Esistono due tipi di persone: quelle puntuali e quelle no.
Le persone puntuali di solito sono quelle che aspettano gli altri trovandosi già sul posto con abbandonante anticipo rispetto all’appuntamento. Le persone non puntuali sono invece quelle che fanno aspettare tutti (indiscriminatamente) e per lo più sono più rilassate gestendo la loro vita come se il tempo fosse una variabile indipendente. Di certo i ritardatari vivono molto meglio, in quanto riescono quasi sempre a scaricare sul prossimo la loro incapacità di organizzare la propria giornata restandone oltretutto, il più delle volte, impuniti, visto che si approfittano anche del fatto che la gente non è, a sua volta, puntuale. I puntuali vivono quindi peggio trovandosi in bilico tra l’ansia di essere sempre in ritardo (e di perdere quel tal evento atteso) e il nervosismo del ritardo altrui. Meglio essere ritardatari, allora si dirà: la risposta in realtà non è così scontata.
Ritengo, infatti, che l’appartenenza a una o all’altra categoria (io faccio parte della schiera sparuta dei puntuali) non sia un problema di scelta (se essere puntuale o no), ma un fatto culturale, una filosofia di approccio alla vita. Tanto è vero che i motivi che via via vengono snocciolati ogni volta dai ritardatari (che, fateci caso, non si scusano quasi mai del loro ritardo) come per esempio il traffico, i figli, l’ennesimo imponderabile problema presentatosi all’improvviso, a parte il fatto che sono sempre gli stessi, sono relativi a questioni che il puntuale ha affrontato e risolto (agevolmente) per tempo. Insomma: si nasce puntuali e non lo si diventa e chi è cronicamente in ritardo, ne sono convinto, troverà il modo di essere in ritardo anche il giorno del proprio funerale.
Una cosa che non tollero dei ritardatari non è però questo tipo di approccio superficiale del proprio tempo, quanto piuttosto l’atteggiamento egoista e superficiale di voler impegnare in modo palese il tempo degli altri costretti all’attesa. Ho un rispetto sacrosanto del tempo (mio e degli altri) quale bene prezioso a quantità limitata (com’è limitata del resto la vita stessa) sicché sprecarlo per attendere qualcuno che non ne comprende l’esatto valore, lo trovo molto irritante. Per altro sono convinto che quando il ritardo diventa un comportamento abituale, si sconfini nel vero e proprio atto di maleducazione che non è mai scusabile di per sé neppure se tenuto da persone intelligenti o eccentriche o persino da una bella signora.
Ultimamente ho scoperto una terza categoria di persone, sempre su questa stessa tematica del buon o malgoverno del proprio tempo: i ritardatari pentiti.
Parlo cioè del ritardatario che, non potendo rinunciare al modo di vivere all’ultimo minuto, si presenta all’appuntamento esattamente nell’ultima manciata di secondi prima della naturale scadenza. È cioè il ritardatario che un bel giorno decide di conformarsi, per scelta o necessità, all’abitudine dell’essere puntuale di qualcun altro cui tiene particolarmente (il marito, il capo ufficio, un amico) sicché il suo è uno sforzo lodevole che va molto apprezzato, visto che acquista l’ansia (che non conosce) del voler essere puntuale, senza godersi, nel contempo, l’agio del rimanere un ritardatario.














Il problema è che se i non puntuali vengono tollerati si allargano sempre più e se una volta ti fanno aspettare 1 ora, la seconda aspetti 2 ore…allora dopo il quarto d’ora, max 20 minuti bisogna andare via…vedrai come sapranno essere puntuali dopo… e capirai che ci marciano!!!!