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Suoni del vivere

gatto di ceramicaSono seduto sul gradino del portico. Davanti a me la mia campagna, i miei colori, i miei suoni.
Sto diventando sordo, con l’età; un’ineludibile certezza che mi si è affiancata con discrezione come un’amica inattesa che reclamasse di essere aspettata per fare il resto del cammino insieme.
Ma questo non m’impedisce di avvertire ancora i rumori del paese, come un caldo sottofondo che mi accarezza il viso a ondate impalpabili, un velo che risale il fiume e le rogge quasi una nebbia di vibrazioni, una specie di pentola del sugo che brontola sommessa sul fuoco in cucina.
Né m’impedisce di sentire attorno a me la presenza del mio mondo: del gatto che s’attorciglia nervoso su se stesso per pulirsi la coda, del volo confuso di un merlo spaventato da chissà cosa, del passaggio frettoloso di un bombo alla ricerca dell’ultimo nettare da suggere.
E non m’impedisce neppure di immaginare i suoni che non sento più ma che so essere nell’aria: il pianto della bimba che intravvedo passare laggiù per la strada assolata, il clacson della macchina del panettiere che distribuisce il pane fresco nel chiacchiericcio del quotidiano e dei convenevoli di rito, i mille rumori di una casa che, ora alle mie spalle, respira e vive con me e per me. Sono tutti suoni che danzano nel sole, che ricostruisco nella mia mente e quindi esistono, come il pulviscolo argenteo di lune perdute.
E poi ci sono tutte le cose belle che non hanno un loro rumore: i raggi di sole che in questo tardo autunno mi scaldano la pelle, l’erba che cresce offrendo al cielo il profumo dei propri fiori, il filo dei ricordi che appannano la mente come fazzoletti liberati nel vento.
E soprattutto c’è il tuo sorriso di miele, anche se un po’ venato di tristezza per questo giorno che sta inesorabilmente passando; perché sei consapevole come me che, neppure prendendomi per mano, il tempo di oggi si potrà fermare.

Passo dopo passo

valentino-rossiLa domenica si concedeva di solito una mezz’ora in più per restare nel letto; quella però era una mattina speciale. Alle 10.30 trasmettevano alla televisione la sesta gara del motomondiale; non l’avrebbe persa per nessun motivo e non a quel punto cruciale della stagione. Alle 10, dopo una buona colazione, era già davanti alla televisione.
«Ti ricordi che devi andare a comprare il dolce per il pranzo, vero?» sentì dire dalla moglie dal bagno. Attilio si sentì raggelare. Dolce? Che avesse dimenticato qualche ricorrenza? Sì sentì improvvisamente in difetto.
«Certo, cara, è che pensavo di andarci più tardi…» buttò lì.
«Lo sai che se vai a mezzogiorno non trovi più niente.»
Attilio guardò l’orologio. In mezz’ora ce l’avrebbe fatta ad andare e tornare. Ci avrebbe messo più tempo a contrastare vanamente la moglie per poi doverci andare comunque. Tanto valeva rassegnarsi. Si vestì al volo; e, proprio mentre stava per uscire di casa, lei aggiunse che, visto che c’era, poteva anche comprare il giornale e passare dal bancomat. ‘Va bene‘, pensò. ‘Basta solo essere rapidi e ben organizzati. Che ci vuole? Prima il giornale poi il bancomat e infine il dolce‘.
