Per la mia esperienza personale di lettore (ma, perché no, anche di scrittore di racconti) sono arrivato alla conclusione, forse banale, che il libro è tutt’altro che il mero contenitore oggettivo di un testo. O meglio, non è solo quello. È molto di più.
In altre pagine di questo Blog mi ero già soffermato sulla considerazione che la scrittura di un libro trova nella collaborazione del Lettore una sorta di completamento dell’opera ricreando nella sua mente l’ambientazione, i personaggi e la trama dell’opera.
Diversamente da quanto accade in un film, il lavoro dell’Autore si invera infatti grazie alle competenze cognitive del Lettore, sfruttando le sue capacità di ‘girare il film’ nella propria mente. Ed è compito dello Scrittore (che qui si gioca la propria abilità narrativa) fornire con le proprie parole a chi legge, in modo diretto ma soprattutto indiretto, tutti gli strumenti testuali utili a ricreare dentro di sé l’opera scritta.
Corollario di questo assunto, che mi rendo contro può sembrare particolare, è che ogni Lettore, essendo lui unico nella sua individualità, ricreerà in modo altrettanto unico quello stesso testo in modo cioè diverso da quello di qualunque altro Lettore. Sicché in realtà ci saranno tanti libri, in barba alla immutabilità oggettiva del testo, per quanto sono i Lettori. che li leggono Questo discorso vale, a mio avviso, ancor di più per i classici dove la loro validità sfida il tempo e la cultura dell’epoca in cui vengono letti, cultura e tendenze che influenzeranno a loro volta la maggioranza di chi legge.
Chi lesse la Divina Commedia ai tempi di Dante avrà colto per la sua sensibilità, cultura, per censo, grado di istruzione ma anche per il contesto storico in cui viveva, significati, interpretazioni e valori necessariamente diversi da chi è vissuto nel Rinascimento o nel periodo dell’Illuminismo o ai nostri tempi.
Ma non è finita qui.
Il libro quando lo si legge diventa uno specchio in cui il Lettore vede se stesso. Il Lettore ci vede infatti quello che ci vuole vedere al di là delle parole usate e delle intenzioni dell’Autore. Il filtro della lettura è formato dalla sensibilità di chi legge, dalla sua capacità di immedesimazione, di ‘entrare dentro’ al libro, di ripercorrere le linee narrative tracciate dallo Scrittore.
Chi legge potrebbe, in altre parole, per la sua esperienza di vita, trovare scontate certe situazioni in cui si dipana la trama oppure al contrario sentirle come del tutto originali e intriganti; potrebbe trovare complicato memorizzare un testo con tanti personaggi magari ritenuti non precisamente definiti oppure giovarsi della molteplicità dei soggetti che coralmente portano avanti la storia; potrebbe ancora ritenere non congeniali i registri linguistici utilizzati perché estranei al proprio ambiente di vita o considerarli appropriati e stimolanti perché, al contrario, riconosciuti e accettati; potrebbe infine trovare o non trovare nel testo una morale, un significato, un valore ultimo magari del tutto diversi o ultronei o inesistenti per l’Autore che ha scritto quel testo e magari dare un giudizio positivo/negativo alla lettura come conseguenza del fatto che le proprie aspettative di lettura siano state confermate o deluse.

La valenza della soggettività rispetto all’oggettività della scrittura, dunque, (a meno di essere dei critici professionisti, dei lettori per professione, in altri termini) è una componente indefettibile per un testo scritto (ma questo discorso forse potrebbe valere anche per la musica) che si rileva essere incidente sulla sua riuscita finale e che spesso ha un impatto formidabile sulle prospettive di successo dell’opera.
Certo, più l’Autore sarà bravo a creare ‘risposte’ omologhe e positive nei Lettori e più sarà facile che il testo, a parità di validità di contenuto, sia piacevole e accettato sfidando il tempo; ma credo che vi sia una quota di imponderabilità data dalla soggettività del Lettore che non possa essere mai del tutto controllata.
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