In tempo per l’eternità

Correva l’anno 1312 quando il servo Vannuccio Vannucci, dopo una corsa a perdifiato per le strade polverose del paese, giunto alla portella sud dell’Abbazia di Sant’Ermengarda, minacciò seriamente di strappare la corda della campanella tanto la tirò ripetutamente e con veemenza. E quando il decano, padre Violante, andò ad aprire, mormorò tra sé e sé per dieci volte: “Sia lodato Gesù Cristo”, giusto per non essere costretto a prendere il giovane per il bavero e scuoterlo come un ulivo.
«Ti sembra il mondo di suonare, figliolo?» disse poi sforzandosi di riprendere un tono amabile.
«Mi spiace, padre, ma avevo fretta» fece il ragazzetto biondo, l’aria vispa e un po’ discola, saltellando sul posto per l’eccitazione del momento. «Sua Grazia, Aldobrando Brandaglia-Stinti, ha urgenza di conferire con padre Baldassarre da Polvento.»
Padre Violante, cento chili di pancia e di muscoli (ma, ahimè, forse più di pancia che di muscoli), non famoso nel Monastero per la sua pazienza, stava per richiudere la portella, facendo attenzione a non fracassarla contro il battente per il nervoso di aver dovuto sospendere l’Ufficio del Mattutino, quando Vannuccio, in extremis, riuscì a dire:
«Sua Grazia sta morendo, padre, e ha espresso il desiderio, in fin di vita, che padre Baldassarre lo confessi e gli impartisca l’estrema unzione.»
«Ma non c’è Padre Eligio, la guida spirituale della Casata Brandaglia-Stinti, per queste cose? Noi siamo solo umili frati francescani, non dotti domenicani…»
L’espressione del ragazzo si fece inespressiva e anche un po’ ottusa. Poi disse: «Sono solo un servo, padre. Sconosco i dettagli.»
«Parlerò con fratello Baldassarre» rispose padre Violante, come al solito brusco e sbrigativo, serrando subito dopo la portella.

Ora, per comprendere meglio questo modesto scritto, il Lettore deve sapere che padre Baldassarre era, a quel tempo, non solo un frate pio e ben voluto, ma anche un religioso in odor di santità. Sebbene fosse infatti ancora molto giovane (da più fonti emergerebbe che fosse anche di bell’aspetto, lo sguardo dolce ma penetrante, modi garbati ma persuasivi, frutto, si disse, delle sue nobili origini per essere figlio dei Conti di Polvento) già gli si attribuivano diversi miracoli che, sul popolo minuto, aveva lasciato ampia ed entusiastica impressione, sfociata ben presto in autentica devozione. Il suo principale biografo, Gherardo Camposampieri, elenca infatti nel suo pregevole lavoro (ma su questo specifico punto, per la verità, con pedante pignoleria) diversi prodigi attribuiti in vita, come quello, mi sia concesso ricordarlo fra tutti per la sua singolarità, che coinvolse il pastore Sabino, cui il lupo aveva, in una sciagurata notte di luna piena, abbattuto l’intero gregge. Ebbene, padre Baldassarre gli ricostituì, sin dal mattino seguente, la piena consistenza delle pecore uccise, più alcuni agnelli e uno splendido montone. E tutto ciò al semplice enunciare della frase, rimasta poi famosa, ‘Vir fidei, redi ad ovile tuum’ (O uomo di fede, torna al tuo ovile).
Sappia inoltre il Lettore, sempre per comprendere appieno gli antefatti di quella burrascosa epoca, che da altri documenti rinvenuti nella ex Regia Biblioteca di Lughi, al netto delle successive interpolazione apocrife, è risultato che l’Aldobrando, alla sua prematura dipartita, era un giovane di 23 anni. Era però anche l’ultimo rampollo della Casata Brandaglia-Stinti rimasta senza altri eredi. La dinastia si sarebbe dunque, dopo di lui, estinta. Da qui la tragedia nella tragedia. Ma non precorriamo la narrazione.

