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Jazz & kite

border-collieSandro osservava la scena con occhio critico e non era soddisfatto. Nonostante il vento soffiasse teso si rendeva conto che il suo aquilone non aveva la portanza giusta. Bastava un colpo di vento improvviso e il kite rispondeva male ondeggiando in modo anomalo e vibrando sulla coda. Scosse la testa sbuffando.
Jazz, il suo cucciolo di border collie, si era seduto sulla sabbia a guardare anche lui, con la testa reclinata da un lato, quel curioso oggetto che sventolava temerario sopra la sua testa; per essere divertente, lo era, per cui non comprendeva bene perché il suo padrone avesse quella faccia così tanto corrucciata.
Erano anni, in verità, che Sandro ambiva a costruirsi l’aquilone perfetto. Le prove di volo erano estenuanti, l’assemblaggio maniacale, l’impegno incessante. Si era fatto consigliare sui materiali da usare, aveva letto manuali di volo, aveva fatto ricerche, ma i miglioramenti rimanevano pochi e i risultati frustranti.
Un giorno, parlando con un amico, scoprì tuttavia che era disponibile un tessuto innovativo che le industrie cominciavano a utilizzare nel comparto sportivo. Una sorta di tramato che era più resistente di una muta da sub, ma dieci volte più leggera pur rimanendo modellabile come un foglio di carta. Queste caratteristiche gli avrebbero permesso di alleggerire la struttura, di allungare l’aquilone e di renderlo più aerodinamico. Sì, ci avrebbe provato.
Le prime verifiche al mare diedero risultati eccellenti. L’aquilone appariva più stabile e di maggiore governabilità; s’innalzava in tempi rapidissimi e richiedeva addirittura di salire ancora più in alto se solo avesse avuto a disposizione una corda più lunga. Usando anche per la sagola, lo stesso materiale già impiegato per la copertura, Sandro comprese di essere a una svolta.
Dopo qualche settimana lo studio professionale di Sandro lo mandò a Deauville per un cliente di riguardo. L’occasione per provare il suo nuovo aquilone al vento della Normandia lo elettrizzava. Partì con la macchina e l’inseparabile Jazz; e per fare le cose con calma, si prese addirittura due giorni di ferie.
Giunto sul posto, si rese subito conto che il vento in quel luogo era una cosa seria. Era robusto, mutevole, difficile da domare, ma ricco di stimoli ed emozioni.
I tentativi iniziali furono subito promettenti trovando conferma che le modifiche strutturali apportate erano valide anche per quel vento capriccioso: il nuovo tessuto rispondeva in maniera ottimale. Apportate a ogni fine sessione le nuove messe a punto l’aquilone si dimostrava ora in grado di eseguire complicate evoluzioni abbandonando, a comando, l’alta quota per poi cabrare in picchiata in rapida velocità e risalire subito dopo in modo altrettanto vertiginoso. Aveva l’agilità di una giovane poiana e Sandro non si era mai sentito così fiero; Jazz avvertiva tutta la soddisfazione del suo padrone e gli girava in tondo non smettendo di fargli le feste.
Verso mezzogiorno il tempo peggiorò. Il cielo affollato di nubi buie risalì severo dal mare diventando in pochi minuti così denso da dare l’impressione di voler cadere tutto intero da un momento all’altro. Sandro, sorpreso per tanta repentinità, ritirò immediatamente l’aquilone. Ma quello fu anche l’attimo in cui, un fortissimo colpo di vento, complice il tessuto speciale usato, sollevò verso l’alto il kite per diversi metri. Lo strappo fu così violento che prese di sprovvista l’uomo: la corda gli scappò di mano. Ma Jazz non ci pensò un attimo. Scattò in avanti e con un balzo riuscì ad afferrare al volo la sagola. Per tre volte di seguito il cane rimase sospeso per aria e per tre volte riportò la corda abbastanza vicino al padrone da permettergli di afferrarla; ma l’uomo, nonostante corresse con tutte le sue forze, non ci riuscì. Poi il cane, stremato, abbandonò la presa mentre la corda, scivolatagli tra i denti, andò ad attorcigliarsi intorno al collare. Una folata assestò al kite un altro strappo rabbioso facendolo sgusciare di lato in mare aperto; in breve tempo entrò in una corrente termica e salì sempre più in alto incurante del peso inutile che trasportava dietro di sé come un’ombra triste; rimaneva in quella scena prosciugata di colori solo un puntino indecifrabile laggiù in basso che correva sulla spiaggia agitandosi disperato.

