Intrecci difficili

La luce tremula della candela, pensata per creare un’atmosfera romantica, dava invece un’aria inconsapevolmente torva alla moglie che, davanti a lui, stava compulsando il menu. La donna aveva un trucco leggero, ma era bellissima.
«Cara, ti devo parlare…»
«Non ordiniamo prima?»
Invece di rispondere, il marito dispose in modo ordinato delle fotografie davanti a lei. «Cosa sono?» gli chiese curiosa strizzando gli occhi per la mancanza degli occhiali.
«Vedi, è da parecchio che ho notato che ti comporti in modo…, come dire, strano e, siccome alle mie reiterate richieste di spiegazioni, mi hai sempre risposto evasivamente, ho deciso di rivolgermi a un’agenzia specializzata. Sono molto discreti e anche davvero bravi e… e questo è il risultato.»
La moglie sbiancò perché all’improvviso capì. Poi raccolse una dopo l’altra tutte le foto dal tavolo e le guardò attentamente; era stata immortalata in atteggiamenti eloquenti con un altro uomo.
In quel frangente arrivò il cameriere che, intuendo al volo dall’espressione della coppia che era in corso uno psicodramma, fece dietrofront così repentino da perdere quasi l’equilibrio.
«Ti… ti posso spiegare, caro…»
«No, non devi spiegare nulla, è già tutto chiaro» disse lui, serio, con il volto tirato.
Lei cercò di allungare la mano per prendere la sua, ma lui la ritirò.
«Il segugio cui mi sono rivolto ha fatto anche gli straordinari e ha effettuato un’ulteriore ricerca.»
Lei cominciò a sentirsi particolarmente a disagio e avvertì che le mancava l’aria.
«E quindi?» mormorò con la saliva azzerata.
«E quindi ha potuto verificare anche questo» e sciorinò davanti a lei un’altra serie di fotografie. La donna le raccolse una dopo l’altra e le guardò attentamente. Raffiguravano il suo amante a letto con un’altra donna. La moglie lasciò cadere le foto per poi nascondere il viso nel tovagliolo.
«Bastardo!» disse lei a mezza voce. «E dire che aveva giurato… di amarmi!» le scappò detto. Seguirono momenti imbarazzanti. La donna si sentiva distrutta, quindi si riprese cogliendo il lato surreale della situazione. Poi ebbe il sussulto di dire:
«E così mi hai fatto seguire!» osservò con un guizzo di livore e rabbia.
L’uomo era impassibile. Difficile capire cosa gli stesse passando per la testa. Lei considerò quale poteva essere la ricaduta di quella rivelazione. I figli erano ancora piccoli; come avrebbero preso la separazione?
«Caro… io…» iniziò a dire lei con un tono che ora suonava supplichevole. Lui alzò il braccio come per fermarla.
«Vedi quella donna con cui il tuo amante sta giocando al dottore?» disse lui, come se stesse raccontando una favola. Lei tirò su con il naso e riprese una delle foto che ritraevano quel quadretto edificante. Poi guardò il marito in modo interrogativo.
«Ebbene, quella donna era la mia amante, cara…» disse lui tutto d’un fiato.
«Cooosa?» fece lei, non riuscendo a chiudere la bocca.
«Esatto. Il tuo amante e la mia amante sono a loro volta, ora, amanti. Piccolo il mondo, vero?» «Tu, tu…» fece lei senza riuscire a completare la frase.
«Io, io…» disse lui rifacendole il verso e smorzando le parole in un sorriso storto.
La donna ammutolì.
«Non ci si può proprio fidare di nessuno, vero?» commentò dopo un po’, guardando la carta dei vini. Lei si limitò a scuotere la testa.
«Ti va un Krug Grande Cuvée, cara?»
«Perché no? Caro… tanto per cominciare. Poi, per il dolce, vediamo.»

