Da qualche tempo a questa parte, quando passo in piazzetta a Lughi, mi ritrovo a entrare nella bella chiesa di San Properzio. Ma non è per pregare. No, non ne sono capace. È per regalarmi alcuni attimi di serenità, di isolamento dal resto del mondo e quel luogo sembra perfetto per questo scopo. Difficile spiegarlo, ma è così.
E allora me ne stavo seduto sulla panca vicino al confessionale di San Teodoro, quando vedo un signore sui cinquant’anni che s’avvicina alla cappella, appunto di San Teodoro. Si fa il segno della croce e si inginocchia. Quindi prende un cero tra quelli accesi e già parzialmente consumati e lo tiene in mano. Prega per un po’, mormorando e muovendo le labbra tutto preso dall’atteggiamento raccolto, e quindi, con un gesto repentino, soffia sopra alla candela e se la mette in una tasca dei pantaloni. Ripete questa scena diverse volte fino a quando non ha le tasche così gonfie da sembrare le guance di un enorme criceto. Ed è solo allora che, camminando goffamente, con tutto quel maltolto che gli penzola come due sacchi appesi ai calzoni, se ne esce dalla chiesa. Come se io non potessi seguirlo con lo sguardo.
Il numero dei ceri si era pressoché azzerato e la cappella del santo protettore di Lughi era piombata in un buio quasi sinistro.
Passarono una decina di minuti e dalla sagrestia sbuca, sempre di fretta, padre Ercole:
“Oh bella!” mi dice sorpreso nel vedermi “e tu che ci fai qui?”
“Non può un fedele entrare in chiesa per trovare un po’ di raccoglimento?” gli rispondo sorridendo.
“Beh, a dir la verità, sarebbe anche ora… ma, piuttosto, hai bisogno di qualcosa?” insiste sembrandogli davvero strano che io fossi lì.
“Ma lo sa, padre, che c’è un suo parrocchiano che le frega le candele?”
Il sacerdote, serio, strabuzza un po’ gli occhi come quando deve spiegare qualche cosa.
“Certo che lo so, normalmente non mi sfugge nulla. O almeno non dovrebbe. Questa è la casa del Signore… tutte le cose che si trovano qui dentro appartengono alla gente, soprattutto a quella che ne ha bisogno.”
“Ma cosa se ne fa quel tizio di tutta quella cera?”
“La fonde e ne ricava statuine che scolpisce e rivende ai turisti. Campa in questo modo. Io chiudo un occhio e così lo aiuto.”
“Già, ma allora, tutte quelle persone che pagano le candele da offrire a San Teodoro? Che cosa direbbero se lo sapessero?”
“Ma le candele non sono dei fedeli. Sono offerte al Santo, poi lui ne fa, attraverso di me, quello che vuole.”
Qualcosa non mi quadrava in quel discorso, ma al momento non avevo argomenti da spendere.
Passarono diversi giorni e mi ritrovai nuovamente nella stessa chiesa, seguendo una delle mie esigenze ‘sotterranee’ più incomprensibili. Era un po’ più tardi rispetto all’altra volta, tant’è che padre Ercole stava dicendo messa. Data l’ora pomeridiana la chiesa era piuttosto vuota. Non mancava tuttavia lo stuolo delle pie donne nerovestite che, nei primi banchi della chiesa, erano tutte concentrate a salmodiare in coro o a rispondere, all’unisono, alle invocazioni del celebrante.
Stavo guardando per aria quando vedo avvicinarsi, furtivo, il ladro di ceri. Questa volta salta la cappella di San Teodoro e quella dell’Immacolata. Non c’erano stati molti devoti quel giorno né per l’uno né per l’altra per cui le candele erano scarse e punta dritto, senza indugi, all’altare laterale di San Properzio. Il tipo pareva si fosse meglio organizzato perché aveva con sé un tascapane nero. Ma la tecnica era la stessa, solo che inizia dalle candele più lunghe che ripone con metodicità nella borsa floscia. Dopo è la volta dei ceri più piccoli. Un soffio, un cero in tasca, un soffio, un cero in tasca. Sembrava una macchina. Non si guarda più neppure in giro certo che, con la funzione in corso, nessuno potesse badare a lui.