Transfert

ventorossoLo so, tanto non mi crederete.
Ma ve lo voglio raccontare lo stesso.
Tutto è accaduto all’ora di punta, quando alla stazione Rilke della linea rossa della metro sono sceso per prendere la linea blu. Le persone che erano sulla banchina, per timore di non riuscire a salire, hanno ostacolato come al solito quelle che cercavano di scendere. E così sono volate parole e spinte e qualcuno si è fatto male. Io. Appena arrivato sul marciapiede, mi sono accorto che avevo un lungo taglio sulla spalla sinistra. Perdevo sangue, ma nulla che un po’ di cotone e del comune disinfettante non potessero curare. Almeno così mi pareva. Solo che nei giorni successivi si è formato un edema di un brutto colore rosso cupo, molto dolente al tatto. Al pronto soccorso mi hanno fatto l’antitetanica e prescritto un ciclo di antibiotici, ma il medico, scoprendo appena alcuni denti con un mezzo sorriso obliquo, mi ha detto che secondo lui si trattava di una coltellata e che doveva fare la denuncia ai carabinieri: del resto, ha continuato, non ci si poteva aspettare niente di meglio se si andava in giro al sabato sera a ubriacarsi nei bar.
Sulla via di casa ebbi un violento giramento di testa; per non cadere mi appoggiai al muro di un edificio. Ed è stato quello il momento in cui che c’è stata la prima avvisaglia. Toccando la parete sentivo non solo la superficie ruvida, ma anche la sensazione di essere io stesso quel muro e, ancor più, di essere la casa che c’era attorno. Avvertivo cioè le vibrazioni dell’oggetto in sé, nella sua autonomia strutturale; sentivo il suo lamentarsi per una tubatura che perdeva e per un tegola rotta sulla falda a nord del tetto. Ho ritirato subito la mano, spaventato, perché la sensazione che era passata attraverso le mie dita era stata potente, quasi una scossa. In quei pochi attimi ero diventato ‘quella’ costruzione e la mia pelle era come se avesse coperto l’intero oggetto.
Davanti alla mia porta d’ingresso, la sensazione, terribile e stordente insieme, si è ripetuta usando la mia chiave. Ero ancora una volta divenuto quell’oggetto, quelle dentellature rovinate, quel pezzo di metallo lavorato distrattamente da una donna con i capelli rossi che non sapeva di portarsi in grembo una nuova vita di pochi giorni.
Con il trascorrere delle settimane la ferita guarì, ma i transfert, come avevo incominciato impropriamente a chiamarli, erano diventati più intensi. Non avvertivo sensazioni diverse, ma solo una maggior difficoltà a ‘tornare indietro’, a essere me stesso, dopo che smettevo di toccare le cose. Anche se avevo imparato a tenere i guanti e a controllare in qualche modo quello strano fenomeno, diventavo ogni giorno più dipendente dal desiderio, anzi, direi dalla smania di viaggiare negli oggetti, di entrare in sintonia, che so, con un albero, un libro e persino un gatto.
Dopo un’esperienza particolarmente dissociante con la prima pioggia di primavera sono rimasto diversi mesi tranquillo stando bene attento a cosa toccassi. Il senso di profondo abbandono e di annichilazione che da ultimo avevo provati mi avevano seriamente preoccupato. Ma poi non ho resistito. Ero sul crinale di una montagna e godevo di un paesaggio che mi estasiava per l’ubriacatura da infinito che mi allagava il cuore. Non ci ho pensato un attimo. Senza neppure l’intralcio di un pensiero mi sono tolto i guanti e ho imposto le mani aperte contro il soffiare della brezza. E così sono diventato Vento. Mi ha raccontato di quanto fosse blu lo specchio d’acqua incastonato tra le Due Cime del Lagazuoi, mi ha riferito dei sussurri delle foglie rugginose di vite giù a valle in attesa del sole, mi ha detto della nuova cucciolata di volpe nell’incavo di un carro abbandonato e di tante altre storie dolcissime e terribili che fuoriescono dai camini delle case insieme alle scintille del fuoco. Ma da allora non sono più riuscito a tornare indietro. Sono rimasto vento o, meglio, il mio corpo è ancora lassù da qualche parte sulla montagna, a vivere finché potrà senza cibo né acqua; ma il mio spirito è diventato brezza e un sussurrar di foglie e un scompigliar di spighe e io sono loro e loro sono me.
Ecco, come temevo, avete fatto proprio quella faccia lì.
Tanto lo sapevo che non mi avreste creduto.