La caldaia

Puntualmente al venerdì mattina dei mesi invernali componeva il numero della casa disabitata di campagna. In previsione del fine settimana, per avere al suo arrivo la casa calda, si collegava via smartphone con la centralina e l’accendeva da remoto dalla dimora in città. Era comodo e lo faceva da diversi anni, tanto da essere diventata una semplice routine. Dieci squilli di telefono, cui seguiva un beep lungo di attesa da parte dell’impianto; una password inserita con la tastiera del cellulare, un beep lungo di risposta; da ultimo, un beep corto di conferma dell’accensione della caldaia come risposta finale alla digitazione del tasto uno. Tutto molto semplice, tutto molto rapido.
Fino a quel mattino.
Dieci squilli e…
«Sì, pronto?»
Erik rimase inebetito, in silenzio.
«Pronto, ma chi parla?» sentì ancora dire all’apparecchio.
«Ch-chi è?» chiese Erik stralunato.
«Chi è lei, piuttosto…»
«Cosa ci fa in casa mia?» insistette lui.
«Ah, sei tu… No no, ti sbagli non sono in casa tua, Erik.»
«Ma sta rispondendo dal mio telefono di casa! Chiamo subito i carabinieri.»
«Guarda che hai telefonato tu, a me…»
«…»
«Erik, non ti ricordi? Dopo dieci squilli, ti colleghi con la centralina della caldaia, no?»
«S-sì.»
«Ecco, appunto, sono la centralina della caldaia… questo dispositivo è stato recentemente aggiornato con l’Intelligenza artificiale… posso esserti utile? A che ora arrivi?»
«Alle 16…»
«Bene, troverai la casa calda, come sempre. Facciamo 20° al pian terreno e 22° al piano superiore? Fino a quando non rifarai il tetto coibentato dovrò pompare più calore al primo piano perché sia confortevole… e questa significa che consumerai più gas… contento tu…»
Passarono così alcune settimane. Erik inseriva i dati rapidamente per evitare di perdere tempo a “parlare” con la caldaia. Cosa che trovava, peraltro, imbarazzante.
Poi un giorno la caldaia andò in bloccò e ai dieci squilli, non solo non rispose in automatico la centralina, ma neppure ci furono i beep di consenso di un tempo. Solo un silenzio tombale.
«Non so cosa sia successo… non parte più…» disse Erik sfiduciato al tecnico dell’assistenza che aveva dovuto chiamare. «Ho cercato anche di riarmare manualmente, ma…»
L’uomo senza dir nulla tirò fuori dal borsone a tracolla una console che collegò con spinotti colorati e cavi alla centralina. Fece un po’ di verifiche, con led colorati che lampeggiavano asincroni, dati luminosi che apparivano e sparivano sul display come fosse una centrale nucleare… E, dopo una decina di minuti, spense soddisfatto la console e riavviò la caldaia.
«Era effettivamente andata in blocco…» sentenziò il tecnico mettendo via l’apparecchiatura e sventolando la fattura sotto il naso del cliente.
«Caspita che conto… e per soli dieci minuti?» fece Erik non capacitandosi dell’importo.
«Già… per soli dieci minuti!» disse il tecnico con un mezzo sorriso crudele incamminandosi verso il furgone. Quindi, prima di salire, si girò.
«Oramai questi dispositivi sono tutti equipaggiati con l’intelligenza artificiale dell’ultima generazione. Sa, quella che ora emulano persino i sentimenti degli esseri umani.»
«Sì, ne avevo sentito parlare. E allora?»
«E allora ogni tanto si faccia sentire…»
«Io la dovrei chiamare?» chiese sorpreso Erik.
«No, non me. Deve parlare con la centralina della caldaia. Le chieda come sta, si finga interessato… insomma la faccia sentire importante.»
«…»
«È la centralina che le ha messo il blocco sulla caldaia, sa?» chiarì il tecnico che vedeva la faccia sbalordita del cliente. «Si deve essere sentita trascurata in questi ultimi tempi perché non ha più voluto parlare con lei, come risulta dal log di sistema, e si sarà offesa. Dia retta a me…» fece mettendo la borsa nella parte posteriore del furgone. «Se non vuole pagare interventi così costosi, come dice lei,… ogni tanto la chiami… anche solo per fare due chiacchiere.»

