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cowboyGuardava dalla finestra alla ricerca di un suggerimento, come si trovasse lì, sotto l’albicocco insieme alle dalie, o fosse portato in giro dal becco di un merlo. Ogni tanto si alzava dalla scrivania per avvicinarsi nervoso all’ampia vetrata del giardino per poi risiedersi subito dopo sconsolato. No, non gli veniva in mente nulla per far progredire la trama del romanzo. Era bloccato. Gli era sembrata una buona idea inserire a quel punto della storia un colpo di scena per ribaltare il vantaggio che il protagonista aveva sul ‘cattivo’ di turno, ma ora Ethan si trovava in fondo al crepaccio di una vecchia miniera piena di vipere, mentre Dodge, nel frattempo, era riuscito a fuggire. Come fare ora per rimettere in gioco il ‘suo’ Ethan? Far passare per caso qualcuno da quelle parti, attirato dalle sue grida, e farlo liberare? Troppo scontato oltre che poco plausibile… Ethan non era il tipo da urlare per essere soccorso. Farlo uscire dalla buca con le sole sue forze? Non avrebbe avuto allora alcun senso metterlo in quella situazione per poi disimpegnarlo facilmente. Oltretutto, per rendere il tutto più verosimile, qualche riga prima, aveva pure scritto che nella caduta si ero rotto un braccio. No, doveva escogitare qualche altra soluzione. Chiuse gli occhi e si concentrò.
«Aiutami…» gli disse a un certo punto Ethan nella sua testa.
«Ci sto provando… ci sto provando» gli rispose l’Autore dopo un po’. «Devi avere un po’ di pazienza.»
«No, non ci stai provando abbastanza: mi fa un male bestia questo braccio… perché mi hai fatto cadere qui dentro?»
«In fondo la colpa è solo tua, Ethan, se fossi un po’ meno impacciato con le armi avresti saputo come ci si comporta nel vecchio West. Sparando a Dodge, che hai pure mancato, non saresti caduto all’indietro per il rinculo.»
«Guarda che mi hai fatto tu così, per me andava bene anche essere un pistolero…»
«Non avrebbe funzionato… il romanzo si poggia sul contrasto tra te che sei un giovane e goffo medico di campagna e il tuo avversario, un famoso tagliagole, che ha ucciso, in un tentativo di violenza, tua sorella; e ora tu lo vuoi morto per vendetta.»
«Se lo dici tu… comunque fai presto a parlare, tanto qua sotto ci sono io… dai, vieni a darmi una mano… quando sono arrivato e ho sorpreso Dodge che dormiva ho notato, attaccato alla sella del suo cavallo, un lazo: prendilo e buttamene giù un capo…»
«Aspetta Ethan… devo pensarci su… sai la trama del romanzo…»
«Al diavolo la trama, ho bisogno di andare in ospedale, subito; vieni a salvarmi che sulla trama ci ragioniamo dopo, con calma,… che qui ci sono pure le vipere, non scherziamo!»
La voce di Ethan si era fatta imperiosa, piena di rabbia. Stava tirando fuori una grinta anche maggiore di quella che avrebbe dovuto avere.
«Va bene» gli disse l’Autore «basta che non ti arrabbi» e si immaginò di prendere il lazo dalla sella di Dodge e di srotolarlo nel crepaccio. «Ora assicurati la corda attorno alla vita, così il cavallo ti può tirare su.»
«Non ce la faccio da solo ad arrampicarmi con questo braccio. Vieni qui tu.»
Sbuffando, l’Autore si calò lentamente nella buca. Era più profonda di quello che avesse pensato. Appena pochi metri dall’entrata e già non si vedeva più nulla. L’odore di umido e di terra bagnata saturava i polmoni.
«Allora si può sapere dove sei?» gli chiese toccando terra. In quel momento Ethan lo colpì forte alla testa con un sasso tramortendolo. Lo spogliò in fretta e si mise i suoi vestiti. Poi diede una voce al cavallo che lentamente lo tirò fuori dalla buca.

«Caro ti porto un tè?… magari ti rilassi: sei così intrattabile ultimamente…» gli disse la moglie, sforzandosi di essere gentile, sulla soglia dello studio.
