Scherzi

Con ‘Gi e Tonio oggi, a tavola, si parlava di scherzi. Nei centri piccoli se ne fanno, tra amici. Forse è un modo per esorcizzare, tutti insieme, le paure dell’esistenza o per superare le insicurezze del domani o per far finta che la vita non se ne trascorre via.
“Lo scherzo che hanno fatto ad Adelio l’anno scorso è proprio bello!” se ne uscì ‘Gi versandosi un altro po’ di chiaretto delle Colline Lughesi “… quel vigilino, sai, diventato un autentico spauracchio di chi posteggia la macchina in divieto di sosta o in doppia fila. Lui che si è sempre reso antipatico a tutti per quel suo carattere spocchioso e arrogante, da quando fa questo lavoro, ha trovato una ragione di vita: rivalersi su chi l’ha preso in giro fin da piccolo.”
“E cosa gli è successo?” gli chiesi.
“Si son messi d’accordo tra loro alcuni amici, quelli da lui più bersagliati: hanno messo le loro macchine in una zona di divieto, là dove normalmente Adelio va per far le multe. Quando è arrivato sul posto, il vigilino, pregustando con un sorrisino malefico lo sfacelo che avrebbe fatto di lì a poco, ha aperto il libretto delle multe che aveva in mano. Solo che loro, al libretto, gli avevano fatto fare il bagno nel vinavil per cui è rimasto chiuso e solido come un toast surgelato.”
“Beh, non mi sembra poi granché come scherzo” obbiettai.
“Aspetta, non è finita! Quando Adelio è andato a mettere la mano nel borsello dove c‘erano gli altri blocchetti ha sentito che erano affogati in un qualcosa di untuoso, appiccicaticcio e maleodorante. Quei disgraziati avevano riempito il borsello di maionese andata a male. In quello stesso istante poi, uno dopo l’altro, alla spicciolata, gli amici in questione hanno tolto da sotto il naso di Adelio le macchine che si trovavano in divieto. L’immagine del vigilino che, alzando la mano grondante di maionese, gridava, mentre gli altri partivano, ‘fermi tutti, in nome della legge, siete in contravvenzione’ è rimasta storica!”
“Invece l’estate scorsa” esordì Tonio che stava cercando inutilmente di rompere una noce con il palmo della mano “al farmacista qui di Lughi gli è venuto quasi un coccolone. Carmelo, è anziano si sa, ma è anche in ottima salute, io del resto posso ben dirlo perché è mio paziente. E beh… è accaduto che, un bel giorno, hanno cominciato a recapitargli a casa, fino a sera inoltrata, corone da morto, fiori a mazzi e telefonate di condoglianze. Si sgolò a spiegare a tutti che non era affatto morto, ma che anzi stava benissimo. Ha fatto tanti scongiuri il pover uomo, per tutta la notte, da non riuscire a chiudere occhio.”
“E chi aveva messo in giro quella voce?”
“Avevano fatto di meglio…” disse Tonio che aveva cambiato palmo della mano senza riuscire ad aprire la noce “avevano tappezzato il paese con il suo annuncio funebre che avvisava ‘con mestizia’ che ‘il Signore l’aveva accolto serenamente nella beatitudine dei cieli.’
“Pazzesco!” feci io.
“Sì ma lo scherzo più simpatico lo hanno fatto a Marò poco tempo fa” riprese ‘Gi che, alzatosi da tavola, era andato a prendere lo schiaccianoci per Tonio. “A lui. Tutto sommato han fatto di peggio!”
Tonio prese lo schiaccianoci dalle mani di ‘Gi e cominciò a usarlo come un martello sulla noce. Al che io, sfiatatigli di mano schiaccianoci e noce, gli ruppi quest’ultima come Dio comanda. Tonio mi guardò come se gli avessi rotto il giocattolo.
“Con il pretesto di un ‘campionato’ a briscola o a boccette, adesso non mi ricordo più” proseguì ‘Gi “hanno attirato Marò al bar del Cinghiale. Quando furono sicuri che non sarebbe tornato se non alle ore piccole, hanno introdotto in casa sua una mucca frisona di più di cinquecento chili. E, per farla girare ben bene per tutta la casa, hanno pure piazzato, in tutte le stanze, un bel po’ di fieno.”
“Chissà che disastro avrà fatto!” dissi ridendo.
