
La scatola che le era stata appena recapitata era anonima, senza mittente. Sopra, il suo nome, in grafia aggraziata e minuta il nome del destinatario:
“Beatrice R. – personale”.
La donna sciolse lentamente il nodo dello spago. Sentiva il cortisolo addensarsi nel sangue che si stava inacidendo.
Trovò prima una lettera, ripiegata con ordine. Poi vide il barattolo. Lo avvolgeva un panno nero, pesante, di quelle usate per i cappotti d’inverno. Come si conviene per un lutto. Un vago odore di sostanza chimica le salì alle narici con la forza di una maledizione. Le danzò nella mente il ricordo stantio di un ospedale. Quell’ospedale. Riaffiorò anche, dalla melma di una vita rancorosa, il guerriero invincibile: l’antico sospetto sulla infedeltà di lui.
E allora il cuore le scivolò via a rotolare per terra, quasi avesse perso il suo sostegno in mezzo al petto. Sollevò il panno con cautela, sipario su un mondo da non disvelare.
All’interno del contenitore, sospeso in un liquido trasparente e lattiginoso, fluttuava un feto. Non più grande di una pesca. La testa ripiegata in avanti, i pugni chiusi, le palpebre come due boccioli di rosa. Il respiro di Beatrice si spezzò. Distolse lo sguardo, ma non abbastanza in fretta perché quell’immagine gli invadesse la mente.
Solo allora aprì la lettera. E salirono lente da quella carta le note del profumo che lei stessa metteva, e che ora erano anche sulla pelle di un’altra. Le si annebbiò la vista.
“Beatrice, mi chiamo Egle. Sono stata l’amante di tuo marito Aurelio per cinque bellissimi anni. Non ho scelto di scriverti per rancore o risentimento. L’ho fatto perché tu devi sapere chi, ogni notte, hai accanto nel letto.”
La grafia era ordinata, pulita, priva di incertezze. La voce di Egle pareva allagare la stanza.
“Mi diceva che tra voi era tutto finito. Mi prometteva viaggi, una casa, figli. Io gli credevo. Quando mi chiamava ‘la mia vera vita’, sentivo di esistere davvero. Credevo che avremmo costruito qualcosa insieme. E io… io l’ho amato. Con tutta me stessa.”
Beatrice chiuse per un attimo gli occhi. Vedeva ugualmente il barattolo al centro delle palpebre. Nel suo incubo, la luce del sole filtrava tra le tende muovendo l’embrione. Non riuscì a deglutire. Riaprì gli occhi.
“Dopo qualche anno, sono rimasta incinta. E Aurelio è cambiato. Mi ha detto che aveva scherzato, che non era il momento per mettere su famiglia, perché tu eri molto malata e non poteva lasciarti. Mi ha chiesto allora di abortire. Così. Come se mi avesse detto che fuori era una giornata di sole. Dapprima sono rimasta annichilita, distrutta. Ma poi ho pensato che tuo marito non meritasse comunque questo figlio e allora l’ho fatto estirpare dal mio corpo, come una verruca.”
Beatrice si appoggiò al tavolo. Le gambe non la tenevano più, il sangue le si coagulava nelle vene. Sentiva quelle parole tatuarsi sulla pelle, una dopo l’altra, una vergogna insopportabile.
“Però non ce l’ho fatta a buttare via quel piccolo essere. Era mio. Era ‘nostro’. Il simbolo di qualcosa che non ci sarebbe stato più. Ma che mi rode dentro come un verme canceroso.”
Poi la parte finale della lettera, quella che si aspettava essere più tagliente, gelida, una lama appoggiata sul collo:
“Ho deciso quindi di inviarlo a te per non impazzire del tutto. Non posso buttare nella spazzatura né posso neppure tenere questo nostro bambino mai nato. È lui la tua verità. Fanne ciò che vuoi. Anche se sono molto giovane non so se ne vorrò più. Perché il mio cuore è precipitato da tempo in un pozzo senza fondo e ancora sta precipitando.”
