L’ombrello

donna, ombrelloL’aveva appena comprato l’ombrellino. Voleva spendere poco, perché tanto erano tutti uguali. Si era detto. E così l’aveva acquistato per strada un giorno che piovigginava. Un uomo si era materializzato all’improvviso dietro l’angolo di un palazzo con in mano un numero di ombrelli maggiore di quello che avrebbe potuto portare.
«’Mbrello, vuoi ‘mbrello?» le chiese con aria distratta e un sorriso sdentato. E lei aveva detto di sì.
Ma non era neppure riuscita ad arrivare a casa che già una stecca era fuoriuscita dal supporto che consentiva di tenere teso il relativo spicchio di telo.
Ecco…’ si disse. ‘Com’era prevedibile.’
Non aveva nessuno intenzione però di gettarlo. Lo avrebbe tenuto almeno fino a quando avesse fatto il suo dovere di ripararla dalla pioggia, quel tanto cioè che poteva bastare per non bagnarsi.
Capitò così che, per poter usare l’ombrello anche in altre occasioni, dovesse più volte rimettere mano alla bacchetta che andava sempre fuori posto. Notò peraltro che la parte distale era appuntita, segno evidente della scarsa qualità del prodotto, sicché doveva fare attenzione anche a come la maneggiava. Ci mancava solo che si pungesse.
Poi un giorno andava di fretta. Più di altre volte, intendo. E, nel transitare sul marciapiede nei pressi di casa, si imbatté in una coppia di turisti che le davano le spalle mentre consultavano febbrilmente il loro cellulare. Sarebbe sicuramente riuscita a passare, anche con l’ombrello aperto, se non si fosse creato in quel punto una strettoia tra la turista, sulla sua destra, che indossava un ingombrante zaino/portenfant, in cui era riposto un bambino di non più di sei mesi, e sulla destra il palo di un segnale stradale; e il segnale non era neppure aggirabile per la presenza di un auto parcheggiata rasente il cordolo.
«Permesso…»fece la donna per vedersi cedere il passo. Certo, avrebbe potuto anche chiudere l’ombrello, ma a parte che in quel momento pioveva molto forte, non voleva darla loro vinta. I turisti non dovevano pensare di essere liberi di monopolizzare la città a proprio piacimento.
«Pardon…» ripeté a voce ancora più alta, insistendo nel suo proposito di farsi largo. Ma la coppia, complice il rumore del traffico, della pioggia scrosciante e del loro stesso vociare, era del tutto assorta a discutere su quanto emergeva dai loro cellulari. Solo il bambino l’aveva notata e la stava scrutando con curiosità e gli occhioni sgranati.
«PERMESSOOOO!» gridò una terza volta esasperata. Non avendo ottenuto nessun risultato. Optò per un atto di forza. Schiacciò da una parte l’ombrello contro il palo del segnale stradale per poi insinuarsi nello stretto varco esistente con il corpo. Ma la manovra non le riusciva perché fisicamente non ci stava. Premette allora ancora più forte con l’ombrello contro il palo, sperando che i due turisti finalmente si accorgessero di lei. In quell’istante l’ombrello si liberò di scatto del palo che lo tratteneva fiondando in avanti la stecca liberatasi per l’ennesima volta dal suo supporto. La bacchetta acuminata ebbe la forza di un dardo scagliato da una balestra tanto da conficcarsi, senza trovare alcuna resistenza, nella tempia del bambino che rimase fulminato sul colpo. La donna vide gli occhi increduli del neonato spegnersi in una frazione di secondo, senza che fosse stato emesso il minimo lamento. In quel frangente i due turisti ancora non si erano avveduti di nulla mentre la donna era impietrita. Era lì, ferma con l’ombrello conficcato nella testa del bambino, inorridita. Poi lentamente, seguendo l’istinto che in quei momenti da solo governa i nostri gesti, sfilò lentamente in preda al panico la stecca da quella carne morbida tenendo ferma la testa del bambino; libero dalla bacchetta che lo teneva bloccato, quello si afflosciò all’indietro come una bambola rotta.
E poi fece una cosa che non credeva che per lei fosse possibile. Senza profferire parola si mise a correre a perdifiato, il più forte che poteva. Per fuggire dall’orrore piuttosto che dalle sue responsabilità. Fino a quando si fermò duecento metri più in su appoggiandosi allo stipite di un portone: si sentiva mancare sopraffatta da un grumo informe di paure e sensazioni che le opprimevano il petto. Le ginocchia a poco a poco cedettero e si accasciò a terra, come un sacco vuoto, sotto la pioggia battente.
Si svegliò di soprassalto. Era un bagno di sudore.
Volse lo sguardo verso la culla accanto e, sotto la lucina blu soffusa che aleggiava attorno come il sorriso di un angelo, vide che suo figlio dormiva sereno.
Si alzò dal letto. Aveva ancora il cuore in gola quando andò all’armadio della camera a prendere l’ombrello guasto; e lo gettò senza esitazione nell’immondizia.

Leggi Dietro al racconto ‘L’ombrello’

28 pensieri su “L’ombrello

  1. Angosciante, ci vedo la descrizione spaventosa dell’ansia, delle preoccupazioni e del senso di protezione che può avere una madre nei confronti del figlio.

  2. Ho letto anche “Dietro al racconto” appena terminato di leggerlo (lo faccio ogni volta che lo proponi) perciò diciamo che non riesco più a dare un commento a caldo. Ho letto su che qualcuno ha scritto di violenza, aggressività… Io direi indifferenza che ci conduce verso la prepotenza nei gesti. Ed anche un po’ di impazienza.

    • Sì, un insieme di tutte queste cose, credo. Situazioni come quelle descritte sono in realtà polisemiche, anche se poi ognuno ci vede il significato che gli è sensibilmente più vicino

  3. Incubo surreale, chissà se premonitore di un guaio evitato dallo sbarazzarsi dell’insolita arma… In effetti alcuni ombrellini, poco più che gadget da rivista, sono inconsistenti e hanno vita troppo breve