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La vignetta

Luc-Olivier LafeuilleStavo dormendo e mi sono svegliato. Giuro che ero sveglio quando sono caduto, ne sono assolutamente sicuro, non stavo sognando.
La stanza in cui mi sono ritrovato era in penombra e anziché la mia affezionata maglietta da notte indossavo giacca, camicia e cravatta con tanto di panciotto. Io, un panciotto, figuriamoci!!! Ma non è questo il punto. Davanti a me, oltre la scrivania, a mala pena distinguevo seduti, sulla mia sinistra, una signora corpulenta, ancora giovane, ma immobile nella sua rigidità, con una acconciatura voluminosa che sovrastava un viso sfatto e volgare; sulla mia destra, invece, un omino mezzo pelato, gli occhiali d’oro luccicanti, e uno sguardo pulito e un po’ perso su un punto indistinguibile dello studio.
Poi, una luce chiara ha investito di lato la scena, facendomi intravedere sul muro di fronte un cartello con scritto ‘Consulente coniugale’; stavo chiedendomi cosa significasse tutto ciò e che cosa potessi farci io lì in mezzo quando la donna, alludendo all’uomo che gli era accanto, mi disse d’un fiato: «Se avessi saputo che aveva delle opinioni non lo avrei sposato.»
Era una bella battuta, non c’è che dire, viste le circostanze e il fatto che il consulente dovessi essere proprio io. Sicché risi. Risi perché aveva un senso, e comunque lo feci solo tra me e me, in quanto non riuscivo a muovere neppure un muscolo, né ad avere un’espressione diversa da quella perplessa che mi si era dipinta sul volto.
Tornò la penombra e poi ancora la luce e tutto accadde diverse altre volte in modo uguale e monotono come in un film che si fosse inceppato. Smisi del tutto di ridere non appena mi accorsi che la scena, ogni volta che tornava il chiarore, si ripeteva in continuazione; e ogni volta con le stesse espressioni, con la donna che mi sbatteva in faccia la medesima frase e l’uomo che sospirava lievemente guardando in su senza aggiunger nulla; mi assalì la disperazione.
In una pausa inaspettata tra le continue reiterazioni, l’uomo, vedendomi agitato e confuso, mi spiegò che quella era una vignetta; più precisamente si trattava della vignetta di un celebrato quotidiano on-line. La luce, sì proprio quella fastidiosa luce di lato, altro non era se non l’accesso alla pagina web da parte di un utente che innescava la ripetizione della scena. Gli chiesi quando sarebbe finito quell’incubo e quando sarei potuto ritornare nella mia camera da letto e lui, molto cortesemente (anche se rimproverato più volte dalla donna che lo accusava di raccontarmi troppe cose) mi rivelò che sarebbe potuto continuare per molto tempo, soprattutto perché era una barzelletta divertente e dalla prima pagina poteva finire nell’archivio dove però sarebbe rimasta visibile anche per anni. Tutte queste spiegazioni l’uomo me le diede tra una replica e l’altra della scena, replica cui cercavo peraltro di oppormi come potevo, anche se senza successo perché una forza irresistibile mi rimetteva nella stessa postura assorta dietro la scrivania e con la stessa espressione sul viso, qualunque cosa stessi facendo poco prima.
Dopo un tempo imprecisabile e un numero infinito di defatiganti ripetizioni, l’uomo che mi aveva preso in simpatia per essersi sentito più volte in dovere di confortarmi sentendomi piangere e lamentarmi, mi rivelò sottovoce, proprio mentre la donna era distratta a rifarsi il trucco, che un modo per scappare di lì c’era. Del resto così era successo, mi raccontava, per il tizio che, prima di me, si trovava al mio posto. E stava per dirmelo quando si riaccese la luce per la solita frase che ormai odiavo. E quando tra noi cadde nuovamente la penombra l’uomo sembrava essersi pentito di quanto si era lasciato sfuggire tanto da chiudersi in un mutismo ostile quanto incomprensibile. Io presi a supplicarlo e a promettergli persino del danaro. Ma lui mi disse serio che lì dentro non funzionava così. Che dei soldi non avrebbe saputo che farsene e che quello che accadeva in quel luogo era solo una minima parte di un mondo molto più complesso che neanche potevo immaginare. Dovette però aver pietà del mio stato perché dopo qualche tempo cedette.
«Quando la prossima volta si accenderà la luce guarda con la coda dell’occhio sul soffitto» mi disse con la voce che gli tremava in gola. «Appena sopra di te c’è una botola. Se sei abbastanza svelto potrai uscire di lì».
Un’ondata di speranza mi attraversò il corpo facendomi sentire subito meglio. Cercai di bucare con lo sguardo la semioscurità ma non vidi nulla.
«Ma tu non vieni con me?» gli chiesi riconoscente ed eccitato.
Lui alzò le spalle e, facendo un cenno verso la donna, rispose:«È mia moglie: è tutta la mia vita e lei non vuole andarsene da qui. Ne abbiamo già parlato diverse volte».
Quindi si accese la luce e strizzando gli occhi in direzione del soffitto vidi distintamente la botola sopra la scrivania e addirittura le due cerniere di apertura. E appena calò la semioscurità fui veloce a piazzare la poltrona sulla scrivania e a montarci sopra. Accesi anche l’accendino che trovai in tasca, giusto per vedere meglio il soffitto. Ma mi accorsi che la botola era disegnata, così come lo erano le due cerniere.
«Certo che le cerniere e la botola sono disegnate» fece la donna acida mentre scendeva il buio. «Questa è una vignetta. Non l’hai ancora capito?»
E subito si riaccese la luce e la donna, alludendo all’uomo che gli era accanto, mi disse d’un fiato: «Se avessi saputo che aveva delle opinioni non lo avrei sposato.»