«No no, grazie» fece lui non muovendosi dalla scrivania e cercando di coprirsi il volto con la mano.
«Hai una voce strana, però» osservò lei tornando sui suoi passi «dovresti proprio spegnere o quantomeno abbassare quel condizionatore o ti prenderai un malanno…»
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dietro il racconto
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Aerei del cielo

boeing747Ogni volta che usciva sulla terrazza capiva perché aveva comprato quell’attico. Era l’unico grattacielo della città con la vista a 360 gradi sul territorio. Si dominavano a est le montagne, come le quinte di un paesaggio da impressionista, mentre a ovest si apriva la piana plasmata dai seminativi con, sullo sfondo, il luccichio blu elettrico del mare aperto in un sorriso di benvenuto. All’ombra del grattacielo, appena sotto di lui, le case giallo paglierino del paese parevano piccoli cubi da gioco nell’erba, con i loro tetti integolati di melograno a guardare stupite quel mirabolante palazzo di vetro e ferro che toccava il cielo con disinvoltura. E da quell’altezza, poteva osservare anche i grandi aerei intercontinentali arrivare come naufraghi dal mare e atterrare sulla lunga lingua di cemento stesa al sole pronta a ingoiarli di gusto. Era così vicino, in linea d’aria, all’aeroporto da poter vedere le scritte sulle ali degli apparecchi, ma sufficientemente lontano da non doverne sentire il rombo dei motori. A quell’ora del mattino, poi, la luce sapeva trasformare il panorama in uno sconfinato plastico d’autore tanto da illudere di poter aggiungere qua e là macchie di alberi o una chiesetta in stile o il rudere pensoso di un castello abbandonato. Se non fosse stata per la preoccupazione di quel progetto da presentare il giorno dopo, tenendolo sveglio, avrebbe perso tutta quella meraviglia.
Stava rientrando nel suo studiolo quando un Boeing 777 della Turkmenistan Airlines, dopo la consueta virata per mettersi in linea con la pista principale, ebbe un sussulto. Guardò meglio. La coda del bimotore aveva preso fuoco e la parte posteriore si era staccata come se un gigante invisibile gli avesse assestato un morso vorace. La carlinga, senza più una direzione, aveva preso a beccheggiare vistosamente perdendo quota a ogni secondo fino a quando un’altra esplosione la spezzò in due tronconi uguali che caddero in avanti lanciati come proiettili. Tutto si era consumato in pochi attimi: era sembrato un colpo di scena mal realizzato in un film catastrofico di cassetta. Ma era stato anche uno spettacolo terrificante, perché lui aveva fatto in tempo a veder fuoriuscire i passeggeri dallo squarcio e cadere giù come tante formiche scrollate da uno straccio. Ora, al posto dell’aereo, c’era solo un furibondo fumo denso che si elevava da dietro la cortina degli hangar, diafani come fantasmi accucciati. E il silenzio tutt’attorno.
Aveva ancora lo sguardo fisso su quel punto quando un secondo aereo arrivato da est, di minor dimensioni, forse avvertito dalla torre di controllo di quanto appena accaduto, riprese goffamente quota. Subito dopo, una detonazione accecante all’altezza della cabina impennò la fusoliera sino a portarla ortogonale al terreno per poi farla discendere verso terra come una pietra.
Allora è un attentato terroristico‘, pensò lui con angoscia, ‘un nuovo 11 settembre!’ e afferrò la ringhiera come se si volesse buttare giù per dare un primo soccorso. ‘Dio mio, non ci possono essere dubbi’ si ripeté ad alta voce prendendo ad andare e venire sulla terrazza come per decidere sul da farsi.
Fu quello il momento in cui sentì distintamente, provenire dalla cameretta, la voce del figlio. Si precipitò da lui. Se si fosse svegliato e avesse visto quella scena dalla finestra sarebbe potuto rimanere scioccato, povero piccolo.
«Giovannino, cosa succede, stai bene?» gli chiese entrando in camera.
