La valigia color verde

Erano le due del pomeriggio. In piazzetta di Lughi mi stavo sorbendo il mio caffè sotto l’ampio ombrellone del Bar del Cinghiale, quando dalla parte opposta della piazza, dalla via che corre di fianco al Duomo di San Properzio, vidi arrivare lentamente, nella mia direzione, una cinese. Trascinava con la destra una grossa valigia blu e con la sinistra un’altra di color verdastro, che teneva però per la maniglia. Giunta all’altezza del cassonetto, posizionato poco distante dalla statua di Poggi Perti, la donna appoggiò in uno scatolone lasciato lì da qualche negoziante, quella verde; ispezionatala un’ultima volta al suo interno, con grande cura, proseguì il suo cammino.
‘Anche a loro si rompono le valigie’ pensai mentre vedevo sfilare la donna a pochi metri da me. ‘Sono un popolo ipertecnologico, ma con gli stessi nostri problemi’.
La cinese non fece in tempo a uscire dal quadrato della piazza che un uomo, partendo da dietro le mie spalle, si diresse rapido verso il cassonetto e, senza alcuna esitazione, come fosse stato un gheppio che avesse scovato un topolino tra l’erba, afferrò la valigia abbandonata sparendo, in un lampo, nella via adiacente la chiesa. Il tutto si era svolto in pochi attimi, tanto che sembrava che i due avessero agito in sintonia.
Poco dopo arrivò Tonio. Mi parlò delle sue cose. Mi raccontò che era venuto a farsi visitare da lui un suo amico per un dolore ad un fianco ed ora risultava dalle analisi che aveva un tumore al fegato e non sapeva come dirglielo. Gli avevo appena ordinato un caffè, come se avessi voluto in qualche modo consolarlo, quando vidi tornare indietro la cinese. Si mise a rovistare in modo convulso vicino al cassonetto: sembrava che cercasse la valigia verdastra che, ovviamente, non c’era più.
Poi si mise a piangere, di un pianto che aumentava sempre più in intensità e disperazione. Quindi si mise a gridare:
«Il mio bambino, il mio bambino… mi sono pentita, mi sono pentita… dov’è il mio bambino?»