Giochi di ruolo

L’inserzione sul sito “JobsInTheSky”, pescato sul dark web, parlava chiaro:

Cercarsi giovane max 16 anni, abile nei giochi di ruolo, orario di lavoro contenuto, ottima paga; mantenere massima riservatezza; astenersi perditempo.

Ad Alf pareva un’ottima occasione per fare un po’ soldi, soprattutto ora che tutti i suoi amici se ne erano andati in vacanza e lui non sapeva che fare. “Abile nei giochi di ruolo, ma che diavolo…” pensò. Sarebbe stata una passeggiata.
Quando arrivò in bicicletta a Jakson Hill aveva pensato di aver sbagliato a prendere l’indirizzo. Ma poi dietro alla curva, in basso, seminascosta dalla vegetazione c’era una casupola o qualcosa di simile. Scese per il sentiero e, una volta davanti alla porta, senza campanello e senza indicazioni, bussò. Passarono pochi secondi e subito un uomo con la barba folta e gli occhi grandi venne ad aprire.
«Sono Alf Cooper, signore, e sono venuto per quel lavoro…»
«Sì, sì…» disse rapido l’uomo sporgendosi fuori dalla porta per vedere se c’era qualcun altro. «Entra.»
Dopo appena due passi fecero ingresso in uno studio, con scrivania, computer e una piccola libreria. La luce spioveva da un lucernario sul soffitto e illuminava il locale come la scena di un teatro. «Questo è un simulatore» disse l’uomo sbrigativo indicandolo da un lato. «Prima di assumerti dobbiamo sapere come te la cavi.»
«Cos’è ‘sto posto?» chiese il ragazzo guardandosi in giro.
«Non ti preoccupare, lo vuoi il lavoro?»
«Sì, certo!»
«Bene allora siediti! C’è tempo per le domande» e gli indicò lo sgabello. «Se passi il test lavorerai a un macchinario un po’ più complesso di questo. Dunque, guarda, è semplicissimo. Immaginati un comandante di un sommergibile da guerra. Devi controllare che queste lancette che regolano i livelli non scendano mai sotto lo zero. Vedi questa fascia dove i numeri diventano rossi?»
«Sì.»
«Perfetto. Se la lancetta va sui valori rossi, si accende ad intermittenza la relativa spia rossa: allora tu, subito, ripeto subito, giri lentamente la corrispondente manopola verso destra fino a quando la lancetta non ritorna al valore corretto. Ogni linea ha però un suo valore preciso e diverso: la linea A, 4.5, la B, 7.8, la C, 9.2… insomma è tutto scritto su questa tabella. Ricordati che l’apertura della manopola va fatta lentamente e solo con la spia rossa accesa perché spesso ci sono fluttuazioni fisiologiche dei valori normali che non sono significative. Bene…» disse battendo una mano sulla spalla del ragazzo «allora, ci vediamo fra un po’…»
«È tutto qui?» chiese Alf deluso.
«Ti sembra semplice? Ottimo, buon segno…» gli disse l’uomo sornione andandosene.
Alf rimase alla console per un’ora. Solo la lancetta D1 era scesa sotto lo zero e lui aveva azionato lentamente la manopola come gli era stato prescritto fino a quando la spia rossa intermittente non si era spenta. Le altre lancette avevano solo fluttuato di qualche grado, ma in modo leggero. Si era anche accesa da un lato una spia gialla fissa, ma non sapeva cosa volesse dire: dopo un po’ si era spento l’intero quadro con un rumore poco rassicurante.
«Hai fatto un buon lavoro, Alf» gli disse l’uomo tornando. «Mi sono dimenticato di dirti che, le rare volte in cui si accende la spia gialla, devi disattivare la console prima che si spenga da sola e ravviarla premendo questo interruttore qui; siccome però questa manovra azzera tutte lancette nei manometri, bisogna riportarle manualmente, come ti ho insegnato, ai loro rispettivi valori tabellari e nel più breve tempo possibile.»
«Ah… ho capito» fece Alf.
«Comunque non ti preoccupare: tanto non succede mai… La buona notizia è che sei stato assunto.»
«Davvero?»
«Certo, sei proprio in gamba. Hai avvertito i tuoi genitori che venivi qui?»
«No, nell’annuncio si raccomandava di mantenere la massima riservatezza.»
«Hai fatto bene, ma prima di procedere dobbiamo festeggiare. Ti va una coca? O preferisci qualcos’altro?»
«Una coca fresca andrà benone.»
L’uomo tirò fuori la coca da un frigo minuscolo la stappò e la servì in un bicchiere. Da un’altra bottiglia riposta sullo scaffale della libreria invece versò per sé in un tumbler un liquido ambrato.
«Benvenuto a bordo, allora, complimenti!» e batté tra loro i bicchieri con un suono argentino.
I due bevettero con calma; poi, posati i bicchieri, entrarono in un’altra stanza. Era molto più piccola della precedente: una poltrona ergonomica troneggiava al centro.
«Accomodati» lo invitò. «La tua console adesso si trova altrove e tu la raggiungerai con questa poltrona semovente.»
«Fico!»