«Guarda papà, non me sbaglio uno…» disse invece lui, felice, puntando la cerbottana in direzione di un altro bimotore; ‘Baaaang’ fece in uno scoppio di gioia. Un attimo dopo, l’aereo in lontananza esplose come un fuoco d’artificio all’altezza della scritta ‘Emirates’ dividendosi in numerosi monconi che caddero alla rinfusa all’indietro.
«Cosa fai?» gli fece il padre strappandogli di mano la cerbottana e riducendola a pezzettoni. Il bambino impallidì, incredulo per quel gesto repentino; e scoppiò a piangere disperato.
Ma il padre non lo stava neppure più ascoltando. Guardava sgomento dalla finestra verso l’aeroporto. Il fumo degli aerei caduti stava oscurando il sole appena sorto sulla linea dell’orizzonte e una fredda coltre di vapore sopravanzava rapida verso il grattacielo come l’ala di un enorme pipistrello.

Istanti

Il caldo schiaccia a terra i colori della campagna rendendoli opachi; spegne la loro brillantezza aggiungendo un tono innaturale al verde delle foglie, all’ambra della zolla e ai colori sensuali altrimenti vividi delle rose. Il vento raggiunge solo la cima alta del pino e lo fa ondeggiare come un gigante che scuota la testa insonnolito. È un vento distratto, svogliato, indeciso, privato com’è di nuvole da sparpagliare per gioco nel cielo immenso come pecore spaventate nella vastità di un prato, sotto questo cielo immacolato di azzurro che vien voglia di accarezzare per poter rubare una manciata di luce da conservare in tasca per le lunghe giornate d’inverno.
Il profumo del gelsomino è stordente e satura l’aria spessa per rendersi presente; ti offre i suoi fiori candidi, come frutti proibiti perché tu non ti possa mai più dimenticare di una giornata così. Pare la promessa di un oggi senza fine, di un pomeriggio che non vorrà più morire nell’abbraccio della sera.
Una lucertola mi guarda da un po’ dalla fessura del muro. Il suo muso tagliente è appena distinguibile fuori dalla tana; è ferma, prigioniera di un fotogramma fisso nel lividore del sasso bruciante. L’occhio è solo un punto nero nell’orbita indifferente.
I gatti, più in giù, sono sdraiati nell’erba in modo scomposto; sono in cerca di un refrigerio smarrito; socchiudono ritmicamente le palpebre pesanti come se rivivessero un sogno dimenticato; il movimento impercettibile della coda tradisce il loro nervosismo per la violenza del sole.
Colpisce il silenzio stralunato tra gli alberi senza ombra; ogni cosa è immobile, posata lì per caso o dimenticata per disattenzione. Non ci sono merli né storni a cinguettare sui rami e nessuno s’attarda nel proprio giardino per i lavori di fine settimana; non ci sono cicale che se la sentano di bucare con il loro verso questa quiete assoluta.
Le case lontane, oltre il fiume, sono assetate di frescura; sono iridescenti come denti vuoti di una bocca spalancata in attesa della pioggia, tremolano nella calura ardente quasi volessero spostarsi, non viste, altrove. Il vapore è ovunque e avvolge la campagna in pozze di carta sgualcita.
Mi alzo dai gradini del portico. Anche la lucertola si è mossa. Si ferma ancora per un attimo squadrandomi per un’ultima volta in obliquo e poi fugge via, lontano, come se si fosse ricordata all’improvviso che doveva esistere.

tela di ragnoIl chiarore del display illuminava il suo viso. Fu per questo che Piscopo lo vide in ritardo proprio quando dalla porta della stanza si stava avvicinando alla sua poltrona. Era un grosso ragno di una specie diversa rispetto a quelle che normalmente popolavano la campagna che abitava. E anche se di dimensioni contenute, aveva una massa tozza, le zampe pelose e scure oltre a un aspetto arcigno nell’insieme, che inquietava; dalla velocità con cui si stava spostando gli fece pensare che avesse una meta precisa. Staccò per un attimo gli occhi dal monitor e, appena lo ebbe a tiro, il gesto di schiacciarlo fu istintivo e immediato. Odiava i ragni ed era un’avversione profonda, maturata sin da quando, da bambino, fu morso a un labbro nel sonno. Sotto la pantofola in spugna di cotone, che ancora recava la dicitura di un hotel di Alvona, l’aracnide scricchiolò in modo sinistro, come se avesse pestato una ghianda o una nocciolina.
