Amnesie sociali

L’uomo gesticolava nel parlare e, quando si vide riflesso nella vetrina accanto alla moglie, per un attimo, non si riconobbe. La donna lo ascoltava annoiata, come spesso le accadeva se lui s’infervorava lamentandosi dei fatti suoi.
«… E così mi succede sempre più spesso.»
«È che stai diventando vecchio» fece lei ad un certo punto per smorzare quel monologo. «È questa la verità.»
«Non so mai se la persona che incontro, e che ho l’impressione di conoscere,» continuò lui non badando alla battuta acida della moglie «sia un cliente o una persona incontrata per caso, magari sull’autobus o in un bar. Mi sento in imbarazzo e non so se salutarla oppure no.»
La donna, che già sostava davanti alla successiva vetrina, stava constatando che le scarpe di quella tal marca avevano raggiunto prezzi impossibili e che non se le sarebbe mai potute permettere.
«L’altro giorno, per esempio, mi ha fermato uno per la strada e mi ha raccontato diversi episodi in cui sarei stato, a suo dire, io stesso protagonista… che io avrei detto, che lui avrebbe detto… Insomma alla fine ci siano salutati così cordialmente che mi ha pure baciato sulle guance e… e… ancora, ti giuro, non so chi sia, nonostante ci abbia pensato tutto il giorno.»
La moglie aggrottò le ciglia spingendo il collo dentro al bavero del cappotto. Avrebbe avuto voglia di un buon caffè.
Poi sfilarono davanti ad una merceria. Una signora di un certa età, che stava rovistando in un cestino ricolmo di calzini in saldo, voltò la testa verso di loro e sorrise.
«Vedi» fece lui come se avesse trovato chi gli dava finalmente ragione «mi succede di continuo e io mi sento disorientato, spaesato, non so che fare. Dopo quello che mi è successo ieri, preferisco addirittura non fermarmi e voltare la testa dall’altra parte.»
Trascorsero alcuni attimi, quindi la moglie si girò fissandolo negli occhi scocciata:
«Non fare lo stupido, Carlo, ti sei accorto benissimo che quella era mia madre.»