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ponteSi era alzata una nebbia leggera. Veniva dal torrente che s’infilava furibondo, per le piogge dell’ultima settimana, sotto la massiccia arcata del ponte romano. Un ponte a schiena d’asino, carico di storia, che sembrava innarcarsi il più possibile per far passare tutta quell’acqua.
Una ragazza bruna, con una pashmina rossa al collo e un giubbotto leggero, aspettava accanto al parapetto. Guardava l’ora e poi la strada e poi l’acqua furibonda. Ogni tanto qualche rara macchina usciva dalla provinciale per immettersi sulla stradina, ma svoltava subito per l’abbazia senza degnare neppure d’uno sguardo la severità austera del ponte.
«Anche tu aspetti qualcuno?» chiese un ragazzo, dietro di lei. I suoi occhi chiari da sotto il cappello di lana blu, apparivano curiosi e profondi. «È da più di mezz’ora che ti osservo» e voltandosi attorno come per avere una conferma: «anche la persona che dovevo incontrare io… pare proprio mi abbia dato buca.»
La ragazza si girò quasi non ritenesse reale, in quell’atmosfera sospesa, che qualcuno fosse davvero lì vicino a lei. Squadrò quel ragazzo più alto di lei e dall’aria rilassata, per poi distogliere subito lo sguardo e fissare nuovamente il torrente e non perdere neppure una piega di quell’acqua scura.
«Sì, forse ho sbagliato io…» disse lei sorridendo, ma parlando più all’acqua che al ragazzo. «Mi hanno indicato questo ponte qui. Non è quello romano?»
«Sì, ma credo ce ne siano due da queste parti… questo dovrebbe essere il ponte Garenna mentre l’altro si chiama, si chiama…»
«Allora forse è l’altro» concluse la ragazza alzando le spalle e scuotendo la testa rassegnata. «È lontano da qui?»
«Dipende… se sei a piedi, sì.»
«Sono arrivata con il bus.»
«Ti accompagnerei io, ma non vorrei andarmene… per via del mio appuntamento…»
«Sì, sì capisco.»
I due ragazzi parlarono a lungo. E due ore più tardi lui la stava lasciando nella piazzetta di Lughi, perché era di strada. «Grazie per avermi fatto compagnia…» fece il ragazzo facendola scendere.
«Grazie a te» disse lei. «Questo giorno, credo, ce lo ricorderemo per un bel pezzo.»
«Facciamo così» propose il ragazzo. «Se ti va, fra un anno esatto, ci potremmo ritrovare su quello stesso ponte. Così ci rideremo su.»
«Va bene, perché no?» disse stringendogli la mano in un modo che non era da lei.
Trascorse un anno e lui si ripresentò puntualmente nello stesso posto e alla stessa ora per rivederla. Il torrente era calmo, perdendo così tutta la sua carica ipnotica, e il sole, che non aveva nessuna voglia di tramontare, lo faceva a tratti brillare. Attese un paio d’ore, ma lei non venne.
Ma sì, certo‘, pensò il ragazzo. ‘Era proprio una sciocchezza questa storia del rivedersi per riderci sopra: non mi avrà preso sul serio o più facilmente se ne sarà dimenticata‘. E, convinto che quello fosse un posto che proprio non gli portava fortuna, se ne tornò alla macchina.
Nel frattempo, dall’altra parte del ponte, una ragazza con la pashmina rossa allungava il collo per vedere se questa volta il suo appuntamento ci sarebbe stato. Al centro dell’arcata respirò a pieni polmoni l’aria pulita della valle, mentre il cielo si striava di giallo e di rosso incupendo il verde dei pioppi tremuli.
Il ragazzo, una cinquantina di metri più in là, dietro a un’edicola votiva, stava per mettere in moto. Si batté la mano sulla fronte:
«Ma che testa che ho. Ho lasciato il cellulare sulla spalliera del ponte.» E tornò indietro.