In questo contesto, padre Baldassarre, venuto a conoscenza che l’Aldobrando, Principe di Lughi, aveva chiesto il suo urgente operato, si mise subito in marcia e di buona lena anche se, come si conveniva allora, dovette procedere a dorso di mulo onde recarsi al Palazzo avito situato in cima alla collina che a tutt’oggi la località porta curiosamente non il nome di Sua Grazia, ma del Santo (anche se corrotto, chissà perché, in Baldassina).
Ma, come si è detto, la devozione verso il francescano era già allora piuttosto diffusa nella regione, sicché, ogni qualvolta veniva riconosciuto per strada dalla gente del posto, veniva richiesto di questo o quel servigio: una preghiera, una benedizione, un consiglio. E lui, essendo pio, ben voluto e in odor di santità, non sapeva sottrarsi.
Fu così che, quando padre Baldassarre arrivò con grande ritardo al Palazzo Brandaglia-Stinti, l’Aldobrando era da poco spirato.
Lo accolsero in gramaglie i dignitari della famiglia dandogli subito la ferale notizia. Lui si dispiacque moltissimo ma volle ugualmente essere portato al capezzale del caro estinto. Quivi, alla presenza di tutti, padre Baldassarre prese la mano dell’Aldobrando e recitò una prece (il nominato biografo ipotizza fosse il Salmo XXVII del Libro dei Morti) terminata la quale l’Aldobrando, tra il generale stupore degli accorsi, aprì gli occhi. Così subito alcuni dei famigliari si buttarono a terra per baciare la tonaca di padre Baldassarre altri intonarono per lui inni di lode. Ma il frate, invitando tutti alla calma, schermendosi come era suo costume, chiarì, come riferisce sempre il Camposampieri, che non aveva voluto consentire il trapasso dell’Eccellentissimo Principe di Lughi senza il conforto dei sacramenti come, del resto, era stato suo espresso desiderio e che non era potuta avvenire solo perché il religioso si era attardato lungo il cammino.
E mentre padre Baldassarre, lasciato solo con Sua Grazia lo stava confessando nella stanza che odorava di ‘malsano fiato di morte’ (così si esprime di Camposampieri), suonarono a distesa le campane della contrada e di quelle vicine onde salutare l’avvenuto miracolo unitamente alla scongiurata disgrazia che la nobile Casata si sarebbe, a breve, estinta.
Terminata la confessione, padre Baldassarre assolse quindi il Principe e poi, visto che c’era, gli diede anche l’estrema unzione con tanto di aspersione di incenso con un turibolo che il frate finì per ritrovarsi tra le mani. Poi si levò in piedi, giacché fino a quel momento era rimasto in ginocchio ai piedi del letto, e, in modo ieratico e compunto, passandogli una mano sugli occhi perché serenamente si chiudessero, pronunciò la seguente frase:
«Bene, ora puoi morire in grazia di Dio.»
E l’Aldobrando immediatamente spirò.

26 pensieri su “In tempo per l’eternità

  1. Non vedo errori e non ho suggerimenti, e a mio parere quest’opera nella sua intierezza rivaleggia con le novelle del Decameron, con i Racconti di Canterbury, e pure, perché no, con le Mille e una notte. Sicuramente dovresti pubblicare anche il resto, e se a qualche lettore sembrerà troppo lungo pazienza.

  2. Questo è tra i tuoi, tutti più o meno sorprendenti, il più sorprendente, non per contenuto, ma per lo stile piano, tranquillo, riposato. Bravo, anche più del solito. Bravo

  3. A margine vorrei farti notare che nell’immagine, accanto al mulo, ci sono anche due animali piuttosto strani, che a prima vista sembrano incroci tra asino e gallina. Ma vabbè, in fondo le notti allora erano parecchio lunghe, e al buio tutti i buchi erano tana.
    😁
    Quanto al racconto è veramente bello, e se proseguisse ne leggerei volentieri anche il seguito.

  4. Mi è piaciuto molto lo stile di scrittura, che imita quello dell’epoca narrata, e la definizione dei personaggi. A essere sincera, mi aspettavo un colpo di scena di qualche tipo, ma il finale strappa comunque un sorriso.

    • In realtà il racconto pubblicato è solo il primo capitolo di un racconto lungo in attesa di essere sviluppato ulteriormente.
      Forse troverà spazio altrove.
      I limiti di fruizione di un blog purtroppo dettano legge.