; e che comunque non avrei avuto nessun problema a tenerla in cascina. Mi avrebbe seguito come un cagnolino e io…»
«Cos’è un cobra, una scimmia… una vacca?» chiese il dottore con tono ironico. «Non curo animali esotici la cui importazione peraltro è pure vietata…»
«È un elefante, dottore. Un elefante indiano. Una femmina di elefante indiano, per l’esattezza.» Al veterinario cadde di mano la stilografica. «Ripetevo sempre a me stesso: ‘ora smette di crescere, ora smette di crescere’, ma lei non ha smesso.»
«Perché quanto è grande ora?»
«Sulle quattro tonnellate, penso. E non esce più dalla porta.»
«Ci credo. E lei viene solo adesso? Non poteva pensarci prima e avvertire le Autorità?»
«E già… e cosa dicevo? Che l’avevo trovata al banco del supermercato? Avrei messo nei guai il mio amico. Inoltre mi sembrava di saper gestire la cosa e poi non si lamentava. Ma ora la stanza dove l’ho messa in cascina è diventata così piccola che gli do da mangiare attraverso la finestra. Per tenerla pulita poi è un problema.»
«Lo immagino, ma ora scusi, cosa è cambiato? Se l’ha già fatta diventare adulta…»
«È che da qualche tempo sente il richiamo della natura, non so se mi spiego… tutta colpa di un circo che si è accampato nelle vicinanze… ha sentito l’odore, insomma, mi sta buttando giù la casa…»
«Non ho ancora capito cosa dovrei fare.»
«Darle un sedativo, un bromuro per elefanti, la pillola, non so esiste: in altre parole mi deve aiutare.»
«Guardi che non è così facile come la fa lei e poi la devo visitare prima. E, inoltre, dovrò fare la denuncia»
Dopo circa mezz’ora il veterinario faceva ingresso nella cascina di Alvaro.
«Cos’è uno scherzo?» si chiese il dottore entrando nella stanza e trovandola vuota.
Alvaro sbiancò. «È scappata! È scappata! O gesummio, ma come ha fatto?» si mise a urlare.
Corse fuori, in preda al panico e alla confusione. La cercò per tutta la campagna fino a sera, non tralasciando neppure di andare al Franz Circus, sentendosi dire però che aveva già levato le tende nel primo pomeriggio. Alvaro tornò a casa in lacrime. La sua Biscottina era scappata con il circo, se lo sentiva. Non sarebbe tornata mai più. Avrebbe dovuto immaginarlo che sarebbe successo prima o poi. Ma come aveva fatto a uscire senza sfondare il muro?
Poi sentì un rumore. Accorse nella sua stanza. L’elefante era lì, sdraiata e tranquilla. Stava riposando a giudicare dal respiro ritmico e profondo. Alvaro l’abbracciò non smettendo di baciarla. «Ma come hai fatto, eh? Come hai fatto?» continuava a chiedere. «Ero tanto preoccupato, piccolina mia. Non lo fare mai più o mi farai morire di crepacuore. Dove eri andata a finire? Com’è che non ti abbiamo visto?»
L’elefante aprì un occhio a mezz’asta e con la proboscide, quasi senza far rumore, prese un’altra manciata di noccioline dal sacco di iuta con l’etichetta Franz Circus incollata da un lato, e se le mise in bocca.

tetto«E il prezzo è molto buono…» disse l’uomo, sui trent’anni, vestito sportivo con un t-shirt chiara e un paio di jeans all’ultima moda. L’altro, sui cinquanta, era rimasto sui gradini della loggia a guardare la piscina dai riflessi azzurro verde che alcuni rondini cercavano di catturare volando a pelo d’acqua. «Ma ho sentito delle strane storie su questa casa ed è per questo, penso,che abbia un prezzo così ragionevole» fece di rimando.