scheletriTutto cominciò con il cane del dott. Merrymore: una femmina di dobermann di due anni, dal passo felpato e dallo sguardo lucido. Sì, lo ricordo bene, iniziò proprio da lei. Mi ricordo anche del cielo: era vuoto perché la luna era nuova e la sua faccia scura si confondeva con la profondità della notte che sembrava averla ingoiata; di solito le stelle la fanno da padrone in nottate così, giusto per acquietare la claustrofobia del buio opprimente. Ma non in quella notte: il buio era assoluto.

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Cinthia

mongolfiere

Mia dolce Cinthia,
finalmente ti scrivo dopo mesi dall’ultima volta che ci siamo visti.
Devo essere sincero: ci sono rimasto piuttosto male non incontrarti più e avevo deciso di rispettare la tua decisione, come d’accordo.

Ma poi, durante tutto questo tempo, mi sono tornati in mente i bei momenti passati insieme. Ho ripensato in particolare alla prima volta che ci siamo incontrati, sul 15, su cui ero salito anch’io per far un giro per Alvona e tu era lì che invece cercavi una strada per un colloquio di lavoro. Ti ricordi? Avevi sul volto preoccupato un’espressione curiosa, intensa e tenera e, d’un tratto, mi hai rivolto la parola. Lo facesti in modo che, ti confesso, mi si annebbiò il cervello. Forse mi chiedesti se quella era la via taldeitali ma a me suonò come: ‘ti andrebbe se ora io e te scappassimo insieme?’
Così sono sceso, dietro di te, anche se era mia attenzione proseguire; e siamo andati tutti e due a quel colloquio dove, non so per quale motivo, ho improvvisato la parte del tuo ultimo ex datore di lavoro costretto per ragioni economiche a ridurre il personale, ma deciso a raccomandare le tue doti professionali. Ci siamo divertiti un sacco. Ma poi il tizio con cui parlammo non ti piacque e rifiutasti un lavoro già tuo.

Quelle che sono seguite sono state ore indimenticabili; ci sembrava così naturale perderci per la città parlando e scherzando. Sei una ragazza dolce, appassionata e sai ascoltare con quei tuoi occhioni tristi color del miele. Accidenti se mi manchi.
E così, quando a distanza di qualche settimana sono ritornato ad Alvona, ci siamo rivisti davanti all’anfiteatro, dove ci eravamo dati il secondo appuntamento. Eri bella più che mai e mi sembravi tanto felice di vedermi. E dire che potevi anche non venire. Non ci eravamo infatti mai dati il rispettivo numero di telefono. Avevamo pensato che sarebbe stato più semplice così, qualora non avessimo voluto più incontrarci: sarebbe bastato saltare l’appuntamento convenuto la volta precedente, senza dare troppe spiegazioni, e tutto sarebbe finito lì. In quei giorni, chissà perché, ci sembrava un’idea romantica, persino un gioco, anche se, in cuor nostro, sapevamo che non ne avremmo mai fatto nulla perché eravamo certi che avremmo continuato a frequentarci. Ma così purtroppo non è stato. La terza volta sei mancata all’appuntamento, come sai, e io mi sono sentito morire.
A distanza di tempo mi sono convinto che non potevano essere insincere le tue parole, né i tuoi baci, né ciò che abbiamo provato l’uno per l’altra; inoltre c’era la possibilità concreta che tu non fossi venuta solo per un mero contrattempo, un disguido che non mi hai potuto comunicare proprio perché non avevi il mio numero di telefono. E questo pensiero ora non mi lascia più dormire.
È per tale ragione che ti invio questa lettera. Lo so, fa molto antico, ma non ho altra scelta in mancanza di altri recapiti. Per fortuna è successo che ti ho accompagnato fino a casa: ciò mi ha dato la possibilità di memorizzare il tuo indirizzo. Almeno quello. Insomma, vorrei evitare che uno stupido contrattempo si metta crudelmente tra di noi.
Scusami, sono stato un insensibile a credere esclusivamente che non volessi più vedermi. Il mio stupido amor proprio mi ha fatto un brutto scherzo.
Ti penso e ho tanta voglia di vederti. Scrivimi, ti prego, o telefonami a questo numero. Un bacio.