“E’ che non si sono limitati a quello! Prima di far entrare la mucca, le han fatto bere un secchio d’acqua dove hanno disciolto un potente diuretico e un vigoroso lassativo. Non ti sto a dire come la povera bestia ha conciato l’intera casa.”
“Marò avrà bestemmiato così forte” disse Tonio che finalmente sgranocchiava di gusto la noce sgusciata “che avranno persino chiuso le porte del Paradiso per non sentirlo!”

Il battesimo

Eravamo imbarazzati al funerale di Carlo Cusimani. Certamente avevamo tutti un po’ l’aria contrita e di circostanza, ma sembrava che ognuno avesse ancora negli occhi le pose erotiche e plastiche della signora perdutamente abbandonata tra le braccia del suo amante, così come erano apparse nel calendario pubblicato dal marito prima di suicidarsi. E’ terribile che, l’indole a volte meschina dell’uomo, così vicina alle cose terrene, porti a non aver rispetto neppure per la morte.
Io mi trovavo con Tonio nella camera ardente allestita nella tipografia di Carlo. C’erano diversi amici, conoscenti, semplici curiosi. Ma della moglie neppure il fruscio della sua sottoveste. Nessuno l’aveva più rivista dopo il fatto e, soprattutto, dopo la diffusione di quel famigerato calendario; chi era stato a casa sua l’aveva trovata chiusa e il garage spalancato e vuoto.
Era comprensibile questo comportamento, dopo tutto, pensai: dopo quello che era accaduto, chiunque, con un minimo di dignità e orgoglio, avrebbe evitato accuratamente di farsi vedere in giro, almeno per qualche tempo.
Poi arrivò la madre anziana di Carlo. E qui l’imbarazzo ebbe un’impennata.
Lei, vestita completamente di nero con un cappello floscio per nulla adatto all’occasione, entrò senza guardare in faccia nessuno. Nella mano inguantata sgranava con rapidità un rosario dai semi d’avorio. Si avvicinò lentamente al centro della sala, biascicando chissà quale litania. Passò davanti a me, sì che riuscii a sentire cosa diceva con un fil di voce:
“Brutta donnaccia schifosa, sgualdrina, puttana, maledetta… brutta donnaccia schifosa, sgualdrina, puttana, maledetta … brutta, donnaccia…” e tirò diritto verso il feretro, senza smettere di mormorare quelle parole.
Cercai, sconcertato, lo sguardo di Tonio. Ma la sua attenzione era rivolta altrove, a una signorina dai tacchi a spillo, con il capelli lunghi e biondi che le ricadevano quasi sul sedere e che aveva tutta l’aria, con la sua minigonna ombelicale, di star accompagnando malvolentieri il padre.
“Una grave perdita” mi disse avvicinandosi Oreste che era il più caro amico di Carlo “non posso pensare che non ci sia più.”
Aveva l’aria tristissima, gli occhi vivaci e mobili, come se stesse cercando il suo bicchiere da riempire generosamente con del whisky. Si asciugava le lacrime con le maniche di una giacca che si sarebbe detta di suo fratello più piccolo, tanto era corta e stretta; l’effetto-wurstel, per la carica di comicità involontaria che ne derivava, era in forte contrasto con l’aspetto afflitto e sofferente.
Arrivò anche don Remo che già sulla soglia del negozio cominciò a ripetere nervosamente: “Sono qui solo in forma privata, in forma strettamente privata”. Giusto per prendere le distanze e rendere esplicito ai presenti che, come uomo di chiesa, condannava con decisione il gesto folle di chi si toglie la vita. Con don Remo, Cusimani aveva avuto un buon rapporto di solidarietà, avendo Carlo provveduto, da anni, a stampare gratis il giornalino della parrocchia e i volantini per la festa patronale.
Un brusio mal soppresso aleggiava, così, in quel negozio che avevo invece sempre sentito pieno dei rumori gentili delle macchine di stampa, delle taglierine e delle presse. Il profumo dolciastro di alcuni lilium mescolati, chissà perché, ai crisantemi, copriva quei begli odori di inchiostro e di carta che mi avevano sempre fatto sentire a casa mia, in quel luogo, così come la cordialità e il buon umore di Carlo.
Poi entrò un altro signore, che non conoscevo: un bell’uomo, brizzolato, sulla cinquantina. Si tolse il cappello e si soffermò, compunto, in preghiera, con la testa leggermente chinata verso il basso e le mani raccolte sul davanti forse anche per tenere il cappello.
