Chitarra, Amore mio…

Carlos Jilles Astunde fissava lo spartito ancora vuoto sul leggio. Gli serviva sola una linea melodica, una soltanto, il resto lo avrebbe potuto fare la sua esperienza. Eppure, ogni tentativo si era spento tra le corde come la luce di una candela senza più cera.
Il tempo stringeva. La colonna sonora per il film, costruita attorno al suono della chitarra classica, avrebbe dovuto già essere pronta. Il committente si stava spazientendo e minacciava di mandare a monte quel ricco contratto.
Nella luce soffusa del suo studio, Carlos sollevò lo sguardo verso il quadro del Maestro appeso sopra la libreria: Andrés Segovia, in abito nero, con le dita ancora tese sull’ultima nota, il volto assorto e concentrato.
“Se fossi ancora qui, mi aiuteresti, ne sono sicuro”, sussurrò.
Poi, quasi fosse la risposta, un’idea folle prese a poco a poco forma: se l’ispirazione non poteva più arrivare dal Maestro in carne e ossa, forse avrebbe potuto venire dalla sua chitarra. Quella Hauser del 1937, esposta al Metropolitan Museum of Art di New York, chiusa in una teca di cristallo come una reliquia. Lo strumento che aveva fatto emozionare platee di tutto il mondo. Se avesse potuto suonarla, anche solo per breve tempo… Ma era dubbioso. Sapeva che Segovia, morendo, aveva lasciato istruzioni ben precise: nessuno doveva suonarla mai più, che restasse intatta, a testimoniare un’epoca, la sua. Ma in quella notte che presagiva, nei profumi e nei suoni, l’estate imminente, Carlos decise che il suo era un caso disperato e che doveva prevalere su quella disposizione.
All’una passata entrò nel Museo come un ladro. Il conoscente di un suo amico lavorava all’interno di quel Museo e gli aveva lasciato aperta una porta secondaria. Passò tra le ombre immobili di statue e cornici dorate, fino alla Sala degli Strumenti e al Padiglione di Segovia.
La chitarra del Maestro era lì, protetta da una teca trasparente, sospesa nell’aria come un pensiero triste. Carlos si avvicinò. Ogni passo era una domanda, ogni respiro una preghiera.
Sganciò il vetro, affondò le mani nella cavità e sentì lo strumento caldo, leggero, familiare. Come se l’avesse aspettato. L’emozione era fortissima.
Fece qualche passo, cercando la luce naturale. Una lama di luna attraversava infatti la sala dall’ampia vetrata, e lui si posizionò in quella pozza di luce diafana, reggendo la chitarra come un neonato.
Poi accadde. Nell’ombra davanti a lui si disegnò una figura: non un uomo, non un’ombra, ma qualcosa a metà strada tra l’uno e l’altra. Gli occhi piccoli e penetranti, la mano sollevata a mezz’aria. C’era qualcun altro in quella Sala, l’avevano sorpreso, che figura ci avrebbe fatto? La sua carriera di musicista sarebbe stata stroncata.
Carlos fece un passo indietro, terrorizzato, e poi un altro. Quindi un sussurro, lento e grave, attraversò la sala saturandone tutto lo spazio.
“Io, Andrés Segovia, dono al Metropolitan Museum of Art di New York la mia amata chitarra, costruita da Hermann Hauser nel 1937…”
La voce continuava a bersagliarlo. Era il suo volto, il suo gesticolare. Era proprio lui.
Carlos indietreggiò ancora, tremante. L’illusione di essere stato colto in flagrante proprio dal Maestro fu perfetta. La chitarra a quel punto gli scivolò dalle dita, emettendo un colpo secco al contatto con il pavimento e un suono stonato. In un attimo la vide lì, sulle piastrelle lucide, rotta: il manico si era piegato e staccato dalla cassa armonica come un arto strappato.
L’immagine di Segovia si dissolse, ma le sue parole no. Ora risuonavano direttamente nella sua testa: “…non venga mai più imbracciata o suonata da alcun musicista…”
Carlos urlò, ma il suono gli rimase incastrato nella gola come un boccone avvelenato. Fuggì, scappando confuso tra le sale, lasciando dietro di sé la chitarra, il Maestro, l’ispirazione e… la ragione.

Il mattino seguente, due guardiani del Museo aprirono la Sala.
«Che diavolo è successo qui?» chiese il primo, indicando i frammenti sul pavimento.
«Qualcuno ha fatto cadere una chitarra, tutto qui. Lo dicevo io di non lasciare gli strumenti in giro, con i lavori in corso», rispose l’altro.
Nel silenzio, si accese un monitor. Una registrazione partì da sola. L’immagine di Segovia apparve sullo schermo e la sua voce solenne ripeté: “…Desidero che la chitarra rimanga intatta, come un’opera d’arte da ammirare e studiare…”
Il secondo guardiano aggrottò la fronte.
«Aspetta. Ma quella per terra non è forse una chitarra del Museo?»
L’altro scrollò le spalle.
«Certo che no. È la mia. L’avevo lasciata qui ieri quando ti ho suonato quel brano mentre pranzavamo, non te lo ricordi? Quella del Maestro è chiusa in cassaforte da settimane per via dei lavori. Ho detto mille volte di attivare una telecamera anche in questa Sala. Non è poi così difficile entrare qui dentro. Come vedi.»
«Oh già, è vero, è proprio la tua. Allora te l’hanno spaccata perché ti devono aver sentito suonare!» esclamò, sorridendo. Poi, fattosi serio, disse: «Dai, adesso vai a controllare se l’Hauser è ancora al suo posto.»
L’altro uscì senza rispondere. Dietro di loro, il monitor tornò nero.
E da qualche parte, nella città ancora addormentata, un uomo camminava scalzo, mormorando al vento accordi che nessuno poteva più sentire.

13 pensieri riguardo “Chitarra, Amore mio…”

    1. Di una delle guardie. Quando entrano nella Sala degli Strumenti una chiede all’altra se la chitarra rotta è del Museo e l’altra risponde che no, non è del Museo, ma sua ed è proprio quella che gli ha suonato durante il pranzo del giorno prima. Per questo si sente dire che “allora, te l’hanno rotta perché devono aver sentito suonare!”

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    1. No, è uno di quei video che si vedono nei musei e che sono funzionali, a livello esplicativo, a una determinata sala; in questo caso era un video del chitarrista Andrès Segovia relativo al testamento in relazione alla sua chitarra Hauser donata al museo stesso. Sono: o video in loop continuo o attivabile con un sensore a presenza, come nel caso del racconto

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