Piscopo seguitò a leggere al computer e fu solo quando decise di andare a dormire che accese la luce per togliere dalle piastrelle del pavimento quel che rimaneva del ragno. Ma non c’era nulla. Guardò meglio nelle vicinanze e finanche sotto la poltrona, ma non trovò i resti. Girò la pantofola e si accorse che c’era un buco di pochi millimetri di diametro nella suola. Controllò anche la pianta del piede e notò una ferita tonda, minuscola, in corrispondenza del buco nella pantofola.
Deve avermi bucato poco prima di scappare’ pensò alzando le spalle, quindi si medicò e andò a coricarsi.
L’indomani, nel farsi la doccia, notò che la pelle attorno allo stinco del piede aveva un rigonfiamento. Lo toccò e subito qualcosa sottocute si spostò in avanti di alcuni centimetri per poi sparire. Si spaventò tanto da perdere l’equilibrio nel box e aggrapparsi all’ultimo istante al rubinetto per non cadere. Non c’era dubbio: il ragno era dentro di lui. Preso dallo sgomento si vestì in fretta e si recò subito dal suo medico che, resosi conto del problema, decise per un intervento ambulatoriale immediato. Il bozzo appariva e spariva dalla tibia per ricomparire in altre parti, come il polpaccio e la caviglia, e ogni qualvolta il medico avvicinava il bisturi per incidere la pelle il ragno, come se se lo sentisse, si scostava all’ultimo istante. Il dottore fece diversi tentativi, ma fu inutile. Non c’era che disporre in via d’urgenza il ricovero in ospedale del paziente, ma anche lì, nei giorni seguenti, non ci fu nessuna terapia che potesse avere la meglio. I medici non sapevano più che fare, Piscopo era disperato.
La situazione sembrava irrisolvibile quando, una mattina, l’uomo si accorse svegliandosi che appena sotto il ginocchio si era venuta a formare un’escrescenza di carne pendula; fu portato subito in sala operatoria e lì, sezionando quella sacca di pelle, trovarono all’interno il ragno morto avvolto da un bozzolo lanoso. Piscopo se la cavò con pochi punti di sutura e una cura massiccia di ulteriori antibiotici. Gli dissero che il primario avrebbe scritto una monografia su quanto accaduto e che sarebbe stato contattato e persino pagato per il disturbo.
Intanto, nel lettino di ospedale dove fu trattenuto ancora per una notte per precauzione, Piscopo si addormentò profondamente dopo settimane di notti agitate.
Dormiva ancora quando, all’altezza della tempia sinistra, di una mano e dell’ombelico apparvero all’improvviso delle protuberanze sottocutanee che si mossero all’unisono in ogni direzione. I ragni cercarono di fare piano nel muoversi, giusto per non svegliarlo, perché avevano compreso che, se l’individuo-ospite rimaneva tranquillo, per loro era anche meglio.

Aleppe

fonte battesimaleLe scarpe blu di vernice del bambino si sentivano appena per la chiesa. Erano rumori lievi tra statue di santi e ceri accesi. La mamma, poco distante, stava pregando, anche se non distoglieva lo sguardo da lui che saltellava leggero lungo la navata centrale. Poi il bambino si avvicinò alla fonte battesimale di basalto e la sua attenzione fu attirata da una increspatura sul pavimento. Era una fenditura bruna, a zig zag, come se l’intero edificio avesse avuto un fremito e si fosse spaccato in quel punto. Il bambino, che chiameremo Giorgino, non poteva conoscere la storia di Aleppe, una storia particolare risalente addirittura al 1802 di cui si era persa ogni memoria. Se l’avesse conosciuta, forse, non si sarebbe fermato proprio lì.
