L’arma segreta di George

Horace entrò nell’open space del giornale Stourbridge News per andare a trovare, come faceva spesso, il suo amico “Bun” (soprannominato così dai colleghi, da “Bunny”, per via delle orecchie più grandi del normale, e addirittura, per alcuni, pure a punta). Non appena fece ingresso nella redazione, storse il naso.
«Qui qualcuno non si lava», se ne uscì senza mezzi termini appena scorse l’amico. «Dovreste aprire le finestre».
Bun lo salutò e poi annuì. Non era l’aria stantia, però, chiarì, ma di George.
«Chi è George?»
Bun era titubante, guardingo. Poi, disse sottovoce che George era quello che stava entrando in quel momento in sala. Un uomo vestito modestamente, che camminava con passo lento, dondolandosi un po’. Molto alto, quasi imponente, i capelli lunghi e bagnati sulle spalle. Lui stesso era fradicio d’acqua, i vestiti incollati addosso, tanto che a ogni passo lasciava una scia di bagnato per terra. L’aspetto era inquietante anche per via di una maschera di cuoio scuro che gli copriva parzialmente il volto.
«E chi è?», gli chiese Horace sempre più incuriosito.
Bun si era fatto serio. Le mani sulla scrivania come a cercare qualcosa. Era nervoso. Continuava infatti a osservare quello strano uomo che si avvicinava alle scrivanie dei giornalisti che, nel vederlo arrivare, si irrigidivano per poi chinare la testa e lavorare alacremente.
«Da dove sbuca?», insistette Horace.
Bun si toccò le orecchie, quasi per trarre ispirazione, se le lisciò un poco. Poi gli disse che George , così lo avevano soprannominato perché non si sapeva neppure chi fosse, lo avevano tirato fuori dal fiume una decina di giorni fa. Il medico legale ne aveva constato la morte. Era annegato per motivi ancora da accertare. La faccia e il corpo mangiucchiati dai pesci gatto. È per quello che aveva la maschera.
«Cosa vorresti dire… che è morto?», chiese preoccupato l’amico.
«Sì, proprio così», rispose Bun, continuando a seguire con lo sguardo George che nel frattempo, si era spostato diretto verso altre scrivanie. «La polizia ha riferito che era disteso sulla riva e il medico legale aveva appena constatato il suo decesso quando improvvisamente lui si è alzato da terra iniziando a camminare e rifugiandosi nel primo ufficio che ha trovato aperto, che poi è questo», disse indicando la sala. «Da quel momento, non si è più spostato da qui». E fece una smorfia.
«E la polizia non lo ha fermato? Non gli ha chiesto, cioè, spiegazioni?», chiese Horace.
Bun scrollò le spalle. «A quanto pare, il medico è piuttosto anziano e si sono detti che poteva aver commesso un errore nel dichiararlo morto. Non so dirti di più. Il giornale menzionava che avevano chiesto a George chi fosse e cosa ci facesse lì, ma lui non ha detto nulla. Se ne è semplicemente andato E poi, considerato il suo odore nauseabondo, hanno deciso di lasciarlo stare».
«Ed è venuto qui».
«Ed è venuto qui», confermò Bun con un sospiro. George si era messo a guardarlo. Bun subito abbassò gli occhi. «Nessuno evidentemente vuole scrivere nero su bianco che un cadavere che cammina sui propri piedi». E si mise a fissare il monitor fingendo di leggere qualcosa.
Horace, alzò anche lui lo sguardo verso George che, a sua volta, lo stava fissando con insistenza. Notò anche che gli impiegati in sala lavoravano in silenzio, il capo chino sulla tastiera che avevano davanti.
«Ma Mr. Allen non lo ha cacciato? So che è molto severo», chiese ancora Horace.
«Macché. Anzi, ha scoperto che, come supervisore, è eccezionale. Da quando c’è lui, non ci sono più distrazioni e tutti arrivano puntuali. La produzione è aumentata. Sono diventati tutti impiegati modello».
«Persino tu?», chiese Horace prendendo in giro l’amico.
Bun però non rise. Deglutì rumorosamente.
«Ma cos’ha di speciale, questo George? Come fa a farli rigare dritto?», chiese spiegazioni Horace.
Bun si fece di nuovo silenzioso. Era visibilmente a disagio. Poi mormorò: «Ha un’arma segreta».
«Un’arma segreta?», ripeté Horace, incuriosito.
Nel frattempo, Horace si accorse di aver perso di vista lo strano tipo. Pareva sparito. Poi, un odore dolciastro di carne avariata gli arrivò al naso. Si girò e vide George che lo sovrastava. Sussultò. Da vicino, George appariva ancora più massiccio e minaccioso, soprattutto a causa della inquietante grossa maschera che gli copriva due terzi del volto. Un rivolo d’acqua gli scivolava lungo il mento e cadeva sulla scrivania di Bun, formando una pozza ai suoi piedi.
George a quel punto si mise a gesticolare nella direzione di Bun.
«Che dice?» chiese Horace al suo amico.
«Mi chiede chi sei. Dice che non gli risulta che tu sia un dipendente».
Horace allora si rivolse a George e, scandendo bene le parole come se parlasse a uno straniero un po’ sordo, disse: «Sono un amico di Bun. Sono venuto a trovarlo e a portargli un muffin caldo».
George lo ascoltava, ma sembrava un po’ lento a capire, come se facesse fatica a elaborare quello che gli veniva detto. Poi si girò verso Bun e gesticolò di nuovo.
«E adesso che dice?» chiese ancora Horace.
«Dice che te ne devi andare. Stai disturbando il mio lavoro. Sono già in ritardo con un pezzo che devo finire in giornata», rispose l’amico.
«Ed è vero?» chiese Horace.
«Purtroppo, sì», confermò l’amico.
Horace sorrise a George. E gli scandì bene le parole:
«Va bene, non appena Bun finisce il muffin, vado via». Ma, mentre gli stava parlando, si accorse che il suo amico gli stava vistosamente facendo di no con la testa.
Sentita la risposta, George, con un certo ritardo come se si ripetesse più volte nella testa le parole di Horace, si curvò su di lui e gli alitò in faccia con tutto il fiato che aveva. Horace fu subito avvolto da un odore di marcio putrefatto. Cercando di reprimere i violenti conati che gli stavano squassando la gola e lo stomaco, si alzò di scatto e scappò via.

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