Praga

Miles aveva un principio, uno solo: non uccidere donne e bambini. In un ambiente come il suo, sembrava quasi una battuta, ed è per questo che veniva spesso preso in giro dai colleghi. Ma per lui era sempre stata una regola, una delle poche. Era un problema di disagio emotivo. Lo aveva rispettato in decenni di contratti, da Medellín a Istanbul, dai cartelli sudamericani a quelli oligarchi dell’Est Europa. Ma ogni regola, si sa, ha la sua eccezione. E l’eccezione si chiamava “Praga”.
Lei non era solo una donna: era un nodo scorsoio attorno al suo collo. Era una nemica giurata dei narcos e le richieste che gli pervenivano da parte dei cartelli di eliminarla si erano fatte pressanti. Ma “Praga” era sempre informatissima, tanto da anticipare ogni sua mossa, uccidendo ogni volta tutti i suoi uomini, tranne lui.
Una volta Miles aveva trovato una foto di “Praga” del 2004, in una cerimonia istituzionale. Capelli corti, uniforme impeccabile, medaglia al valor civile. Era dei Servizi Speciali della DEA, lo avevano confermato certi documenti parzialmente declassificati. Pare che l’avessero reclutata sul finire della Guerra Fredda, quando era poco più che una diciannovenne. Da allora, lei aveva cambiato abitudini, nascondigli, metodologie di offensiva. Nessuno sapeva però chi fosse veramente né come si chiamasse. Per questo, la chiamavano “Praga”, perché lì era nata.
Le aveva dato la caccia per mezzo mondo. Ma il fatto che fosse un flagello per i narcos non era l’unico motivo della sua determinazione di volerla eliminare. Voleva farlo perché quella donna assomigliava come una sorella gemella a sua moglie, Ana. Sempre ironica, spigliata, irriverente. Occhi blu, bocca modellata come fosse una dea greca. Insomma, era bellissima. Lei però, dopo una manciata di anni di matrimonio, lo aveva lasciato per un gallerista belga con la erre moscia: era stato un colpo di fulmine per l’arte concettuale, gli aveva confessato. Lui si era messo a ridere. Lei invece era serissima.
Ritrovò “Praga” una sera a Shanghai, nel quartiere Yangpu. Un sobborgo triste, con capannoni sovraffollati, insegne incomplete, umidità densa e un’aria che sapeva di salsa di soia andata a male. Lei usciva e rientrava da un edificio intestato all’Istituto per la cooperazione internazionale. Era tranquilla, sembrava l’innocua commessa di un negozio. Lui la seguiva da una settimana. Aveva saputo dove fosse da un informatore che voleva essere pagato, troppo secondo Miles, e ora quello giaceva nel fiume con un sacchetto di riso in gola.
Quando entrò nel magazzino, non si aspettava di trovarla da sola. Eppure, lei lo stava aspettando.
«Sempre in ritardo» disse “Praga”, voltandosi appena verso di lui. Indossava una camicia azzurra, arrotolata fino ai gomiti, molto aderente. Era proprio in forma quella donna, nonostante l’età. In mano, aveva un micidiale coltello KA-BAR che, ruotandole nel palmo, catturava a tratti la luce della strada, mandando bagliori sinistri.
Lui alzò la pistola e premette il grilletto senza indugio. Click. Scarica. Lei sorrise come se lo avesse saputo.
«Che cliché d’antan, Miles. Ti consiglio di cambiare sceneggiatore».
E scattò su di lui. Si mossero come se si fossero sempre affrontati: gomitate, ginocchiate, colpi veloci e ravvicinati, tecniche sapienti di MMA con contaminazioni di altre discipline di autodifesa. Il coltello cadde subito, ma non prima di aprirgli una ferita in mezzo al petto. Poi lei, approfittando di un momento in cui lui aveva abbassato la guardia, lo colpì sotto il mento con il palmo aperto della mano; quindi, gli assestò un calcio al rene e una gomitata alla tempia. Lui cercò di tenere a bada quella furia scatenata come poteva, ma stava soccombendo. Il sangue gli scendeva anche dalla fronte e un occhio era già chiuso. Le mani tremavano e il braccio sinistro non rispondeva più bene alle sue necessità di difesa. Forse era stato leso un tendine. Pensò. Lei, comprendendo di avere il controllo della situazione, lo spinse violentemente contro una parete facendolo stramazzare a terra; gli montò sopra, ginocchio contro torace, assestandogli una scarica di pugni sulla testa. Miles era inebetito, inerme, alla sua mercé. “Praga” lo aveva sopraffatto facilmente. Sorrise infatti beffarda.
«Siamo diventati scarsini nel combattimento ravvicinato, eh? Non sei più il Miles che ammiravo tanto» fece lei con una risata gorgogliante a testa all’indietro.
Fu allora che lui vide il chiodo: lungo, marrone di ruggine, gettato in un angolo del pavimento. Lo afferrò con la sinistra, senza forza ma con rabbia, e glielo piantò dritto nel cuore, fino in fondo. Non fu un gesto pulito: il chiodo entrò storto, spaccando carne e ossa. Poi subito glielo estrasse, creando uno zampillo copioso di sangue che gli finì addosso. Lei si irrigidì, non se l’aspettava una reazione simile, e poi crollò accasciandosi sopra di lui, pesante, senza energie che fuoriuscivano copiose insieme a quel sangue. Rimasero così, stesi, volto contro volto. I loro respiri erano corti e si confondevano come fossero due amanti; c’era odore di ferro, di sudore e morte. Lei stava perdendo tutte le forze.
«E dire che mi sei sempre piaciuto» disse lei con un filo di voce, sapendo che era finita.
Lui le fissò gli occhi, ancora aperti, incredibilmente blu. Che follia darle la caccia con tanta determinazione solo perché assomigliava così tanto alla moglie, pensò. Si intenerì. Per un attimo riconobbe nel viso di “Praga” quello di Ana, il viso che aveva tanto amato. La confusione ora era perfetta.
«Vuoi che ti dia un bacio prima di morire?» disse lui d’un tratto, sorprendendosi per primo di aver detto una cosa simile.
Lei sorrise di nuovo, era un sorriso stanco, e lo faceva in quel suo modo spavaldo e altero.
«Mi spiace, bello. Ma ho sempre preferito le donne» disse deglutendo il suo stesso sangue. «Sono più affidabili».
Lui dopo qualche minuto la lasciò, esanime, su quel pavimento sudicio e uscì barcollando. La città non era cambiata: taxi che suonavano senza motivo, luci a LED che sfarfallavano inquiete, venditori ambulanti che urlavano in cantonese. Miles camminò per tre isolati, poi si fermò. Dal portafoglio estrasse una foto consunta di Ana. Guardò il tombino davanti a sé, maleodorante come tutti i tombini di Yangpu. Lo aprì con la punta del piede e fece cadere la foto dentro alla fogna.
«È ora di voltar pagina» si disse.
E subito si confuse con la gente del mercato notturno.

22 pensieri su “Praga

  1. A me è piaciuto, amo i thriller e le spy stories, l’ho letto di corsa per sapere come sarebbe finita.
    Quando si attende l’epilogo di una storia vuol dire che è scritta bene e che attrae, complimenti!

  2. Ben scritto, però resta il fatto che noi lettori ci siamo innamorati della bella Praga e facevamo il tifo per lei, quindi preferiamo pensare che con il suo “voltare pagina” Miles intenda dire che da quel giorno egli diventerà “Praga”, e in memoria di lei proseguirà la lotta ai narcos dando la caccia ai criminali per cui prima lavorava.
    😉😁