Trovò da parcheggiare in piazzetta e questo lo prese per un segno di buon auspicio. Percorse velocemente lo stretto marciapiede in direzione del giornalaio quando, all’altezza del portone accanto al parrucchiere, due donne gli si pararono innanzi. Quella giovane teneva per il braccio l’altra, molto anziana, che, appena sul marciapiede, come un robot a molla, si mise a camminare una decina di centimetri per volta. Attilio capì subito che superarle non sarebbe stato possibile perché sulla strada passavano veloci, una di seguito all’altra, le vetture dirette all’autostrada. Doveva far scansare le due donne. «Permesso?!?» disse Attilio, più volte, ad alta voce: le due signore continuarono imperterrite nel loro incedere; anzi, lui ebbe persino l’impressione che avessero rallentato l’andatura. Attilio guardò l’ora. Le lancette dell’orologio parevano muoversi a vista d’occhio. Intanto le due donne, sempre precedendolo, erano arrivate all’edicola ove entrarono con la stessa attenzione che avrebbero potuto riservare a un negozio costruito con lo zucchero caramellato. La giovane, con un forte accento slavo, nell’ordine, comprò una rivista di moda e un gratta e vinci, fece la carica al cellulare, pagò un paio di bollettini postali e il bollo di una vettura. Ad ogni acquisto si consultava a bassa voce con l’anziana che, con lo sguardo appannato e immobile davanti a sé, non rispondeva, né faceva alcun cenno. Attilio era disperato. Quando fu il suo turno comunicò così rapidamente alla commessa quello che voleva, che dovette ripeterlo due o tre volte. La ragazza fece inoltre difficoltà a dargli il resto della banconota di grosso taglio che aveva ricevuto, tant’è che Attilio stava per rinunciare ad averlo (ma poi la moglie chi l’avrebbe sentita?); per fortuna arrivò, dopo qualche minuto, il titolare che controllò se poteva pensarci lui. Con il danaro in mano, Attilio schizzò fuori dalla porta richiamato però subito indietro dalla ragazza perché aveva dimenticato sia il portafoglio che il giornale. Nel frattempo, aveva notato che le due donne avevano percorso lentamente quasi tutto il marciapiede svoltando a destra proprio in direzione dell’unico bancomat. Gli vennero i sudori freddi. Avrebbe voluto riprendere il portafoglio più tardi e correre al bancomat immediatamente per superarle, ma si ricordò che la card si trovava proprio dentro al portafoglio. Tornò indietro e quando, qualche minuto più tardi, svoltò in direzione della banca, sperando che le due donne fossero andate in farmacia, le vide invece già davanti al bancomat. La badante, poi, ogni volta che estraeva dalla slot della postazione la card sbagliata, emetteva ridendo un sonoro ‘oplà‘, per poi chinarsi verso l’anziana e chiederle, come si può fare a un bambina, quale fosse quella giusta, senza ricevere risposta. Erano le 10 e 25 allorché fu la volta di Attilio. Per la fretta gli cadde un paio di volte la card per terra, ma vedere la schiena rassicurante delle due donne che si allontanavano dalla parte opposta rispetto a dove si trovava la pasticceria lo rincuorò. Gli era rimasto da prendere solo il dolce. Corse così a perdifiato verso il pasticcere. Cosa doveva comprare? Una torta? Delle paste? Si rese conto che non aveva istruzioni. Gli venne anche il dubbio che ci potessero essere degli ospiti. Ricordava vagamente qualcosa. Ma perché non ascoltava mai la moglie quando parlava? Stava rimuginando su questi interrogativi, chiedendosi se dovesse telefonare o meno alla moglie rischiando così di perdere dell’altro tempo prezioso, ed ecco che la serranda chiusa della pasticceria gli sbarrò il passo. Un biglietto listato a lutto riportava in piccolo la parola ‘CHIUSO’. Si mise a correre verso l’altro negozio. Le paste non sarebbero state altrettanto buone ma era pur sempre meglio che tornare a casa a mani vuote. Erano le 10 e 30. In quel preciso istante c’era la partenza: il momento più emozionante della gara. Entrò nell’altra pasticceria come una furia: davanti a lui le solite due donne; stavano comprando così tante paste, scelte minuziosamente una a una, che la badante si mise d’accordo con il commesso per il recapito a domicilio. Per guadagnare tempo, Attilio, appena toccò a lui, comprò invece alla rinfusa purché si facesse presto. Avrebbe voluto sbeffeggiare le due donne mentre le superava andando di corsa verso la sua macchina ma il viso innocente e vacuo della persona anziana lo dissuase. L’incubo non accennava tuttavia a voler svanire: la sua macchina risultava bloccata da un’altra che aveva posteggiato in seconda fila. Nel frattempo, la moglie lo chiamò al cellulare rimproverandogli di metterci tanto tempo. «Ma non volevi vedere la corsa?» gli chiese stupita. Attilio ebbe un groppo in gola e avrebbe voluto piangere di rabbia allorché vide arrivare, dopo un’infinità di tempo, passo dopo passo, le due donne. La vettura in doppia fila era ovviamente la loro.