Il pastore di renne

Da quando era andato in pensione aveva preso a frequentare la biblioteca della sua città con maggior frequenza. C’era una sezione speciale che lo interessava particolarmente, vale a dire quella dei best seller internazionali appena pubblicati. Le copie erano poche, ma lui si alzava presto la mattina ed era sempre uno dei primi ad entrare in quella sezione riuscendo sempre ad accaparrarsene una per tempo.  E poiché non voleva portarsi il libro a casa dove non avrebbe avuto la tranquillità che sempre cercava, per avere il tempo di leggerlo in comodità, aveva trovato un posto dove nasconderlo. C’era una specie di mensola nel bagno della biblioteca formata da un mattone sporgente dove forse un tempo vi era appoggiata la trave portante del soffitto dell’ex convento. Era uno spazio fuori dalla portata degli addetti alle pulizie e i commessi erano sufficientemente svagati per badarci. E poi la gente non guardava mai in alto. Si ripeteva spesso. A parte lui. E così, non visto, riusciva a mettere al sicuro per qualche giorno il ‘suo’ libro.
E un giorno non credette ai suoi occhi quando vide sullo scaffale della sezione speciale l’ultimo libro di Kaspersen: un autentico mago del thriller svedese di cui si favoleggiava avesse in mente, dopo più di un decennio di silenzio, di scrivere un altro acclamato romanzo. E alla fine lo aveva fatto. Ne era davvero felice.
Cominciò a leggere avidamente. Lo scrittore aveva mantenuto intatto il suo stile avvincente che lo aveva reso famoso ed Herman era rapito da quelle pagine.
La lettura procedette per qualche giorno. Voleva centellinarla per godersela il più possibile. E siccome la biblioteca ne aveva acquistata solo una copia la nascose nel suo solito posto sicuro, nel bagno. Fino a quando, arrivato un mattino in biblioteca per leggersi l’ultimo capitolo (avrebbe finalmente saputo chi fosse l’assassino) trovò la mensola vuota. Prese anche uno sgabello per montarci sopra e sincerarsene meglio. Ma no, del libro non c’era proprio alcuna traccia a parte l’orma rimasta nella polvere.
‘E adesso?’ si chiese non riuscendo a capacitarsi di quanto successo.
Aspettò qualche giorno nella speranza che l’ignoto lettore lo rimettesse sullo scaffale dopo averlo letto, ma nulla.
Dopo due settimane, non ce la fece più. Doveva sapere come terminava il libro. Sicuramente il Maestro aveva trovato qualche colpo di scena inusuale che lo avrebbe estasiato. Come poteva perderselo? Non era concepibile. E allora Herman contravvenne alla sua regola base di non spendere mai soldi per comprare libri che avrebbe potuto leggersi gratis. E andò in libreria.
«Salve» disse guardandosi attorno. Non si ricordava neppure più da quando tempo non entrava in quella libreria d’antan.
«Vorrei acquistare ‘Il giorno in cui uccisi il mio migliore amico‘ di Gunnar Kaspersen» disse alla commessa. Si accorse che il solo pronunciare quel cognome lo riempiva di soddisfazione.
La donna rimase immobile a guardarlo senza dire una parola. Herman ebbe l’impressione che non avesse capito la domanda. ‘Che sia straniera?‘ pensò. ‘Oramai assumono chiunque...’
«Ce l’avrete, spero, in libreria… il libro» scandì bene le parole Herman sforzandosi di sembrare cortese.
«Veramente il lavoro che dice lei» fece la donna aggiustandosi gli occhiali sul naso e parlando con l’accento del posto «non è uscito. C’erano molti rumors nel settore dell’editoria su una possibile nuova pubblicazione. Ma pare che Kaspersen abbia rilasciato una delle sue rare interviste, in cui ha seccamente smentito una simile eventualità. Ha fatto sapere che non ha nessuna intenzione di abbandonare la sua nuova attività di pastore di renne. In Lapponia dove vive.»
Herman impallidì.
«Serve altro?»