«Sì, è vero» rispose, dopo un po’,  il mediatore stupito che un forestiero fosse in possesso di un’informazione simile. «Dicono che questa sia stata una casa con strane presenze…» ammise. «Ma non c’è niente di vero, ovviamente» si apprestò a precisare. «Comunque sia, dopo che la casa fu abbandonata dai vecchi proprietari, noi dell’agenzia, siccome non si riusciva a venderla per via di questa assurda storia, abbiamo fatto venire, circa un anno fa, un esperto, indicatoci dall’episcopato. Un prete molto bravo, niente da dire, e non ci è costato nulla. Ha rilasciato anche un certificato…» disse tirando fuori un foglio dal fascicolo che aveva in mano, allungandolo al cliente. Flavio salì un gradino della scalinata e prese il documento. C’erano timbri, firme e una descrizione dettagliata dei riti svolti per ‘disinfestare’ il luogo. C’era scritto che si era trattato di un angelo malefico insediatosi per una frattura spazio-temporale e che la pratica aveva preso tempo ma che, alla fine, ne era giunto a capo. «Insomma ora è tutto a posto, come vede…» sorrise il mediatore soddisfatto riprendendosi il foglio. Flavio non era un tipo impressionabile: tirò ancora sul prezzo fingendosi, invece, preoccupatissimo; e fece l’affare.
Il podere era da rimettere, lo aveva visto bene. E infatti rimise in sesto il tetto, almeno nella parte interna circondata dall’ampio terrazzo; commissionò lo scavo di un pozzo artesiano, giusto per avere l’acqua per la piscina e l’impianto di irrigazione, rifece l’illuminazione esterna installando dei lampioni; piantò persino numerosi alberi da frutto. Quando la maggior parte delle migliorie furono ultimate si trasferì da Alvona. Gli anni seguenti trascorsero sereni in una pace deliziosa che lo ripagò dei sacrifici economici fatti.
Una sera, aveva appena compiuto sessant’anni, tornando dal lavoro, avvertì distintamente che attorno a casa c’era un silenzio innaturale. Come se la villa, fino a quel momento viva, fosse all’improvviso deceduta di morte violenta. Una sensazione sgradevole che non sapeva spiegarsi. C’era stato o c’era ancora qualcuno.
Andò di stanza in stanza accendendo tutte le luci e controllando che ogni cosa fosse al proprio posto. Ispezionò scrupolosamente dentro gli armadi, gli abbaini e persino sotto il letto: tutto ero tranquillo, ma il turbamento aumentava anziché diminuire. Sul terrazzo si accorse che c’era un’apertura nel muro del sottotetto. Si ricordò solo allora che era da tempo che desiderava creare una sorta di ripostiglio, sfruttando quella parte chiusa della villa altrimenti inaccessibile, per riporre all’asciutto vasi e terriccio e quanto occorrente per il giardinaggio. Si era completamente dimenticato di aver concordato con l’amico muratore che il lavoro iniziasse proprio quella mattina, tanto da avergli consegnata tempo addietro una copia della chiave di casa. Insomma, si era preoccupato per niente. Prese una pila ed entrò attraverso la breccia: era curioso. Appena dentro capì che ci aveva visto giusto. Là dentro era ampio e sufficientemente alto per rimanere quasi in piedi al culmine del tetto. Vi avrebbe potuto riporre persino i mobili che non gli fossero serviti. Poi avvertì un odore particolare, quasi di incenso, ma molto più forte con note aspre e acide. Prendeva alla gola. Diresse il fascio di luce contro i muri: vi erano dappertutto solchi profondi, ripetuti graffi incisi nel cemento, come fosse stato di burro. C’era vissuto qualcuno là dentro, disperato per essere stato tenuto prigioniero; e adesso era libero. Poi sentì dei passi sul terrazzo; ebbe appena il tempo di veder filtrare una luce accecante attraverso la spaccatura nel muro. Non riusciva a muoversi né a parlare. Poi pian piano l’apertura fu richiusa e un buio spesso dilagò nel sottotetto.

farfalleL’impiegato la mangiava con gli occhi, lo sguardo bovino, le labbra appena dischiuse. Batteva lentamente sulla tastiera indeciso se farle o no un complimento un po’ spinto. Ma le parole si rifiutavano di mettersi in fila e il coraggio diminuiva man mano che le dita saltellavano sui tasti; il silenzio era diventato opprimente.