* La vignetta è stata pubblicata a pag. 43 del n. 4295 de ‘La Settimana Enigmistica’ del 17 luglio 2014;
** L’immagine è relativa all’opera ‘Cauchemar’ di Luc-Olivier Lafeuille.

La badante

Donna nepaleseLa donna anziana, con una vestaglia rosa frusciante e un sorriso rubicondo sul volto, era appena entrata in cucina a passetti leggeri. Livio alzò lo sguardo da sopra il giornale e la squadrò.
«È oggi, cara, che deve venire la nuova badante?» chiese alla moglie rituffandosi subito nella lettura della pagina dello sport.
«Sì» disse Marta e si avvicinò alla madre indirizzandola alla sedia più vicina. «Ce l’ha raccomandata Teresa, la figlia della farmacista, dice che è quello che ci vuole per mammà… speriamo bene…». Poi rivolgendosi alla madre, a voce alta: «Vuoi un po’ di latte caldo, mamma?» La signora guardò la figlia come se non la riconoscesse e, dopo un tempo interminabile, assentì leggermente. La figlia le diede una carezza e le aggiustò attorno all’orecchio una ciocca bianca che le si era arresa sulla tempia.
In quel mentre suonò il campanello di casa.
Appena Livio aprì la porta vide una donna molto piccola, le gambe storte e un viso asiatico biscottato dal sole che lo osservava dal buio del pianerottolo; poi, senza neppure aspettare di essere invitata, entrò in casa.
«कहाँ छ?» disse emettendo suoni metallici e acuti, e infilandosi in cucina.
«Se non altro non perde tempo e ha il senso dell’orientamento!» commentò ad alta voce il marito richiudendo la porta.
«र ‘यो पुरानो छ?» insistette ancora la badante prendendo senza indugi per un braccio l’anziana signora e facendola alzare.
«Aspetti, dove va?» chiese Marta «aspetti… ma lei, scusi, non parla l’italiano?»
«हामी हिंड्न» ribatté seria la badante prendendo un piglio autoritario.
«Che lingua è?» fece il marito divertito mentre vedeva l’asiatica spingere la suocera verso la porta.
«Aspetti, le dico, prima parliamo… non si può portare via così mia madre come fosse un cagnolino e poi è in camicia da notte…»
Vedendo però che la badante non le dava retta, Marta andò a prendere il bastone da passeggio della madre e una giacchetta che le mise sulle spalle. Poi rivolse uno sguardo di supplica al marito.
«Ho capito, per un po’, senza farmi vedere, le seguirò.»
Dopo una mezz’oretta, Livio rientrò.
«Passeggiano ai giardini qui vicino» rassicurò la moglie appena la vide nel corridoio. «Sono entrambe tranquille e la badante è premurosa. Tua madre… però…»
«Mia madre?» chiese lei accigliata. «Cos’è successo a mia madre?»
«No, niente. È che sembra, non solo serena, ma pure ciarliera…»
«Mia madre parla? Ti sarai sbagliato! Dopo l’ictus emette solo suoni gutturali, lo sai.»
Dopo qualche minuto sia la badante che la madre fecero ritorno.
«ठीक छ, म जागिर» disse la badante strizzando gli occhi come se li avesse avuti contro sole.
«Non… non capisco…» ribadì Marta sconcertata, dando nel contempo un’occhiata alla madre nel cui sguardo scorse una luce nuova. «Questo della lingua sarà un bel problema!»
Poi la badante, rivolgendosi alla signora anziana, le disse: «पछि भेटौँला, Maria» e lei rispose: «पछि भेटौँला Nawang, र कुराकानी लागि धन्यवाद.»