Egle D.
Beatrice rimase ferma per diversi minuti. Il rumore del frigorifero sembrava il ronzio di un insetto gigantesco. Le mani a ghermire il tavolo, il respiro corto, affannoso. Poi, senza smettere di guardare il barattolo, compose un numero sul cellulare.
«Aurelio?» disse con voce che volle tenere ferma. «Torna subito a casa. Abbiamo… ricevuto un regalo.»
Aurelio lasciò tutto. Lui, impiegato modello, puntiglioso, solerte, si sarebbe assentato senza una giustificazione plausibile. Ma c’era qualcosa nella voce della moglie che lo aveva terrorizzato. Non per quello che gli aveva detto, ma per quanto le era rimasto inespresso sulle labbra. Il tono della sua voce era stato calmo, apatico, gelido. E una strana sensazione gli stava montava dentro risucchiandogli il respiro direttamente dalla bocca.
Nell’avvicinarsi a casa pensò a quando Beatrice anni prima si era sentita male e aveva perso il bambino che lei avrebbe tanto voluto. Avevano litigato quella mattina. Ma quanto accaduto… era stato un incidente. Sì, è vero, non avrebbe dovuto essere così manesco e maldestro. Lei lo aveva accusato per l’ennesima volta di tradirla. Ma Aurelio sulle prime si era schermito, ma poi, negando esasperato, aveva perso la pazienza. L’aveva colpita più volte. Sul volto, al petto. E lei era scivolata all’indietro sullo spigolo della sedia. Lui non avrebbe voluto, ma era successo.
Ricordò che la voce di lei che aveva sentito al telefono dal suo ufficio, perché non poteva assentarsi dal lavoro, era molto diversa da quella di poco prima. Mentre gli comunicava di aver perso il bambino lui aveva udito una Beatrice tutto sommato forte, risoluta, volitiva. Anche se da allora lei aveva perso il sorriso e la malinconia e la rassegnazione si era insinuati nella sua vita. Una ragnatela di crepe che le avevano incartato il cuore e la mente. Sì, perché quel brutto aborto aveva significato non poter avere più figli.
Aurelio parcheggiò allora distrattamente la macchina. Forse la lasciò anche aperta con le chiavi nel quadro. Nell’androne, prima di salire le scale, si vide per un attimo allo specchio. Non si riconobbe. L’uomo che stava osservando aveva uno sguardo allucinato. Cercò di mettersi in ordine i capelli con una mano. Ma tremava.
Fece gli scalini di casa a due a due. E quando entrò nell’appartamento avvertì odore di aria malata, e anche qualcosa di chimico. E di acido.
Scorse la moglie in cucina. Era di spalle e stava guardando fuori dalla finestra. La luce del tramonto le blandiva i capelli quasi fosse la carezza di un fantasma. La chiamò più volte ma lei pareva non ascoltare. Era confinata nella sua incredulità, nella sua ottusa gelosia. Lui allora fece di corsa il lungo corridoio che lo separava da lei. Ma poi si arrestò a un paio di metri, sgomento per quella reazione gelida. Si guardò attorno nella cucina per trovare una risposta. E così scorse sul tavolo la lettera, la busta e il barattolo con il feto. Raccolse la lettera dalla tavola. Vide la grafia di Egle e sbarrò gli occhi. Lesse le prime parole e aveva già capito ogni cosa. La posò. Si sentiva morire.
«Beatrice… posso spiegarti.»
La moglie continuava a non volersi voltare.
Il silenzio in quella casa era diventato ostile. Inghiottiva voracemente dalla stanza tutto l’ossigeno disponibile. Il vociare di due ragazzi in strada filtrò dal vetro della finestra. La vita, altrove, stava continuando a scorrere. Nella totale indifferenza del dramma che si stava compiendo.