Anche perché lei appariva altera, inaccessibile, con quegli occhiali bui dietro ai quali si poteva immaginare solo un mondo di favola, fatto di lenzuoli di seta e amanti premurosi.
Poi il ronzio della stampante attirò l’attenzione della donna che, girati i lineamenti scolpiti, si mise nuovamente a fissare l’uomo davanti a sé; gli regalò un sorriso brumoso, senza speranza, quasi avesse sorriso alla stampante e non a lui. L’uomo afferrò il foglio, fitto di righe, lo imbustò a fatica provando più volte finché non glielo rese imbronciato perché il tempo accanto a lei era concluso. Si accontentò allora di ammirarla mentre si voltava verso l’uscita e sino a quando nella sala vuota non rimase sospeso che il suono dei suoi tacchi.
In strada l’aspettava un cielo troppo vicino che si era chiuso di nuvole vagabonde, intanto che il vento saliva insistente dal mare grigio per un abbraccio distratto a rinfrescare la calura ostinata di quei giorni. Le foglie di alcune piante, di cui non ricordava neppure più il nome, avevano cominciato ad accartocciarsi come una mano attorno a un obolo, mentre il volo dei rondoni era diventato confuso nel cielo sopra la sua bella testa bionda, note di un pentagramma composto e subito disfatto per una sinfonia impossibile. Sì, stava per piovere. Lo sentiva sulla pelle, lo avvertiva nel profondo del pozzo della sua esistenza, dove l’acqua ferma si era lievemente increspata. Accelerò istintivamente il passo guardando ogni tanto con malcelato interesse la busta chiusa che ancora teneva in mano. Sembrava pesante. Chi doveva scrivere, aveva scritto molto.
Nella casa la penombra la accolse come un’amica. Si lasciò andare sulla poltrona senza accendere la luce. Il gatto arrivò lentamente con la coda ritta strusciandosi sulle caviglie e reclamando attenzione. Ma lei se ne stette immobile ad ascoltare una musica che galleggiava in quell’aria spessa, un motivo già sentito che adesso era sfuggito da qualche finestra proprio come una farfalla finalmente libera. Tastò la busta che rispose sommessamente con un rumore stropicciato: pareva che ne volesse indovinare il contenuto attraverso i polpastrelli. Sì, lo sapeva: era arrivato il momento di aprirla. Ora la dicitura attraverso la finestrella di cellophane ‘Laboratorio di analisi mediche’ brillava nel chiaroscuro della stanza come un avvertimento severo. La musica cessò di colpo. Due amici si salutarono per via e un tuono lontano mugugnò risentito.
Fino a quando non la aprirò continuerò a essere sana. Pensò. E abbandonò nuovamente la busta in grembo. Ancora un minuto. Si disse. Ancora un minuto. Cos’è un minuto, dopotutto?
Chiuse teneramente gli occhi rivedendosi bambina mentre giocava con le dita della madre.
E una pioggerellina sottile prese a scendere dal cielo.

Mondotreno a RablàIl figlio aveva insistito tanto. In alta montagna, in un paesino della valle, alcuni appassionati avevano allestito, con il patrocinio degli enti locali, un padiglione con plastici di paesaggi montani e trenini perfettamente funzionanti. Rocco si sentiva in colpa per aver trascinato quel ragazzino lontano dagli amici del mare e, soprattutto, erano ventiquattr’ore che non smetteva di piovere. Sì, disse sorridendo al figlio: ‘dopo tutto non può essere una cattiva idea’.
La sala della esposizione, gremita di gente, era enorme con un unico immenso plastico di centinaia di metri quadrati che correva lungo tutto il perimetro. La ricostruzione era stata maniacale non solo per la riproduzione reale e in scala delle montagne, dei fiumi, delle centrali elettriche, delle case e delle stazioni ferroviarie, ma anche per i piccoli particolari curati, come i vestiti delle persone in attesa di prendere il treno, i cerchi degli pneumatici delle vetture in strada e persino per un cane colto nell’attimo di fare la pipì su un lampione. Ed erano riusciti inoltre a riprodurre addirittura le doghe delle panchine, le foglie degli alberi e finanche gli scoiattoli sui rami. E in questo mondo di perfezione viaggiavano e si intersecavano locomotive e vagoni di ogni tipo e foggia in un andirivieni continuo e complesso: le motrici si fermavano alla loro stazione, ripartivano, facevano manovra agganciando e sganciando vagoni; davano insomma l’idea, nell’insieme, di muoversi all’interno di un preciso ordine programmato, scandito da semafori rossi e verdi. Avevano fatto un lavoro magnifico, non c’era niente da dire, anche per il sofisticato software di gestione. Altro che spettacolo per bambini!