[space]

Piegò la lettera nella busta e andò subito alla posta per spedirla. Non poteva aspettare un giorno di più e la inviò con una tariffa tale che ci mettesse il più breve tempo possibile ad arrivare.
Spiò il giorno seguente l’arrivo del postino. Ma fu solo il giorno successivo che lo vide far scivolare nella sua casella di posta una busta. ‘Aveva risposto, aveva risposto!’ si disse eccitato come un ragazzino. Con quattro salti fu subito nell’androne. Aprì lo sportellino. Era la busta che aveva inviato lui. Sopra, qualcuno ci aveva scritto con grafia tremolante: “destinatario sconosciuto all’indirizzo”.

Biscottina

Noccioline«Dov’è il suo cucciolo?» chiese il veterinario inclinando la testa verso il basso e inquadrando l’uomo davanti a sé da sopra la linea degli occhiali.
«È… è a casa» fece Alvaro come se avvertisse la poca credibilità di quello che stava dicendo.
«Ma io non faccio visite a domicilio» gli precisò il dottore cominciando a riordinare la scrivania «È scritto anche sulla targhetta appesa qui fuori… non sa leggere?»
«Sì sì, lo so» fece l’uomo sedendosi e toccandosi la fronte quasi a misurarsi la febbre. «È questo il problema.»
Il veterinario sbuffò. Poi, avendo visto dal monitor collegato alla sala d’aspetto che non aveva clienti, si sedette anche lui. «Mi dica, allora.»
«Un mio amico ha una ditta di import & export e commercia con tutto il mondo…»
«Non vedo cosa c’entri questo…»
«No, la prego, mi faccia finire… il mio amico sa che sono un patito dell’India e un giorno, un po’ per fare lo spiritoso, un po’ per farmi una cosa gradita, almeno nelle sue intenzioni, mi ha regalato Biscottina. L’ha fatta viaggiare chiusa in una cassa all’interno di un container insieme a mobili e giocattoli.»
«Biscottina?»
«Sì, il mio amico mi aveva promesso che era nana, una nuova varietà, persino magica e misteriosa, sa come sono gli indiani; e che comunque non avrei avuto nessun problema a tenerla in cascina. Mi avrebbe seguito come un cagnolino e io…»
«Cos’è un cobra, una scimmia… una vacca?» chiese il dottore con tono ironico. «Non curo animali esotici la cui importazione peraltro è pure vietata…»
«È un elefante, dottore. Un elefante indiano. Una femmina di elefante indiano, per l’esattezza.» Al veterinario cadde di mano la stilografica. «Ripetevo sempre a me stesso: ‘ora smette di crescere, ora smette di crescere’, ma lei non ha smesso.»
«Perché quanto è grande ora?»
«Sulle quattro tonnellate, penso. E non esce più dalla porta.»
«Ci credo. E lei viene solo adesso? Non poteva pensarci prima e avvertire le Autorità?»
«E già… e cosa dicevo? Che l’avevo trovata al banco del supermercato? Avrei messo nei guai il mio amico. Inoltre mi sembrava di saper gestire la cosa e poi non si lamentava. Ma ora la stanza dove l’ho messa in cascina è diventata così piccola che gli do da mangiare attraverso la finestra. Per tenerla pulita poi è un problema.»
«Lo immagino, ma ora scusi, cosa è cambiato? Se l’ha già fatta diventare adulta…»
«È che da qualche tempo sente il richiamo della natura, non so se mi spiego… tutta colpa di un circo che si è accampato nelle vicinanze… ha sentito l’odore, insomma, mi sta buttando giù la casa…»
«Non ho ancora capito cosa dovrei fare.»
«Darle un sedativo, un bromuro per elefanti, la pillola, non so esiste: in altre parole mi deve aiutare.»
«Guardi che non è così facile come la fa lei e poi la devo visitare prima. E, inoltre, dovrò fare la denuncia»
Dopo circa mezz’ora il veterinario faceva ingresso nella cascina di Alvaro.
«Cos’è uno scherzo?» si chiese il dottore entrando nella stanza e trovandola vuota.
Alvaro sbiancò. «È scappata! È scappata! O gesummio, ma come ha fatto?» si mise a urlare.
Corse fuori, in preda al panico e alla confusione. La cercò per tutta la campagna fino a sera, non tralasciando neppure di andare al Franz Circus, sentendosi dire però che aveva già levato le tende nel primo pomeriggio. Alvaro tornò a casa in lacrime. La sua Biscottina era scappata con il circo, se lo sentiva. Non sarebbe tornata mai più. Avrebbe dovuto immaginarlo che sarebbe successo prima o poi. Ma come aveva fatto a uscire senza sfondare il muro?
Poi sentì un rumore. Accorse nella sua stanza. L’elefante era lì, sdraiata e tranquilla. Stava riposando a giudicare dal respiro ritmico e profondo. Alvaro l’abbracciò non smettendo di baciarla. «Ma come hai fatto, eh? Come hai fatto?» continuava a chiedere. «Ero tanto preoccupato, piccolina mia. Non lo fare mai più o mi farai morire di crepacuore. Dove eri andata a finire? Com’è che non ti abbiamo visto?»
L’elefante aprì un occhio a mezz’asta e con la proboscide, quasi senza far rumore, prese un’altra manciata di noccioline dal sacco di iuta con l’etichetta Franz Circus incollata da un lato, e se le mise in bocca.

