Al varco

Ogni volta che sono passato dal varco del Palazzo, presidiato delle guardie della vigilanza, mi sono sempre fermato un attimo; giusto per scambiare con loro due parole che per la verità non sono mai state di circostanza, quanto piuttosto una manifestazione di sincera simpatia. Per persone semplici, ma dignitose, alla mano, che svolgono un loro lavoro ingrato, ma con il sorriso sulle labbra, nonostante siano esposti al vento e al freddo d’inverno e al sole impietoso estivo e alla sempiterna maleducazione della gente.
Il corpulento Mariozzo, sempre un po’ sudaticcio e con le briciole dell’ennesimo panino sulla giacca, mi racconta di questa o quella ennesima pietanza prelibata di quella “santa donna” della moglie. Il decano Tommasino, che sembra non dare mai confidenza a nessuno, è invece, sotto sotto, un signore, un uomo educato e amabile, profondo conoscitore della sua terra che non esita a magnificare con enfasi ed entusiasmo. Maddalena invece è una donna spiccia ma di grande energia. Di origine colombiana ha conservato del suo paese l’accento spagnolo e le esse che le sguisciano sibilando nella bocca.
Ma la vera simpatia è per un ragazzo. Livio ha vent’anni, ma è molto maturo e posato per la sua età. Da poco ha trovato il coraggio di dichiararsi a una ragazza conosciuta per caso a una festa. E ha pensato subito di sposarsi.
«Non avere fretta Livio, vi conoscete da troppo poco tempo, vacci cauto.»
«Quando ci si vuol bene, dottore, non ha senso aspettare, non trova?»
«Non trovo, Livio, non trovo…»
«Piuttosto» fece sfoderando uno dei suoi sorrisi disarmanti «con le sue conoscenze lei mi deve trovare una casa per andare a vivere insieme alla mia bella. Anche piccolina.»
«Io non sono nessuno, Livio, e poi non ho conoscenze nell’ambiente immobiliare…»
Non sentiva ragioni. Me la fece anche conoscere, la sua Bianca. E in effetti era la dolcezza in persona. Oltre che carina e intelligente. Avessi avuto l’età di Livio avrei preso anch’io una sbandata di quel genere. Ora lo potevo capire meglio.
Dopo qualche tempo mi rese partecipe del suo progetto di rimettersi a studiare. Voleva tornare all’università per poi insegnare. Magari tornare al paesello. E avrebbe avuto dei figli. Tanti figli.
«Dice, dottore, che quattro figli sono troppi?»
«Sono troppi sì, Livio, hai idea di quanto costino averne?»
«Lei dice?»
«Dico dico; intanto se proprio vuoi sposarti a vent’anni, che già mi sembra una pazzia, trascorri prima un po’ di tempo con tua moglie che peraltro è ancora la tua fidanzata; fai qualche viaggio con lei, qualche scampagnata, goditi la casa che ancora non hai… non imbarcarti insomma in altre scelte impegnative… per i figli avete molto tempo davanti.»
«Lei crede?»
«Credo credo…»
«Ci penserò… è che Bianca non vede l’ora di averne.»
«Ma quanti anni ha, Bianca?»
«Diciannove, dottore.»
«Diciannove? Voi siete matti. E i vostri genitori cosa dicono?»
«Io non ce li ho i genitori, dottore.»
«Ah… e quelli di lei?»
«Ha solo la madre. Ogni volta che mi vede, piange; dalla commozione, credo. È una cosa bella dottore?»
Poi un giorno che ero in ritardo, passo dal varco con sollecitudine. E vedo la foto di Livio sul primo pilastro del Palazzo.
«Perché avete messo la foto di Livio in bella mostra? L’avete smarrito e avete affisso l’avviso come si fa per i gatti?» chiesi ad alta voce cercando di attirare l’attenzione delle guardie che non vedevo.
«Come, dottore, non l’ha saputo?» mi disse Tommasino materializzatosi all’improvviso, serio serio e parlando sottovoce come se dovesse rivelare un segreto militare. Aveva gli occhi rossi e gonfi. «Ieri sera a fine turno, Livio tornava a casa con il suo motorino. All’incrocio di piazza Sarpi un camion non ha rispettato il rosso e… non c’è stato niente da fare.»

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