«C’è scritto dappertutto che non puoi toccare» ammonì il figlio che si stava sporgendo dalla ringhiera di protezione verso una littorina colorata che, in quel momento, sferragliava allungando il pantografo verso la sovrastante linea elettrica. Mariolino ritrasse subito la mano continuando però a seguire con lo sguardo ammirato l’intero convoglio. E subito, da dietro una collina, sbucò una locomotiva a vapore con cinque carrozze al seguito. L’interno, una riproduzione fedele dello stile dei vagoni dell’epoca, era illuminato tanto da potersi ben distinguere le persone sedute nei vari scompartimenti: una signora con la borsa della spesa in grembo, un uomo vestito con un tabarro scuro che fumava un sigaro, un bambino che guardava annoiato fuori dal finestrino.
«Guarda papà, quello è il paesino dove noi abbiamo l’albergo!» gridò Mariolino spostandosi improvvisamente qualche metro più in là e urtando diversi visitatori. Rocco non si mosse. Era come ipnotizzato da quel convoglio che sbuffava arrancando sulla salita. Gli ricordava tanto un trenino della Rivarossi che aveva invidiato al suo vicino di casa. Persino il vapore della motrice aveva la consistenza giusta. Per un attimo, come per farsi notare meglio, il convoglio si fermò proprio davanti a lui.
Chissà di cosa sono fatti… se di legno o di ferro…’ si chiese incuriosito e piegandosi per vedere meglio. E la sua mano fu più veloce della domanda.
«Dov’è tuo padre?» chiese la donna rivolgendosi a Mariolino.
«Non lo so mamma, forse si è stufato ed è andato in macchina…»
«Sempre il solito» fece lei sbuffando.
Rocco vide, seduto di fronte a lui nello scompartimento, la donna con la spesa in grembo e, vicino, l’uomo con il tabarro scuro che fumava il sigaro. La signora incrociò per un attimo il suo sguardo restituendogli un sorriso impacciato.
«In carrozza!» urlò il capotreno salendo sul convoglio. Rocco fece appena in tempo a osservare suo figlio che parlava distrattamente con la madre che il treno, con lui a bordo, partì.
«Hai toccato anche tu la locomotiva, vero?» gli chiese il bambino annoiato mentre continuava a guardare fuori dal finestrone.

La vignetta

Luc-Olivier LafeuilleStavo dormendo e mi sono svegliato. Giuro che ero sveglio quando sono caduto, ne sono assolutamente sicuro, non stavo sognando.
La stanza in cui mi sono ritrovato era in penombra e anziché la mia affezionata maglietta da notte indossavo giacca, camicia e cravatta con tanto di panciotto. Io, un panciotto, figuriamoci!!! Ma non è questo il punto. Davanti a me, oltre la scrivania, a mala pena distinguevo seduti, sulla mia sinistra, una signora corpulenta, ancora giovane, ma immobile nella sua rigidità, con una acconciatura voluminosa che sovrastava un viso sfatto e volgare; sulla mia destra, invece, un omino mezzo pelato, gli occhiali d’oro luccicanti, e uno sguardo pulito e un po’ perso su un punto indistinguibile dello studio.
Poi, una luce chiara ha investito di lato la scena, facendomi intravedere sul muro di fronte un cartello con scritto ‘Consulente coniugale’; stavo chiedendomi cosa significasse tutto ciò e che cosa potessi farci io lì in mezzo quando la donna, alludendo all’uomo che gli era accanto, mi disse d’un fiato: «Se avessi saputo che aveva delle opinioni non lo avrei sposato.»