tetto«E il prezzo è molto buono…» disse l’uomo, sui trent’anni, vestito sportivo con un t-shirt chiara e un paio di jeans all’ultima moda. L’altro, sui cinquanta, era rimasto sui gradini della loggia a guardare la piscina dai riflessi azzurro verde che alcuni rondini cercavano di catturare volando a pelo d’acqua. «Ma ho sentito delle strane storie su questa casa ed è per questo, penso,che abbia un prezzo così ragionevole» fece di rimando.
«Sì, è vero» rispose, dopo un po’,  il mediatore stupito che un forestiero fosse in possesso di un’informazione simile. «Dicono che questa sia stata una casa con strane presenze…» ammise. «Ma non c’è niente di vero, ovviamente» si apprestò a precisare. «Comunque sia, dopo che la casa fu abbandonata dai vecchi proprietari, noi dell’agenzia, siccome non si riusciva a venderla per via di questa assurda storia, abbiamo fatto venire, circa un anno fa, un esperto, indicatoci dall’episcopato. Un prete molto bravo, niente da dire, e non ci è costato nulla. Ha rilasciato anche un certificato…» disse tirando fuori un foglio dal fascicolo che aveva in mano, allungandolo al cliente. Flavio salì un gradino della scalinata e prese il documento. C’erano timbri, firme e una descrizione dettagliata dei riti svolti per ‘disinfestare’ il luogo. C’era scritto che si era trattato di un angelo malefico insediatosi per una frattura spazio-temporale e che la pratica aveva preso tempo ma che, alla fine, ne era giunto a capo. «Insomma ora è tutto a posto, come vede…» sorrise il mediatore soddisfatto riprendendosi il foglio. Flavio non era un tipo impressionabile: tirò ancora sul prezzo fingendosi, invece, preoccupatissimo; e fece l’affare.
Il podere era da rimettere, lo aveva visto bene. E infatti rimise in sesto il tetto, almeno nella parte interna circondata dall’ampio terrazzo; commissionò lo scavo di un pozzo artesiano, giusto per avere l’acqua per la piscina e l’impianto di irrigazione, rifece l’illuminazione esterna installando dei lampioni; piantò persino numerosi alberi da frutto. Quando la maggior parte delle migliorie furono ultimate si trasferì da Alvona. Gli anni seguenti trascorsero sereni in una pace deliziosa che lo ripagò dei sacrifici economici fatti.
Una sera, aveva appena compiuto sessant’anni, tornando dal lavoro, avvertì distintamente che attorno a casa c’era un silenzio innaturale. Come se la villa, fino a quel momento viva, fosse all’improvviso deceduta di morte violenta. Una sensazione sgradevole che non sapeva spiegarsi. C’era stato o c’era ancora qualcuno.
Andò di stanza in stanza accendendo tutte le luci e controllando che ogni cosa fosse al proprio posto. Ispezionò scrupolosamente dentro gli armadi, gli abbaini e persino sotto il letto: tutto ero tranquillo, ma il turbamento aumentava anziché diminuire. Sul terrazzo si accorse che c’era un’apertura nel muro del sottotetto. Si ricordò solo allora che era da tempo che desiderava creare una sorta di ripostiglio, sfruttando quella parte chiusa della villa altrimenti inaccessibile, per riporre all’asciutto vasi e terriccio e quanto occorrente per il giardinaggio. Si era completamente dimenticato di aver concordato con l’amico muratore che il lavoro iniziasse proprio quella mattina, tanto da avergli consegnata tempo addietro una copia della chiave di casa. Insomma, si era preoccupato per niente. Prese una pila ed entrò attraverso la breccia: era curioso. Appena dentro capì che ci aveva visto giusto. Là dentro era ampio e sufficientemente alto per rimanere quasi in piedi al culmine del tetto. Vi avrebbe potuto riporre persino i mobili che non gli fossero serviti. Poi avvertì un odore particolare, quasi di incenso, ma molto più forte con note aspre e acide. Prendeva alla gola. Diresse il fascio di luce contro i muri: vi erano dappertutto solchi profondi, ripetuti graffi incisi nel cemento, come fosse stato di burro. C’era vissuto qualcuno là dentro, disperato per essere stato tenuto prigioniero; e adesso era libero. Poi sentì dei passi sul terrazzo; ebbe appena il tempo di veder filtrare una luce accecante attraverso la spaccatura nel muro. Non riusciva a muoversi né a parlare. Poi pian piano l’apertura fu richiusa e un buio spesso dilagò nel sottotetto.