Aleppe era un demone molto giovane, ma molto intraprendente, che aveva in animo di realizzare qualcosa di memorabile per mettersi in mostra e salire di considerazione a chi di dovere; fu così che, dopo tanto pensare, volle tentare l’impresa di entrare in un chiesa e rubare delle ostie consacrate per poi disperderle in un letamaio. L’idea gli piaceva molto, era ambiziosa, nel suo stile, ma doveva trovare il modo per riuscire a penetrare nella cattedrale resistendo alla sacralità del posto, quel tanto che sarebbe bastato, insomma, per arrivare sino alla pisside e portarla via.
Dovette aspettare a lungo il momento giusto che, finalmente, si presentò un giorno, al meriggio, sotto forma di una suora novizia, Maria Celeste, di appena anni sedici; la capretta, che il convento allevava per il latte, temendo che i suoi piccoli fossero in pericolo, la caricò all’improvviso aprendole la pancia con le corna aguzze e lasciandola agonizzante all’ombra di un convolvolo. Aleppe, approfittò che una bestemmia sfuggisse dalle labbra della novizia, disperata di dover morire così giovane, per entrarle dalla gola e prendere possesso del suo cuore; la salvò anche da morte certa perché, per realizzare il suo progetto, aveva bisogno di lei: sapeva che se si fosse addentrato in chiesa nascosto in quel corpo illibato e benedetto sarebbe stato al sicuro come in un’armatura.
E così, una mattina, Aleppe si presentò sulla soglia del vasto portone della cattedrale. Tutto sembrava tranquillo: solo alcune donne pie, da un lato, sgranavano monotone il loro rosario; uno sparuto gruppo di persone se ne stava invece molto più avanti, intento in chissà quale rito. Aleppe era titubante: la maestosità del luogo gli metteva soggezione. Sfidare però il Signore nella sua stessa casa era un’impresa degna di nota che lo inorgogliva. Si chiuse così nel mantello della suora e prese a percorrere lentamente la navata centrale. Nessuno badava a lui. Nessuno avrebbe fatto caso a una novizia entrata a pregare. Fece appena una decina di passi e subito avvertì fitte lancinanti al costato e alla testa. Tutto rimandava alla gloria di Dio, là dentro: lo sentì come una cappa soffocante e dirompente. Andò avanti lo stesso, doveva riuscire ad ogni costo. Cominciò a zoppicare e a respirare a fatica. Capì che non ce l’avrebbe fatta a resistere a lungo: doveva fare presto. Accelerò il passo, trascinandosi, anche se i dolori al ventre e alla gola diventavano sempre più insopportabili. Ancora pochi metri lo separavano dal tabernacolo, serrò i denti ma nello sforzo la ferita alla pancia gli si riaprì. In quel mentre, accanto a lui, una madre staccò dal suo seno un bimbo di pochi mesi e lo avvicinò al prete che con l’acqua dalla fonte battesimale bagnò la fronte del neonato. Una goccia infinitesimale di quell’acqua benedetta scivolò via toccando un lembo del mantello di Aleppe. Lui prese a tremare. Brividi violenti presero a squassargli il corpo divenendo ben presto convulsioni. Il demone prese a lacerarsi come carta bruciata per poi sciogliersi in un liquido nero che spaccò in due il pavimento saettando come per ritirarsi. Rimase solo una bruciatura su quel marmo antico, un’ustione profonda per chilometri e chilometri sino al centro della terra. Proprio lì Giorgino, ora, stava giocando. E un soldatino di plastica consumata gli cadde dalle mani.
«Mamma» disse rialzandosi subito dopo averlo raccolto. «Ma è caldissimo qui il pavimento!»
«Vien via» gli comandò lei facendosi seria e segnandosi tre volte «vieni via, subito.»

footstepsLe notizie sul giornale erano meno interessanti del solito. Posò il quotidiano sul tavolino del bar chiedendosi perché si ostinasse a comprarlo. Alcune briciole della brioche, per un colpo di vento, uscirono dal piattino.
E fu quello il momento in cui vide davanti a sé Ovidio, pallido, come un fantasma infarinato. Era davanti a lui, immobile, lo sguardo perso. Pareva fosse arrivato sin lì da sonnambulo tanto aveva l’aria assente.