Era una bella battuta, non c’è che dire, viste le circostanze e il fatto che il consulente dovessi essere proprio io. Sicché risi. Risi perché aveva un senso, e comunque lo feci solo tra me e me, in quanto non riuscivo a muovere neppure un muscolo, né ad avere un’espressione diversa da quella perplessa che mi si era dipinta sul volto.
Tornò la penombra e poi ancora la luce e tutto accadde diverse altre volte in modo uguale e monotono come in un film che si fosse inceppato. Smisi del tutto di ridere non appena mi accorsi che la scena, ogni volta che tornava il chiarore, si ripeteva in continuazione; e ogni volta con le stesse espressioni, con la donna che mi sbatteva in faccia la medesima frase e l’uomo che sospirava lievemente guardando in su senza aggiunger nulla; mi assalì la disperazione.
In una pausa inaspettata tra le continue reiterazioni, l’uomo, vedendomi agitato e confuso, mi spiegò che quella era una vignetta; più precisamente si trattava della vignetta di un celebrato quotidiano on-line. La luce, sì proprio quella fastidiosa luce di lato, altro non era se non l’accesso alla pagina web da parte di un utente che innescava la ripetizione della scena. Gli chiesi quando sarebbe finito quell’incubo e quando sarei potuto ritornare nella mia camera da letto e lui, molto cortesemente (anche se rimproverato più volte dalla donna che lo accusava di raccontarmi troppe cose) mi rivelò che sarebbe potuto continuare per molto tempo, soprattutto perché era una barzelletta divertente e dalla prima pagina poteva finire nell’archivio dove però sarebbe rimasta visibile anche per anni. Tutte queste spiegazioni l’uomo me le diede tra una replica e l’altra della scena, replica cui cercavo peraltro di oppormi come potevo, anche se senza successo perché una forza irresistibile mi rimetteva nella stessa postura assorta dietro la scrivania e con la stessa espressione sul viso, qualunque cosa stessi facendo poco prima.
Dopo un tempo imprecisabile e un numero infinito di defatiganti ripetizioni, l’uomo che mi aveva preso in simpatia per essersi sentito più volte in dovere di confortarmi sentendomi piangere e lamentarmi, mi rivelò sottovoce, proprio mentre la donna era distratta a rifarsi il trucco, che un modo per scappare di lì c’era. Del resto così era successo, mi raccontava, per il tizio che, prima di me, si trovava al mio posto. E stava per dirmelo quando si riaccese la luce per la solita frase che ormai odiavo. E quando tra noi cadde nuovamente la penombra l’uomo sembrava essersi pentito di quanto si era lasciato sfuggire tanto da chiudersi in un mutismo ostile quanto incomprensibile. Io presi a supplicarlo e a promettergli persino del danaro. Ma lui mi disse serio che lì dentro non funzionava così. Che dei soldi non avrebbe saputo che farsene e che quello che accadeva in quel luogo era solo una minima parte di un mondo molto più complesso che neanche potevo immaginare. Dovette però aver pietà del mio stato perché dopo qualche tempo cedette.
«Quando la prossima volta si accenderà la luce guarda con la coda dell’occhio sul soffitto» mi disse con la voce che gli tremava in gola. «Appena sopra di te c’è una botola. Se sei abbastanza svelto potrai uscire di lì».
Un’ondata di speranza mi attraversò il corpo facendomi sentire subito meglio. Cercai di bucare con lo sguardo la semioscurità ma non vidi nulla.
«Ma tu non vieni con me?» gli chiesi riconoscente ed eccitato.
Lui alzò le spalle e, facendo un cenno verso la donna, rispose:«È mia moglie: è tutta la mia vita e lei non vuole andarsene da qui. Ne abbiamo già parlato diverse volte».
Quindi si accese la luce e strizzando gli occhi in direzione del soffitto vidi distintamente la botola sopra la scrivania e addirittura le due cerniere di apertura. E appena calò la semioscurità fui veloce a piazzare la poltrona sulla scrivania e a montarci sopra. Accesi anche l’accendino che trovai in tasca, giusto per vedere meglio il soffitto. Ma mi accorsi che la botola era disegnata, così come lo erano le due cerniere.