«Per stare più comodo, però, ti metterò un po’ di cinture.»
«Cinture?»
«Sì, noi ci teniamo molto alla sicurezza dei nostri lavoratori… soprattutto quando sono così bravi come te.»
«Ah, grazie, allora è OK» fece il ragazzo provando a sorridere. Appena Alf si sedette l’uomo gli allacciò una cintura intorno alla vita e un’altra, obliqua, la tirò sul torace. Una terza cintura gli tenne bloccata la fronte e una quarta, sagomata, il mento; due fasce di cuoio, infine, gli cinsero strette le caviglie. Poi allungò un sondino estraendolo dal bracciolo di sinistra e, con grande perizia, glielo inserì nel naso.
«Come ti senti?»
«Bene» fece il ragazzo che aveva la lingua un po’ impastata.
L’uomo lo squadrò a figura intera e poi disse: «allora buon lavoro, Alf, rendici orgogliosi di te.» Spense la luce e si chiuse dietro la porta creando una specie di depressione nella stanzetta dove tutto fu immerso nel silenzio e nel buio. Il ragazzo se ne rimase lì, immobile, sulla sua poltrona. Si sentiva vigile, attento, ma anche rilassato e tranquillo come se fosse normale trovarsi in quella situazione.
Con un ronzio la poltrona si mosse. Prima di lato, come se le pareti non ci fossero mai state, e poi in discesa. Il tutto durò parecchi secondi fino a quando non sentì un clang di stop. Poi, d’un tratto, gli si accese davanti una console luminosa. Era enorme: almeno dieci volte quella su cui aveva fatto il test ed era molto più complicata; c’erano numerosi manometri e spie luminose di vario colore, ma anche leve, cursori e altre manopole piccole e grandi, graduate e non. La macchina emetteva un ronzio profondo che prendeva lo stomaco.
«Ciao…» si sentì dire dopo qualche minuto alla sua sinistra. Alf solo allora si accorse che a pochi metri da lui c’era una console identica alla sua e, davanti, una ragazza bionda seduta su una poltrona. «Mi chiamo Sophie e sono danese: sono qui da quasi un anno.»
«Cos’è questo posto?» gli chiese Alf che sentiva freddo.
«È una struttura clandestina di conservazione… ogni manometro in linea che vedi sulla console corrisponde al metabolismo di un organo umano specifico destinato al trapianto… e noi li manteniamo in vita. Siamo in quindici, qua sotto, credo, sedici ora con te.»
«Ma è pazzesco, come si fa a capire come funzionano tutte queste levette e interruttori?»
«Si impara, a forza di sbagliare.»
«Dici? D’accordo… e quando si va in pausa? Ho una gran fame…»
«Non si stacca mai, rimani legato a quella poltrona notte e giorno e ti nutrono con il sondino. I tuoi bisogni li fai per caduta attraverso un buco nella poltrona. Non ti sei accorto che non hai più vestiti addosso? Ogni quattro ore puoi però dormire per dieci minuti. E così via, ventiquattr’ore su ventiquattro, senza mai fermarti.»
«Non è possibile! Ma cosa dici? È un lavoro molto ben pagato ma solo per poche ore al giorno e poi posso tornare a casa… c’era scritto sul sito…» disse lui agitandosi.
«Purtroppo non è così, mi spiace: a casa non ci tornerai più. Per fortuna con il sondino ti mandano già anche qualche sedativo, come quello che ti hanno messo nella bevanda quando hanno fatto il brindisi. La droga ti renderà più sopportabile tutto questo e non sentirai dolore, non troppo almeno. Il guaio è che ci si assuefa facilmente sicché devono aumentare continuamente le dosi…»
Nel frattempo alla console di Alf si era accesa una spia gialla.
«E che succede se mi rifiutassi di collaborare?» Alf non aveva finito di parlare che la console si spense e una scossa elettrica lo attraversò violentemente. Lo lasciò rigido, di traverso sulla poltrona, incapace di parlare e lì lì per perdere i sensi, ma non abbastanza per farlo. E subito un liquido verdognolo comparve nel sondino e gli finì in bocca.
«Ci si abitua presto anche alle scosse; e, vedrai, si capisce in fretta anche come fare per averne il meno possibile…» gli disse dolcemente Sophie, dopo un po’. «L’unica vera scelta l’avrai fra un anno esatto da oggi, anche perché per quella data costerai loro in droga molto di più del vantaggio economico che hanno a farti lavorare qui. Comparirà così sul bracciolo della tua poltrona un pulsante viola… Potrai premerlo in ogni momento e di colpo si staccheranno tutte le cinture che ti tengono immobilizzato alla poltrona e cadrai giù nello sprofondo sotto di noi. C’è un inceneritore là, da qualche parte, almeno così dicono, dove vanno a finire anche tutti gli organi che non riusciamo a far sopravvivere. Questo odore acre proviene proprio da lì. Se c’è l’inceneritore, in ogni caso, lo scoprirò fra pochi giorni. Questo è certo.»