Il drone

droneLo scatolone ingombrava il vialetto come un senso di colpa difficile da nascondere.
«Cos’è questa novità?» gli chiese la moglie con tono inquisitorio appena vide comparire l’uomo con aria innocente.
Lui alzò le spalle, quasi per sottolineare: ‘è inutile che te lo spiego, tanto non capiresti’.
«E allora?» insistette lei, indispettita per quel protervo silenzio.
«Un drone» sbottò lui in modo liberatorio.
«Un che?»
«Appunto!»
Nelle ore seguenti si mise sul prato a montarlo. Per fortuna il manuale era chiaro e, a parte un paio di volte in cui una vite o un bullone gli caddero nell’erba, il lavoro fu completato in breve tempo. Fece subito alcune prove nel giardino di casa. Il controller era il suo stesso telefonino che gli consentiva di vedere in soggettiva quello che la videocamera inquadrava. Prese subito confidenza con il sistema e sollevò il drone all’altezza delle fronde delle querce intravedendo, tra i rami, nidi di uccelli e una civetta che, con un occhio solo aperto, seguiva preoccupata le manovre di quello strano oggetto in avvicinamento. Biagio si sentiva felice.
La moglie, invece, che ogni tanto sorvegliava l’uomo dalla finestra della sala, scuoteva la testa: le aveva promesso che avrebbe imbiancato il garage e, invece, eccolo lì, come un ragazzino, a giocare con un modellino telecomandato.
«Avevi detto che andavi a comprare il pollo arrosto…» fece lei a un certo punto sporgendosi dalla finestra, contenta di aver trovato una scusa per distogliere il marito da quella occupazione. «Se non vai ora, non ce lo tengono.»
«Non basterebbe telefonare?» obiettò lui non distogliendo lo sguardo dalla consolle che ora inquadrava le tegole del tetto mostrandogliene una rotta.
«Non prendono le prenotazioni per telefono, caro, bisogna andar lì e lasciare il nome…» ribatté lei non riuscendo a frenare il sorrisino che le era spuntato sulle labbra.
Biagio sbuffò. Controllò l’orologio: in dieci minuti sarebbe andato e tornato e avrebbe avuto ancora almeno un paio d’ore tutte per sé.
Di minuti ce ne mise sette. Ma quando entrò nel suo giardino, alla consolle ci vide il figlio dei vicini. Un ragazzino fin troppo vispo per i suoi gusti che non aveva ben chiari i concetti di proprietà e di privacy. Il ragazzino, appena vide Biagio, anziché scusarsi, esclamò:
«Ehi, fichissimo ‘sto coso…»
Biagio gli strappò di mano lo smartphone cercando di carbonizzarlo con gli occhi. Poi, facendo una rapida verifica, si accorse che il drone era ai limiti della sua capacità di ricezione. Si trovava dalle parti del fiume, più a valle, nel sedime di quello scorbutico del Bacci. La webcam stava riprendendo una baracca abusiva con dentro polli, tacchini e un cane che abbaiava forsennatamente contro quell’intruso che gli volava sopra la testa. Biagio diede il comando per far rientrare il drone, ma, per la troppa distanza, l’apparecchio rispondeva in modo discontinuo. Aveva solo ottenuto che ruotasse a 180°. Giusto in tempo per inquadrare la canna brunita di una doppietta che quasi toccava la telecamera e, dietro la doppietta, un contadino con una faccia tra l’arcigno e il compiaciuto. Poi uno sparo e la ripresa cessò.