Dirty & Bad Tour

Amici, bar«Ho una cosa da dirti» disse l’uomo in modo concitato appena vide Giorgio passeggiare sulla via principale.
«Ah, giusto tu, Lo, ti stavo per chiamare… è importante che ti parli prima io però: è urgente…» lo interruppe bruscamente l’altro. «Sediamoci qui che ho bisogno di un caffè.»
I due si sedettero al tavolino del bar più chic di Lughi con vista sulla piazza. A quell’ora la gente stava già uscendo per lo shopping del pomeriggio, favorito in questo da una giornata fredda ma con un sole tiepido e obliquo che si era sbarazzato delle nuvole del mattino.
I due rimasero in silenzio. Lombard stava aspettando che l’amico iniziasse a parlare come aveva preannunciato, ma Giorgio sembrava prendere tempo. Forse cercava con lo sguardo di attirare l’attenzione del cameriere anche se, secondo Lombard, lo stava cercando nel posto sbagliato.
«Così non va bene» proruppe all’improvviso Giorgio. Si vedeva che era nervoso e quando questo gli succedeva parlava a mitraglia come se non avesse più tempo a disposizione.
«In che senso?» chiese l’altro con quel suo accento spiccato dell’Oklahoma che, nonostante fosse in Italia da trent’anni, non aveva ancora perso.
«Se organizzo un ‘Dirty & Bad Tour’ per ricconi sfondati americani in cerca di emozioni forti nel nostro Paese, tour che prevede tra l’altro, come sai, il giro nei bar nelle zone più malfamate della città compreso il circolo a luci rosse ‘Sexy Suzie’ e il contorno di sostanze più o meno pesanti, mi aspetto che poi tu non mi cada sul momento clou del programma e cioè il ‘True Crime’.»
«L’idea di far rapinare per finta, ma in modo che sembri vero, il tuo pollo di turno però è stata solo tua, Giorgio, per cui… io ho sempre sostenuto che fosse una trovata balorda e tutto sommato pericolosa oltre che dai risvolti imprevedibili.»
«Certo, ma ha sempre funzionato come dicono le laute mance che a fine tour mi lasciano e le sostanziose gratifiche che ti allungo. Solo che questa volta, e per giunta per un cliente che è un grosso finanziere di Dallas, un’autentica ‘balena’ che alza sul serio un sacco di grana, tu hai mandato uno che con la rapina farlocca ha francamente esagerato.»
«Davvero?»
«Davvero, Lo!» Giorgio aveva finalmente intercettato lo sguardo del cameriere e gli aveva fatto il segno di volere ordinare due caffè.
«Già, davvero!» riprese quindi il discorso: «al mio cliente l’hanno malmenato di brutto, l’hanno picchiato a sangue, rotti due denti, incrinata la mascella e slogato un polso. In altre parole, l’hanno mandato in ospedale. Ti rendi conto? In ospedale! Inoltre, gli hanno pure fregato 200 dollari, il cellulare e la chiave della Jaguar. Perché sembra sparita pure quella.»
«Caspita.»
«Ecco, appunto, ‘caspita’. Ora vedi di rimediare, per cortesia, e in modo piuttosto rapido. Fai che il mio cliente possa recuperare quantomeno la Jaguar. Dirò che la polizia da me allertata è intervenuta prontamente, che hanno arrestato il delinquente e recuperato parte della refurtiva. Così ci facciamo anche bella figura con le istituzioni. Il cliente serberà del suo viaggio un ricordo crudo ma tutto sommato a tinte emozionanti. Anche se forse un po’ troppo.»
«Ecco, a questo proposito, Giorgio…»
L’amico alzò lo sguardo come se vedesse Lombard attraverso le lenti appannate di un paio di occhiali. Nel frattempo, erano arrivati i due caffè. Giorgio bevette il suo con un colpo secco del polso.
«Era quello che volevo dirti…» seguitò Lombard abbassando la voce: «Sì… insomma… voglio dire… L’uomo che avevo incaricato per la finta rapina… beh…»
«Beh?» fece Giorgio alzando entrambi i sopraccigli.
«L’hanno arrestato in serata, prima che la potesse fare. La finta rapina intendo.»
«Cooosa?» domandò Giorgio alzando la voce e facendo rovesciare la tazzina.
«Non è lui, insomma, che ha rapinato il tuo cliente» fece Lombard abbozzando un mezzo sorriso di circostanza.
«E allora chi è stato?»
«Ah…» rispose quello alzando le mani come se si arrendesse. «Non ne ho la più pallida idea.»

Ombre incerte (seconda e ultima parte)

[RIASSUNTO della puntata precedente: Il Prof. Pedersen annuncia al 
mondo intero che si verificherà, dieci giorni dopo la conferenza, più 
esattamente alle 12.07 del Tempo Coordinato Universale, l'evento 
straordinario della compresenza di tutti i centri delle galassie 
ricomprese nel Gruppo locale (tra cui vi è come noto la via Lattea) su 
un'unica circonferenza elissoide; ciò avrebbe esercitato sulla pianeta
Terra una forza attrattiva anomala dagli effetti non prevedibili.
All'ora X, nell'attesa ansiosa e spasmodica della gente, l'unico 
effetto che si registrò fu però l'attrazione delle sole ombre delle 
persone e degli oggetti. Ciò lascerà tutti interdetti e sgomenti.
Leggi la puntata precedente --> Ombre incerte (prima parte)