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57 pensieri su “Giochi di ruolo

  1. ma… non l’ho capito.
    Che senso ha che sia un giocatore di ruolo e non un disoccupato qualsiasi?
    Io ho giocato ai giochi di ruolo e, beh, non è così male. Nemmeno il mondo del lavoro è così male, anche se Fantozzi potrebbe essere più esaustivo.
    E perché questa organizzazione pazzesca (reclutatori senza scrupoli, sondini, sedativi, scosse elettriche, droghe 24/7, inceneritori) per costringere dei ragazzini a caso a fare un lavoro che può fare benissimo un software (un “timer da cucina”, come direbbe Gibson)?

    Inquietante la prospettiva della tortura e delle persone destinate al trapianto, ma se qualcuno mi spiega il senso del racconto lo ringrazio

  2. Pingback: Giochi di ruolo — Briciolanellatte Weblog – Eccofatto.click

  3. Attratto dal titolo, non deluso dall’aspettativa, ma anzi sorpreso da come si è sviluppata la vicenda… nella finzione, secondo me c’è un fondo di realtà. Chissà quante volte è successo, succede, e magari… sei proprio tu quell’uomo sornione 😀

  4. Come ho letto l’annuncio del racconto ho pensato a ben altri tipi di “giochi di ruolo” e infatti ero piuttosto perplessa XD fraintendimenti a parte mi è piaciuto molto, complimenti!! -Cat

  5. Premetto che mi è piaciuto, l’atmosfera da Black Mirror ci sta perfettamente e sono d’accordo con la tua idea di rimanere in bilico tra realtà e fantasia, ma… Siamo sicuri che a questa impresa clandestina convenga mantenere vive decine di persone per controllare la stabilità di organi da trapiantare? Non sarebbe economicamente vantaggioso prelevare gli organi direttamente dai loro “dipendenti” o far gestire il tutto da un buon vecchio computer?

  6. Una versione cupa , raccontata con efficacia, sulle piccole pedine vittime di un grande sistema talmente importante da rendere la vita altrui insignificante.
    Per un attimo mi è venuto mi mente il povero Lino Banfi alle prese con il dottor Tomas in Vieni avanti cretino….giusto per sdrammatizzare…

  7. Cmq, questa sensazione della “fregatura” e dell'”inevitabilità fino al sopraggiungere della morte” mi ha portato alla mente delle cose pseudo-BDSM che lessi – e poi provai a scrivere. Mi piacerebbe mandartene uno, forse meno crudo nella conclusione ma ugualmente… “terminale” !

    • Hai proprio ragione. Ho visto da poco questa nuova serie su Netflix e mi ha letteralmente stregato; questo racconto sembra la sceneggiatura di un episodio uscito di lì. Per tematica e atmosfera. Grazie.

      • Con West world credo che siano le due ultime serie che mi sono divorata al punto Che ho dovuto rivedere, soprattutto per Black Mirror, 2 volte lo stesso episodio…
        Davvero un bel racconto avvincente lo inserisco a pieno titolo come ultimo episodio nella lista del mio personale Black Mirror😊😊😊

  8. ‘Sta storia della gente obbligata a premere pulsanti per non far accadere l’irreparabile non mi era nuova… poi mi si è accesa una lampadina e sono quasi sicuro che ci fosse qualcosa del genere in “Lost”, anche se non riguardava persone da tenere in vita… 🙂

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