blue whaleSulla superficie del mare si venivano a formare di continuo montagne d’acqua e orridi profondi di schiuma grigia e ribollente, mentre la barca beccheggiava come un mostro che cercasse di scrollarsi di dosso un insetto fastidioso. Il capitano, sul cassero di poppa, aveva gli occhi fissi sul sónar che gli rimandava a tratti un punto bianco in lento distacco. L’equipaggio, fatto di uomini scolpiti dall’acqua salmastra, la pelle di cuoio del color del fasciame, era raccolto in un silenzio contratto aspettando un cenno dell’ufficiale. L’arpione, sulla prua, si muoveva assecondando il mare, a destra e a sinistra, all’interno del cannone di lancio, come fosse dotato di vita propria e cercasse anche lui la balenottera che si era appena inabissata. Alle spalle, come un incubo inatteso, la nave fattoria mostrava al mondo la sua bocca spalancata e insaziabile, lo scivolo argenteo che dondolava impaziente in attesa del suo pasto.
Un solo capodoglio all’attivo è davvero ben poca cosa‘, pensò il capitano Yashida Sasaki dalle lunghe ciglia nere. I suoi superiori non l’avrebbero tollerato.
Poi la balenottera, quasi avesse ascoltato i pensieri del capitano, nel profondo dell’oceano si arrestò; girò un poco in tondo e quindi tornò indietro, come avesse dimenticato qualcosa. Quando, dopo qualche minuto, il signor Yashida capì che l’intenzione del cetaceo non mutava e che stava davvero venendo nella sua direzione, diede pochi e secchi comandi agli uomini. L’equipaggio scattò all’unisono come mosso da un unico filo e la barca virò di dritta di alcuni gradi procedendo in obliquo a velocità sostenuta. Azunamaro Akira, nel frattempo, aveva preso posto dietro al cannone controllando la disposizione della sagola. Non resistette dal dare con la mano un bacio alla punta dell’arpione luccicante, e pregò. L’acqua ora frustava violenta le espressioni di marmo dei marinai sotto un cielo che, da un momento all’altro, sembrava doversi spaccare in due tra lampi improvvisi e tuoni assordanti. La balenottera era ormai a pochi metri: stava per riemergere. Complice il frastuono della burrasca, il signor Yashida dovette ripetere una seconda volta il comando di far fuoco, sicché l’arpione vibrò nell’aria in ritardo inabissandosi cieco nell’acqua buia alla ricerca di una vittima che non avrebbe trovato. Il capitano e Akira si guardarono per un tempo indefinibile confrontando le proprie paure, fino a quando Akira non resse più quegli occhi e si mise ad armeggiare con l’arpione per recuperarlo.
«Abbiamo preso qualcosa, capitano» gli urlò subito dopo.
Il sónar evidenziava una massa indistinta rimasta agganciata all’arpione. Era enorme, pesante e soprattutto viva. Eppure non poteva essere la balenottera, Yashida lo sapeva bene. La barca iniziò lentamente il recupero avvicinandosi nel contempo alla nave. Da lì avrebbero agganciato la cattura, qualunque cosa fosse, per poi rimorchiarla sullo scivolo e lavorarla con comodo. L’equipaggio della barca stava comunque stemperando la tensione accumulata levando al cielo grida squillanti e i berretti color della caligine ringraziando il capitano per quella fortuna inaspettata. Ma lui non riusciva a liberarsi del proprio silenzio.
Fu necessario far trainare la preda direttamente dalla nave fattoria con un gancio e un argano supplementari, perché il suo peso aveva paurosamente trascinato la prua verso il pelo dell’acqua. E quando finalmente la sagoma della cattura apparve sullo scivolo lasciando dietro di sé una scia di sangue nero, si vide solo un’ombra gigantesca, ma indefinibile, attraversare minacciosa la pancia della nave. In coperta, i marinai si raccolsero incuriositi attorno a quello strano essere mai visto prima, cercando di capire. Aveva una pancia enorme, muscoli fibrosi e tesi, un sacco di carne solcato da vene grosse e flosce, ma senza pinne, né bocca, né nient’altro che ricordasse un cetaceo. Ma cos’era?, si chiedevano l’un l’altro provando a toccarlo.
«È un cuore» disse a quel punto il capitano Yashida Sasaki, immobile e cereo in volto. «Questo è il cuore del mare. E noi l’abbiamo appena ucciso.»

