Una pratica delicata

La ragazza bussò lievemente per poi entrare nella stanza in una nuvola di profumo. Bionda, con i capelli corti, portava una camicetta che le sprimacciava un seno sodo e imponente. L’uomo, dietro alla scrivania, deglutì nervoso quando la vide. Lei si inoltrò ancheggiando con lo sguardo basso, certa che il suo interlocutore la stesse perquisendo con gli occhi.
«Sono la segretaria di Bertocci…» sussurrò lei quasi fosse un segreto inconfessabile «voleva venire lui, ad ossequiarla… per discutere del suo accertamento…» poi, alzando le ciglia pazientemente bistrate a schiudere due occhi incantati proseguì «ma gli ho detto: vado io a parlare con quel bell’uomo…, ho… ho forse fatto male?»
L’impiegato, deglutì di nuovo, assumendo appena dopo l’espressione di chi cercava di richiamare alla mente di quale ‘caso’ si trattasse.
«È per quel problemuccio al cantiere di via Baldovinotti…» le venne incontro lei chinandosi in avanti e mostrando il suo bendiddio esondante.
«Lo chiami problemuccio…» fece lui di rimando. «Il suo datore di lavoro ha assunto cinque rumeni clandestini… e qui c’è il penale sa?… ma non se ne stia in piedi, si segga, la prego, si segga.»
«Grazie, ma preferisco stare in piedi» fece lei appollaiandosi sulla scrivania, rendendo così partecipe il suo interlocutore del fatto che la biancheria intima quel giorno l’aveva lasciata ben chiusa nel cassetto del comò. «Ma guardi, le assicuro» puntualizzò la bionda disegnando con l’unghia laccata un cuore sul dorso della mano dell’impiegato «sono stranieri per i quali è stata subito avviata la pratica di regolarizzazione…» La mano fu subito ritirata e dopo averla fatta annaspare nell’aria, come se non sapesse dove posarsi, l’impiegato la fece atterrare su un timbro che subito alzò di slancio.
«Mi spiace» si rabbuiò l’uomo abbattendo il timbro su un foglio. «La denuncia sarà inoltrata a chi di dovere.»
La ragazza si alzò sorpresa per quel rapido e inaspettato epilogo. Imbronciata si avviò verso l’uscita.
«Ha fatto male a non far venire il suo datore personalmente…» le spedì lui dietro a mo’ di commiato.
La ragazza, prima di sbattere la porta, si girò un’ultima volta lanciandogli un’occhiata luciferina. L’uomo attese con calma che si acquetasse lo spostamento d’aria, quindi sospirò sottovoce: «Anche perché sono gay».