Stava per dir loro qualcosa quando, poco prima di entrare nella sua macchina, l’anziana signora si girò verso di lui. Ad Attilio parve che, per un attimo, gli avesse sorriso strizzando un occhio per poi riprendere la sua espressione acquosa.
Nell’osservarle partire non ebbe neppure più il coraggio di guardare l’ora.

pianoPioveva forte. In alcuni momenti scrosciava così rapidamente che, pur all’interno della mia macchina, avevo la precisa sensazione di affogare. Il tergicristallo mi gridava di non poterne più, ma i miei pensieri erano altrove.
Appena dopo il confine, una frana si era portata via mezza collina. Un uomo con una mantella gialla che gli copriva tutto il corpo lasciando scoperto solo l’ovale di un viso fradicio, era sbucato dal muro d’acqua come un sopravvissuto.

Leggi tutto il racconto –> Una musica divina

papàPapà è uscito da un po’ di tempo. No, non ho paura. Ho undici anni, io. Sono un ometto. Me lo dice sempre il mio papà. Mi ha passato le mani tra i capelli, me li ha spettinati da una parte, e mi ha detto con quel suo modo buffissimissimo: torno presto, ometto, vado via con questi signori, ma torno subito. Non avere paura.
Di solito papà non mi lascia mai solo. E poi non mi dice mai: non avere paura. Perché dovrei averne? Tanto lui torna subito. E poi sono un ometto.
Se accendo la televisione però magari lui torna subito perché non vuole che io accenda la tv nel pomeriggio. La guardo la sera, con lui, prima di andare a dormire. Mi dice che la tv fa venire strani pensieri. Chissà cosa sono gli ‘strani pensieri’? Boh! Lo strano è invece che sta diventando buio e papà non torna. Ma lui sta per tornare, ne sono sicuro. Papà fa sempre quello che dice. Mica quegli smidollati senzalavoro dei giovinastri d’oggi. Così dice sempre il mio papà. Chissà cosa sono i ‘giovinastri‘? Dei giovani andati a male? È che mio papà a volte parla complicato. Lui ha fatto un mucchio di studi. La scuola, ai suoi tempi, era una roba seria, mica quella cosa lì che non si capisce ‘cosa faccio io quando vado a scaldare il banco‘. Loro imparavano un sacco di poesie a memoria e al liceo sapevano parlare di filosofia e letteratura proprio come io parlo con i soldatini. Chissà se la filosofia ha aiutato il mio papà quando è andato a militare. Sì, sicuramente. Lui non fa mai le cose tanto per fare. E anche sapere le poesie a memoria gli sarà stato utile quando ha passato tanto tempo in ospedale che gli hanno sparato alla gamba. È sempre utile sapere poesie, non sai mai quanto ti sparano.
Oh, il telefono squilla. Vorrei rispondere ma il mio papà dice che non lo devo fare, che tanto non è per me. Sono piccolo io. E poi non è il mio papà che telefona perché lui torna presto. Me l’ha detto proprio lui prima di uscire. Non ha bisogno di ripeterlo per telefono.
Ora è passato ancora più tempo ed è tanto buio là fuori. Forse dovrei accedere la luce. Papà dice che la luce costa e che non bisogna accenderla se non serve. L’insegna del bar illumina il salone. In casa non è proprio buio buio. E se non è proprio buio buio i mostri non escono da sotto il letto. È la regola. Lo sanno tutti. E poi non ho mica paura, io.