Il testimone

66866_496917383702296_338955915_n 2I due uomini camminavano per la città parlottando rilassati, uno accanto all’altro. Si capiva subito che erano amici. Uno dei due, quello con i pantaloni color mattone e la camicia beige un po’ troppo sbottonata sul davanti per l’età, ogni tanto si fermava a gesticolare: raccontava qualcosa di divertente, perché l’altro rideva, facendo ricadere all’indietro la testa a mostrare denti bianchissimi.
«Senti, non so come dirtelo» fece a un certo punto quello più giovane, con il berretto da baseball calzato con la visiera alla rovescia. «Credo che siamo seguiti.»
L’amico, si fermò per l’ennesima volta, proprio davanti a un semaforo spento e, aiutandosi con le mani, domandò:
«Ha per caso una t-shirt grigina con su scritto ‘Notre Dame’ e jeans sdruciti?»
«Uhmm, direi di sì» rispose il giovane voltandosi indietro e drizzando il collo.
«Allora è Mario» disse attraversando la strada. «Nessun problema: è il mio testimone.»
«Ti sposi?»
«Macché! È un testimone, un possibile testimone processuale. Da quando sono nel vostro Paese, era l’unico mondo per sentirmi veramente  tranquillo. Leggevo di continuo sui giornali ciò che accadeva qui: qualcuno per la via ti aggredisce per pochi centesimi e poi la fa franca perché nessuno mai vede niente… »
«E allora? Quel tizio ti guarda le spalle?»
«Ma no, mi so difendere benissimo da solo, come ben sai… Piuttosto, mi fa da testimone oculare, come ti ho detto. Dovesse accadermi qualcosa, e dovessi soccombere, lui potrà pur sempre raccontare cos’è successo, magari riuscendo a descrivere l’aggressore perché sia individuato, arrestato e punito, senza che un buon avvocato lo faccia assolvere per mancanze di prove. Almeno avrei quest’ultima soddisfazione. Mario, del resto, è un testimone perfetto: è incensurato, sveglio, ottimo osservatore, non è un mio parente e non lo pago, per cui agli occhi della legge è un teste disinteressato e, quindi, già di per sé, attendibile.»
«Come sarebbe a dire che non lo paghi?» chiese il giovane che si grattò i capelli attraverso il cappello.
«È un mio studente dell’università. Ha detto che su questa esperienza ci preparerà la tesi di laurea… insomma: lui è contento e io pure.»
«Lo sai che sei un po’ paranoico e piuttosto strano, vero?» disse il giovane ridendo. «Con tutto il rispetto parlando, ovviamente…»
L’uomo con i calzoni color mattone stava per replicare quando si sentì alle spalle uno stridio acuto di freni e una botta fortissima. I due si girarono.
«Hanno investito il tuo Mario!!!» urlò il giovane indicando un punto dietro di lui.
I due tornarono precipitosamente sui loro passi. Mario era disteso a terra, diversi metri più in là contro la vetrina di un negozio di scarpe: aveva una posa scomposta come fosse stato gettato lì dal vento. Perdeva copiosamente sangue dalla testa e un rivolo di materia densa e scura gli scivolava via lento dalla nuca. Attorno a lui si era già formato un capannello di persone.
«Mario! Mario!» esclamò il professore con una voce di cui non riusciva a modulare i toni. «Ma che è successo?»
«Sembra che una moto sia sbucata dal nulla e l’abbia investito in pieno proprio mentre scendeva dal marciapiede» disse un uomo impassibile, accanto a lui, guardando la via in un punto indefinibile. «Il semaforo non funziona già da qualche giorno.»
«Qualcuno ha preso il numero di targa, ha visto chi è stato?» fece il giovane agitatissimo.
«No, pare proprio di no. Non ci sono testimoni» si sentì dire.