Un bambino staccatosi dalla mano della madre, che continuò imperturbabile a cicalare con un’altra donna dall’aspetto antipatico, si mise a correre per la tipografia facendo finta di far volare un aeroplanino rosso e giallo, probabilmente una di quelle sorpresine degli ovetti di cioccolata. Nel far questo passò sopra i miei piedi.
“Lei pensa che faccio male… se approfitto del fatto che sono qui…”
“Scusi ero distratto…” dissi io all’uomo brizzolato che aveva smesso di pregare “… sa” mi giustificai “quel bambino… mi ha appena pestato le scarpe, ma mi dica…”
“No, stavo dicendo… lei pensa che faccio male se approfitto del fatto che sono qui e ritiro un pacchetto che Cusimani mi aveva preparato… mi rendo conto che non sarebbe proprio il momento, ma sa è tutto pagato… sono i biglietti per il battesimo di mio figlio…”
“Si figuri… non lo chieda a me… se lo trova qui in giro…”
“Sì grazie, scusi ancora.”
L’uomo con passo lento, scansando delicatamente le pie donne con il velo nero che recitavano a ritmo incessante gli ‘eterno riposo’ alternati ai sibilanti ‘ora pro nobis’, tentando anche di evitare il ragazzino che continuava a correre facendo ora il verso del caccia da combattimento in picchiata, girò un po’ per tutto il negozio. Poi evidentemente trovò quello che stava cercando, perché lo vidi allungare una mano verso un bancone. Nel tornare indietro, con il pacchetto sotto il braccio, fece un sorriso molto garbato a me e a Tonio e uscì calcandosi ben bene il cappello sulla testa.
In quel mentre entrò ‘Gi che venne subito vicino a noi. Era trafelato. Aveva fatto tardi.
“Certo che ha un bel coraggio a farsi vedere qui!” ci disse con quell’aria da investigatore sempre all’erta.
“Perché?” chiesi io.
“Perché quello è proprio l’amante della signora.”

La piccola Haamiah

Un suono che mi ha sempre affascinato è quello delle campane. E’ un suono che sa di festa, anche se non è un giorno di festa, ed evoca sempre cose buone e visi sorridenti. Ovviamente faccio riferimento alle campane vere e a non quegli orribili effetti sonori preregistrati che a volte si sentono uscire da certi campanili: fa subito tristezza, perché sembrano provenire da una radio mal sintonizzata accesa per caso.
Così capita che, a mezzogiorno, quando per un qualche motivo mi ritrovo a casa, a Poggiobrusco, vado sulla terrazza che dà sulla vallata d’Argea ad ascoltare i rintocchi delle varie chiese. Parte per prima l’Haamiah, la campana secolare di San Luca di Pievani (la chiesa di padre Ercole), facendosi forte della sua maggior anzianità e della sua voce profonda, baritonale, direi carica di saggezza. Dal lato opposto le risponde la chiesa di San Properzio di Lughi (la chiesa di don Remo), che ha invece una voce più chiara e sonora. A metà dello scampanio di quest’ultima inizia, sovrapponendosi, quella più lontana di Punta Moreno, dal richiamo squillante e festoso, in contrasto con la seriosità della pieve di pietra scura cui è stata donata. Poi, via via, si uniscono tutte le altre, quella di Bigialli, di Tòdaro, di Castelmoreno, come se ci fosse un filo unico che le unisce l’una all’altra, quasi s’intrattenessero a parlare tra loro, a quell’appuntamento, in un cicaleccio vivace e intenso.
Padre Ercole, un giorno, mi aveva intrattenuto a lungo sulla vetustà (usò proprio questo termine) della campana della sua chiesa. Per fargli capire che seguivo con interesse quanto andava raccontando, gli chiesi cosa fosse quella iscrizione che cingeva, come un festone, la circonferenza della campana. Lui mi spiegò, tutto contento, che la frase era scritta in greco antico e avvertiva del fatto che ogni volta che si suonava l’Haamiah non solo si chiamavano a raccolta i fedeli, ma anche tutti i loro Angeli custodi.
Avendo io, evidentemente, fatto una faccia da miscredente, il sacerdote mi indottrinò a dovere sul tema con un discorso senza fine e pure dotto.
“Del resto perché non provi tu stesso?” mi disse quasi perdendo la pazienza.
“E come posso provare?”