Il giardiniere

Cezanne-il giardiniereLe due donne si avvicinarono con circospezione al cancello. Quella più robusta aveva un pacco di volantini in mano, mentre l’altra, che sfoggiava sopra a un tailleur rosa una pettinatura fresca di parrucchiere, aveva le mani nervose e allacciate ai fianchi come se avesse dovuto principiare un comizio. Il cancello interrompeva la strada di accesso a una villa imponente, corteggiata da un giardino curato e pieno di colori, con tanto di piscina che mandava bagliori intermittenti come se nascondesse sul fondo pagliuzze d’oro.
Da un lato, un uomo di una certa età, con un cappellaccio di paglia bucato sulla tesa e la camicia strappata all’attaccatura della manica, stava raccogliendo con il rastrello gli aghi di pino; quel fruscio cadenzato nella quiete appisolata della campagna sembrava un suono naturale come il verso del cuculo tra le fronde dei cedri.
La donna in tailleur soppesò l’uomo e poi disse:
«Ehi capo…»
Quello continuò per qualche attimo ancora a rastrellare l’erba e poi, come se la voce avesse fatto fatica ad arrivare sin lì, alzò lo sguardo mettendo a fuoco le figure ferme all’entrata.
«Dice a me?»
«Sì, senta, un’informazione, per cortesia…»
«Volentieri, se posso…» fece avvicinandosi lentamente con il rastrello in bilico in una mano.
«Sa mica quando li possiamo trovare?» chiese con voce bassa facendo un cenno con il capo in direzione della villa.
Lui cavò dalla salopette un fazzoletto largo a quadrettoni con cui si deterse il sudore. Fece il gesto di tirarsi su con i gomiti i pantaloni che, per un attimo, mostrarono alla vita uno spago intrecciato:
«Mi dispiace, ma a me non dicono mai nulla. Non abitano qui a Poggiobrusco, ma ad Alvona. Sa come fanno questi ricconi… Stanno due o tre settimane senza venire e poi compaiono all’improvviso, magari alla testa di una comitiva cianciante di una decina di persone. Si stravaccano qua e là in giardino, bevono, mangiano, si mettono a fare il bagno in piscina e mi conciano il prato che è uno schifo… e poi devo pulire io, rimettendo ogni cosa al proprio posto. E dire che sono solo e nemmeno più tanto giovane…» fece scuotendo la testa.
Le due donne si guardarono l’un l’altra scambiandosi un segno d’intesa.
«Va bene, grazie» dissero all’unisono staccando le mani dal cancello.
«Mi spiace» fece ancora l’uomo alle loro spalle mentre le vedeva inerpicarsi per la salita verso la casa del fabbro.
«Sa per caso quando possiamo trovare i suoi vicini?» insistette una delle donne parlando al fabbro dopo essersi assicurate da lui una cospicua offerta per una delle tante associazioni locali. «Siamo venute già diverse volte, ma non troviamo mai nessuno. Solo oggi c’era il giardiniere…»
«Giardiniere?» fece il fabbro meravigliandosi.
«Sì, un signore con la barba, che stava pulendo il prato…»
«Ma quello è Torquato, il proprietario della villa. Non hanno un giardiniere! Fa tutto lui, per hobby.»