Clara

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERAEra appena andata via. Ma era la prima volta che non si sentì sollevato. Il vuoto della casa sembrava all’improvviso essere entrato tutto in quella stanza, pigiandosi ben bene tra i muri come in una pentola a pressione. Sentì la solitudine pizzicargli il cuore e l’aria spessa velargli la gola. Uscì in giardino. Il verde era inebriato di sole e la luce liquida di quell’ora gli fece tornare il sorriso.
Nel riporre gli asciugamani di lei in bagno sentì, ancora intrappolato tra le pieghe, il suo odore di donna in amore, a ricordargli cosa mancava davvero nella sua vita. Sì, forse Clara era meglio di altre, anche se era sua intima convinzione che l’una in fondo valesse l’altra e che si sarebbe sempre innamorato dell’ultima di passaggio se non si fosse finalmente fermato ad amarne una soltanto. Chissà, forse era quel suo sorriso dolce a renderla speciale o quel modo leggero di camminare tra i suoi sogni o quella capacità discreta di abitare i suoi vuoti.
In sala, complice un riverbero obliquo di sole, vide tra le cactacee della grande ciotola di terracotta posta al centro, un babbo natale dimenticato dalle feste. Nonostante facesse la massima attenzione nel riporre nello scatolone tutti i ninnoli e suppellettili che sparpagliava per la casa in quei giorni, qualcosa sfuggiva sempre. Ma quel babbo natale lì, costruito su un lungo spillone di legno a tenerlo ritto nella terra, sembrava essersi nascosto a bell’apposta per non farsi trovare. Dalla linea curva di un’opuntia uscivano solo gli occhi e il naso a patata quasi per sincerarsi che nessuno lo potesse vedere. Sì, era meglio di tante altre, si disse mentre stava per acciuffare il fuggitivo. Ma poi decise di lasciarlo lì, ancora per qualche giorno; dopo tutto, almeno lui, si era meritato la propria libertà.
Il ronzio del cellulare nel taschino lo fece sobbalzare. Sentì la sua voce dall’altra parte.
«Clara, ciao, che piacere mi fa risentirti» disse sinceramente. «Sono stato davvero molto bene con te e penso che dovremmo vederci più spesso. Ci stavo riflettendo proprio ora. Abbiamo molti interessi in comune, sei bellissima e sai capirmi. Il tempo con te passa in un attimo.»
«…»
«Clara… ci sei ancora?»
«Sì, sono qui.»
«E allora perché non parli più?»
«Perché mi chiamo Claudia.»

* * * * *

La storia minima ‘Clara è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 21 aprile 2013 su:

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Facce

facceAvrei voluto avere una faccia così come di quel ragazzo. Un viso duro, l’occhio fiero come di chi sa governare le emozioni più scomode e riesce a dar sfogo alla forza delle proprie idee; una sfida ferma, in ogni parola, il nocciolo duro di una pietra nascosta nella mano. Corre leggero il suo sorriso pallido, tirato, per dar forma alla visione di un’esistenza che non sa attendere, per far capire quanto lui sia importante e insostituibile e tu no, in questo mondo di persone fungibili.
Oppure avrei voluto la faccia di quell’altro uomo là, sì, proprio quello seduto al tavolino del bar a guardare le persone che strusciano lente per il corso. Le spalle larghe, i segni di una personalità complessa, la coscienza di aver fatto quello che il destino voleva lui facesse. Con un sogno però ingombrante nell’animo e la voglia di realizzarlo tra le punta delle dita. L’espressione è dolce, di chi ha capito l’intima verità dell’esistenza e saputo andare al di là del dolore, della solitudine e di quelle nuvole laggiù che galleggiano pigre sull’orizzonte acceso di luce.
Ma mi sarei accontentato anche di quell’altra faccia. Di quella persona anziana, assorta ad aspettare il bus. Sprofondato nel suo mondo di pensieri senza tempo, le rughe a tener su la pelle del volto a ragione d’un passato intenso, colmo di slanci e ponderate riflessioni; lui che adesso immagina la poltrona davanti alla finestra d’un giardino carico di verde, con migliaia di gocce di pioggia a dondolarsi sui rami ancora spogli, incerte se bagnare la sottostante terra bruna o farsi assorbire dal sole primaverile; già, proprio lui che ancora fantastica d’una vita nuova, lontana dai ‘dover fare’ e dai ‘dover essere’, da osservare curioso da dietro una vetrina luccicante che s’affacci sulla sua samaritaine.
È invece, io, ho questa faccia qui. Anonima, gli occhi tondi e inespressivi, un ciottolo ruvido che il fiume si è dimenticato di modellare. Tutto di me sa di fragile, precario, discontinuo. Questa foto mi ritrae oltretutto con i capelli spettinati e la bocca lievemente storta. Un colpo di vento improvviso, è stato detto, ma non è così. È solo l’immagine impietosa di una realtà che mi ha inseguito sin qui e sino ad ora. Era l’unica foto che è stata trovata tra le mie cose, hanno detto. Perché non è davvero bella una lapide senza la sua brava foto per quanto brutta possa essere. Aiuta a non dimenticare e a tener vivo il ricordo, hanno detto, ma solo con un mezzo sorriso. Come se ciò potesse rendere migliore questo nulla immobile che ha inghiottito ogni cosa.
E ora non c’è più tempo per una foto diversa.
Per la verità non c’è più neppure la faccia vecchia per ritrarla di nuovo e porvi rimedio.