Ecco, il telefono non squilla più. Adesso però ho fame. A quest’ora di solito mangio con il mio papà. Lui mi fa la pasta corta con il burro e tanto formaggio sopra o una fettina di carne sulla graticola. Raramente tutte e due. Il mio papà dice però che dovrei mangiare la verdura. La verdura e la frutta. Ma le piante non le mangio. A meno che non siano piante che fanno le patatine fritte. O la cioccolata. Se ci fosse la verdura in casa però ora la mangerei tutta, perché ho davvero fame. E poi se mi tappo il naso non sento neppure il sapore.
Ohi, bussano alla porta. Papà però non vuole che vada ad aprire. Ci sono un mucchio di ‘farabrutti’ in giro. Chissà cosa sono i farabrutti. Non l’ho mai capito. Forse sono quelli che si mettono le dita nel naso e fanno le smorfie. Perché non ci si mette le dita nel naso, né si fanno le boccacce. Lo sanno tutti. Fa brutto.
Ora picchiano forte alla porta e gridano il mio nome. Come fanno a sapere come mi chiamo? Forse l’ha spifferato la Silviotta, la figlia del panettiere. Ha solo otto anni, quella là, ma è già una gran smorfiosa. Non le presterò più la bicicletta, così impara. Non si va in giro a spifferare il nome degli altri. Anche questo fa brutto.
Bene, adesso non battono più. Ho avuto un po’ di paura. Ma solo un po’, eh? Quando torna papà però non glielo dico che ho avuto paura. Gli ometti non hanno paura.
Spero che il mio papà non mi ha lasciato. Forse l’ultima volta che ho fatto picchiare la biglia di vetro sul pavimento lui si è arrabbiato così tanto che ha deciso di andare via. Dice che i vicini di sotto si lamentano perché faccio rumore. Se torna il mio papà, giuro però che non gioco più con quella biglia. Tanto ne ho un’altra nel cassetto, che è di gomma.
Adesso non ho più tanta fame, ho solo sonno.
Mi metto qui sul divano e dormo un po’. Perché il mio papà torna di sicuro. E poi ho fatto il fioretto della biglia. E quando si fa il fioretto della biglia i papà tornano sempre. Me l’ha detto Gasparre che ha già i baffi anche se lui li esagera con la matita. Ma è uno tosto. Tostissimissimo.
Sì. Dormo un po’. Solo un po’.

Cuore, batti cuore

Broken-Heart-ILo aveva sempre detto. Appena fosse andato in pensione, sarebbe passato a salutare i colleghi e poi si sarebbe seduto sulla ‘sua’ panchina con vista sulla cascata: a vedere i turisti passeggiare, a leggere un libro, a prendere il sole come i piccioni dopo una lunga nottata d’inverno.
Ma ora era lì, su quella stessa panchina, con lo sguardo perduto nella polvere d’acqua. Gli stavano tornando alla mente sprazzi confusi di vita passata. Si era aperta una breccia inaspettata da cui stavano penetrando i ricordi come genieri guastatori: e non sapeva come difendersi. Pensò a quando era studente, ai suoi primi viaggi all’estero, al rapporto complicato con il padre. Pensò ai momenti brutti, a quelli tristi, ma anche a quelli piacevoli che lo avevano reso un uomo. E soprattutto a Lei. Un amore intenso della giovinezza, bruciato nell’arco di pochi anni, ma ancora vivo e intenzionato a reclamare un proprio spazio. Gli bastava anche solo ricordare i suoi lineamenti e le tenerezze che si erano scambiate che il cuore cominciava a battergli forte con lo stesso dolce abbandono. Ma perché pensarla ancora? Che senso aveva?
Poi rifletté che i turisti, la cascata e i piccioni potevano aspettare e che, per quello che ora aveva da fare, poteva andarla a cercare per vederla, fosse solo per l’ultima volta.