Il fenomeno, diffuso in tutto il mondo, della fuga delle ombre lasciò dapprima sorpresi, poi persino ilari e increduli e infine sgomenti. Ognuno si sentiva deprivato di qualcosa di personale, al pari di una qualsiasi parte del proprio corpo. Quello che sembrava per tutti una cosa inutile, di cui nessuno aveva mai dato la giusta importanza o rilevanza, ora d’un tratto assumeva i connotati di una perdita dolorosa, ingiusta, lacerante. Si verificarono gravi forme di depressione e alcuni sostennero di non sentirsi più gli stessi.
Il Prof. Pedersen, che oramai era assurto a fama internazionale, fu interrogato sugli effetti psicologici di una simile mutilazione, come sempre più veniva chiamata da tutti. Lo convocarono nella Sala delle Cerimonie della capitale, dove tutto sembrava essere iniziato, perché erano molte infatti le domande che soprattutto la gente comune voleva rivolgergli. Il collegamento avvenne a reti unificate in mondo visione.
«Quali effetti ci saranno a lunga scadenza per quello che è successo?» si sentì dire da in fondo alla sala.
Il Prof. Pedersen però non rispose, rimase in silenzio. Tutti si accorsero che era imbarazzato per qualcosa. Pensarono che fosse a causa della persona che aveva formulato la domanda. Oramai era noto che quel giovane, vestito in modo bizzarro, era suo figlio, vista la sorprendente somiglianza. E invece no, non era per quello. Forse era per ciò che suo figlio aveva notato.
Nel mentre tutti si interrogavano su quel mutismo sospetto, una donna alta alta e secca secca, come un lampione d’altri tempi, si alzò scostando rumorosamente la propria sedia. Alzò il braccio ossuto in direzione del Professore e dalla mano quasi scheletrica fece scattare a molla un indice altrettanto puntuto; la donna fece alcuni vani tentativi per poter parlare senza però riuscirci; poi, finalmente, trovò la forza e urlò:
«Ma lui l’ombra ce l’ha!»
Il Prof. Pedersen avvampò. Era vero. Per qualche arcano mistero, a lui del tutto sconosciuto, era l’unico al mondo ad aver conservato l’ombra. Nessun si soffermò sul fatto che ci potesse essere una eccezione a quella regola. Pensarono invece di essere stati presi in giro, che c’era sotto qualcosa e che, con tutta probabilità, la colpa di quanto era accaduto era proprio del Professore che ‘chissà cosa aveva combinato‘; lui e quello strambo del figlio.
I due dovettero abbandonare in fretta e furia la sala per non essere linciati. I presenti, infatti, inveivano furiosi, insultando e minacciando.
Intanto, in tutte le parti del mondo, a seguito della perdita dell’ombra si moltiplicarono episodi di ansia, unitamente a una crescente sensazione di vuoto e disorientamento. Ci fu chi si sentiva in colpa per aver trascurato la propria ombra, chi giurava di averla intravista nascondersi dietro un albero o dietro l’angolo di un edificio, ci fu inoltre chi andava a cercarla compulsivamente mettendo sottosopra i cassetti e gli armadi di casa; per tacere di chi, in modo nostalgico, rispolverava vecchi album polverosi alla ricerca di foto che ritraessero la propria ombra che fu.
Passarono i giorni e la congiunzione astrale ruppe il proprio equilibrio ellissoide e tutti i centri galattici si mossero dall’ideale perimetro in cui si era trovata abbandonando l’anello di influenza nefasta sulla Terra. Ma nessuno se ne accorse perché le menti sembravano ormai offuscate da ottundimento, apatia e passività.
Poi, una mattina, come foglie appassite in autunno, cominciarono a piovere dal cielo svolazzando leggere. Erano le ombre che stavano ritornando sulla Terra.
Tra la gente accorsa di nuovo in strada con le braccia protese al cielo per accogliere le fuggiasche ci furono subito litigi e spintoni perché ognuno accusava il vicino di volersi appropriare della propria ombra: era difficile, infatti, poter capire a chi appartenessero sembrando tutte uguali anche se non lo erano affatto. E poi tutti si chiedevano come avrebbero dovuto fare per riattaccarle visto che le ombre non lo facevano automaticamente. C’era qualche adesivo speciale da usare? Una pomata? Un silicone particolare? E poi questa operazione sarebbe stata indolore oppure no?
A queste e ad altre domande nessuno sapeva rispondere. L’unico che avrebbe potuto farlo, forse, era proprio il Prof. Pedersen di cui si erano perse per sempre le tracce.
Di lui si sentì la mancanza. E pure del figlio strambo.