Empatia

chrysanthemumAmedeo varcò il cancello del cimitero con l’aria di dover chiedere il permesso. Dal bouquet che portava in mano, un crisantemo si era staccato dagli altri piegando la corolla a guardare il ghiaino del viale. Era la prima volta che andava a far visita al padre e si sentiva impacciato. Li avevano separati dieci anni di incomprensioni e silenzi, ma ora la sua morte aveva livellato ogni contrasto come la pioggia torrenziale sa fare sulla terra di un campo appena arato.
Fece fatica a trovare il loculo; il cimitero era grande ed era diviso in ali, reparti e sezioni e, per giunta, su piani. Poi lo rinvenne, dietro a un angolo davanti al quale era passato più volte, proprio in faccia a quel mare che il padre aveva tanto amato, una macchia prepotente di blu come l’infinito di un sogno.
Cambiò diligentemente i fiori e si pose davanti alla piastra di marmo con le mani raccolte l’una nell’altra. Avrebbe voluto pregare e invece continuava a leggere su quella lastra il nome e il cognome, l’anno di nascita e quella di morte. Avrebbe voluto dire o pensare qualcosa e invece osservava i fiori sbilenchi che dondolavano in un equilibrio instabile. Del resto non aveva saputo dirgli granché quando ancora era in vita e ora era sopravvissuta solo la frustrazione per una sorda incomunicabilità che lo aveva reso arrendevole e inerme. Il silenzio parlava per lui, un bel silenzio sussurato, un balsamo per la mente. Le foglie del pioppo tremulo, che in mezzo al giardino abbracciava con la sua ombra quella dei morti, si muovevano senza frusciare; il vento attraversava i suoi rami come poteva fare tra i capelli di una bella signora ammutolita da pensieri irraggiungibili e da un rancore mal coltivato per anni.
Ma di colpo, sorpreso lui per primo, Amedeo cominciò a parlare come non aveva mai fatto. Le parole gli uscirono di getto, inarrestabili, velenose. Erano parole vigliacche, urlate e disperse nel vento indifferente perché più leggere della luce del sole. Poi, come aveva iniziato, smise all’improvviso, ponendosi ancora una volta in disciplinata attesa. E fu allora che avvertì alcuni colpi alla lastra.
Istintivamente fece un passo indietro e alzò davanti a sé le mani come per proteggersi. I colpi si fecero più insistenti fino a quando l’apertura in plastica alla sua sinistra saltò nel vuoto roteando sulle piastrelle, alzando soffici piumini di pioppo. Dal loculo uscì strisciando un signore, sui sessant’anni, vestito con una t-shirt a righe larghe rosso e azzurro e un paio di jeans bluette. Una volta fuori, si levò in piedi con un certa agilità, dandosi una ripulita.
«Questo è un cimitero, sa? È un luogo di silenzio e preghiera. Ha finito con il suo comizio?» gli chiese con aria non troppo severa. Amedeo non riusciva a parlare. Si accorse che aveva gli occhi sbarrati e i denti stretti mentre l’uomo davanti a sé stava raccogliendo con solerzia il giornale da terra e la propria borsa.
«Cosa… cosa ci faceva là dentro?» gli domandò Amedeo.
«Là dentro?» fece l’uomo rivolgendosi al loculo che stava già sigillando con la lastra come fosse stata la porta di casa. «Stavo vicino a mia moglie. È morta da qualche settimana e io, quando posso, vengo a farle compagnia. Mi metto lì dentro perché così le sto più vicino e poi mi immedesimo con quello che può provare, chiusa in quella bara. Leggo un po’ il giornale con la pila» e la sollevò accesa in direzione di Amedeo per fargliela vedere «o mi faccio un sonnellino. C’è un silenzio meraviglioso in questo cimitero,… anche se non tutti i giorni, a dire il vero…» e sottolineò quelle parole con un sorriso in tralice. Poi l’uomo mise il quotidiano sotto il braccio come se si fosse appena alzato dal tavolino di un bar e prese ad andare via.
«Dovrebbe provare anche lei… » disse voltandosi in direzione di Amedeo: «potrebbe essere un buon modo per fare la pace una volta per tutte: si capiscono un mucchio di cose, stando là dentro…»