«Certo che le cerniere e la botola sono disegnate» fece la donna acida mentre scendeva il buio. «Questa è una vignetta. Non l’hai ancora capito?»
E subito si riaccese la luce e la donna, alludendo all’uomo che gli era accanto, mi disse d’un fiato: «Se avessi saputo che aveva delle opinioni non lo avrei sposato.»

* La vignetta è stata pubblicata a pag. 43 del n. 4295 de ‘La Settimana Enigmistica’ del 17 luglio 2014;
** L’immagine è relativa all’opera ‘Cauchemar’ di Luc-Olivier Lafeuille.

La badante

Donna nepaleseLa donna anziana, con una vestaglia rosa frusciante e un sorriso rubicondo sul volto, era appena entrata in cucina a passetti leggeri. Livio alzò lo sguardo da sopra il giornale e la squadrò.
«È oggi, cara, che deve venire la nuova badante?» chiese alla moglie rituffandosi subito nella lettura della pagina dello sport.
«Sì» disse Marta e si avvicinò alla madre indirizzandola alla sedia più vicina. «Ce l’ha raccomandata Teresa, la figlia della farmacista, dice che è quello che ci vuole per mammà… speriamo bene…». Poi rivolgendosi alla madre, a voce alta: «Vuoi un po’ di latte caldo, mamma?» La signora guardò la figlia come se non la riconoscesse e, dopo un tempo interminabile, assentì leggermente. La figlia le diede una carezza e le aggiustò attorno all’orecchio una ciocca bianca che le si era arresa sulla tempia.
In quel mentre suonò il campanello di casa.
Appena Livio aprì la porta vide una donna molto piccola, le gambe storte e un viso asiatico biscottato dal sole che lo osservava dal buio del pianerottolo; poi, senza neppure aspettare di essere invitata, entrò in casa.
«कहाँ छ?» disse emettendo suoni metallici e acuti, e infilandosi in cucina.
«Se non altro non perde tempo e ha il senso dell’orientamento!» commentò ad alta voce il marito richiudendo la porta.
«र ‘यो पुरानो छ?» insistette ancora la badante prendendo senza indugi per un braccio l’anziana signora e facendola alzare.
«Aspetti, dove va?» chiese Marta «aspetti… ma lei, scusi, non parla l’italiano?»
«हामी हिंड्न» ribatté seria la badante prendendo un piglio autoritario.
«Che lingua è?» fece il marito divertito mentre vedeva l’asiatica spingere la suocera verso la porta.
«Aspetti, le dico, prima parliamo… non si può portare via così mia madre come fosse un cagnolino e poi è in camicia da notte…»
Vedendo però che la badante non le dava retta, Marta andò a prendere il bastone da passeggio della madre e una giacchetta che le mise sulle spalle. Poi rivolse uno sguardo di supplica al marito.
«Ho capito, per un po’, senza farmi vedere, le seguirò.»
Dopo una mezz’oretta, Livio rientrò.
«Passeggiano ai giardini qui vicino» rassicurò la moglie appena la vide nel corridoio. «Sono entrambe tranquille e la badante è premurosa. Tua madre… però…»
«Mia madre?» chiese lei accigliata. «Cos’è successo a mia madre?»
«No, niente. È che sembra, non solo serena, ma pure ciarliera…»
«Mia madre parla? Ti sarai sbagliato! Dopo l’ictus emette solo suoni gutturali, lo sai.»
Dopo qualche minuto sia la badante che la madre fecero ritorno.
«ठीक छ, म जागिर» disse la badante strizzando gli occhi come se li avesse avuti contro sole.
«Non… non capisco…» ribadì Marta sconcertata, dando nel contempo un’occhiata alla madre nel cui sguardo scorse una luce nuova. «Questo della lingua sarà un bel problema!»
Poi la badante, rivolgendosi alla signora anziana, le disse: «पछि भेटौँला, Maria» e lei rispose: «पछि भेटौँला Nawang, र कुराकानी लागि धन्यवाद.»

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