“Semplice! Per rimpinguare le casse asfittiche della parrocchia, ho fatto preparare ad Agnone dieci modellini, in scala ridotta, dell’Haamiah. Come pensavo, i turisti le hanno comprate quasi tutte. Ne è rimasta solo una, prendila tu, te la regalo.”
“E che ci faccio, padre, con la campanella, la suono quando il pranzo è pronto?”
“Non essere sciocco, la usi per chiamare il tuo Angelo custode, quando hai bisogno di lui.”
“E’ che sono sicuro che mi sentirò piuttosto ridicolo a mettermi a suonare la campanella, padre, se si potesse evitare…”
“Basta, ho deciso! Ti vado a prendere la piccola Haamiah e vedrai che mi ringrazierai: hai visto mai che ti metta un po’ d’ordine in quella testa che ti ritrovi…”
Davanti ad una simile nobile causa, tacqui. E cedetti alla violenza.
Piazzai la campanella in terrazza. Per un po’ la guardai con diffidenza, poi, piano piano, finii per ignorarla. Per essere stata ben fatta, la piccola Haamiah, lo era, per cui la lasciai lì, perché tutto sommato ‘faceva bella figura’.
Poi un giorno mi sentivo particolarmente malinconico e inquieto. Come un gatto all’approssimarsi di un temporale. Solo che il temporale ce l’avevo dentro di me.
Mi affacciai alla finestra. Le colline del Cinghio stavano indossando un vestito verde tenue fatto di foglie e di prime gemme: una gioia per gli occhi non fosse stata per quell’angoscia che montava… Poi vidi la campanella. Uscii sulla terrazza e la suonai. La suonai più volte. Come se davvero volessi chiamare qualcuno. Si liberò così un suono cristallino, candido e vibrante che riecheggiò per tutta la vallata. Ma a parte questo non successe un ben nulla.
Quando l’indomani parlai con padre Ercole, protestai. Gli dissi quello che era successo e soprattutto quello che non era accaduto.
“Ma per forza! Non ci credi! Come fa a funzionare? Se il tuo Angelo custode venisse vicino a te, non te ne accorgeresti neppure!”
“E allora che devo fare?” domandai sconsolato.
“Niente… lascia fare alla piccola Haamiah. Verrà il giorno che cambierai idea, da solo.”
Da allora passarono diverse settimane.
Poi, una domenica, mi ritrovai di nuovo, a mezzogiorno, sulla terrazza. Si era alzato un forte vento gelido che veniva da nord. Erano folate improvvise e potenti tanto che dovettiriposizionare due tegole marsigliesi che si erano spostate. Ma, mentre stavo facendo questa semplice operazione, ebbi come la sensazione che attorno a me mancasse qualcosa. Non era un particolare del paesaggio, incantevole come sempre pur sotto il grigiore del temporale imminente. Non erano i pescatori che, imperterriti, calavano le loro lenze nel torrente in mezzo alla valle, non erano neppure le rondini che solcavano stridenti, come impazzite, il cielo gravido dell’odor di pioggia.
Ma sì la piccola Haamiah! Perché non suona con questo vento? Mi domandai.
Mi avvicinai alla campanella che dondolava vistosamente da una parte all’altra del suo sostegno. Accidenti ho perso il batacchio! Pensai.
Invece no, vidi che il batacchio era lì, ben saldo e al suo posto. Fermai allora la campana con la mano sinistra e tirai la catenella con la destra. Un suono dolcissimo, come proveniente da dietro di me, mi inondò le orecchie stordendomi. Lasciai andare la catenella e subito la piccola Haamiah, tacendo di colpo, riprese a dondolare paurosamente sotto le bordate violente del vento.
Forse mi ero sbagliato. Avevo le allucinazioni uditive! Pensai.
Ripetei i gesti di prima. Fermai di nuovo la campana e tirai la catenella. E ancora una volta quel suono mi trapassò l’anima.
Mi venne all’improvviso voglia di piangere: quella campana non suonava a caso, no, suonava solo per un motivo.
E allora mi guardai attorno per veder se scorgevo il mio Angelo custode.

La sorpresa

“Ho saputo che si è suicidato Cusimani. E’ terribile!” dissi a ‘Gi che stava inserendo alcuni dati nel database della sua agenzia.
“Sì, hai ragione, è proprio terribile. Mi sento anche un po’ responsabile, a dir la verità.”
“In che senso?”
“Sono io che, indirettamente, l’ho portato a questo.”
“Ma dai, ma cosa dici?”
“Sì, è proprio così.”