Partì per Alvona quel giorno stesso. Si mise a girare in tutti i posti che li avevano visti insieme. Andò diritto alla loro spiaggia, dove si erano conosciuti, ma la rotonda, per la stagione autunnale inoltrata, era chiusa con rugginosi lucchetti. Immaginava al suo interno le cabine profumate di legno, il jukebox bianco e blu, i tavolinetti tondi bordati di metallo. Ma poi considerò che non poteva esserci nulla di tutto ciò. Quarant’anni non potevano essere passati senza stravolgere anche il più piccolo particolare. Erano altri tavoli e altre cabine quelle che erano riposti lì dentro e il jukebox di sicuro non esisteva più da tempo.
Si consolò ricordandosi del punto dove erano sistemati i rispettivi ombrelloni, delle passeggiate mano nella mano sul bagnasciuga a cercar conchiglie, del gabbiano che per ultimo rigava di bianco il cielo del tramonto a segnare la fine della giornata. Ricordava bene la sensazione per la quale allora tutto sembrava possibile e che l’amore per Lei fosse incontenibile come il sole che mordeva loro la pelle così giovane e salmastra.
Il giorno dopo partì per Cugnago. Passò davanti alla villa di Lei. Dapprima timidamente, poi soffermandosi davanti al campanello: riportava un nome diverso. Come poteva essere diversamente, del resto? Lei nel frattempo si era sicuramente sposata ed era andata a vivere altrove. Chiese in giro. Si ricordavano vagamente di quella famiglia. Se ne era andata però molti anni addietro e non se ne era saputo più nulla.
Partì l’indomani per Regis. Lì si erano lasciati senza capire il perché; strattonati da una vita troppo immatura per capire un amore troppo grande. Lo ricordava bene quel momento: erano seduti al tavolino d’angolo del bar al cui posto ora c’era un negozio di articoli sportivi che prometteva saldi rovinosi e un corso di fitness gratis. Sì, la ragazza, cui un giorno aveva domandato: ‘di che colore saranno gli occhi dei nostri bambini?‘ quel giorno era uscita per sempre dalla sua vita.
Tornò a Lughi, sulla sua panchina. Si sentiva uno sciocco. Cosa mai si era messo in testa di fare? Non si gioca con il tempo. Osservò la cascata davanti a sé che, indifferente, continuava a gettare nel fiume ettolitri di acqua spumosa. La corrente la portava via in fretta per far spazio all’altra. Mentre i turisti, venendo su svagati dalla salita, indugiavano innanzi al ponte romano facendo fotografie e ridendo per chissà quale battuta.
Si guardò le mani raggrinzite. Non c’era dubbio: la vecchiaia, un tempo tanto lontana, ora ce l’aveva addosso come un velo grigio che gli si fosse appiccicato alla pelle. Com’era stato possibile che fosse successo anche a lui? Agiva da vecchio, pensava da vecchio: era diventato vecchio. E ogni desiderio o sogno che aveva rimandato per viverlo più tardi, ora gli appariva sgualcito e senza seguito. Gli venne da piangere in quella solitudine contundente. Che ne era stato della sua vita?
Poi il cuore iniziò a sbattergli nel petto. Sentì di colpo quelle sensazioni dimenticate. Non era possibile! Si disse. Lei è qui. Sì alzò frastornato dalla panchina. E ricominciò a cercarla.

Jazz & kite

border-collieSandro osservava la scena con occhio critico e non era soddisfatto. Nonostante il vento soffiasse teso si rendeva conto che il suo aquilone non aveva la portanza giusta. Bastava un colpo di vento improvviso e il kite rispondeva male ondeggiando in modo anomalo e vibrando sulla coda. Scosse la testa sbuffando.
Jazz, il suo cucciolo di border collie, si era seduto sulla sabbia a guardare anche lui, con la testa reclinata da un lato, quel curioso oggetto che sventolava temerario sopra la sua testa; per essere divertente, lo era, per cui non comprendeva bene perché il suo padrone avesse quella faccia così tanto corrucciata.
Erano anni, in verità, che Sandro ambiva a costruirsi l’aquilone perfetto. Le prove di volo erano estenuanti, l’assemblaggio maniacale, l’impegno incessante. Si era fatto consigliare sui materiali da usare, aveva letto manuali di volo, aveva fatto ricerche, ma i miglioramenti rimanevano pochi e i risultati frustranti.