«Ciao, Ovidio» gli disse Carlo, cercando di essere gentile. «Prendi qualcosa?»
«Eh?» rispose lui come se si fosse accorto solo in quell’attimo che non si trovava nel letto a dormire.
«Ti ho chiesto se vuoi qualcosa da bere…»
Ovidio, senza rispondere, si sedette di scatto passandosi nervosamente più volte la mano sul ciuffo spostandolo ogni volta di lato non appena tornava al suo posto.
«Si può sapere cos’hai?» lo incalzò Carlo.
«Mi sta succedendo una cosa terribile. Sapessi!» Effettivamente non l’aveva mai visto così. Il viso sembrava gonfio ma al tempo stesso smunto, gli occhi infossati, le labbra cascanti. «Sono giorni che non dormo» seguitò.
Carlo, lentamente, piegò il giornale in modo ordinato: tanto aveva capito che non sarebbe riuscito a finire la colazione in pace. Cercò di ricordarsi come si faceva un sorriso di circostanza che paresse sincero, quindi prestò all’amico la dovuta attenzione.
«Le prime notti sentivo qualcuno passeggiare sopra alla testa…» continuò Ovidio indicando con l’indice ossuto una nuvola di passaggio. «Rumori forti, pesanti… rumori di scarponi, insomma. Nel cuore della notte, capisci?»
«Sì sì, capisco. Che problema c’è? Non fai altro che andare dal tuo vicino e gli dici cortesemente di smetterla!» Ovidio guardò l’amico senza aver la forza di replicare. «Ah, già è vero. Abiti in un attico…» si riprese subito Carlo arrossendo «…oddio e chi può essere, allora?»
«Appunto, non ho che piccioni sopra alla testa e non mi risulta che indossino scarpe con il carrarmato. E questo è niente. Due notti fa, il rumore si è fatto ancora più presente. Sembrava provenire sì dal soffitto ma, come dire…, anche dall’interno della casa.»
«E com’è possibile?»
«Erano le tre di notte e mi sono svegliato per il baccano. Ho alzato lo sguardo e ho visto.»
«Visto cosa?»
«C’erano impronte di scarponi sporche di fango.»
Carlo rimase senza parole. «Sul soffitto!?!»
«Già, sul soffitto! Ieri notte è successa la stessa cosa, solo che vedevo le orme formarsi mentre venivano impresse, come se qualcuno stesse camminando in quell’istante, davanti a me, a testa in giù. Mi sono spaventato, e ho preso persino una scopa, menando botte a destra e a manca, caso mai ci fosse stato qualcuno. Ma niente!» Ovidio non riuscì a terminare la frase perché si era messo a piangere a dirotto. Doveva avere i nervi a pezzi. Carlo si guardò in giro, imbarazzato, non sapeva che fare. Poi si fece coraggio e gli pose una mano sul braccio per mostrargli tutta la sua comprensione. Ovidio, per tutta risposta, si levò di colpo dalla sedia. «Scusa, scusa» farfugliò guardando per terra e allontanandosi.
Qualche settimana più tardi, Carlo incontrò di nuovo l’amico al supermercato. Lo vide rilassato, sereno, persino allegro. Ne fu sollevato.
«Com’è andata, poi?» gli chiese curioso.
«Com’è andata, cosa?» domandò Ovidio sorpreso.
«Come cosa? Il tizio… quello che camminava a testa in giù a casa tua…»
«Ah, quello! Beh… ho cercato di reagire. Pensa che in quei giorni ero così disperato che sono andato a chiedere aiuto persino a un esorcista.»
«Addirittura!»
«Sì, è venuto a casa mia e, appena ha visto le orme degli scarponi, se n’è andato scocciato. Mi ha detto che il diavolo non fa l’alpinista, né l’acrobata…»
«E quindi?»
«E quindi qualcosa deve essere però successo perché da quel giorno la ‘presenza’ si è tolta gli scarponi. Passeggia sempre a testa in giù, però almeno non fa rumore» disse Ovidio facendo spallucce.