Poi un chierichetto, servendo messa, dovette fare un movimento brusco perché gli cade l’ampollina del vino: nel cercare, con una mano, di riprenderla al volo mentre con l’altra reggeva ancora il vassoietto, va a sbattere contro il microfono di padre Ercole che lo fulmina con lo sguardo. Tanto basta perché si producesse dagli altoparlanti un colpo secco e forte che rimbombò per tutta la chiesa come uno sparo. Questo finisce con lo spaventare anche e non poco, il ladro di candele perché il gesto di riporre l’ultimo ed ennesimo cero nella tasca posteriore gli riesce un po’ goffa e frettolosa.
La messa riprende il suo ritmo lento e sacrale. Ma vedo che dai pantaloni del tizio, che ancora non si era accorto di nulla, esce del fumo. Dopo pochi attimi i suoi calzoni prendono letteralmente fuoco. Il ladruncolo comincia ad agitarsi e a saltellare sul posto. Quindi estrae un giornale dal tascapane e, piegatolo in quattro, comincia a picchiarselo sul sedere per spegnere le fiamme. Nel frattempo, sobbalzando e muovendosi scompostamente, geme con un trillare di ‘ohiohioi’ o di ‘ahiaia che brucia’ ‘ahiaia che male’ con l’effetto di far fuoriuscire tutte le candele dalla borsa e dalle tasche. Ma, non curante di tutto questo, continuando a sculacciarsi con il giornale, si mette a trottare verso l’uscita. Sembrava facesse il gioco del cavalluccio che galoppa nella prateria e si incitasse usando il giornale come fosse un frustino.
Ovviamente la celebrazione della messa si era fermata. Le pie donne si erano voltate all’unisono a guardare l’insolita scena e a ridere di gusto additando e schermendosi. Pure padre Ercole si era voltato, ma dall’altro lato, giusto per non ridere davanti a tutti.
Certo dovette essere stata una gran brutta esperienza per il ladro dei cero perché non l’ho mai più visto.
E dire che c’è chi sostiene che in chiesa ci si annoia.

era da tempo che nn rientravo.. ti ringrazio per la visita sul mio blog… e complimenti epr il racconto
é la prima volta che ho letto su questo sito, consigliatomi da una cara amica e l’ho trovato molto interessante e soprattutto un rifugio sicuro. Tornerò spesso a visitarlo. Ciao
Non credo che ci conosciamo ma trovo i tuoi commenti da Gardenia e da Percival e mi piace davvero tanto quel che dici e la tua filosofia.. perchè non passi a darmi una mano in questo momento un po’ delicatuccio? 🙂 Mi ci vorrebbe un po’ di bella filosofia con degli alti ideali e dei valori per dare una scossa agli animi irrequieti.. Un sorriso per te, Alid
Io ci metto del mio quando scrivo, ma spesso tutto mi nasce da sensazioni,attimi o realtà vissute.
E se anche per te e’ cosi’… porca miseria ma quante te ne capitano? Alternativamente hai una fantasia davvero fuori dal comune…
In entrambi i casi le proponi molto ben articolate.
‘Sta cosa mi incuriosisce.
Buoni giorni.
Muji
personalmente penso che io mi sarei sbellicata dalle risate in piena celebrazione…non so come si siano potuti trattenere i chirichetti…;)
a presto e grazie per i tuoi racconti solari…
ancora mi devo spiegare perchè le “pie donne” che cantano “resta con noi signore la sera” sono sempre presenti,a qualsiasi ora tu vada a messa,loro ci sono,la ocsa bella è che sono uguali in tutte le chiese,tutte stonate,ma dolci nella loro perseveranza.
un saluto!dany
Voglio informarti che è iniziata la mia personale raccolta post stile Panini..così quando ne ho bisogno torno tra le righe:) Grazie anima.
Un dolce buongiorno da Gardenia.
Molto divertente :-)))) Felice notte! Lo.
La tua spiritosa scrittura mi regala anche questa sera una piacevole buonanotte. Grazie per il tuo generoso commento nel mio blog, e un tenero abbraccio da Gardenia.
fio