Un giorno, parlando con un amico, scoprì tuttavia che era disponibile un tessuto innovativo che le industrie cominciavano a utilizzare nel comparto sportivo. Una sorta di tramato che era più resistente di una muta da sub, ma dieci volte più leggera pur rimanendo modellabile come un foglio di carta. Queste caratteristiche gli avrebbero permesso di alleggerire la struttura, di allungare l’aquilone e di renderlo più aerodinamico. Sì, ci avrebbe provato.
Le prime verifiche al mare diedero risultati eccellenti. L’aquilone appariva più stabile e di maggiore governabilità; s’innalzava in tempi rapidissimi e richiedeva addirittura di salire ancora più in alto se solo avesse avuto a disposizione una corda più lunga. Usando anche per la sagola, lo stesso materiale già impiegato per la copertura, Sandro comprese di essere a una svolta.
Dopo qualche settimana lo studio professionale di Sandro lo mandò a Deauville per un cliente di riguardo. L’occasione per provare il suo nuovo aquilone al vento della Normandia lo elettrizzava. Partì con la macchina e l’inseparabile Jazz; e per fare le cose con calma, si prese addirittura due giorni di ferie.
Giunto sul posto, si rese subito conto che il vento in quel luogo era una cosa seria. Era robusto, mutevole, difficile da domare, ma ricco di stimoli ed emozioni.
I tentativi iniziali furono subito promettenti trovando conferma che le modifiche strutturali apportate erano valide anche per quel vento capriccioso: il nuovo tessuto rispondeva in maniera ottimale. Apportate a ogni fine sessione le nuove messe a punto l’aquilone si dimostrava ora in grado di eseguire complicate evoluzioni abbandonando, a comando, l’alta quota per poi cabrare in picchiata in rapida velocità e risalire subito dopo in modo altrettanto vertiginoso. Aveva l’agilità di una giovane poiana e Sandro non si era mai sentito così fiero; Jazz avvertiva tutta la soddisfazione del suo padrone e gli girava in tondo non smettendo di fargli le feste.
Verso mezzogiorno il tempo peggiorò. Il cielo affollato di nubi buie risalì severo dal mare diventando in pochi minuti così denso da dare l’impressione di voler cadere tutto intero da un momento all’altro. Sandro, sorpreso per tanta repentinità, ritirò immediatamente l’aquilone. Ma quello fu anche l’attimo in cui, un fortissimo colpo di vento, complice il tessuto speciale usato, sollevò verso l’alto il kite per diversi metri. Lo strappo fu così violento che prese di sprovvista l’uomo: la corda gli scappò di mano. Ma Jazz non ci pensò un attimo. Scattò in avanti e con un balzo riuscì ad afferrare al volo la sagola. Per tre volte di seguito il cane rimase sospeso per aria e per tre volte riportò la corda abbastanza vicino al padrone da permettergli di afferrarla; ma l’uomo, nonostante corresse con tutte le sue forze, non ci riuscì. Poi il cane, stremato, abbandonò la presa mentre la corda, scivolatagli tra i denti, andò ad attorcigliarsi intorno al collare. Una folata assestò al kite un altro strappo rabbioso facendolo sgusciare di lato in mare aperto; in breve tempo entrò in una corrente termica e salì sempre più in alto incurante del peso inutile che trasportava dietro di sé come un’ombra triste; rimaneva in quella scena prosciugata di colori solo un puntino indecifrabile laggiù in basso che correva sulla spiaggia agitandosi disperato.

Transfert

ventorossoLo so, tanto non mi crederete.
Ma ve lo voglio raccontare lo stesso.
