Li chiamavano Knockers, giusto per capire che ci si riferiva a Loro. Nessuno seppe mai da dove venissero. Alla domanda sul punto rispondevano sempre allo stesso modo: «Ha bisogno di qualcos’altro?». E basta. Evasivi, reticenti, furbi.
Il giorno prima non c’erano, il giorno dopo erano già tra Noi, mescolati e integrati, come se ci fossero sempre stati.
Occuparono immediatamente ogni posto vacante, uffici, banche, il carrettino degli hot dog all’angolo, persino quelli per la progettazione di viadotti come ingegneri provetti. Ne inventarono persino di nuovi, di professioni e di dispositivi, come i dissuasori di pioggia intensa o la riparazione delle condotte sotterranee con una semplice sonda inserita nel terreno. Erano capaci, affidabili, instancabili. Arrivarono mettendosi subito a lavorare, qualunque lavoro fosse, anche specializzato. Come se sapessero già come fare e come farlo.
Qualcuno protestò, all’inizio per questa invasione pacifica. Erano infatti, sulle prime, tutti un po’ diffidenti verso quegli strani tipi. Li chiamarono Knockers perché, prima di parlare, battevano sempre le nocche contro qualcosa di solido, un tavolo, un cartello, il proprio cranio se non trovavano altro. Toc toc. Quando facevano così lasciavano anche un’impronta scura, che sembrava grasso, ma non lo era, una macchia piuttosto, che poi si seccava al contatto con l’aria a diventare polvere che si posava ovunque. Non dava fastidio: era dolce come zucchero filato. L’avevano analizzata. Risultava senza DNA, almeno come lo intendiamo Noi. Questo particolare me lo ricordo bene. Almeno credo. Non si capì se fossero un’altra specie di Umani. Di sicuro non erano robot. Respiravano, anche se a modo Loro, voltando la testa di lato, come nuotatori a stile libero nell’acqua.
Ma l’opposizione durò poco. Facevano infatti quello che Noi non volevamo più fare, e quando si misero a fare anche quello che invece ci piaceva, lo facevano meglio e in minor tempo. Così, poco alla volta, li lasciammo stare.
E poi si esprimevano nella nostra stessa lingua, persino con proprietà di linguaggio. Prima in modo stentato e poi sempre meglio come se l’avessero sempre parlata.
Il Loro viso era quasi simile al nostro, se non per le venuzze violacee che si ramificavano dal collo, e per il cranio trasparente sotto cui si intravedeva il cervello pulsante. E siccome faceva un po’ impressione alla gente, soprattutto alle persone sensibili, ebbero l’accortezza di indossare un cappello vistoso, che divenne loro caratteristico tanto che chiamarono “il Knock”. E presto nessuno ci fece più caso alla conformazione della loro testa.
Erano affabili, carismatici, sicuri di sé come lo sono le persone di esperienza. Sapevano sempre cosa fare e avevano la parola giusta per l’ennesimo problema che si poneva loro. Non capivano mai una battuta, però, e dicevano le cose serie ridendo e viceversa.
Sapevano, all’occorrenza, anche difendersi: chi provava a prevaricarli riceveva una scossa fulminea, così rapida da non riuscire nemmeno a vederla arrivare. Ma sorridevano sempre, anche in quel momento.
La gente, dopo qualche tempo, si affezionò. Ed era persino diventata una gara per accaparrarsene uno in ufficio quando lo si vedeva tanto erano efficienti e pazienti.
Ben presto divennero insomma insostituibili. E Noi, bisogna dirlo, glielo permettemmo.
Non ricordo un giorno preciso in cui decidemmo di affidare Loro anche i compiti più delicati, le reti elettriche, i trasporti, la difesa militare, i calcoli più complessi. E infine tutto il resto.