‘Gi aveva smesso di scrivere sulla tastiera e il suo sguardo si era perso su di un riflesso del cristallo della scrivania.
“Qualche settimana fa è venuto da me. Mi ha fatto pena. Sì, è messo a piangere come un bambino. Mi diceva che sospettava che sua moglie lo tradisse. Diceva che per lui era il mondo intero che gli stava franando addosso. Non poteva pensare che lei non l’amasse più e tutto questo genere di cose.”
A questo punto del discorso, ‘Gi prese una sigaretta dal pacchetto che aveva sul ripiano e se la mise tra le labbra senza accenderla, come fa quando è nervoso e non vuol cedere alla tentazione di fumare.
“Mi spiegò, tuttavia, che doveva sapere… che dovevo dargli delle prove, di seguire quindi la moglie, di fare delle foto…”
“E tu?”
“Io ho accettato. In fondo è il mio lavoro. Per un po’ la donna è stata tranquilla. E’ incredibile come le donne abbiano un sesto senso quando si sentono controllate. Era come se lo sapesse. Poi una sera, mi sono appostato molto più lontano, anche perché avevo messo un trasmettitore sulla sua macchina. E lei, verso le venti– il marito sarebbe tornato all’alba come sempre – dopo aver fatto una telefonata è sgattaiolata via. Ha preso l’autostrada e dopo una cinquantina di chilometri è uscita a Roccameralda e quindi per una stradina che portava ad una villa lussuosa. Ho aspettato un po’, ho scavalcato il muro e mi sono appostato.”
Ora ‘Gi. Mi guardava serio, tenendo gli avambracci in un modo tale che si sarebbe detto volesse abbracciarsi.
“Dopo una mezz’ora pareva di assistere a un film porno. Hanno cominciato ad aggrovigliarsi come due pitoni che facevano la lotta. Lei stava mettendo in pratica dal primo all’ultimo capitolo, comprese le note e i richiami bibliografici, il manuale ‘Come fare impazzire sessualmente il proprio partner’. Sono andati avanti così tutta la notte e pensa che il letto non l’hanno mai neppure toccato. Io che ho cinquant’anni mi sono emozionato.”
“E tu come hai fatto ad accorgerti di tutto questo?”
“E’ che lo facevano a luci accese proprio davanti alla porta a vetri della camera da letto. Insomma ho fatto un servizio con i fiocchi. Mi dispiace solo per quello che è successo poi a Cusimani.”
“E lui come ha reagito quando glielo hai detto?”
“Ha ascoltato la mia relazione in silenzio. Poi ha preso il dossier, ha pagato e se n’è andato. Aveva il viso color della pietra e gli occhi sembravano spenti.”
“Poveraccio!”
“Poi ieri, dopo una settimana, mi ha telefonato, ringraziandomi per il lavoro che avevo fatto. Gli ho anche chiesto cosa intendeva fare. E lui mi ha risposto che aveva in serbo una bella sorpresa per la moglie.”
“Ah… bella sorpresa davvero!” sbottai io scuotendo la testa. “Sai quanto gliene potrà importare a lei che si è suicidato!”
“Non so” disse ‘Gi buttando via la sigaretta mezza masticata “ma ho come l’impressione che non alludesse a quello.”
In effetti ‘Gi aveva ragione. Nei giorni successivi, ai professionisti, agli artigiani, a tutti gli esercizi commerciali, agli uffici istituzionali, alle associazioni e società di Lughi, Pievani, Bigialli, Castelmoreno e Poggiobrusco, Cusimani, tipografo rinomatissimo nella zona, spedì un maxicalendario fantacolor 2003/2004 con tutte le fotografie della moglie tratte dal servizio di ‘Gi.
Non c’è che dire una bella sorpresa!
Guardando il calendario (è stato così gentile, il Cusimani, da mandarlo anche a me) ho dovuto convenire che il risultato è stato piuttosto pregevole ed efficace: sotto ogni illustrazione, infatti, ci sono il nome e cognome della signora, l’indirizzo della sua abitazione (anche della casa al mare) e i suoi numeri di telefono. Insomma proprio bravo il povero Cusimani.
Ma, ad essere sinceri, devo dire… che è stata proprio brava anche la signora…

Limbo

“Che ti è successo?” chiesi a Oreste che, scuro in volto, si stava servendo un whisky.
“E’ che comincio a essere preoccupato. Seriamente. Temo che ci siano delle ‘presenze’ qui dentro.”