«E ti va bene lo stesso? Non ti dà fastidio, voglio dire, avere un tizio che passeggia di notte, in questo modo, a casa tua?»
«Dalle orme che lascia del piede nudo, come se fosse appena uscito dalla piscina, il tizio in questione, in realtà… è una tizia… Ha un piedino piccolo, aggraziato, leggero: un amore. E poi, sai, io sono single e ho sempre desiderato avere una donna per casa.»

La scarpa

scarpone«Allora mi dica cos’ha visto…» chiese il Sovrintendente Carmine senza alzare il viso.
«Veramente ‘n c’ho visto una sega…» disse una vocina stridula che sembrava quella di un bambino; ma l’uomo aveva circa quarant’anni ed era tendente all’obeso, imponente, con sulla faccia un velo di barba che sembrava disegnato tanto appariva improbabile.
«Ma come, non era sul bus?» fece Carmine smettendo di leggere e strizzando gli occhi sull’interlocutore per metterlo a fuoco.
«Per essecci c’ero, ecche mi trovavo a metà busse e più che altro ho visto solo quello che succedeva sul busse».
«Sul busse…»
«Sì, sul busse» confermò quello annuendo esageratamente. Carmine capì che avrebbe perso solo del tempo. «’Somma» fece ancora l’uomo dondolandosi sullo schienale che scricchiolò sinistramente «ho visto pochi attimi prima del botto una ragazza che, dietro di me, stava guardando fori, cioè guardava verso il muso del busse e all’improvviso s’è aggrappata ai tubi.»
«Ai tubi?»
«Sì ai tubi, quei cosi che ci stanno sui busse per tenessi.»
«I mancorrenti»
«Ecco, appunto, il maldidenti» Il Sovrintendente guardò il soffitto. Lo sapeva: sarebbe stata dura.
«E poi?» sollecitò con un filo di voce.
«E poi ho visto volare all’altezza degli occhi, la scarpa…»
«La scarpa? Che scarpa?»
«La scarpa con il piede drento. Il motorista prima di finire sotto il busse si è affettato prima contro il gaddraille…» Carmine a quel punto sbottò.
«Ma scusi perché ride? Lo trova divertente che un povero cristo sia morto ammazzato schiacciato da un busse? Volevo dire un bus?»
«No, agente, mi scusi…»
«Sovrintendente, prego…»
«Si scusi, Sovrisergente… non è colpa mia se c’ho ‘sta faccia qui, che sembra che rido sempre, ma ce l’ho persino quando m’addormo. Mi’ madre me lo dice in continuazione… che da piccolo facevo proprio impressione.»
(E da adulto no?)’ pensò Carmine temendo subito dopo che il suo pensiero si fosse sentito. «Va bene, va bene, guardi, vada avanti, per cortesia…» e fissò il corridoio alla sua destra, desolantemente vuoto.
«Sì, m’ero rimasto a ‘sta scarpa; beh, l’ho vista volare e finì sotto er cassonetto. E lì è rimasta anche quando è arrivata la Polizia stradale e l’ambulanza…»
«E poi?»
«E poi la vecchia che era di fronte a me, dopo che il busse è salito su quel disgraziato, s’è messa a strillare che non finiva più, manco avesse visto un sorcio, continuando a dire: ‘È successo anche a mi’ nipote, è successo anche a mi’ nipote!‘ e agitò in modo isterico le mani davanti alla faccia, rifacendo il verso della donna. «Come se c’importasse una cippa.»
Carmine stava guardando l’uomo grasso con l’occhio vuoto, senza riuscire a dir nulla. L’altro, dopo un po’, proseguì: «E poi m’ha raccontato tutto di su’ nipote. Le racconto di su’ nipote?»
«No, per carità.»
«E c’ha ragione. Ah, e poi ho dovuto avvertire io l’agente…»
«Di cosa?»
«Se ne stavano andando lasciando la scarpa, con il piede mozzo drento, sotto er cassonetto…»
«Ma non è possibile!»
«È quel che dissi anch’io. Una scarpa che pareva nova nova, sicuramente appena risolata: un peccato lasciarla lì.»