«Ti prego, Beatrice, voltati, per favore… guardami…»
E all’improvviso la moglie si girò. Aveva gli occhi turgidi di pianto, le guance scavate. Sembravano trascorsi dieci anni da quella mattina quando l’aveva salutata sulla soglia. Aurelio ne fu spaventato, fece mezzo passo indietro. Sentiva in quel frangente il suo mondo che si stava sgretolando. Aveva un’estranea davanti, un pericoloso nemico. Uno sguardo impossibile da sostenere. Il volto di lei, che non era lei, aveva così tanto attirato la sua attenzione che non si avvide che la donna aveva ora in mano un grosso coltello da cucina. Il primo colpo glielo sferrò dritto al cuore. Aurelio si sentì subito mancare. Cadde in ginocchio. E poi arrivarono la seconda, la terza, la quarta coltellata. Al collo, al ventre, al viso traforandogli entrambe le guance. E questo senza che Aurelio facesse nulla per difendersi. Rimaneva fermo, inebetito. Accettava la sua giusta punizione. E lei, incurante degli schizzi di sangue che arrivavano persino sul barattolo continuava a colpire e a colpire quasi dovesse finire in fretta il lavoro prima della fine del mondo. Gli assestò alla fine ventisette coltellate. Una per ogni anno di matrimonio. E poi per averla picchiata duramente quel giorno facendole perdere il bambino. E poi per averla tradita facendo il figlio, che avrebbe voluto, con un’altra. E dire che lei gli si era donata a lui tutta la vita, senza riserve o infingimenti, rinunciando al lavoro che tanto amava.
Aurelio collassò tale e quale un burattino dai fili rotti. Non una parola, non un lamento. Era in una pozza di sangue nero, raggrumato in un sugo bruciato, le cornee già opache, la camicia a brandelli.
Quando arrivò la polizia, chiamata da Beatrice stessa, la scena che si palesò loro fu quella di una mattanza. Lei era pietrificata, in piedi, con il coltello ancora gocciolante in mano, a guardare il corpo straziato del marito.
Poi, in sede di autopsia trovarono, incastrato nell’esofago di lui, anche un feto di circa tre mesi.

Terribly sad.
"Mi piace""Mi piace"
Just a little, come on…
(Thanks for stopping by)
"Mi piace""Mi piace"
Cattiveria a secchiate trasonda…
Devi cambiare alimentazione
Carne ti va?
"Mi piace""Mi piace"
Nice post 💯
Happy Sunday 🌞🌈
God bless you 🌈🌞
Grettings from Spain 🇪🇦
"Mi piace""Mi piace"
🤗
"Mi piace""Mi piace"
l’amante è stata molto coraggiosa a farlo
così salva la moglie, la rivale, da un tal uomo
"Mi piace""Mi piace"
Urca. Mi sono venuti i brividi al “Torna a casa che abbiamo ricevuto un regalo”….. Sempre complimenti per la tua scrittura. Spettacolo.
"Mi piace""Mi piace"
Per un momento ho pensato che finisse con un: “Ma questo Aurelio… chi è?”
"Mi piace""Mi piace"
In effetti sarebbe stato molto divertente
"Mi piace""Mi piace"
Un finale tipico di genere horror. La lettera confessione dell’amante ha un impatto molto forte tanto che Beatrice alla fine chiama il marito fedifrago con un po’ d’ironia: «C’è un regalo»
"Mi piace""Mi piace"
Lady Macbeth è tornata, ma chi è? l’amante ferita o la moglie telefonica?
"Mi piace""Mi piace"
Santo cielo! Questo racconto se pur breve, mi ha tenuta sul orlo della mia sedia. Il finale in sospeso è stato incredibile. Un regalo? Non vedo l’ora di vedere la faccia del marito quando vedrà il feto. Questa scena era un tantino, come dire…un pò macabra. Tipo film del horror.