ponteGent.le Sig. Amelio Codeluppi,
sono il direttore editoriale della casa editrice Setteponti.
Circa vent’anni fa Lei mi inviò un Suo racconto (Penso a tutto io) per un’eventuale pubblicazione, ma io glielo rifiutai perché non l’avevo ritenuto in linea con le politiche della casa editrice.
In realtà, desidero chiarirLe ora, anche se con estremo ritardo, che il Suo racconto mi piacque tantissimo, e che glielo respinsi solo per averlo trovato, così come a tutt’oggi ancora lo giudico, terribile, inquietante e sconvolgente. Perché La contatto, 
allora, con questa mia mail? Perché non c’è giorno, da quella lettura, che io non continui a pensare a quello che Lei ha scritto. Quel che è peggio è che sogno quei fatti continuamente, formulandomi mille domande che non fanno che tormentarmi. Pensavo che con il tempo la situazione si risolvesse, ma non è così. Dormo pochissimo e male e non ho più pace. 
Ho anche consultato uno specialista perché mi desse una mano a uscire da questa sorta di corto circuito, ma dopo mesi e mesi di terapia mi ha fatto capire che il Suo racconto doveva aver toccato corde profonde nel mio subconscio, come se la Sua storia me ne avesse a sua volta risvegliata un’altra, parimenti angosciosa e inaccettabile, da me vissuta e poi rimossa. Ho creduto pertanto necessario contattarLa per saperne di più. Cosa fece Marì quando ebbe a scoprire l’orribile segreto di suo marito Orlando? Hanno poi scoperto chi ha ucciso Ménico? Orlando si è riavuto dalla sua condizione di apatia dopo aver scoperto il tradimento della moglie e la morte del rivale? Le assicuro che ho anche tante altre domande che non avranno però risposta senza il Suo intervento. La devo, in altre parole, incontrare, se vorrà come spero, per approfondire la questione; ho necessità in particolare di sapere se la storia è parto esclusivo della Sua fantasia o se Lei ha preso spunto da qualche fatto di cronaca nera o qualcuno gliel’ha raccontata. Le prometto sin d’ora che provvederò io stesso a pubblicare il Suo racconto e tutti quelli che Lei vorrà d’ora in poi sottopormi. La prego, però, mi aiuti.
Cordiali saluti
Cateno M. Aguilleri

Gentile Sig. Aguilleri,
sono Lucia, moglie di Amelio. 
La ringrazio molto per la Sua mail e quando avrò modo di vedere mio marito glielo riferirò: sono sicura che lo renderà felice. Da quello che capisco Lei ha letto un racconto che non sapevo neppure mio marito avesse scritto. Le assicuro che è autobiografico, perché tutto ciò che è stato narrato è realmente accaduto. Sono io la Marì della storia così come l’Orlando che si occupa del funerale di Ménico è mio marito. Per una sorta di scherzo del destino però, la Polizia ha ritenuto che fosse stato proprio mio marito a uccidere Ménico, il mio sciagurato amante. Hanno raccolto con diligenza e caparbietà molti indizi, ma nessuna prova. Gli sono stati tuttavia sufficienti per prendersi ventidue anni di carcere e fra qualche mese finalmente uscirà. Ma io Le posso garantire che non è stato lui ad assassinare quel pover’uomo, lo so per certa e non solo perché Amelio non ne sarebbe stato capace, quanto piuttosto perché credo di sapere chi è stato. Ho riferito dei miei sospetti alla Polizia: non mi hanno creduto ritenendo che incolpare Amelio fosse più facile e più credibile. La nostra vita, comunque, e quella di Amelio, soprattutto, è rovinata per sempre ed è tutta colpa mia. Se vuole possiamo incontrarci e parlarne: Le racconterò ogni cosa.
Ma non credo ritroverà il Suo sonno, né tantomeno la Sua pace.
Lucia Codeluppi

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La storia minima ‘Vent’anni prima è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 17 marzo 2013 su:

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Emma

pioggia lucidaLa giornata di lavoro era stata molto faticosa. Mauro se ne stava seduto al ristorante, con il menu davanti, a rileggere per la quarta o quinta volta la stessa riga.
«Cosa le porto?» gli chiese un giovane cameriere, probabilmente lì da qualche minuto, deciso a farsi notare. Mauro voltò la testa verso quel viso volenteroso e decise di rinunciare a consultare il menu. Avrebbe voluto esprimersi a segni, tanto era stanco, ma poi ordinò: «Mi porti una margherita; con doppia mozzarella di bufala e una birra media, scura.»
Il cameriere appoggiò il lapis sul taccuino, poi fece solo un cenno del capo per poi spostarsi a un monitor che spuntava dalla pila di tovaglioli puliti come un fiore alieno; premette alcune icone e inviò l’ordine in cucina.
«Ti dico di no, Emma, sono da solo… i miei amici non sono voluti venire…»
La voce era quella di un uomo, seduto di schiena poco distante da lui: parlava al cellulare, a un tono così alto che era impossibile non ascoltare.
«Pensa, sono allo stesso tavolino che scegliemmo l’ultima volta che siamo stati qui. No, ora è tutto diverso: lo hanno rimesso a nuovo e non si mangia neppure male, dopo tutto…»
Nel frattempo il cameriere era tornato a portare la birra. Fece un’espressione come per dire ‘lo scusi, sa, ci vuole pazienza.’
«Non potrebbe parlare a volume più basso?» chiese Mauro sottovoce, quasi supplicando.
«Magari!» fece il cameriere e se ne andò.
«Cos’ho fatto oggi?» continuò l’uomo guardando fuori dall’ampia vetrata le luci colorate della città come se si rincorressero sul selciato lucido di pioggia. «Un mucchio di cose… ah, ho incontrato pure Gigi, giù al Parco. Ti saluta tanto e mi ha chiesto quando andiamo a trovarlo al mare… sì sì, al mare… no, non so… tu che dici? Sì, sono d’accordo, sono simpatici, sempre se non viene quel loro nipote pestifero… però non subito, direi fra qualche week-end, quando comincia a fare caldo…»
Mauro dava segni di impazienza. Il suo mal di testa lo stava torturando più del dovuto e quella voce lo picchiettava direttamente sulla tempia. La pizza era per fortuna nel frattempo arrivata ed ebbe l’effetto di rabbonirlo. L’uomo però continuava a raccontare alla moglie cosa avrebbe fatto l’indomani rassicurandola che l’avrebbe richiamata in serata e che al ritorno non si sarebbe dimenticato di portare la crostata di visciole che le piaceva tanto. Stava diventando fastidioso. A un certo punto sembrava voler riattaccare, ma poi ci ripensò iniziando a informarsi su cosa invece la donna avesse fatto in sua assenza. Mauro non ci vide più. Mollò rumorosamente coltello e forchetta sopra la pizza e si diresse deciso verso il suo problema: lo doveva affrontare. Quando gli fu davanti, si accorse però che era una persona molto anziana, gli occhi acquosi e un sorriso mielato. Appena i loro sguardi si incrociarono, l’uomo lo anticipò:
«Stavo parlando a voce troppo alta, vero? Mi scusi, sono mortificato. Me lo dice sempre mia moglie, da quarant’anni oramai, ma non riesco proprio ad accorgermene. È che ho insegnato per tanto tempo e in classe, se non urlavo, i miei ragazzi si distraevano. Mi scusi davvero tanto.»
E nel pronunciare queste frasi mostrò al suo interlocutore, come in una resa senza condizioni, i palmi aperti e vuoti. Sì, non aveva nessun telefonino in mano, né ce n’era sul tavolino, né vi erano tracce di microfoni o auricolari alle orecchie. Nulla di nulla. Mauro non seppe più che dire. Era sconcertato. Annuì per poi tornare, confuso, a posto. Trascorsero pochi secondi e poi sentì dire: «No no, niente, Emma, solo un seccatore, cosa mi stavi dicendo, allora?»

