Big Mac

L’uomo aveva lo sguardo acquoso, il doppio mento prominente e gonfio, i gomiti larghi ben appoggiati al piano del tavolino per avere maggiore stabilità. Stava cercando di mettersi in bocca molto più hamburger di quello che sarebbe stato capace di masticare. Ma non se ne curava più di tanto se non per darsi il tempo giusto per trangugiare avide sorsate dal bicchiere gelato di coca-cola. Ogni tanto, senza fermare il movimento delle mandibole, si schiacciava nella bocca, da una fessura di lato delle labbra, tre o quattro patatine che a stento riuscivano a trovare posto tra i denti e le guance dilatate. Con lui i due figli, un maschio e una femmina, forse gemelli, altrettanto grassi quanto il padre, seduti allo stesso modo e con la medesima espressione impegnata e sognante.
Il cellulare dell’uomo squillò nella sala piena di gente. Per un poco cercò di ignorarlo, ma avendo riconosciuto la suoneria, si arrese. Si pulì una mano sui pantaloni e prese il cellulare dalla tasca.
«Che c’è»? disse sputando pezzi carne masticata. «Sì. Sì. Ci siamo stati. È andata abbastanza bene. Sì. Ma ora siamo da McDonald’s, qui in stazione, poi ti racconto… Ma sì, stai tranquilla, ti ho detto che poi ti racconto…» E senza aggiungere altro allungò il telefonino alla figlia. «È ma’» e riprese a mangiare.
«Che c’è»? chiese Annina con tono brusco. Stette all’apparecchio per qualche attimo, continuando a masticare, poi disse ad alta voce: «Io con Paolo ci faccio quel che mi pare, è chiaro?… Che c’entra che ciò sedici anni? Non sono più una bambina e non mi puoi comandare a bacchetta. Ci piacciamo e allora? Sto attenta sto attenta, chettecredi che siamo ancora ai tempi tuoi? Mi vuoi poi spiegare perché adesso tutt’a un tratto ti interessi a me?» La ragazza stette in ascolto, in silenzio, per qualche secondo quindi allungò il cellulare al padre: «È ma’.»
«Che c’è ancora?» fece il marito gettando l’hamburger sul vassoio con un gesto di stizza. «Ma sì, gli parlo io… lo sai come sono fatti i giovani, parlano parlano, ma non sanno mica quel che dicono… sì certo gli faccio il discorsetto… sì… ho capito, che non lo so che è minorenne?…» l’uomo sbuffò, alzò gli occhi al cielo e diede il cellulare al figlio. «È ma’.»
«Che c’è, ma’?» chiese il ragazzo con falsa cortesia «Ma sì che ho studiato… il quattro in mate? È il professore che ce l’ha con me, non capisce un cazzo, è stronzo, lo sanno tutti… sì sì hai ragione, scusa, non devo dire le parolacce…» Il ragazzo ascoltò ancora per qualche attimo la madre e poi ridiede il telefonino al padre. «È ma’»
«Sto mangiando Anna, come te lo devo dire?… Sì a Marietto gli parlo io. Certo deve studiare di più, si deve impegnare e gli esami sono vicini. E che non lo so che è ‘gnorante come un ciuco? Adesso gliene parlo, ci vediamo a casa…» E riattaccò in malo modo.
L’uomo guardò i figli con aria severa. Apri un paio di volte la bocca come se volesse parlare, ma mostrò solo resti sparsi di hamburger. Scosse davanti a loro un grosso dito indice minaccioso come per iniziare un discorso importante. I due figli avevano fiutato l’aria e stavano guardando il padre con la coda dell’occhio e il capo chino. L’uomo sospirò e disse: ‘E se ci facessimo un altro giro di Big Mac?’

* * * * *

La storia minima ‘Big Mac‘ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 15 luglio 2012 su:

(–> Caffè Letterario)

dove puoi leggere altri commenti.