Era in ritardo

traintracksEra in ritardo, come spesso gli capitava. Ma questa volta il tempo lo aveva perso nel preparare meticolosamente la valigia. Voleva essere certo di non dimenticare nulla. L’occasione di quel viaggio era troppo importante: poteva essere la svolta della sua vita, l’inizio di una nuova esistenza ed era elettrizzato anche solo all’idea.
Mentre trascinava con affanno il trolley lungo la strada, Tobia si accorse di quanto stesse ansimando. Si era davvero così appesantito? Faceva proprio così poco movimento? O era l’agitazione della giornata? Aveva comunque messo da conto, come buon proponimento, che con il nuovo lavoro si sarebbe concesso per sé più ampi spazi. Era un posto di responsabilità, quello, e doveva mettersi in forma; il tempo, del resto, era dalla sua.
Entrato in stazione, si indirizzò subito al tabellone elettronico più vicino. Era spento. Soffocando un’imprecazione si girò su sé stesso alla ricerca di un altro display funzionante, ma si accorse, solo in quell’attimo, che l’atrio era completamente vuoto. Nell’ora di punta di un giorno trafficato, come lo era ogni lunedì, non c’era nessuno. Com’era possibile? Raddrizzò la valigia e un sudore freddo si impossessò della sua schiena. C’era tutt’attorno un silenzio appiccicoso, come una vernice densa spalmata sulle cose. L’erba si stava riappropriando dei binari e alcuni gatti si contendevano chissà cosa sulla pavimentazione sbrecciata della sala, ingombra di macchinari arrugginiti come soldati pietrificati in una roccaforte abbandonata. Non c’era dubbio: avevano trasferito la stazione da qualche altra parte e lui non ne aveva saputo niente. Maledisse quel suo vizio di estraniarsi dal mondo intero. E ora? E ora avrebbe potuto anche perdere il treno! Quel treno!
Si precipitò di nuovo di corsa verso l’uscita intercettando un signore di mezz’età con una divisa scura. Avrebbe chiesto a lui le informazioni di cui aveva bisogno. L’uomo, vedendolo arrivare, lo anticipò:
«Lei, scusi, com’è entrato qui?»
«Senta, io devo prendere assolutamente questo treno» fece sventolandogli il biglietto sotto gli occhiali argentati non curandosi della domanda che gli era stata posta. «Mi dica subito per favore dove hanno spostato la stazione… Ma che si sposta una stazione ferroviaria così?»
Il vigilante prese con calma dalle mani il cartoncino che gli era stato allungato e si aggiustò la montatura degli occhiali riposizionandola esattamente nello stesso punto del naso.
«Come fa ad avere questo biglietto?»
«In che senso? L’ho comprato, per via telematica. Come faccio sempre tutte le volte. Perché?»
«Perché non li fanno più così, e da tempo sa?… E poi il suo biglietto è per un treno di trentacinque anni fa…»
«Ma cosa dice?»
«È scritto qui, sul suo titolo di viaggio, non lo vede?… E la stazione ferroviaria l’hanno spostata molto più a nord, verso Alvona; saranno oramai cinque anni.»
L’uomo si era ammutolito.
«Lei quel treno, l’ha perso… oh sì se l’ha perso!» sorrise il vigilante pensando di aver fatto una battuta.
A Tobia, a poco a poco, riaffiorarono tutti i ricordi. Sì, quel treno non l’aveva poi preso. Aveva rinunciato all’ultimo momento a quell’allettante offerta di lavoro, e non si ricordava più neppure perché. Non aveva avuto il coraggio necessario e quell’occasione non si era ripresentata; era rimasto al paese dove si era ingrigito e immalinconito rammaricandosi per sempre di quella sua avventata decisione.
E si mise a piangere, senza riuscire più a smettere.

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