Mi trovavo, ovviamente, al bar del Cinghiale, a Lughi, davanti al proprietario/oste/barman Oreste, uno delle istituzioni del paese. Vederlo versarsi un superalcolico a quell’ora del mattino mi fece comprendere la gravità della situazione.
“Se alludi alla lampada dell’altro giorno che non si accende quando ci sei tu o che si accende quando te ne vai, mi sembra un po’ una stupidaggine e un’esagerazione…”
“Macché, fosse solo per quello! Sono sempre successi strani fenomeni, fin dal primo giorno che ho aperto il locale, per carità, non ci ho badato più di tanto, ma adesso queste manifestazioni sono sempre più frequenti e serie. L’altro giorno, per esempio, ho trovato birra dappertutto: sul pavimento, sul bancone, finanche sul soffitto. Sembrava che fosse esplosa la macchina della birra alla spina.”
“Va beh, Oreste, si sarà inceppata, queste cose a volte succedono, non devi certo scomodare fantasmi o presenze sovrannaturali.”
“Il problema è che non si è inceppato un bel niente! La macchina della birra, al momento in cui mi si è allagato mezzo bar, era completamente vuota, tanto che ero sceso in cantina a portare il fusto vecchio e a prenderne uno pieno. Capisci? Come faceva ad esserci birra ovunque se il fustello ce l’avevo io?”
Non seppi che rispondere.
“E poi, ora, si è pure aggiunto quello che è successo stamattina presto!”
“E cioè?”
“Su questo specchio qui, scritto sulla fuliggine comparsa chissà da dove, c’era la parola: “VATTENE!. Hai capito? Vattene, a me, che ho dato tutto per questo posto!”
“Ma non preoccuparti! E’ evidente che si è trattato di uno scherzo. Hai idea di quante persone si saranno divertite a farti questa burla?”
“E secondo te, per divertirsi, avrebbero scritto la parola in aramaico?”
“In aramaico? E a te chi l’ha detto?”
“Pietro, l’archivista, sai che lui ha l’hobby dello studio di tutte quelle lingue un po’ strambe…”
“Gìà” interruppe Pietro, seduto ad un tavolino dietro di me, la cui presenza mi era sfuggita completamente “oltretutto la lingua un po’ stramba, in questo caso, è l’aramaico antico e dubito che qualcuno in paese la conosca.”
“Capisci ora in che guaio mi trovo?”
A questo punto rimasi senza parole. La situazione mi sembrava paradossale. E non si mai cosa dire in questi casi. Ma azzardai:
“Forse fra qualche giorno questi strani fenomeni passeranno e tutto tornerà come prima…”
“Potrebbe non essere così…” se ne uscì impietoso Pietro aggiustandosi gli occhiali tartarugati sul naso “perché, vedete, il bar è stato costruito su di un cimitero di bambini ebrei trucidati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. C’era un ghetto verso valle, prima della strettoia, e un giorno, per rappresaglia nei confronti dei partigiani che avevano messo una bomba uccidendo tre soldati tedeschi, hanno rastrellato una decina di bambini ebrei, fucilandoli su questa piazzetta. Per questo motivo, il luogo dove li hanno seppelliti, che poi è proprio qui sotto, lo hanno chiamato ‘Il Limbo’ ”.
“E adesso che faccio?” mi chiese Oreste con due lacrimoni che gli pesavano ondeggianti agli angoli degli occhi.
“Non so… fai dire una messa… fai benedire questo posto a don Remo, magari qualcosa cambia…”
“Oltre tutto…” si sfogò lui scrollando la testa e seguendo il filo dei suoi pensieri “…se si sparge la voce in paese, finirà che qui dentro non ci entrerà più nessuno!”
Non l’avevo mai visto disperato in quel modo.
“Ma sì, hai ragione” sbottò, lui, risvegliandosi dal torpore soporoso di chissà quanti whisky “farò così, come mi suggerisci tu: farò benedire il locale e anche dire una messa in suffragio di quei poveri innocenti, da ripetere, magari tutti gli anni, il giorno dell’eccidio e poi… poi… metterò un bel candelabro a sette braccia, un menorah, proprio qui sul bancone. In fondo questa terra è più la loro che la mia.”
Promise tutto questo con un senso di liberazione, tanto che alla fine sorrise.
Noi rimanemmo, invece, in silenzio senza togliergli però lo sguardo di dosso.
E la lampada che aveva sul bancone si accese.