Erano l’amico che mancava, il consigliere che sapeva consigliarti e, perché no, tirarti su il morale. La criminalità ben presto calò, l’economia migliorò. Quando riscuotevano lo stipendio, lo regalavano alla gente, senza mai chiedere nulla in cambio. Un esercito di Santi, insomma. Non mangiavano, non dormivano, non avevano un nome. Un aiuto immenso, insperato, gratuito e piacevole. Ogni pomeriggio andavano via, per ricomparire freschi la mattina dopo. Nessuno riuscì a scoprire dove abitassero, nonostante fossero migliaia e migliaia.
Anch’io ne conoscevo uno da vicino, come tutti. Lo chiamavo Toc, ma solo tra me e me. Fu Lui a occuparsi di tutto quando mio padre si ammalò, quell’inverno. Restava però anche dopo che il lavoro era finito, e mi lasciava parlare della paura, dell’ospedale, della solitudine. Poi chiedeva: «Ha bisogno di qualcos’altro?». Rispondevo di no. Ma lui restava ancora un po’ per farmi compagnia. Perché si accorgeva che ne avevo bisogno.
Non ricordo quando smisi di vederlo. Forse era già il segno premonitore di quello che successe poi.
Ma fu un errore madornale affidarsi a loro. Non avevamo delegato solo il lavoro, ma anche Noi stessi. Noi pensavamo che anche loro si trovassero bene. Ce l’avevano fatto credere. E abbiamo creduto che oramai dopo tanti anni sarebbero rimasti.
Poi invece, un giorno, sparirono. Tutti insieme, senza avvertire.
Il giorno prima c’erano. Il giorno dopo no.
D’un tratto le strade vuote, gli uffici vuoti, le nostre vite vuote.
Sulle scrivanie era stato lasciato ogni cosa come se si fossero assentati un attimo.
Le cose iniziarono subito a funzionare peggio. Erano rimasti macchinari che nessuno sapeva riparare. E per quelli inventati da loro non si sapeva neppure come accenderli. E Poi c’erano pratiche che nessuno ricordava come si sbrigassero. Avevamo dimenticato il nostro sapere.
La gente li cercò per mesi. Nessuno seppe dove fossero andati. I più scettici arrivarono a dire che non erano mai esistiti, che negarli fosse l’unico modo per elaborare il lutto.
Restavano però i segni scuri sulle porte, sui banchi conseguenti al loro toc toc. E la polvere.
Poi la gente cominciò a stare male. Mancanza d’aria, capogiri, febbre. La chiamarono “sindrome da knockerite”, per il lutto e forse, chi sa, per quella polvere scura che era dappertutto e non andava più via.
Ma la gente, come si scoprì poi, si ammalava davvero. Dimagriva, perdeva la memoria, camminava barcollando per le strade. L’apatia dilagò come un virus senza vaccino. E si iniziò a morire.
Qualcuno disse che era proprio quella polvere. Altri, che era colpa Nostra che non sapevamo più vivere senza di Loro, perché non eravamo capaci di far più nulla da soli.
Io non lo so. Non so più cosa pensare.
Anch’io faccio fatica a respirare, ormai. Mi gira la testa. Ieri sono caduto in cucina, e sono rimasto per terra non so quanto.
E soprattutto dimentico le cose.
Penso a Toc, qualche volta. Mi chiedo se sia stato reale, o se me lo sia inventato dopo, per avere qualcuno da rimpiangere.
Per questo, ora, racconto tutto. Perché qualcuno deve sapere come è cominciata. Perché potrebbero tornare. Diversi, magari. O uguali, con quei cappelli assurdi e il toc toc prima di parlare.
E Voi non dovete lasciarli fare. Dovete mandarli via subito. A casa loro.
Non importa se saranno gentili, se aggiusteranno in cinque minuti quello che voi non riuscite a far funzionare. Non importa se ci saranno meno ladri, meno paura, meno solitudine.
Mandateli via. Chiudete le frontiere, se serve.
Perché Noi stavamo meglio quando stavamo peggio.
Sì.
Stavamo meglio quando stavamo peggio.
Questo l’avevo già detto?
Scusate, non ricordo più bene.

Da scolpire nella pietra.
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