Un pensiero trascurato

Eh sì… come dire? Dapprima era una sorta di pensiero che definirei scarno, minuscolo, tutto ossa, questo almeno era all’inizio; sì, uno di quei pensieri cui non si bada più di tanto, perché sembrava insignificante, inoffensivo, un gattino arruffato sul fondo di una cesta; un pensiero nato sghembo, scheggiato e tagliente, cattivo sì fin dal suo nascere, ma anche uno di quei pensieri per il quale potevi credere fosse sufficiente ricacciarlo con una pedata laggiù da dove era venuto, facendolo rotolare con soddisfazione in quella buca dove si era raggrumato la prima volta tra risentimenti cupi e ruvide amarezze. Lo ammetto, è stato un pensiero trascurato, proprio come un raffreddore lasciato libero di ammorbare il corpo che aveva intaccato; mi ero illuso che, ignorandolo, non sarebbe potuto sopravvivere, senz’acqua e senz’aria, soffocato da quella stessa disattenzione che riservo alle malepiante o ai ricordi spinosi che rovistano come roditori affamati la soffitta del mio passato; e invece ha continuato a lavorare, giorno dopo giorno, come una talpa instancabile a far tunnel complicati in questo cervello delicato; un pensiero che si è rivelato letale e insidioso, non ho altri aggettivi per descriverlo, tale e quale un’amante tradita che ha atteso paziente, giorno dopo giorno, che il destino le desse l’opportunità di alzare finalmente la sua mano vendicativa; è cresciuto su se stesso, questo pensiero immondo, autoalimentandosi come un drago terrificante che si mangia dalla coda e rinasce dalla gola per rimangiarsi ancora, infinite volte, ingrassando e divorandosi, senza sosta; una voragine spalancata davanti a sé, vomitata dal suo respiro corto, ove è precipitato senza rumore tutto quello che gli è capitato a tiro: una casa, con tutto quello che c’era dentro, le persone che conosco, le mie speranze, i sogni, le memorie, la mia stessa identità e infine la mia vita intera. Sì, amici cari, era solo all’inizio un pensiero trascurato, poi ha preso il sopravvento su ogni cosa, sicché adesso sono qui in bilico su questo cornicione, la mano aggrappata alla grondaia che non so fino a quando mi sosterrà. Vorrei scappare, ma non posso. Sono intrappolato nella sua stessa pancia gonfia pronto per essere digerito; e poi ho il vuoto sotto di me, un vuoto che mi chiama a gran voce, come la più amorevole delle mamme: ‘vieni, vieni da me’ mi dice dolce e persuasivo, ‘vieni, vieni, cosa aspetti?’ Per un banale pensiero sono arrivato fin quassù; un pensiero assoluto, unico, assorbente tanto da non ricordare neppure più quale fosse; e ora non gli resta che farla finita, con me. E uccidermi appena vorrà.

* * * * *

La storia minima ‘Un pensiero trascurato‘ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il il 17 giugno 2012 su:

–> Caffè letterario 

dove puoi leggere altri commenti

Il viaggio a Venezia

Per l’occasione aveva organizzato un viaggetto di tre giorni a Venezia. Aveva dovuto inventarsi con la moglie un aggiornamento professionale ma ne era valsa la pena perché la sua Lisa meritava proprio quella vacanza. Erano oramai cinque anni che stavano insieme. Si vedevano spesso di corsa, in paesini sempre diversi a mezza strada tra la regione di lui e quella di lei: regalarsi quindi, ora, in occasione del loro anniversario, più tempo per starsene tranquilli senza l’assillo del tempo, gli era parsa una splendida idea. La loro relazione era iniziata in sordina, in modo distratto, più per acquietare l’urgenza dei sensi che per una reale necessità di evasione; con l’andare degli anni era divenuto però un rapporto intenso, maturato con il crescere della fiducia reciproca oltre che della comprensione e dell’intesa fisica. Adesso era qualcosa di profondo, di dolce, ma anche di liberatorio, nella sorpresa di quell’acquisita consapevolezza dello star davvero bene insieme.
Riuscirono così a trascorrere tre giorni romantici tra calle e campielli. Passeggiando per ponti antichi e strade imbiancate, sature di salmastro e di profumi speziati e di pane, si erano ritrovati l’uno stretto all’altra, in un’intimità rinnovata.
Quando, alla fine del terzo giorno, lei scese dal treno mentre lui proseguiva il suo viaggio, l’uomo si accorse che un velo pesante di tristezza gli stava avvolgendo il cuore. Avvertì per la prima volta al petto, uno strappo doloroso, soffocante, inaspettato. Prima che potesse dirle qualcosa per attenuare quello spaesamento, il treno era ripartito velocissimo in una campagna che andava addormentandosi sempre più nel crepuscolo tinto di rosa, mentre qua e là, nel verde cupo, prendevano vita le luci colorate delle case. Prese il telefonino e le scrisse un sms:

Grazie Lisa per quello che hai saputo darmi in questi cinque anni indimenticabili: questa mattina non avrei più smesso di far l’amore con te.

Si sforzò di non rattristarsi. Del resto non era stato quello il senso di quei tre giorni stupendi. Ma non era riuscito a evitare di sprofondare in uno sconforto senza fondo cui non era abituato, tanto che la signorina bionda un po’ grassoccia, che gli era apparsa innanzi come un folletto, gli chiese diverse volte cosa desiderava. Realizzò solo dopo qualche attimo che era la ragazza del carrellino con gli snack. Lui disse di sì, a caso, a un paio di domande che la biondina gli fece, proprio mentre il cellulare lo avvisava che era arrivato un nuovo messaggio. Controllò con impazienza, ma rimase deluso nel costatare che non era la risposta di Lisa, bensì solo un messaggio della moglie. Alzò le spalle, insofferente, lanciando il telefonino sul sedile accanto, indispettito. Quindi prese dalle mani della signorina il bicchiere, avvertendo l’odore acre del succo di ananas. Lo posò disgustato, davanti a sé, per poi coprirlo con il depliant di un prontopizza. Gli venne freddo e s’alzò il bavero della giacca. Fuori, dal finestrone, i contorni delle case stavano oramai sparendo, corrosi dal buio che sopravanzava. Sospirò.
Poi vide il telefonino accanto a sé. Lo raccolse e lesse il messaggio:

E Lisa chi cazzo è?

