Una telefonata importante

Del volo sul Chessna non ricordava nulla, né di quando era precipitato. Si era risvegliato su quello scoglio di terra in mezzo al pacifico senza sapere il perché. Del pilota e dell’amico, nulla. C’era qualche albero tra la bassa vegetazione, uno per fortuna era da frutto. Si era cibato con quello e con un po’ di pesce che aveva imparato a pescare. Prometteva di più, però, l’isola di fronte. Sarebbero bastate poche bracciate d’acqua, ma il mare era troppo burrascoso e quando era calmo sembrava il punto di ritrovo degli squali bianchi. Eppure doveva andare là. Poteva scorgere molti più alberi da frutto e animali da cortile forse lasciati da qualcuno allontanatosi tempo prima. L’isola sembrava abbandonata nonostante la capanna. Ma il motivo per il quale doveva andare lì era perché da qualche giorno gli pareva che da quella capanna provenisse, con il vento a favore, il suono di un telefono. Sì, proprio così. Forse era collegato via satellite, chissà. Sarebbe stata la sua salvezza: una telefonata e sarebbero venuti a prenderlo. Piovve una settimana di seguito e la mareggiata spiaggiò i resti della carlinga del velivolo. Spiaggiò anche i resti di Tom, che fece sparire sotto un metro di sabbia fine. La mezza carlinga, con qualche modifica, sarebbe potuta servire da canoa. La lavorò per due giorni interi a colpi di sassi. Era leggerissima e avrebbe dovuto quantomeno aspettare che il mare fosse piatto. Un giorno di calma piatta mise in acqua la canoa e subito dal largo arrivarono puntualmente gli squali bianchi. Il primo istinto fu quello di mettersi in salvo, ma poi vide che erano solo due e che eseguivano volte larghe e non sembravano interessati a lui. Intanto il telefono dall’altra isola continuava a squillare, incitandolo a far presto. Decise di provarci. Con la pagaia di legni intrecciati prese a remare lentamente cercando di sollevare la minor schiuma possibile. La canoa reggeva bene e anche se procedeva storta puntava verso l’isola maggiore. L’aria era pulita a quella latitudine: era la fine di un incubo. Quando si trovò in mezzo alle due isole sbucò rapidissimo dal profondo uno dei due squali che colpì con violenza la fiancata della canoa che prese ad ondeggiare paurosamente. Era troppo tardi per tornare indietro. La canoa si arcuò. Se lo squalo avesse attaccato nuovamente l’avrebbe spezzata in due. Prese a girare in tondo come un’anitra senza un’ala e ci mise due ore per arrivare alla spiaggetta agognata. Lo squalo, per tutto il tempo, gli stette al fianco limitandosi a seguirlo fino a pochi centimetri dalla riva, poi rinunciò. Il telefono a quel punto si mise a squillare prepotente. Prese a correre a perdifiato come dovesse andare a rispondere a una telefonata che aspettava. Quando entrò nella capanna vide che c’erano mille altre cose ma non il telefono: c’era solo quel maledetto squillo che sembrava ora provenire da un punto qualsiasi di quell’infinito blu. Gli squali si fermarono a guardarlo e poi ripresero il largo.

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