La sinfonia perfetta

Era successo esattamente come gli era stato preannunciato. Una mattina non aveva fatto in tempo ad aprire gli occhi che un sibilo acutissimo lo aveva fatto sprofondare nella sordità più completa. Il mondo era diventato muto. Vedeva gli alberi stormire, le macchine passare in strada, un oggetto cadergli dalle mani, tutto nel più assoluto silenzio. Si era spesso chiesto, durante la lunga ed irreversibile malattia, come sarebbe stato quando non avrebbe sentito più nulla. Ed ora lo sapeva: era come essere sepolti vivi nella propria stessa esistenza. La vita ancora schiamazzava, rideva, echeggiava attorno alla sua rabbia, ma senza di lui. Era stato tagliato fuori e, paradossalmente, si accorse ben presto che era come se fosse stato sempre così.
Aveva preso a passare giornate intere sulla poltrona di casa a guardare davanti a sé nel vuoto capovolto della propria realtà. Si faceva costantemente la stessa inutile domanda per la quale non trovava una risposta adeguata. Perché? Perché gli era accaduta una disgrazia simile. Finiva quindi con il commiserarsi fino alle lacrime, rivoltandosi nelle panie di una solitudine vischiosa che lo tirava al di sotto del livello del tollerabile sino a soffocarlo.
Passò mesi in questo stato. Le sue condizioni fisiche e mentali scadevano visibilmente. Poi, un giorno, quando pensava di essere divenuto più simile ad un vegetale che ad un essere umano, sentì come una vibrazione. Si ridestò dal suo sonno ad occhi aperti. Sì guardò attorno scrutando la penombra di quella stanza che non aveva più conosciuto un filo d’aria pulita o un raggio di sole. La sua attenzione, tuttavia, non rimase vigile per molto. Richiuse gli occhi a farsi nuovamente ingoiare dal suo stesso torpore. Ma la vibrazione, invadente, si fece ancora sentire. Gli veniva da dentro. Si spaventò. Gli prese l’affanno tanto che cominciò a respirare a fatica. La vibrazione a poco a poco si tramutò in un suono debolissimo, lontano, come se provenisse dal fondo di una grotta. Lo riconobbe: era un oboe. La melodia crebbe nella sua testa sino a farsi cristallina: era dolcissima, suadente, rievocativa. All’oboe si unì ben presto una sezione di archi che si mise a giocare in contrappunto con la melodia dei legni. Un pianoforte prorompente, in quella musica celestiale, rimise ordine nelle note acquee di quel movimento, trascinando a sé gli altri strumenti in un diverso e più struggente canto.
L’uomo era eccitato, gli batteva forte il cuore. Non aveva mai sentito nulla di così bello ed esaltante. Si sarebbe detto Beethoven, ma con continui richiami a Mozart e a Brahms. Una sinfonia perfetta che, anche quando ebbe termine, gli lasciò un senso di profonda beatitudine e appagamento. Il sorriso era tornato sulle sue labbra e quella sera cenò di buon grado.
L’indomani mattina il silenzio era ritornato prepotentemente ad essere protagonista della sua esistenza. Decise però di uscire. Si lavò, si fece la barba, tirò fuori dall’armadio vestiti puliti e profumati. Passeggiò sul lungolago. La gente non gli dava più fastidio, né provava rancore verso chi poteva sentire. Si era rappacificato con il mondo.
Si era seduto sulla panchina accanto al ponte romano quando la vibrazione dentro di sé tornò sottile come una carezza. La musica, che ben presto esplose nel suo cervello, ricordava quella di Mahler, ma non era nessuna delle sinfonie da questo composte. Sembrava la decima sinfonia, quella mai scritta; lo stile dell’autore era infatti inconfondibile.
Chiuse gli occhi. Non ci poteva credere che un simile dono potesse essere stato fatto proprio a lui. L’emozione era grande, fin troppo grande per la sua anima da cui debordò come un incontenibile mare in burrasca.
Quando poche ore dopo lo trovarono riverso sulla panchina, privo di vita, aveva ancora il viso sereno come di chi aveva appena parlato con Dio.