farfalleL’impiegato la mangiava con gli occhi, lo sguardo bovino, le labbra appena dischiuse. Batteva lentamente sulla tastiera indeciso se farle o no un complimento un po’ spinto. Ma le parole si rifiutavano di mettersi in fila e il coraggio diminuiva man mano che le dita saltellavano sui tasti; il silenzio era diventato opprimente.
Anche perché lei appariva altera, inaccessibile, con quegli occhiali bui dietro ai quali si poteva immaginare solo un mondo di favola, fatto di lenzuoli di seta e amanti premurosi.
Poi il ronzio della stampante attirò l’attenzione della donna che, girati i lineamenti scolpiti, si mise nuovamente a fissare l’uomo davanti a sé; gli regalò un sorriso brumoso, senza speranza, quasi avesse sorriso alla stampante e non a lui. L’uomo afferrò il foglio, fitto di righe, lo imbustò a fatica provando più volte finché non glielo rese imbronciato perché il tempo accanto a lei era concluso. Si accontentò allora di ammirarla mentre si voltava verso l’uscita e sino a quando nella sala vuota non rimase sospeso che il suono dei suoi tacchi.
In strada l’aspettava un cielo troppo vicino che si era chiuso di nuvole vagabonde, intanto che il vento saliva insistente dal mare grigio per un abbraccio distratto a rinfrescare la calura ostinata di quei giorni. Le foglie di alcune piante, di cui non ricordava neppure più il nome, avevano cominciato ad accartocciarsi come una mano attorno a un obolo, mentre il volo dei rondoni era diventato confuso nel cielo sopra la sua bella testa bionda, note di un pentagramma composto e subito disfatto per una sinfonia impossibile. Sì, stava per piovere. Lo sentiva sulla pelle, lo avvertiva nel profondo del pozzo della sua esistenza, dove l’acqua ferma si era lievemente increspata. Accelerò istintivamente il passo guardando ogni tanto con malcelato interesse la busta chiusa che ancora teneva in mano. Sembrava pesante. Chi doveva scrivere, aveva scritto molto.
Nella casa la penombra la accolse come un’amica. Si lasciò andare sulla poltrona senza accendere la luce. Il gatto arrivò lentamente con la coda ritta strusciandosi sulle caviglie e reclamando attenzione. Ma lei se ne stette immobile ad ascoltare una musica che galleggiava in quell’aria spessa, un motivo già sentito che adesso era sfuggito da qualche finestra proprio come una farfalla finalmente libera. Tastò la busta che rispose sommessamente con un rumore stropicciato: pareva che ne volesse indovinare il contenuto attraverso i polpastrelli. Sì, lo sapeva: era arrivato il momento di aprirla. Ora la dicitura attraverso la finestrella di cellophane ‘Laboratorio di analisi mediche’ brillava nel chiaroscuro della stanza come un avvertimento severo. La musica cessò di colpo. Due amici si salutarono per via e un tuono lontano mugugnò risentito.
Fino a quando non la aprirò continuerò a essere sana. Pensò. E abbandonò nuovamente la busta in grembo. Ancora un minuto. Si disse. Ancora un minuto. Cos’è un minuto, dopotutto?
Chiuse teneramente gli occhi rivedendosi bambina mentre giocava con le dita della madre.
E una pioggerellina sottile prese a scendere dal cielo.

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