"Mi piace""Mi piace"
In effetti ultimamente sto scrivendo racconti lunghi e romanzi brevi (che però non pubblico sul blog) di genere esclusivamente horror.
E sto scoprendo che è un genere in cui mi trovo sempre più a maggior agio.
"Mi piace""Mi piace"
Giornale del 7 Giugno 2027. Notizie di cronaca locale. ” UCCISE IL MARITO CON 57 COLTELLATE: LA GIUDICE, DONNA, LA ASSOLVE DA OGNI ACCUSA”.
😂
«-»«-»«-»«-»«-»«-»«-»«-»«-»«-»«-»«-»
A parte gli scherzi, pezzo molto bello e particolare anche la foto. In effetti ho cercato di ingrandirla per leggere lo scritto ma non ci sono riuscito, però se è coerente con il racconto mi levo tanto di cappello.
🤠
"Mi piace""Mi piace"
La notizia che non è stata però resa nota è che, dopo avergli assestato 57 coltellate, la moglie gli ha fatto anche ingoiare il feto.
😱
"Mi piace""Mi piace"
In effetti l’immagine di una donna può rivelare molte cose, e qui io vedo una donna forte, concreta, una a cui la vita non ha risparmiato colpi bassi, ma che alla fine ha sempre saputo reagire e rialzarsi, ogni volta più forte. Sarebbe anche una donna ancora bella se solo si prendesse più cura di sé stessa, ma intuitivamente deve essersi resa conto che il suo uomo non la apprezza per ciò che vale, e quindi l’apparente trascuratezza è una ripicca e una rivalsa, ma anche un grido silenzioso e disperato; in pratica lei sta dicendo: guardami per ciò che sono veramente e per quello che potrei essere se solo tu credessi in me, una moglie, una compagna, una vera amica. Ma ormai è troppo tardi, e tutto ciò che avrebbe potuto essere non sarà mai più.
😉
"Mi piace""Mi piace"
👏
Condivido pienamente. Una fine analisi.
"Mi piace""Mi piace"
Sinceramente ti vedo più portato per l’horror fiabesco, e non mi sembra tu abbia bisogno dello splatter per farti ascoltare.
😁🤪
"Mi piace""Mi piace"
Tipo Hansel e Gretel?
"Mi piace""Mi piace"
Si, anche, ma non solo. Veramente qualcosa del genere è già stata fatta, ma immagino che in ogni grande storia ci siano parecchi sentieri che è possibile percorrere.
🤔
"Mi piace""Mi piace"
Uno dei migliori.
"Mi piace""Mi piace"
Uno dei migliori!!!
"Mi piace""Mi piace"
wow bellissimo. complimenti
"Mi piace""Mi piace"
Wow. Scritto benissimo, ho percepito la tensione. E l’amarezza di entrambe le donne. Fragilissime.
"Mi piace""Mi piace"
Ci sarà un seguito?
"Mi piace""Mi piace"
Francamente non ci avevo pensato
"Mi piace""Mi piace"
Bellissimo. Splendida la figura dell’amante, dignitosa e carica di sofferenza silenziosa, un po’ meno quella della moglie, troppo fragile. Io avrei reagito in un altro modo, ma il racconto è tuo 😉
"Mi piace""Mi piace"
😁
"Mi piace""Mi piace"
Adesso mi hai incuriosito. Tu come avresti reagito?
"Mi piace""Mi piace"
Me ne sarei andata, lasciando il pacco con la lettera sul tavolo.
"Mi piace""Mi piace"
Reazione assolutamente legittima.
Dal punto di vista narrativo, però, mi pare, ma mi posso sbagliare, meno efficace
"Mi piace""Mi piace"
Certamente, parlavo solo di quello che avrei fatto io nella realtà. Dal punto di vista narrativo la tua conclusione è diabolicamente ironica.
"Mi piace""Mi piace"
…e che regalo! 😉
"Mi piace""Mi piace"