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La storia minima ‘Emma’ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 17 febbraio 2013 su:

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Una nuova app

due-animeOgni volta che s’inoltrava nel ventre umido del carcere, passando attraverso i severi controlli di secondini dalle immancabili mani in tasca, provava la stessa sensazione claustrofobica. Sentire chiudersi alle spalle, a più mandate, i cancelli in ferro, sbattuti per di più come per far capire che tanto da lì non si esce, lo faceva star male. Non ci aveva fatto ancora l’abitudine, anche dopo dieci anni da pubblico ministero.
«Dottor Sbarbaro, anche lei qui?» lo salutò don Ruggero, il cappellano dell’istituto. Il magistrato, l’aria dinoccolata in uno spigato grigio che lo faceva sembrare ancora più alto e magro, andava di fretta, come al suo solito; si limitò ad assestare una pacca sulla spalla del prete e a tirare dritto. «Quando ha finito, dottore, mi venga però a trovare; sarò qui nella cappella: le devo mostrare una cosa» gli disse mentre lo vedeva già allontanarsi a larghi passi. Il PM si voltò con un’espressione sorpresa. Dondolò la borsa in direzione del parlatorio come per dire ‘oggi ho proprio da fare’, ma poi, davanti a quel viso bonario, non seppe resistere: «Va bene… ma ci metterò un paio d’ore.»
Quando ripassò, trovò il cappellano davanti alla porta della chiesetta: parlava con un detenuto che subito congedò.
«Di cosa voleva parlarmi?» fece il magistrato nel gesto di volersene andare.
«Di questo.» E il prete estrasse dalla tasca dell’abito talare uno smartphone, nero e lucente.
«Ha comprato un cellulare nuovo, padre?» fece il Pubblico Ministero con tono irridente.
Don Ruggero scosse la testa. «Il cellulare ce l’avevo già, è l’app che è nuova.» Premette su un’icona raffigurante un crocifisso e subito comparve la scritta iCrucifige. «È un software sperimentale… viene dal MIT di Boston» spiegò don Ruggero grattandosi il naso troppo grosso; poi, proseguendo sottovoce: «pare su commissione del Vaticano, ma non mi chieda di più.»
«Di cosa si tratta?» incalzò il PM temendo fosse l’ennesimo gioco di ruolo.
«È presto detto: se lo si punta contro le persone si può verificare se sono buone o cattive.»
«Prego?» chiese Sbarbaro facendosi serio.
«Guardi lei stesso» e direzionò il dispositivo contro il detenuto rimasto poco lontano a parlare con una guardia. La lancetta si mosse su un campo graduato disposto a ventaglio e suddiviso in tre spicchi diversamente colorati: inferno, purgatorio e paradiso. L’indicatore si fermò a metà strada tra i settori purgatorio e paradiso.
«Con quale criterio l’hanno progettato il suo contatore Geiger?» chiese il PM abbondando in sarcasmo.
«Mi hanno spiegato che è un algoritmo complicatissimo, non ne so molto… non mi chieda di più; ma venga, questa è l’ora d’aria. Lo può provare lei stesso su un numero maggiore di detenuti.» E così il magistrato dal balcone dell’ufficio del Direttore si divertì a puntare il gadget contro diversi detenuti che, nell’area sottostante, tra alte mura di pietra, chiacchieravano a gruppetti. Rimase stupito nel constatare come alcuni di loro, da lui conosciuti per ragioni d’ufficio, meritassero, secondo quello strambo programma, il paradiso. Poi notò in disparte l’uomo che aveva appena interrogato per omicidio. Il cellulare indicava l’inferno.
«Almeno per lui ci ho visto giusto» si compiacque mostrando il display al prete.
«A essere precisi, dottore, il programma le sta solo dicendo che il suo uomo è un gran peccatore, non che ha commesso l’omicidio.»
La soddisfazione si spense sulla faccia di Sbarbaro che, sospettoso e diffidente com’era, direzionò a quel punto iCrucifige contro il prete. Sul display del telefonino apparve un sipario che subito si chiuse con forza davanti ai suoi occhi. Il dispositivo vibrò e si spense.
«Credo sia per ragioni di sicurezza» gli chiarì don Ruggero avvicinandosi al magistrato rimasto a bocca aperta. Il prete si riprese delicatamente lo smartphone e, vedendo il PM sconcertato, gli restituì bonariamente la pacca ricevuta al mattino. «Ma non mi chieda di più…»

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