* * * * *

 

La storia minima ‘Il viaggio a Venezia‘ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 6 maggio 2012 su

–> Caffè letterario 

 dove puoi leggere altri commenti.

Dello stesso racconto scarica o leggi anche l’analisi narrativa

–> SCARICA L’ANALISI NARRATIVA

–> LEGGI L’ANALISI NARRATIVA SU ISSUU

Davanti al porto

I due vecchietti erano seduti su di un muretto di sassi e cemento, in un punto della passeggiata, in cui si vedeva bene il porto e l’andirivieni delle imbarcazioni. Il sole filtrava abbondante tra le foglie di jacaranda.
«Lo sai, Parodi» disse, all’improvviso, quello con il cappello e il bastone d’osso su cui si agitavano due mani bianche e nervose. «È morto Giobatta.»
«Chi?» fece l’altro volgendosi appena, rassettandosi la sciarpa sul collo raggrinzito. «Il figlio di Teresa?»
«Macché il figlio di Teresa!» disse spazientito. «Quello è Pierino. Giobatta, è ‘Giobattin’… quello che aveva il negozio di ciabattino in via del Poggio: gli mancava un tochettin d’orecchio… non ti ricordi?» e tenne per aria l’indice e il pollice distanziati di un centimetro circa, per quanto riuscì solo a disegnare una sorta di uncino anchilosato.
«Ah, quel Giobatta!» fece Parodi rincalzandosi gli occhiali che erano già al loro posto.
«Già, quel Giobatta! Che ci vuole!» E tra i due calò di nuovo il silenzio. Nel porticciolo, intanto, stava entrando lentamente un gozzo, bianco e blu, con la scritta ‘Anita’ su una fiancata.
«E comunque è morto anche Pierino, se è per questo» fece l’uomo con il cappello.
«Eh sì, è morto anche lui» gli fece eco Parodi con un malcelato sorriso di soddisfazione. L’altro estrasse dalla tasca dei pantaloni un grosso fazzoletto tutto spiegazzato dentro il quale soffiò rumorosamente il naso. Lo ripose sul ginocchio per farlo asciugare:
«Certo che quando potevamo sederci ai tavoli del bar qui di fronte, senza doverci prendere tutta quest’umidità dal muro, si stava meglio.»
«Oh sì, che si stava meglio. Se Pinin non avesse pensato bene di chiuderlo…»
«Eh sì, è andato in pensione ‘sto belinun invece di starsene lì a far palanche… e… e dopo pochi giorni è morto. Ben gli sta.»
«Sì, sì, è morto pure lui ed era pure più giovane di noi» ribadì Parodi non dimenticandosi del suo sorrisetto sbilenco.
Il gozzo nel frattempo aveva attraccato al molo. Un uomo sulla cinquantina, vestito di blu e con un berretto di lana grigio calcato in testa, stava armeggiando attorno a una piccola bitta.
«E Gigettu? L’hai più visto Gigettu? Non sarà mica morto anche lui?»
«No no, l’ho visto ieri con sa moggè che faceva la spesa al discount…» rispose Parodi inarcando le sopracciglia come se lo avesse appena intravisto.
«Perché, a pensarci bene, anche lui è in là con gli anni» osservò l’uomo con il cappello dondolando la mano ossuta nel vuoto.
«Eh sì sì, anche lui.»
«Comunque anche la moglie non ha una bella cera.»
«Lo sai che hai ragione? Me lo chiedevo appena l’ho vista.»
«Deve stare attenta. Di questi tempi.»
Il pescatore che era rimasto sulla barca ora allungava a quello sul molo alcune cassette dove luccicavano pagelli e saraghi ancora vivi.
«Senti…» disse Parodi, dopo un po’, aggiustandosi la sciarpa, fin quasi sotto il mento. «Non è che da qualche tempo a questa parte parliamo sempre delle stesse cose, vero?»
«Ma che dici, Parodi. Non siamo mica vecchi rimbambiti, noi. E poi mi piace parlare degli amici, mi fa sentir meglio» fece alzando e abbassando il bastone che sbatté sulle pietre lucide come una mazza a sottolineare la solennità di quanto aveva appena detto.
I gabbiani intanto stavano lasciando uno dopo l’altro la spiaggia per volare verso il sole che si alzava sempre di più sulla linea dell’orizzonte.
«Soprattutto se muoiono prima di noi, vero?» chiese Parodi.
«Ben detto, mio caro amico, ben detto.»

* * * * *

La storia minima ‘Davanti al porto‘ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 18 marzo 2012 su
–> Caffè letterario

dove puoi leggere altri commenti.

Dello stesso racconto leggi anche l’analisi narrativa

–> LEGGI L’ANALISI NARRATIVA