Fiori della nostra datura

Il geom. Arturo Balestrieri osservava l’albero dal cancello, le mani sui fianchi. Aveva sempre pensato che non fosse lui il vero custode di quel condominio di viale Ludovico Einaudi né gli inquilini o i regolamenti, ma quell’enorme pianta che dominava il giardino da più di un secolo. Una datura maestosa, che si sollevava fino al quarto piano con i suoi rami contorti e la fioritura opulenta di trombe bianche.
Era un vanto cittadino. Un albero monumentale, protetto dalla legge, citato persino nelle guide turistiche. I bambini della scuola elementare venivano in gita a vederlo, per intitolargli componimenti e poesie. Eppure, adesso, a guardarlo bene, qualcosa non andava. Le foglie si arrotolavano ai bordi come pergamene bruciate. Il verde lucido stava virando al giallo.
Per questo, molto preoccupato, aveva chiamato il dottor Norberto Scilici, arboricoltore di fama, amico di infanzia. Un omino magro, col panama perennemente calato sulla fronte e quell’aria svagata che lo faceva sembrare più un crocerista appena sbarcato a terra che un eminente studioso. Dopo un lungo giro attorno al tronco, si era tolto gli occhiali, scuotendo la testa. Non era un buon segno.
«Intossicazione acuta» aveva concluso in modo serio e accigliato. «Non saprei dire per cosa. Ma non c’è rimedio. Quest’albero è condannato. Qualche settimana, un mese al massimo e dovrete abbatterlo per l’incolumità del palazzo.»
Balestrieri aveva avvertito un colpo allo stomaco sentendosi per un momento mancare. Il prestigio di quel condominio, e in fondo anche il suo, poggiavano su quelle radici.
Decise però di non rassegnarsi. Senza dir nulla all’assemblea, aveva fatto installare delle telecamere puntate sull’albero da ogni angolazione. Voleva scoprire chi fosse il responsabile di un simile scempio. Ne valeva pena anche solo per una sua rivincita personale. Erano forse ragazzi in cerca di bravate? Qualche vicino scocciato per il via via all’albero? Un turista straniero invidioso?
Dopo pochi giorni, arrivò la conferma. Seduto davanti al computer, scorse i filmati con crescente incredulità. L’albericida era la nuova proprietaria del terzo piano. Una signora minuta, anziana, che aveva traslocato da poco. Virginia, così si chiamava, anche se il suo cognome non gli veniva in mente.
Le immagini erano chiare: ogni due o tre giorni, di notte, la donna si affacciava alla finestra della cucina e rovesciava alla base del tronco un secchio pieno di liquido. Ammoniaca, come avrebbe scoperto più tardi. Una cura lenta e letale.
Ripensandoci, Balestrieri ricordò le lamentele avanzate dalla donna in assemblea: l’albero le toglieva la vista sulla città, non lasciava filtrare il sole, e il suo appartamento, diceva, era umido e freddo. Non aveva traslocato per vedere uno stupido albero così da vicino. Brontolava. Insomma, un fastidio che era evidentemente maturato in rancore. E dal rancore era passata all’azione, senza esitare, vista l’indifferenza che aveva raccolto in assemblea.
Il geom. Balestrieri richiamò allora Scilici. Gli raccontò tutto: la colpevole aveva un volto e ben presto sarebbero ricadute su di lei anche le conseguenze legali.
L’esperto ascoltò in silenzio, poi si passò una mano sul mento.
«Dimmi, Arturo» domandò Norberto all’improvviso, «la signora sta lasciando per caso quella finestra aperta durante il giorno?»
«Sì, certo. L’ho vista quasi sempre aperta, persino di notte, come adesso del resto.»
«Allora avrà dei problemi.»
Scilici alzò lo sguardo verso il terzo piano.
«Vedi, quando la Datura fiorisce e si rende conto, a modo suo che sta per morire, reagisce rilasciando un surplus di polline, in quantità maggiore del normale. È il suo modo per garantirsi una chance di discendenza, una sorta di canto del cigno. Lo sparge ovunque a lungo, nell’aria, lasciando che ci pensi il vento. Ma ogni parte della Datura, come sai, è velenosissima. Ogni singola parte. Dai fiori alle radici. E ovviamente anche il polline.»
Restò un attimo in silenzio, poi concluse:
«E quella finestra, se non sbaglio, resta proprio a contatto con la chioma. Sì, sì. La signora Virginia avrà dei seri problemi in questi giorni. Proprio dei serissimi problemi.»

22 pensieri su “Fiori della nostra datura

  1. a livello ecologico un albero del genere sarebbe impossibile da tenere in giardino condominiale, mica germoglia solo quando crepa
    invece, mi hai fatto venire un albero spinato: là tutto quello che vedi e non vedi è velenoso!

  2. Interesting and suspenseful story! 🌿😲 The datura as the main character gives the whole text a mysterious and dangerous vibe. 👀

  3. Penso che quella donna dovrebbe pagare i danni ad un monumento, che poi sarebbe un albero ,che andava tutelato.
    Per me gli alberi sono come esseri umani, hanno bisogno di cura, ma anche di protezione.
    Chissà come andrà a finire?
    Certo avrà conseguenze anche la signora e sono molto curiosa di leggere il seguito.
    Ciao 🙋🏻

  4. Bel racconto.

    L.D. Amethyste

    PS. grazie per la visita al mio blog e per il mi piace. è sempre difficile cominciare una nuova avventura 🙂

  5. Bel finale! Inaspettato. Io avevo immaginato che qualche vagabondo avesse preso l’abitudine notturna di fare la pipì ai piedi del tronco, pressappoco come una secchiata di ammoniaca. Quello che hai escogitato tu è più divertente. 🙂
    P.S. Dalle mie parti, il nome della pianta (in vaso, non credo di averne mai visto un albero) è ‘Tromba degli angeli’, ce ne sono di gialle e di rosa, entrambe grandi e spettacolari.

  6. Non sarà facile, ma un tentativo per salvare l’albero varrebbe la pena di farlo. Si scava e si toglie tutto il terreno possibile, si sostituisce con nuovo terriccio e poi si innaffia molto per lavare via dalle radici il veleno rimasto. Certo, per un albero così grande il trattamento è costoso, ma tanto il conto lo paga l’albericida del terzo piano.
    🤪

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