Tutto è accaduto all’ora di punta, quando alla stazione Rilke della linea rossa della metro sono sceso per prendere la linea blu. Le persone che erano sulla banchina, per timore di non riuscire a salire, hanno ostacolato come al solito quelle che cercavano di scendere. E così sono volate parole e spinte e qualcuno si è fatto male. Io. Appena arrivato sul marciapiede, mi sono accorto che avevo un lungo taglio sulla spalla sinistra. Perdevo sangue, ma nulla che un po’ di cotone e del comune disinfettante non potessero curare. Almeno così mi pareva. Solo che nei giorni successivi si è formato un edema di un brutto colore rosso cupo, molto dolente al tatto. Al pronto soccorso mi hanno fatto l’antitetanica e prescritto un ciclo di antibiotici, ma il medico, scoprendo appena alcuni denti con un mezzo sorriso obliquo, mi ha detto che secondo lui si trattava di una coltellata e che doveva fare la denuncia ai carabinieri: del resto, ha continuato, non ci si poteva aspettare niente di meglio se si andava in giro al sabato sera a ubriacarsi nei bar.
Sulla via di casa ebbi un violento giramento di testa; per non cadere mi appoggiai al muro di un edificio. Ed è stato quello il momento in cui che c’è stata la prima avvisaglia. Toccando la parete sentivo non solo la superficie ruvida, ma anche la sensazione di essere io stesso quel muro e, ancor più, di essere la casa che c’era attorno. Avvertivo cioè le vibrazioni dell’oggetto in sé, nella sua autonomia strutturale; sentivo il suo lamentarsi per una tubatura che perdeva e per un tegola rotta sulla falda a nord del tetto. Ho ritirato subito la mano, spaventato, perché la sensazione che era passata attraverso le mie dita era stata potente, quasi una scossa. In quei pochi attimi ero diventato ‘quella’ costruzione e la mia pelle era come se avesse coperto l’intero oggetto.
Davanti alla mia porta d’ingresso, la sensazione, terribile e stordente insieme, si è ripetuta usando la mia chiave. Ero ancora una volta divenuto quell’oggetto, quelle dentellature rovinate, quel pezzo di metallo lavorato distrattamente da una donna con i capelli rossi che non sapeva di portarsi in grembo una nuova vita di pochi giorni.
Con il trascorrere delle settimane la ferita guarì, ma i transfert, come avevo incominciato impropriamente a chiamarli, erano diventati più intensi. Non avvertivo sensazioni diverse, ma solo una maggior difficoltà a ‘tornare indietro’, a essere me stesso, dopo che smettevo di toccare le cose. Anche se avevo imparato a tenere i guanti e a controllare in qualche modo quello strano fenomeno, diventavo ogni giorno più dipendente dal desiderio, anzi, direi dalla smania di viaggiare negli oggetti, di entrare in sintonia, che so, con un albero, un libro e persino un gatto.
Dopo un’esperienza particolarmente dissociante con la prima pioggia di primavera sono rimasto diversi mesi tranquillo stando bene attento a cosa toccassi. Il senso di profondo abbandono e di annichilazione che da ultimo avevo provati mi avevano seriamente preoccupato. Ma poi non ho resistito. Ero sul crinale di una montagna e godevo di un paesaggio che mi estasiava per l’ubriacatura da infinito che mi allagava il cuore. Non ci ho pensato un attimo. Senza neppure l’intralcio di un pensiero mi sono tolto i guanti e ho imposto le mani aperte contro il soffiare della brezza. E così sono diventato Vento. Mi ha raccontato di quanto fosse blu lo specchio d’acqua incastonato tra le Due Cime del Lagazuoi, mi ha riferito dei sussurri delle foglie rugginose di vite giù a valle in attesa del sole, mi ha detto della nuova cucciolata di volpe nell’incavo di un carro abbandonato e di tante altre storie dolcissime e terribili che fuoriescono dai camini delle case insieme alle scintille del fuoco. Ma da allora non sono più riuscito a tornare indietro. Sono rimasto vento o, meglio, il mio corpo è ancora lassù da qualche parte sulla montagna, a vivere finché potrà senza cibo né acqua; ma il mio spirito è diventato brezza e un sussurrar di foglie e un scompigliar di spighe e io sono loro e loro sono me.
Ecco, come temevo, avete fatto proprio quella faccia lì.
Tanto lo sapevo che non mi avreste creduto.